CHI SONO

Sono a nato a Reggio Emilia il 12 novembre 1955. Sono sposato e ho due figli. Sono cresciuto in una famiglia povera, mio padre fonditore, mia madre sarta. A 18 anni mi sono diplomato geometra e sono andato subito a lavorare in fabbrica.
Ho fatto l’operaio per 19 anni dal 1973 al 1992, prima in una fabbrica metalmeccanica, la Bertolini Macchine Agricole, poi in una cooperativa alimentare, la Giglio. Dal 1992 ho iniziato a fare politica a tempo pieno in Rifondazione Comunista. Il mio impegno politico arrivò attraverso la musica: da studente restai colpito dall’ascolto di due canzoni di Fabrizio De Andre': “La guerra di Piero” e “La ballata dell’eroe” che l’insegnate di italiano ci fece ascoltare in classe. Durante i primi anni settanta vi era un grande fermento nella scuola e nella società. Partecipai ai primi concerti: Genesis, Van Der Graaf Generator, Jethro Tull, Led Zeppelin, dove si incontravano migliaia di giovani che contestavano il sistema. Le scuole erano spesso occupate, oltre ai partiti della sinistra ufficiale e parlamentare vi era un fermento di gruppi e movimenti che si collocavano nell’area extraparlamentare.

Il primo impegno politico in fabbrica

Da studente mi avvicinai ai gruppi anarchici, molto attivi davanti alle scuole e poi, con l’ingresso in fabbrica, mi iscrissi alla Fiom Cgil e iniziai quasi subito a fare il delegato sindacale. Attività, quella del delegato, che ho mantenuto quasi continuativamente sia alla Bertolini che alla Giglio. Erano anni di grandi lotte e di grandi conquiste: le 150 ore (cioè la possibilità per i lavoratori di studiare), la lotta contro la nocività in fabbrica, gli aumenti salariali uguali per tutti, l’apertura delle mense aziendali o di zona, le pause retribuite. Alla Bertolini lavoravo su due macchine che facevano gli ingranaggi e che emettevano un fumo tremendo. Stanco di questa situazione e del fatto che l’azienda non facesse nulla per risolvere questo problema, una mattina spensi le macchine e fermai la produzione. Arrivò il caporeparto, il quale mi disse che se non avessi immediatamente acceso avrei rischiato il licenziamento. A quel punto i miei compagni di lavoro spensero le macchine, tutta la fabbrica si fermò, si diede vita ad un corteo che attraversò i reparti e si concluse davanti alla palazzina dove vi erano i diregenti. La settimana successiva su tutte le macchine vennero installati degli aspiratori. Ho fatto questo piccolo esempio, che ricordo ancora con gioia ed emozione, per dire che la forza dei lavoratori e dei sindacati era, in quegli anni, straordinaria.

Le radio libere, il contatto col PCI

Nella seconda metà degli anni settanta in molte città italiane vennero aperte radio libere. Bastava poco: un trasmettitore, un’antenna, due giradischi, un microfono. A Reggio Emilia aprimmo Radio Tupac: dopo due anni la radio venne chiusa, gli impianti sequestrati. L’accusa era quella di apologia di reato poiché si facevano trasmissioni che denunciavano le gravi condizioni in qui vivevano nelle carceri italiane i detenuti politici, noi fummo tutti denunciati. Non ci perdemmo d’animo e dopo pochi mesi aprimmo Radio Popolare che continuò a fare un lavoro di controinformazione.
Negli anni ’80 mi avvicinai al Pci dove iniziava a manifestarsi un dissenso interno organizzato, prima attraverso la rivista Interstampa, poi con l’Associazione Culturale Marxista. Si trattò di un lavoro prezioso, che sarà decisivo nel dar vita al Movimento della Rifondazione Comunista, poichè fu proprio attorno a questi gruppi che si costruirono le prime iniziative. Era un lavoro quasi clandestino poiché nel Pci non era ammesso organizzare componenti interne. Ci si riuniva a Milano nella sede di via Spallanzani della Casa Editrice Aurora. E’ qui che ebbi la fortuna di conoscere importanti dirigenti comunisti: Alessandro Vaia, Arnaldo Bera, Giuseppe Sacchi, Giovanni Pesce. Un gruppo organizzato attorno alla rivista Interstampa che si unì a Cossutta quando, quest’ultimo assieme a Guido Cappelloni, presentò emendamenti e documenti alternativi ai congressi del Pci. Conobbi Cossutta a metà degli anni ’80 in queste riunioni che si tenevano a Roma, per organizzarsi in vista dei congressi del Pci. In questo contesto divenne naturale, quando Occhetto fece la svolta della Bolognina, prendere una posizione contraria aderendo prima alla mozione Cossutta-Cazzaniga e poi a quella che unì tutto il fronte del no: da Ingrao a Cossutta.

No al PDS sì al PRC

Quando nacque il Pds non ebbi alcun dubbio e mi schierai fin da subito per la ricostruzione di un nuovo partito comunista. Tornai a casa da quell’ultimo congresso del Pci che diede vita al Pds con le tessere del movimento della Rifondazione Comunista e ricordo che finirono in pochi giorni. Erano giornate entusiasmanti. Quelli che erano stati definiti i “salssicciari da D’Alema” in poco tempo costruirono un Partito con più di 100.000 iscritti e con un consenso elettorale superiore al 5%.
Nel 1992 il Partito mi chiese di lavorare a tempo pieno a Bologna per il regionale: pur non essendoci nessuna garanzia accettai subito. Si realizzava il sogno della mia vita: poter dedicare tutto il mio tempo alla politica, alla lotta, nella speranza di costruire un mondo più giusto. E per fare questo serviva quel partito comunista che stavamo cercando di ricostruire!

Da Bologna a Roma

Nel 1994 diventai segretario regionale, ma lo feci per poco tempo poiché nel 1995, dopo la prima scissione dei Comunisti Unitari ( quelli di Garavini, Magri, Castellina….), venni chiamato da Cossutta e Bertinotti ad entrare in Segreteria nazionale con l’incarico di Tesoriore. Ho ricoperto questo ruolo fino al congresso di Rimini del 2002. Furono anni di grandi soddisfazioni (il Partito raggiunse il suo massimo storico nel 1996 con l’8,6% dei consensi), ma anche di grandi difficoltà (nel 1998 si consumò la drammatica scissione di Cossutta che indebolirà pesantemente Rifondazione).

Il dissenso con Bertinotti

Nel congresso di Rimini del 2002, assieme a molti altri compagni e compagne, presentai 4 emendamenti che raccolsero quasi il 30% dei voti nei congressi. Si costituì formalmente l’area Essere Comunisti di cui diventai coordinatore nazionale. In quel congresso venni riconfermato nella Segreteria nazionale, ma al congresso successivo, nel 2005, quello di Venezia, Bertinotti volle presentare un documento inemendabile e teorizzò la gestione maggioritaria del partito stesso. Essere Coministi presentò un documento alternativo e, nonostante raccolse il 27% dei consensi, venne esclusa dalla gestione del partito. La Segreteria venne costituita solo dalla maggioranza bertinottiana nonostante avesse raccolto solo il 58% dei consensi. Venni escluso dalla segreteria e contestai, sempre nel rispetto delle regole del partito, tutte le principali scelte di quegli anni: dalla partecipazione al governo Prodi con quelle modalità, fino alla scelta di presentarsi alle elezioni con la lista Sinistra Arcobaleno.

Governo Prodi – Sinistra Arcobaleno

la partecipazione al Governo Prodi si dimostrò fallimentare. Avevamo avuto ragione al Congresso di Venezia. Infatti, al contrario di quanto venne scritto nelle tesi congressuali, il Governo non si dimostrò permeabile ai movimenti. Si ruppe il rapporto tra movimenti e Prc. La scelta poi di andare alle elezioni con la “lista Arcobaleno” diede la botta finale: 3,1%, fuori dal Parlamento.

Chianciano

Subito dopo il drammatico congresso di Chianciano. Cercai in tutti i modi di evitare la rottura del Partito, ma non vi riuscii. Troppe rigidità, troppo rancore. A quel punto non rimaneva che unire le forze per cercare di salvare Rifondazione. Lo facemmo, Ferrero venne eletto Segretario, ma dopo pochi mesi si produsse una gravissima scissione guidata da Nichi Vendola che darà poi vita a SEL.
In quel congresso rientrai nella Segreteria nazionale cone responsabile Organizzazione. Sono stati anni duri: un partito indebolito che, in una condizione di oscuramento, doveva cercare di ripartire, senza soldi e con la necessità di intervenire sul quotidiano Liberazione e sull’apparato centrale per ridurre drasticamente i costi. Iniziò il processo di costruzione della Federazione della Sinistra. Il primo test elettorale alle elezioni europee non consentì il raggiungimento dello sbarramento, ma ottenemmo il 3,4% (meglio del 3,1 dell’Arcobaleno). Con fatica il partito cercava di andare avanti, la componente Falce e Martello passò all’opposizione, ma entrò in maggiornaza la parte dei compagni e delle compagne che dopo il congresso di Chianciano, pur avendo votato la mozione di Vendola, decise di restare nel partito. Si allargava la maggioranza e si gettavano le basi per un nuovo congresso unitario.

Napoli

E’ quanto avviene nel dicembre 2011 con il congresso tenutosi nel capoluogo campano. Il documento di maggioranza supera l’80%. le difficoltà restano, ma non tutti gli spazi si chiudono. Otteniamo un ottimo risultato alle amministrative di Napoli e di Milano, con la costituzione del Governo Monti si aprono anche spiragli per una maggiore visibilità. Al congresso di Napoli decido di lasciare il dipartimento Organizzazione. Sento di poter dare un contributo maggiore in un settore che mi attira sempre di più: quello della Comunicazione. E qui siamo ai giorni nostri. La sfida è difficile ma non chiusa: ricostruire nel Paese un forza comunista, di sinistra, alternativa. Non subalterna, ma nemmeno settaria e autoreferenziale. Vedremo.

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