Ostacoli e opportunità

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Uno degli argomenti maggiormente dibattuti nei nostri congressi dopo la nascita del Governo Monti è la proposta del Fronte Democratico contenuta nel primo documento. Si dice che è stato un errore proporlo. La dimostrazione starebbe nella sua attuale improponibilità. Da ciò ne discenderebbe che la proposta politica contenuta nella mozione di maggioranza è sbagliata.
Non condivido affatto questo ragionamento e spiego il perché. Intanto non è vero che questa è l’unica proposta politica contenuta nella prima mozione. Il Fronte Democratico è inserito in un insieme di proposte che comprendono la costruzione della Sinistra di alternativa, la Federazione della Sinistra e il rafforzamento di Rifondazione. Ma, al di là di questo, continuo a ritenere che nello scenario nel quale è stata formulata la proposta del Fronte Democratico (quando poteva determinarsi una competizione  elettorale tra centrodestra e centrosinistra) questa era l’unica proposta sensata possibile. Non mi sfuggono i suoi limiti, ma le due ipotesi alternative erano, a mio giudizio, assai più negative. Quella di una intesa di Governo a tutto tondo ci avrebbe messo in una condizione ancor peggiore di quella già vissuta col Governo Prodi. Quella di una corsa solitaria, con questo sistema elettorale, con il meccanismo del voto utile e con degli sbarramenti per noi impossibili da superare, ci avrebbe messo in una condizione di totale marginalità. L’efficacia di una proposta politica va valutata nel contesto per cui essa viene concepita. E’ del tutto evidente che oggi, come abbiamo sottolineato nel documento approvato dalla Direzione, in presenza di un governo tecnico di “grande coalizione” non ha alcun senso proporre il Fronte democratico. Adesso la proposta di fase diventa quella di costruire l’opposizione di sinistra al Governo Monti. Sarebbe veramente grave se, a fronte di un esecutivo nato per attuare le indicazioni della Bce, l’unica voce contraria fosse quella della Lega Nord.

Festeggiamo, ma senza false illusioni

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La caduta di Berlusconi e del suo governo è un fatto sicuramente positivo. Quando diciamo che negli ultimi 20 anni vi è stato un pesante trasferimento di ricchezza dal lavoro verso la rendita e il profitto, ciò lo si deve anche alle scelte che il governo del Cavaliere ha effettuato. Ma non è solo questo. Il ventennio berlusconiano è stato anche contraddistinto dalla riabilitazione di valori che mai avremmo pensato vedere di nuovo in auge. Lo sdoganamento della destra peggiore (da quella dichiaratamente fascista a quella xenofoba e razzista). L’attacco sistematico alle regole, a partire dalla Costituzione e dalla autonomia della Magistratura. L’attacco alla Resistenza e al lavoro, fino a metterne in discussione le due giornate simboliche del 25 aprile e del 1° maggio. L’uso, ai fini di conservare il potere, di un impero mediatico e finanziario senza precedenti. Potere che ha cambiato profondamente la percezione della gente, plasmandone le coscienze, rendendo il “berlusconismo”  la cifra dell’agire quotidiano. Società dell’apparire, ossessione per la competizione sfrenata, potere politico sostituito dalla supremazia del potere economico. L’immagine dell’uomo che si è fatto da sé è diventata un modello per moltissime persone. Tutto questo, ed altro, sono stati il simbolo della stagione berlusconiana.  Speriamo che la sua caduta sia definitiva  e che si ripristini nel Paese una normale dialettica democratica, a partire dal rispetto della Costituzione.
Tutto questo è importante e non va sottovalutato. Il senso di liberazione che si coglie nel popolo della sinistra è motivato da questi fatti. Deve essere anche  il nostro e sarebbe un grave errore politico non viverlo come tale e non farne parte. Prima ancora che un errore politico ciò  denoterebbe una incapacità nel costruire una connessione sentimentale con il nostro popolo di riferimento.

FdS, se ci sei batti un colpo

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Ciò che è avvenuto nelle ultime settimane ci offre diversi spunti di riflessione.

 Il 15 ottobre

Il primo riguarda la straordinaria giornata di mobilitazione mondiale del 15 ottobre scorso. Giustamente si è parlato molto della manifestazione di Roma, per i noti incidenti di cui parlerò, e anche perché è stata la più grande. Il dato di gran lunga più significativo, tuttavia, è che di fronte alla crisi economica internazionale più grave dal 1929 si è creato un movimento mondiale che mette in discussione alla radice le soluzioni che vengono proposte dagli Stati e dagli organismi internazionali. Il fatto stesso che si siano sviluppate mobilitazioni molto significative negli Usa e in Israele è – di per sè – più importante di mille ragionamenti. E’ un movimento che “politicamente” non ha appoggi tra le forze più rilevanti del centro sinistra o della sinistra moderata, ma che, nel senso comune diffuso, è maggioritario. Il fatto stesso che personaggi come Obama o come Draghi che, concretamente, decidono le politiche contro cui questi movimenti si mobilitano, considerino  che gli obiettivi di questi stessi movimenti siano fondati è un fatto significativo. Così come il fatto che certi obiettivi che fino a pochi anni fa erano oggetto di derisione (Tobin Tax e patrimoniale per fare due esempi), oggi vengano ritenuti dagli stessi governi come provvedimenti opportuni, è un fatto altrettanto rilevante.  Ciò indica che la consapevolezza  della inadeguatezza delle misure proposte è talmente diffusa che penetra ovunque, in modo pervasivo. Ovviamente questo non significa un cambio di direzione nelle scelte, poiché la mano che guida queste Istituzioni, al di là delle intenzioni dei singoli, sono gli interessi del capitalismo internazionale, in particolare delle grandi società, delle grandi banche, e di chi detiene enormi ricchezze che sono in grado di condizionare le scelte dei Governi.
Il dato da cogliere – e su cui lavorare – è che misure radicalmente alternative a quelle liberiste possono avere un consenso non minoritario. Qualche segnale lo abbiamo avuto nell’ultimo anno anche nel nostro Paese: il successo dei referendum sull’acqua e il nucleare non si spiega altrimenti. Lo stesso dato delle amministrative con candidati di sinistra che vincono in grandi città senza attenuare il loro profilo e il loro programma va inquadrato in questo contesto.

Mettiamoci in gioco!

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Quella che segue è la trascrizione del mio intervento al dibattito tenutosi a Napoli con Bertinotti, De Magistris, Latorre e Greco nel corso della tre giorni organizzata da Essere Comunisti “Lavori in corso a sinistra”. Alla fine del mio intervento troverete il link audio per ascoltare anche gli interventi degli altri relatori. L’iniziativa, nel suo complesso, è stata positiva ed ha fatto emergere come un dibattito sulle scelte più importanti da prendere nel prossimo futuro, sia presente in tutte le forze che hanno partecipato al seminario. C’è bisogno di discutere, non di alzare steccati.

Innanzitutto, sulla domanda relativa a Rifondazione Comunista come “residuale e indentitaria, che non discute” non c’e bisogno che io mi dilunghi. L’organizzazione di questa discussione, che è la prima a venire organizzata tra le forze della sinistra di alternativa, con protagonisti di tutti i soggetti politici, è una risposta che va in una direzione che smentisce questo luogo comune.
Spero che questi incontri abbiano una continuità. Spero che vengano promossi anche da altre forze politiche della sinistra di alternativa, perché se c’è una cosa che non possiamo permetterci è appunto quella di pensare che “di questo o quel soggetto si può fare senza perché, tanto, io ho già capito tutto e non ho bisogno di confrontarmi e misurarmi”.
Sono contento di questo dibattito, del fatto che sia stato organizzato e – concedetemi una battuta – che ad organizzarlo sia stata tra gli altri una componente di Rifondazione che, all’interno del PRC e nella sinistra italiana, viene considerata identitaria. Guardate un po’ che paradossi che accadono nella politica italiana!

Senza contraddizione non c’è vita

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La settimana scorsa ho postato le proposte di documento congressuale e gli emendamenti che erano stati presentati al Cpn. Come concordato nel Cpn medesimo vi era tempo fino a lunedì 3 ottobre per sottoscriverli e per apportarvi modifiche. Gli allegati a questo post sono i testi definitivi con i relativi sottoscrittori. Si tratta, quindi, dei testi sui quali inizia l’ottavo congresso del Partito della Rifondazione Comunista, con una discussione che coinvolgerà i nostri 1500 circoli (circa) e le nostre 120 federazioni. Il tutto si concluderà con l’assise nazionale di Napoli il 2, 3 e 4 dicembre. L’auspicio e’ quello di un dibattito vero e libero e che, anche in conseguenza del fatto che un’ampia maggioranza si riconosce nel primo documento, le nostre assemblee congressuali si aprano all’esterno attraverso un confronto con le forze politiche democratiche e di sinistra, le organizzazioni sindacali, i movimenti presenti nel territorio, le organizzazioni antifasciste.
Ho già scritto la mia opinione sul primo documento che ho sottoscritto e che, quindi, condivido. Vorrei soffermarmi su un concetto che esso contiene, che io considero molto importante, che non ritrovo negli altri documenti e che viene confermato dai fatti politici che stanno avvenendo in questi giorni.

Invadere il campo per liberare la sinistra

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C’erano una volta due sinistre, una «radicale», intenzionata a cambiare la società, l’altra «moderata», desiderosa di governare la modernizzazione e limitarne i contraccolpi sui ceti deboli. Oggi questa parrebbe una fotografia ingiallita del tempo che fu. Di sinistra si direbbe esserne rimasta una sola, costituita dalle forze che tre anni fa furono (non per caso) espulse dal parlamento. Dopo un trentennio di macelleria sociale e di privatizzazione della finanza pubblica è evidente a tutti che la «terza via» di blairiana memoria era una bufala. E che, quali che siano in teoria i margini per un governo temperato del neoliberismo, la sinistra moderata d’antan ha introiettato l’ideologia mercatista, secondo cui libertà di movimento dei capitali e precarietà del lavoro sono infallibili vettori di progresso.
Nell’ultimo quarto di secolo la sinistra moderata non è più stata una controparte del capitale, ma una sua forza di complemento. Questo in Europa non meno che negli Stati Uniti, considerato il ruolo svolto dall’élite del socialismo francese, alla guida del Fmi (Camdessus) e della Commissione europea (Delors e Lamy), nelle liberalizzazioni dei primi anni Ottanta. Di qui – per stare alla provincia italiana – la scelta di fondere in un partito «riformista», equidistante da capitale e lavoro, le maggiori forze politiche discendenti dai due partiti che nella prima Repubblica si combattevano sulla difesa o sul superamento del capitalismo. Di qui anche la ferma opzione del Pds e dei suoi eredi per il bipolarismo che, come insegna l’esperienza dei paesi anglosassoni, presuppone che entrambi i poli condividano le coordinate fondamentali della politica economica e sociale e cooperino per escludere le forze critiche dalle istituzioni rappresentative.

VIII Congresso Prc: si parte!

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Con il Comitato Politico Nazionale del 23 e 24 settembre si è avviato il percorso dell’ottavo congresso di Rifondazione Comunista. Esso si colloca nel ventennale della nascita del partito (avvenuta nel 1991 all’indomani dello scioglimento del Pci) e in un contesto di particolare difficoltà. La partecipazione al Governo Prodi (2006-2008), non solo non diede i risultati auspicati, ma contribuì  in modo decisivo a determinare la sconfitta alle elezioni del 2008 nel corso delle quali la lista “Sinistra arcobaleno” raccolse un misero 3,1 per cento ( il complesso delle forze che la costituirono due anni prima avevano raccolto oltre il 10 per cento) e determinò  l’azzeramento dal Parlamento di qualsiasi rappresentanza dei comunisti e della sinistra di alternativa. All’indomani di quel risultato Rifondazione tenne il suo settimo congresso a Chianciano. La forte contrapposizione tra due opzioni alternative – superare Rifondazione Comunista per dare vita ad una nuova forza di sinistra non comunista e quella di rilanciare Rifondazione – si concluse da un lato con una vittoria di misura del mantenimento del Prc e dall’altro, purtroppo, con una ennesima scissione che indebolì pesantemente il partito.
Questi tre anni (quelli che ci separano dal Congresso di Chianciano), sono stati caratterizzati dal tentativo, sul piano politico e sul piano delle difficoltà economiche e organizzative determinatesi, di uscire da questa situazione. Sul piano politico si è dato vita ad una aggregazione delle forze della sinistra di alternativa: la lista comunista alle europee del 2009 e, subito dopo, la costruzione della Federazione della Sinistra. Sul piano organizzativo si è cercato, con la conferenza di Caserta, di adeguare la nostra organizzazione alle nuove condizioni e su quello economico, con un forte intervento su Liberazione e sull’apparato centrale, di azzerare le perdite del giornale e di ridurre fortemente i costi nazionali del partito.
Ci siamo riusciti?

All’iniquità si può reagire

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La manovra votata al Senato con il vincolo della fiducia è molto peggiore di quella – già indigeribile – che si andava profilando nei giorni scorsi.
Il punto qualificante è che la sua iniquità viene ulteriormente rafforzata.
Il contributo di solidarietà, che già avevamo definito un’elemosina nella gravità del contesto, viene introdotto soltanto per i redditi superiori ai 300mila euro. Si mette mano pesantemente alle pensioni, in particolare a quelle delle donne, con buona pace della Lega Nord, che sul punto aveva promesso battaglia e che, oggi, di nuovo, dovrà spiegare al suo elettorato che in realtà la sua autonomia dai poteri forti berlusconiani è un grande bluff e che gli interessi sociali che rappresenta e difende sono del tutto organici a quelli del Pdl.
Si riduce poi di sei volte rispetto al testo originario la portata dei tagli delle indennità dei parlamentari e si ammorbidisce sensibilmente l’incompatibilità del loro mandato con altri incarichi pubblici, ad indicare ancora una volta quanto sia demagogica e priva di effettiva sostanza la campagna contro i privilegi della casta.
E, soprattutto, si conferma l’abominio politico e giuridico dell’articolo 8 e cioè la possibilità delle deroghe alle leggi e ai contratti nazionali e quindi anche la libertà per le imprese di licenziare senza giusta causa. Una norma, questa, che costituisce il vero cuore della manovra, il nocciolo profondo di tutta la filosofia del governo: un attacco spregiudicato al lavoro, ai diritti, alla stessa democrazia, sulla base dell’idea che dalla crisi si deve uscire riducendo ulteriormente lo Stato sociale (i tagli agli Enti Locali determineranno questo) e riportando i rapporti tra lavoratori ed aziende a cinquanta anni fa.

Oltre i recinti, uniti sulle cose da fare subito

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Riteniamo importante e condivisibile l’articolo di Luca Casarini e Gianni Rinaldini pubblicato lo scorso 30 agosto dal manifesto (alla fine del post il link dell’articolo). Importante e condivisibile, perché focalizza l’eccezionalità dell’attuale contesto politico-sociale e, davanti alla dimensione «storica» dei problemi, richiama a inaggirabili compiti chi ritenga di dover prendere posizione. Tra questi compiti, vi è quello – decisivo – di ricercare un’efficacia della propria azione politica, sondando le vie difficili dell’unità. Non è inutile ribadire sommariamente alcuni tratti salienti del ragionamento proposto.
a) La crisi in cui siamo immersi non è casuale né contingente: è una crisi complessiva, di sistema. L’odierno capitalismo sopravvive a se stesso, alle profonde contraddizioni sociali che l’incepparsi del suo processo di accumulazione produce, consolidando il «sistema della crisi». La crisi non si presenta come un’accidente temporaneo, ma diviene la norma entro cui si allargano a dismisura le disuguaglianze. b) Il sistema della crisi riproduce e consolida su scala globale il «sistema della precarietà». All’insegna del motto «la ricreazione è finita», le classi dirigenti del neoliberismo si autoassolvono dalle loro pesanti responsabilità e danno l’usuale regressiva risposta alla domanda «chi paga?»: a pagare il prezzo della crisi devono essere i soliti noti. Tutto questo è eclatante, anche se scompare dalla carta scritta e dagli schermi dell’informazione ufficiale. c) Sotto questo profilo, la manovra del governo italiano è emblematica. Non sarà il contributo delle grandi ricchezze a far tornare i conti del bilancio pubblico: al contrario, sotto dettatura dell’establishment di Bruxelles vengono gettate le basi per un azzeramento dello stato sociale e per la cancellazione del contratto nazionale. d) Vittima illustre di tale processo involutivo è la democrazia liberale. Le decisioni sono sempre più sottratte agli organismi eletti, al punto che l’esito quasi unanime di un referendum nazionale rischia di essere sterilizzato sul filo delle direttive di questa Europa tecnocratica e antipopolare. e) Se tale è il passaggio di questa fase storica, storica può anche essere l’opportunità che si profila per le forze della sinistra: a patto che «nessuno sia autosufficiente».

Note agostane

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In agosto sono stato 10 giorni a Londra. Una metropoli molto interessante che consiglio a tutti di visitare. Tra le tante cose che ho visto, e che mi hanno fatto pensare, ve ne è una che ritengo particolarmente importante e che si inserisce nel dibattito politico più generale. Riguarda la rete dei trasporti. Una cosa straordinaria. Non esiste località  della capitale inglese, sia in centro che in estrema periferia, che non sia raggiungibile, in poco tempo, con la metro o con la rete ferroviaria. Il risultato concreto ed evidente di questa situazione è che nelle strade londinesi il traffico è infinitamente inferiore alle nostre città (assolutamente imparagonabile il caos delle strade romane con quelle londinesi). Le strade di Londra sono frequentate sostanzialmente da autobus, taxi, furgoni per trasporto merci e poco altro. Le persone che si spostano per lavoro usano, nella stragrande maggioranza, i mezzi pubblici. La riflessione che vorrei fare è la seguente: è ipotizzabile che una straordinaria opera di questo tipo (migliaia di km scavati sotto la città e altrettanti che compongono un reticolo ferroviario di superficie), potesse essere pensata e realizzata in una condizione come quella attuale dove si teorizza l’assegnazione dei servizi locali, quindi anche dei trasporti, ai privati? Quale privato avrebbe mai potuto mettere in cantiere una impresa simile il cui obiettivo non era quello di “fare soldi”, ma di pianificare un sistema di mobilità utile alla città e ai suoi cittadini, soprattutto quelli più poveri?  Sulla base di questa esperienza e di altre simili, penso che noi dobbiamo rilanciare un discorso di pianificazione e di intervento pubblico. Le nostre città sono sommerse dal traffico sarebbe il caso di ragionare su un potenziamento del trasporto pubblico e non come fa anche Enrico Letta in una intervista di ieri su Repubblica, insistere sulle privatizzazioni!