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	<title>Blog di Claudio Grassi &#187; interna</title>
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		<title>Muoversi in due direzioni</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 12:22:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/09/muoversi-in-due-direzioni/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/09/arrows-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="arrows" /></a>Le ferie sono finite, ma l&#8217;incertezza  del quadro politico che si era determinata prima di agosto non si è  affatto chiarita. La frattura determinatasi nello schieramento di  centro-destra non si è ricomposta e, a mio parere, non si ricomporrà. Si  scontrano due progetti diversi rispetto a come  organizzare e concepire  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/09/arrows.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1820" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="arrows" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/09/arrows-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Le ferie sono finite, ma l&#8217;incertezza  del quadro politico che si era determinata prima di agosto non si è  affatto chiarita. La frattura determinatasi nello schieramento di  centro-destra non si è ricomposta e, a mio parere, non si ricomporrà. Si  scontrano due progetti diversi rispetto a come  organizzare e concepire  la destra in questo Paese. Da un lato Berlusconi e Bossi che convergono  su un impianto populista, xenofobo, apertamente reazionario, dall&#8217;altro  Fini e Casini che pensano ad una destra nazionale, europea, attenta al  rispetto dei ruoli e delle istituzioni. Ma, nonostante ciò, non è  scontato che la situazione precipiti in una crisi di governo e ad  elezioni in autunno o in primavera. Fini e Berlusconi capiscono di non  poter più stare assieme, ma entrambi non hanno interesse a far  precipitare la situazione. L&#8217;ex leader di An non ha una propria forza  politica pronta. In ogni caso, ammesso che riesca a costituirla  rapidamente, rischierebbe, se si dovesse andare a votare con questa  legge elettorale (cosa che io giudico sicura), di doversi coalizzare con  Berlusconi, con tutte le conseguenze del caso. Potrebbe anche  costituirsi un terzo polo (Fini, Casini, Rutelli, magari con la  benedizione di Montezemolo) ma, anche questa, è una ipotesi che presenta  non pochi problemi: di leadership (Fini o Casini?) e di profilo  politico (basta pensare al tema della laicità dello Stato).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1822"></span>La  situazione non è meno ingarbugliata nello schieramento di  centro-sinistra. Su questo versante la gran parte dei problemi è dentro  il Pd. Le lettere pubblicate in agosto da Veltroni prima e da Bersani  poi alludono a due ipotesi di costruzione del Pd e della coalizione di  centro-sinistra completamente diverse. Da una parte abbiamo la  riproposizione di un modello bipolare con tendenze forti al  bipartitismo. Infatti Veltroni non solo non critica l&#8217;impostazione da  lui data alla campagna elettorale del 2008 (che ha riportato le destre  al governo e ha escluso le sinistre, anche per loro responsabilità, dal  Parlamento), ma considera quell&#8217;evento il punto più avanzato del Pd e  del centro-sinistra. Viceversa Bersani, partendo dal fatto che il Paese  vive in una situazione di emergenza democratica, propone la costruzione  di una alleanza a due livelli. Un livello di governo &#8211; il “nuovo Ulivo” &#8211;  che, presumibilmente, potrebbe comprendere Pd, Idv, SeL e Verdi e un  secondo livello che non parteciperebbe direttamente al governo – la  coalizione democratica – e che potrebbe allargarsi a sinistra alla  Federazione e al centro all&#8217;Udc e all&#8217;Api. Non è un caso che i  sostenitori di queste due ipotesi sostengano anche due proposte di legge  elettorale diverse se non opposte: maggioritario la prima,  tendenzialmente proporzionale la seconda.</p>
<p style="text-align: justify;">Per  Rifondazione Comunista, che avanza da diversi mesi (basta rileggere  tutti i documenti approvati dal comitato politico nazionale) la proposta  di costruire una vasta coalizione per battere Berlusconi, si tratta di  un fatto positivo e importante. Sarebbe un errore politico madornale non  coglierlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene hanno fatto, quindi, Ferrero a nome del Prc e Salvi a nome della FdS, ad apprezzare e appoggiare la proposta di Bersani.</p>
<p style="text-align: justify;">In  questa cornice politica, nella quale abbiamo definito la nostra  collocazione qualora la crisi di governo dovesse precipitare, per le  considerazioni che facevo all&#8217;inizio, penso sia inutile continuare a  concentrare tutto il nostro dibattito sulle elezioni, sulla legge  elettorale e sulle primarie; cose importanti, ma che interessano poco a  chi oggi vive sulla propria pelle la durezza della crisi economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso  sia utile, invece, partendo dall&#8217;ottimo documento approvato dall&#8217;ultimo  comitato politico nazionale del Prc e dall&#8217;altrettanto ottimo documento  congressuale della Federazione della Sinistra, sviluppare il massimo di  iniziativa politica nei territori. Lo farei in due direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La  strategia di Marchionne non è un fatto isolato a Pomigliano. Indica una  traiettoria sulla quale si posizionerà Confindustria, con il benestare  dei sindacati compiacenti (Cisl e Uil), di quasi tutte le forze  politiche e con il supporto dei grandi mezzi di informazione.  Organizzare la risposta a questo attacco è la prima questione su cui  mobilitarsi, da subito. La resistenza messa in campo dalla Fiom è il  fatto socialmente e politicamente più rilevante di questa fase. La  manifestazione del 16 ottobre non va quindi vissuta come una cosa tra le  altre, ma il fatto più significativo dell&#8217;autunno. Organizziamo quindi  da subito, in tutte le province, con tutte le forze politiche e sociali  che ne condividono i contenuti, iniziative comuni che favoriscano il  massimo della partecipazione. Costituiamo i comitati unitari per il 16  ottobre chiedendo coerenza anche a quelle forze che si sono giustamente  mobilitate in difesa della Costituzione attaccata dal governo. Coerenza  vuole che la Carta Costituzionale si difenda sempre, quando la attacca  Berlusconi, ma anche quando la attacca Marchionne.</p>
<p style="text-align: justify;">La  seconda direzione nella quale muoversi è quella dell&#8217;unità. L&#8217;unità  politica con le forze che con noi stanno costituendo la Federazione  della Sinistra. Utilizziamo il congresso per valorizzare questo aspetto:  dopo tante anni di divisioni i comunisti e le forze di sinistra  socialista e anticapitalista ritrovano le ragioni dell&#8217;unità e della  ricomposizione. E l&#8217;unità d&#8217;azione – oltre ai comitati per il 16 ottobre  potremmo fare i comitati per il si al referendum sull&#8217;acqua – con le  altre forze politiche e movimenti che si collocano a sinistra del Pd. In  questo modo, collegando questo lavoro con l&#8217;obiettivo che ci accomuna a  tutte le forze democratiche di unirci per battere Berlusconi potremmo  essere percepiti non solo come un partito che dice delle cose giuste ma  che  non riesce a metterle in pratica, ma anche, finalmente, come una  forza politica in grado di incidere, sia politicamente sia socialmente.</p>
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		<title>A settembre un forum delle sinistre</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 07:05:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/07/a-settembre-un-forum-delle-sinistre/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/308460_j_lb-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="308460_j_lb" /></a>Il Presidente della Banca centrale europea, Jean  Claude Trichet, ha detto recentemente: «Siamo davanti ad una crisi  sistemica». Siccome in tutti questi anni lui e gli altri che hanno  gestito l&#8217;economia mondiale hanno sempre detto che con la  globalizzazione e il libero mercato si sarebbe creato benessere per  tutti, dovrebbero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/308460_j_lb.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1723" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="308460_j_lb" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/308460_j_lb.jpg" alt="" width="244" height="183" /></a>Il Presidente della Banca centrale europea, Jean  Claude Trichet, ha detto recentemente: «Siamo davanti ad una crisi  sistemica». Siccome in tutti questi anni lui e gli altri che hanno  gestito l&#8217;economia mondiale hanno sempre detto che con la  globalizzazione e il libero mercato si sarebbe creato benessere per  tutti, dovrebbero farsi da parte.<br />
Ma veramente in questa crisi  economica le cose stanno andando male per tutti? Niente di più falso.  Parlano i dati. Le cinquecento aziende più importanti del mondo, nel  2009, hanno aumentato i profitti del 335%. L&#8217;utile netto delle  multinazionali nel 2010 è aumentato del 210%. In Italia l&#8217;evasione  fiscale è di 120 miliardi euro anno. Il 64% delle barche di lusso è  intestato a nullatenenti , la vendita dei beni di lusso è cresciuta del  4,8% nel 2010 e chi dichiara un reddito superiore ai 100.000 euro  rappresenta l&#8217;1% della popolazione italiana. In compenso il 72% delle  pensioni erogate è inferiore ai 1000 euro e il 45,9% inferiore ai 500  euro. Berlusconi sostiene che con la sua manovra economica «non ha messo  le mani in tasca agli italiani».</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1722"></span>Anche su questo nulla di più  falso. A parte i super ricchi come lui e gli evasori fiscali che non  vengono minimamente colpiti, i tagli alle regioni significheranno  riduzioni di servizi e aumenti delle rette. La finestra unica annuale  per andare in pensione determinerà che chi, senza lavoro, attende la  pensione di vecchiaia perderà 7150 euro. Si potrebbe proseguire. Basta  dire che in questi vent&#8217;anni i «sacrifici» sono stati a senso unico  poiché i salari gli stipendi e le pensioni hanno perso il 20% del loro  potere di acquisto a vantaggio del profitto e della rendita.<br />
A  proposito di questo scenario si potrebbero fare tanti ragionamenti. Io  ne faccio uno, forse un po&#8217; semplicistico, ma è quello che penso. I  padroni hanno fatto il loro mestiere, le forze che dovevano tutelare i  lavoratori e i ceti sociali più deboli hanno fallito su tutta la linea.  La rincorsa delle politiche liberiste e le privatizzazioni hanno fatto  arricchire i soliti noti e tolto dalle mani dello stato settori  strategici. L&#8217;assunzione del maggioritario e del presidenzialismo ha  alimentato la personalizzazione della politica, svuotato le assemblee  elettive.<br />
Tutte le svolte attuate dal maggiore partito della  sinistra, dallo scioglimento del Pci ad oggi (Pds, Ds, Pd), hanno avuto  questa impostazione e non solo il consenso elettorale è diminuito, ma la  mancanza di proposta politica, come giustamente rilevava Valentino  Parlato nell&#8217;editoriale di domenica scorsa, è totale. Lo dimostra il  fatto che, pur in presenza di una crisi profonda del governo e del Pdl,  non emerge un&#8217;alternativa. Tuttavia se Atene piange, Sparta non ride!  Anche noi, forze che in questi anni hanno tentato di costruire una  alternativa sia alle destre che al centrosinistra, abbiamo fallito e  siamo divisi.<br />
Dobbiamo provare a fare qualcosa per uscire da questa  afasia. A sinistra del Pd ci sono vari progetti in campo. Non intendo  metterli in discussione, anzi. Per parte mia sono impegnato nella  costruzione della Fds, poiché credo che sia necessaria una  riunificazione delle forze della sinistra, ma penso che ciò debba  avvenire senza rinunciare all&#8217;autonomia dal Pd e senza cancellare la  propria identità.<br />
Detto questo, e quindi dando per scontato che  ognuno persegue legittimamente il proprio progetto, perché non provare a  unire le forze sulle tante cose che ci uniscono? Cosa ci dice il  successo della raccolta di firme del referendum sull&#8217;acqua, se non che  l&#8217;unità su contenuti chiari funziona da moltiplicatore e suscita  energie? Visto che diciamo le stesse cose, perché non lavorare assieme  per contrastare la manovra economica del Governo e il vergognoso accordo  proposto dalla Fiat per Pomigliano?<br />
Perché non costruire un «luogo  comune» dove si possa discutere di questo e di altro e trovare le  possibili soluzioni? In questi giorni è circolato un appello. Sta  raccogliendo numerose adesioni. A settembre ci si propone di riunirsi  per vedere cosa si può fare. Perché il manifesto e l&#8217;Associazione per il  Rinnovamento della Sinistra, da sempre luoghi plurali della sinistra,  non ne diventano promotori?</p>
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		<title>1960: la rivolta di una generazione</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 08:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/07/1960-la-rivolta-di-una-generazione/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/1960-Reggio-Emilia-180x300.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="1960-Reggio Emilia" /></a>Lauro Farioli, operaio di 22 anni,  orfano di padre, sposato e padre di un bambino; Ovidio Franchi, operaio  di 19 anni, il più giovane dei caduti; Emilio Reverberi, operaio di 39  anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi; Marino Serri, pastore di  41 anni, partigiano, primo di 6 fratelli; Afro Tondelli, 36 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/1960-Reggio-Emilia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1613" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="1960-Reggio Emilia" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/1960-Reggio-Emilia-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Lauro Farioli, operaio di 22 anni,  orfano di padre, sposato e padre di un bambino; Ovidio Franchi, operaio  di 19 anni, il più giovane dei caduti; Emilio Reverberi, operaio di 39  anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi; Marino Serri, pastore di  41 anni, partigiano, primo di 6 fratelli; Afro Tondelli, 36 anni,  operaio, partigiano della 76a Sap, quinto di otto fratelli. Sono nomi  diventati familiari a milioni di compagne e compagni che in questi  decenni, alle manifestazioni, hanno cantato la bellissima canzone di  Fausto Amodei, “Per i morti di Reggio Emilia”. Morti a Reggio Emilia,  appunto, nella piazza che oggi si chiama ”Martiri 7 luglio”. Assassinati  nell’estate di 50 anni fa dal piombo delle “forze dell’ordine” del  governo Tambroni. Erano in piazza a manifestare contro la repressione  che si era scatenata in tutto il Paese, con morti e feriti, dopo che la  mobilitazione a Genova era riuscita ad impedire che in quella città –  medaglia d’oro della Resistenza – si tenesse il congresso del Msi. Una  nuova generazione, quella delle magliette a strisce, aveva riempito le  strade e le piazze di tutta Italia. In continuità con quella precedente  che aveva fatto la Resistenza, si mobilitò contro un governo – il  governo Tambroni – che era nato nel marzo del 1960 con l’appoggio  decisivo del Msi.   Ad appena 15 anni dalla sconfitta del  fascismo e dalla cacciata dei  tedeschi, questa generazione riteneva  giustamente inaccettabile che un  partito guidato da Almirante,  fucilatore di partigiani, venisse  accreditato come un partito  democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1612"></span>Inoltre, la richiesta di  svolgere il congresso a Genova,  venne ritenuta, giustamente, una  provocazione. La mobilitazione di  quelle giornate, dei ragazzi con le  magliette a strisce, sostenuta  fortemente dal Pci e dalla Cgil,  cercarono di fermarla con repressione  brutale. Ci furono morti, feriti,  numerosi arresti, ma il governo e i  padroni persero. Dopo pochi giorni  Tambroni cadde e si avviò la  stagione del governo di centro sinistra. Si  stavano aprendo scenari  nuovi. Dopo la sconfitta operaia degli anni 50,  sbocciavano i germogli  di una ripresa della lotta. La grande vertenza  degli elettromeccanici  tra il 1960 e il 1961 e le proteste a Torino di  Piazza Statuto del 1962  erano i primi episodi di fermento che sarebbero  poi culminati nelle  lotte del ’68 e ’69. Una nuova generazione, quella  delle magliette a  strisce, e una nuova classe operaia, l’operaio massa  della nuova  fabbrica fordista che sostituiva l’operaio specializzato,  furono il  cuore pulsante di quella stagione. Quel ciclo di lotte si è  concluso  con la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat del 1980. Da allora   l’offensiva politica, sociale, culturale è passata nelle mani delle   classi dominanti.<br />
Non dobbiamo essere pessimisti. Così come dopo gli  anni bui dei reparti  confino, di Scelba e Tambroni, una nuova  generazione è scesa in campo e  un nuovo ciclo di lotte ha “spinto in  avanti la ruota della storia”,  così avverrà oggi. Le contraddizioni di  questo sistema, che la crisi  economica in corso rende evidentissime,  produrranno inevitabilmente  lotte e nuove forme di mobilitazione e  protesta. Il risultato  sorprendente del “no“ a Pomigliano, ma anche le  numerose manifestazioni  di tutti i tipi che ci sono state nel nostro  Paese in questi ultimi  mesi, dimostrano che l’Italia non è un Paese  pacificato. La generazione  stupidamente definita dei “bamboccioni” in  realtà sta provando,  attraverso forme completamente nuove, in  particolare con l’uso di quello  strumento straordinario che è la rete,  ad organizzarsi. Sta a noi,  forze che a sinistra non hanno rinunciato a  ritenere che le idee di  trasformazione che hanno animato il movimento  operaio in questi due  secoli fossero fondate, ricostruire un soggetto  politico che possa  essere utile a questo scopo e attrattivo per questi  soggetti che si  affacciano oggi alla politica e che vorrebbero “abolire  lo stato di cose  presente”. Tocca a noi ridare credibilità alle parole  che per  tantissimo tempo hanno significato cambiamento, riscatto per  le classi  subalterne: Sinistra, Comunismo. In questi anni non lo  abbiamo fatto e,  anche per questo, queste parole, per molti giovani,  non sono credibili e  attrattive. Troppo spesso i nostri comportamenti  sono andati nella  direzione opposta a quella dichiarata. Non si tratta  di ritornare al  passato. Tuttavia, pensando a quei tempi e a quegli  episodi (a partire  dai fatti del luglio 1960, che in questi giorni  ricordiamo con  iniziative in tutta Italia), non possiamo non riflettere  sul fatto che  la politica della sinistra allora vivesse principalmente  di valori e  ideali e che chi si impegnava in quel progetto non lo  faceva per  diventare consigliere, assessore o parlamentare, ma perché  ci credeva.  Dobbiamo ritrovare quella passione, quella tensione ideale,  quella  solidarietà interna. Altrimenti la ruota della storia tornerà a  girare,  ma questa volta senza di noi.</p>
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		<title>Pomigliano</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 10:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/06/pomigliano/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/fiom-operaio-300x250.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="fiom operaio" /></a>In queste ore si decide un fatto di straordinaria importanza. Mi riferisco alla vicenda della Fiat di Pomigliano d&#8217;Arco.  Si tratta di una proposta di accordo di una gravità inaudita. Non propone solo  un peggioramento drammatico delle condizioni di lavoro degli addetti di quella fabbrica. Si tratta  dell&#8217;ipotesi di violare leggi e contratti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/fiom-operaio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1456" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="fiom operaio" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/fiom-operaio-300x250.jpg" alt="" width="238" height="199" /></a>In queste ore si decide un fatto di straordinaria importanza. Mi riferisco alla vicenda della Fiat di Pomigliano d&#8217;Arco.  Si tratta di una proposta di accordo di una gravità inaudita. Non propone solo  un peggioramento drammatico delle condizioni di lavoro degli addetti di quella fabbrica. Si tratta  dell&#8217;ipotesi di violare leggi e contratti sottoscritti. Se passa questo accordo, passa il concetto che, in nome di esigenze superiori, qualsiasi cosa è  lecita. Da questo punto di vista considero ben più grave questa vicenda  dell&#8217;accordo della Fiat degli anni &#8216;80. Allora i padroni riuscirono a piegare la  lotta operaia. Con quella sconfitta si chiuse un ciclo, iniziato con le grandi  lotte e le grandi conquiste dell&#8217;autunno caldo. Oggi, non solo si vuole  piegare uno dei punti più alti di resistenza operaia, ma si vuole dare all&#8217;impresa  la possibilità, in nome delle sue esigenze, di violare leggi e accordi sottoscritti. Purtroppo il ricatto è pesante. E il discorso sempre  quello: o pieghi la testa o perdi anche quel poco che ti può restare: un lavoro  sempre più disumano e schiavizzante.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1455"></span>In questo contesto, più veloci della luce, si sono  già pronunciati i grilli parlanti del padrone: il ministro Sacconi, il  ministro Tremonti. La Mercegaglia è entusiasta. Bonanni e Angeletti, che essendo  due segretari generali di due sindacati dovrebbero opporsi, si schierano con  la Fiat.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi è nota: se gli operai di Pomigliano non  accettano le proposte della Fiat, la produzione verrà spostata all&#8217;estero dove la  mano d&#8217;opera costa meno e ci sono leggi e contratti più favorevoli per il  padrone. A nessuno, però, viene in mente che se le cose stanno così c&#8217;è qualcosa  che non funziona nel SISTEMA?</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha nessuna  logica, infatti, in un contesto di progresso tecnologico, scientifico, produttivo,  peggiorare, anziché migliorare, le condizioni di vita e di  lavoro. Può sembrare un discorso astratto o ideologico, ma il punto è proprio  questo: o si supera questo sistema capitalistico, oppure, come vediamo anche rispetto  alle manovre che vengono proposte dai vari governi per “superare” la crisi,  si marcia speditamente verso la regressione. “Socialismo o barbarie”, si  diceva in altri tempi, ma la realtà è ancora quella! La differenza è che la  sinistra, nelle sue componenti maggioritarie, ha rinunciato a mettere in  discussione il sistema, mentre, come si vede, il capitalismo non ha affatto rinunciato  ad usare tutti i mezzi per mantenere il potere. Alcuni esponenti del Pd non solo  si sono schierati  a favore dell&#8217;accordo, ma sollecitano la Cgil a rompere gli indugi e fare altrettanto. L&#8217;Italia  dei Valori è silente, a dimostrazione che la lotta contro Berlusconi se non  si associa anche alla lotta contro la Confindustria serve a poco ai ceti  sociali più deboli. Per non parlare di tutti quelli che in questi giorni si sono mobilitati, giustamente, per la libertà contro la legge sulle  intercettazioni. Non hanno nulla da dire su questo scempio di libertà? Che a lavoratori e lavoratrici che guadagnano 1100 euro al mese vengano tolte pause, resi obbligatori straordinari, non pagata la malattia, aumentati in modo  inumano ritmi di lavoro&#8230; tutto questo non interessa a nessuno? Non sono  violazioni delle libertà?</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo reagire, abbiamo scritto nel post  precedente. Sì, con grande determinazione. Assieme alla Fiom, assieme a  quei lavoratori e a quelle lavoratrici. Mobilitiamoci subito come Rifondazione Comunista e  come Federazione della Sinistra, assieme a tutte le altre forze disponibili, affinché non passi questo accordo che produrrebbe una regressione di  mezzo secolo della condizione di lavoro nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Linko un ottimo articolo di Luciano Gallino sullo stesso argomento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=32339">La globalizzazione in casa &#8211; di Luciano Gallino</a></p>
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		<title>Reagire al degrado</title>
		<link>http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/06/reagire-al-degrado/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 11:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/06/reagire-al-degrado/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/scala-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="scala" /></a>Ritengo questo scritto di Angelo D&#8217;Orsi molto importante. La proposta  conclusiva fa riferimento a Torino e al Piemonte, ma tutta la  riflessione che contiene e&#8217; di carattere generale. Fa il paio con un  altro articolo scritto da Alberto Burgio qualche settimana fa e  pubblicato dal Manifesto (lo linko alla fine del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/scala.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1403" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="scala" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/scala-300x270.jpg" alt="" width="189" height="173" /></a>Ritengo questo scritto di Angelo D&#8217;Orsi molto importante. La proposta  conclusiva fa riferimento a Torino e al Piemonte, ma tutta la  riflessione che contiene e&#8217; di carattere generale. Fa il paio con un  altro articolo scritto da Alberto Burgio qualche settimana fa e  pubblicato dal Manifesto (lo linko alla fine del post). L&#8217;analisi che  emerge della situazione attuale e&#8217; drammatica! A tratti tragica.  Qualcuno potrebbe ritenerla esagerata. Io non lo penso. In altri momenti  storici la sinistra ha trascurato gli allarmi che venivano lanciati dal  mondo della intellettualita&#8217; e della cultura. Sappiamo, purtroppo, come  e&#8217; finita. Evitiamo che torni ad accadere!</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-1399"></span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è molto oltre la crisi  di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica  – uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato  sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal  “vento  del Nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova  a fronteggiare, quasi inerte, una crisi drammatica.<br />
Non è soltanto la crisi dell’economia,   la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la  crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure   solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di  estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi  dell’informazione,  che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora   percorsa.<br />
Ci troviamo, a ben vedere, e senza  alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza  morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali   oggi, come in altre stagioni della loro storia – segnatamente quella  fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 –,  si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che  memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità  repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette  sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese,  disconoscendone,  anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato  politico.<br />
Quali sono i segnali di un degrado  che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?<br />
In primo luogo, la crisi istituzionale,   che ci mostra una democrazia sulla strada dell’eutanasia, soppiantata  dal populismo mediatico. Come è possibile che un presidente del  Consiglio  intervenga telefonicamente in quasi ogni programma televisivo di  discussione  politica per aggredire, ingiuriare, e minacciare conduttori non graditi,   giornalisti scomodi, e persino il pubblico non accomodante? E come è  possibile che simili ricorrenti <em>performances </em> passino sotto silenzio, o tutt’al più vengano un po’ bonariamente  offerte al sorriso dei lettori, da qualche giornale non proprio  ossequiente?  Com’è possibile che un programma televisivo – che può essere definito  “di regime” – come il famigerato “Porta a porta” abbia un  potere decisamente superiore a quello delle due Camere? E come  stupirsene,  d’altro canto, se si bada alla inefficienza vergognosa della Camera  dei Deputati e, ancor più, del Senato della Repubblica? Inefficienza,  badiamo bene, non legata semplicemente alla scarsa “voglia di lavorare”  dei nostri rappresentanti, bensì alla pesante involuzione del sistema  parlamentare, nel degrado della democrazia rappresentativa. Abbiamo  assistito impotenti, ancorché, molti tra noi, via via più indignati,  alla confusione deliberata di spazi pubblici e spazi privati,  all’emergere  di criteri di selezione del ceto politico del tutto impropri: avvenenza  fisica,<em> look</em>, “visibilità” acquisita in televisione,  disponibilità  sessuale. E, naturalmente, favori ricevuti che devono essere a un certo  punto “ricambiati”.<br />
Il voto di scambio è oggi persino  più grave che in passato, a dispetto dell’azione della magistratura.  E’ un voto che passa attraverso organizzazioni criminali, che, per  quel che è dato di sapere, sono strettamente legate alle fortune  finanziarie  e all’ascesa politica di alcuni personaggi oggi ai vertici del potere,  e in particolare di uno di loro. I poteri locali, segnatamente nel Sud  d’Italia, sono spesso intrecciati ai poteri nascosti, ed  efficientissimi,  delle “cosche” e delle “cupole”: ma la mafia ormai ha raggiunto,  oltre che le grandi città del Nord, le istituzioni finanziarie,  avvicinandosi  al cuore del potere politico.<br />
Di questo passo, lo Stato sarà  appaltato ai capibastone, così come, nel succedersi di maggioranze  governative, esso ha ceduto, sovente a prezzi irrisori, proprietà,  competenze, controlli a privati. Il demone della privatizzazione e  dell’aziendalizzazione,  del resto, ha non da oggi equiparato, largamente, “destra” e “sinistra”.   Il governo italiano è ormai, in modo non solo palese ma sfrontato,  ridotto al ruolo di super-comitato d’affari di comitati d’affari.  La politica fiscale, per fare un solo esempio, ne è la prova assoluta.<br />
E sul fronte dell’etica pubblica  si assiste a un degrado di cui mai era visto l’eguale. Un giornalista  di destra, legato all’area governativa, dopo aver rotto con il suo  capo, ha coniato il termine “mignottocrazia”, per definire la situazione   in atto nella politica italiana: difficile dire meglio. E superfluo  insistere sul tema, utile tuttavia a dare il segno estremo di una  decadenza  che sta toccando il fondo, tipica delle epoche degli imperi al tramonto.   Ma, nello stesso tempo, questa <em>leadership</em> immorale mostra un  ossequio grottesco nei confronti della Chiesa cattolica, accettandone  i <em>diktat</em>, e sollecitandone l’appoggio in cambio di favori  economici  e a livello di potere; ma lasciando cadere nel vuoto gli appelli che  da essa giungono a una politica dell’accoglienza e del rispetto verso  i migranti, ormai ridotti al rango di “non persone”, tanto nella  legislazione in atto e nelle scelte politiche, quanto in un diffuso  senso comune che, fondato sull’ignoranza e sulla paura del diverso,  è ormai semplicemente razzista.<br />
E che dire dell’indifferenza colpevole   davanti alle questioni ambientali? La gran parte del ceto politico,  anche di opposizione appare del tutto sordo, o quanto meno in ritardo,  su quello che appare il tema dei temi del prossimo avvenire, e non solo  italiano, ma evidentemente mondiale.<br />
Davanti al degrado, sintomo e insieme  causa, ma anche strumento di salvaguardia delle cricche affaristiche  che “governano” la cosa pubblica, il controllo dell’informazione  appare un punto dirimente. Di qui la politica volta a mettere le mani  sul servizio pubblico radiotelevisivo, a controllare la stampa e  l’editoria,  i tentativi di esercitare la censura sulla Rete e quant’altro. Com’è  possibile che il presidente del Consiglio, a capo del maggiore impero  mediatico europeo, sia lasciato libero di decidere i giornalisti, i  conduttori, i dirigenti del servizio pubblico, ma anche, addirittura,  di larga parte della carta stampata? E sempre nell’indifferenza, o  quanto meno nella sottovalutazione della cosiddetta “pubblica opinione”.<br />
L’altro punto essenziale del  programma dei berlusconidi, veri e propri cloni del “capo”, di cui  eseguono senza alcuna esitazione o dubbio le direttive, tutte fondate  sul perseguimento degli interessi di un individuo e delle sue clientele,   è la drastica messa sotto controllo della magistratura, come Terzo  Potere indipendente dagli altri due. La legge sulle intercettazioni  telefoniche rappresenta un punto di incontro tra due distinti attacchi:  alla libertà d’informazione e all’indipendenza (e alla stessa  efficienza)  della magistratura, straordinario regalo alla grande criminalità, da  quella in colletti bianchi a quella della lupara. Un evidente do ut  des, da cui il primo a trarre benefici è il “capo del governo”,  e la banda di affaristi che gli si raduna intorno, dentro e fuori le  istituzioni.<br />
Il catalogo, insomma, è lungo. Catalogo   di inefficienze e nefandezze, di menzogne e di sprechi, di iniquità  sociali e di bassezze morali, che stanno devastando il panorama  italiano:  dall’ambiente alle istituzioni, dal futuro delle giovani generazioni,  completamente azzerato, alla ricerca, vittima di un vero attacco  persecutorio,  gravissimo nelle sue conseguenze a medio e lungo termine,  dalla  scuola all’università, messe sotto accusa in quanto ultimi santuari  di un sapere critico, dalla cultura, in tutta evidenza considerata un  “comparto superfluo”, ove non si contenti di fornire <em>circenses</em> alla plebe&#8230;<br />
Ma oggi non solo non ne possiamo più  di <em>circenses</em>, ma ci manca il <em>panem</em>. Gli operai sui tetti  delle fabbriche, dipendenti che si incatenano ai cancelli delle  officine,  la sequenza di suicidi di lavoratori e persino di imprenditori, il  libero  vagare sulla scena finanziaria e “imprenditoriale” di fallimentatori  di professioni, spregiudicati avventurieri della finanza, che sono  responsabili  della gran parte del dissesto del sistema produttivo… Oggi esisterebbero   le condizioni oggettive per una riscossa di quella parte d’Italia  che si riconosce nelle ragioni dei proletari, dei subalterni, dei  giovani  disoccupati e sottoccupati: di quella parte d’Italia che si è richiamata   storicamente alla Sinistra. E invece?  Il paradosso che stiamo  vivendo è che al cospetto di una crisi epocale del capitalismo, la  Sinistra appare morente: dovrebbe essere la sua stagione, dopo il crollo   del biennio “rivoluzionario” 1989/91, e invece essa appare afasica  e impacciata, a esser eufemistici, incapace di elaborare strategie,  dominata da un personale politico troppo sovente inadeguato, rissoso,  e, talora, autoreferenziale.<br />
L’alternativa, a livello nazionale,  e locale, sembra impossibile. Eppure essa è necessaria, non per la  “rivincita” della Sinistra, ma per la salvezza dell’Italia. Oggi,  più che mai il motto “socialismo o barbarie” suona come lo squillo  di tromba che deve ridestarci e spingerci all’azione, in modo serio  e meditato, ma determinato e capace di superare, innanzi tutto,  la  tendenza pericolosa della difesa dell’ “identità” di micropartiti  e, addirittura, di frazioni di micropartiti. Dall’altro canto, tuttavia,   occorre tenere ferma la barra sull’alternativa radicale a un sistema  in cui le complicità e le connivenze tra istituzioni, forze politiche  di vario orientamento, gruppi di interesse, stanno distruggendo il  Paese,  il suo tessuto connettivo, la sua forza propulsiva, e la stessa capacità   di preservare la propria memoria, l’avvenire della gioventù, la cui  esistenza è ridotta a un precariato ormai devastante su tutti i piani,  condannata a vivere l’istante come se fosse eterno.<br />
Siamo davanti a un passaggio decisivo:   o lasciare andare alla deriva la barca, aspettando il cozzo contro gli  scogli, o tentare di indirizzarne la rotta. Siamo pochi? Siamo molti?  Intanto, contiamoci. E scendiamo allo scoperto, rompendo gli indugi,  vincendo i timori, superando antiche divisioni, pronti ad allearsi con  chiunque, pur di raggiungere l’obiettivo: che, detto in una sola parola,   enfatica, ma oggi inevitabile, è la salvezza d’Italia, cominciando,  magari, da Torino e dal Piemonte. Non ci preoccupiamo se l’espressione  suoni retorica e magari richiami echi mazziniani, o garibaldini: non  ce ne preoccupiamo, in quanto riteniamo il Risorgimento un grande moto  progressivo, la cui importanza rimane fondante per la nostra storia.<br />
Dunque occorre radunare le forze,  puntando  su tutti coloro, singoli o esponenti di associazioni, circoli, gruppi  organizzati, abbiano innanzi tutto la consapevolezza del momento epocale   in cui ci troviamo e in secondo luogo  in un momento storico in cui  la gran parte del ceto intellettuale è troppo intento a badare ai fatti  propri, o in attesa di una comparsata in un <em>talk show</em> televisivo,   per scendere in campo contro la menzogna e l’indifferenza, occorre  che qualcuno faccia sentire una voce di verità, e rischi, di persona,  pur di suscitare un moto generale di reazione: che, riteniamo, debba  essere innanzi tutto eticamente fondato.<br />
Da questa prima riunione, certamente  interlocutoria, vorremmo che uscissero proposte, intendimenti, volontà: di agire, di superare vecchi  e nuovi steccati, di unirsi in un ideale Partito della Salvezza contro il Partito in atto, della  Devastazione. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi.  Correremo  il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati   dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora,  dunque.  Non domani.<br />
Affrontiamo, insieme, fin da oggi,  il fatidico “Che fare?”. Ma esprimiamo da oggi, la nostra volontà  di fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Angelo D&#8217;Orsi</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=32060">Articolo di Alberto Burgio: Il gioco si fa duro</a></strong></p>
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		<title>Una crisi di sistema</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 13:05:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/06/una-crisi-di-sistema/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/crisi-finanziaria-300x200.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="crisi-finanziaria" /></a>In una recente riunione che ho concluso a Milano ho avuto una interlocuzione con il compagno Aldo Giannuli. Al termine della riunione stessa, Aldo, avanzandomi delle obiezioni, mi ha chiesto se ero disponibile a confrontarmi con lui in merito ad alcune sue riflessioni. Ho accettato di buon grado.  Siccome il confronto verte sulla crisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/crisi-finanziaria.jpg"><img class="size-medium wp-image-1331 alignright" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="crisi-finanziaria" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/crisi-finanziaria-300x200.jpg" alt="" width="239" height="156" /></a>In una recente riunione che ho concluso a Milano ho avuto una interlocuzione con il compagno Aldo Giannuli. Al termine della riunione stessa, Aldo, avanzandomi delle obiezioni, mi ha chiesto se ero disponibile a confrontarmi con lui in merito ad alcune sue riflessioni. Ho accettato di buon grado.  Siccome il confronto verte sulla crisi economica e sulle prospettive dei comunisti e della sinistra di alternativa, credo possa interessare anche altri compagne e compagni, per cui lo posto anche sul mio blog.<br />
Qui di seguito le riflessioni di Giannuli e le mie.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1330"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettera aperta a Claudio Grassi: ma quale è la nostra proposta di fronte alla crisi?</strong><em><br />
da <a href="http://www.aldogiannuli.it">www.aldogiannuli.it</a></em><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Claudio,<br />
colgo l’occasione del tuo discorso conclusivo della riunione di “Essere Comunisti” sabato scorso a Milano per ragionare meglio su un punto che hai toccato di sfuggita ma che mi sembra essenziale per la definizione della linea politica di Rifondazione.<br />
Mi riferisco alla tua affermazione per cui siano in presenza di una crisi da sovra produzione che, dunque, richiede interventi ti tipo classicamente keinesiano (rialzo dei salari, rilancio dell’occupazione ecc), per sostenere la domanda sul mercato e rimettere in equilibrio l’economia.<br />
In effetti, sono presenti elementi di sovra produzione: la depressione del monte salari obbliga i ceti subalterni ad indebitarsi, questo genera masse di capitale fittizio che si svela per tale quando l’insolvenza dei debitori diventa conclamata; questo provoca una caduta della domanda che rende le merci prodotte invendibili, con la conseguente mancata realizzazione del profitto.<br />
E’ quello che è successo con la crisi dei mutui e che  assomiglia da vicino ai meccanismi della grande crisi del 1929. Personalmente non credo che questa sia la definizione più adatta per la crisi attuale, perchè non è questo l’aspetto peculiare, ma potremmo anche scegliere questa definizione, tutto sta a capirsi sul significato delle parole.<br />
I vari aspetti di questa crisi erano stati analizzati da Alberto Burgio nel suo pregevole “Senza Democrazia”, la cui lettura consiglio sempre a studenti ed amici, anche se, per la verità, Alberto non sempre ha tratto tutte le conseguenze delle tendenze che individuava ed, in alcuni tratti, mi è parso troppo suggestionato dal parallelo analogico con il 1929.<br />
Tuttavia, ho l’impressione che si stia facendo strada una vulgata un po’ troppo semplificativa, che forza ancora di più l’analogia con la “Grande crisi”, sino ad una trasposizione meccanica delle ricette keinesiane.<br />
A differenza di settanta anni fa, dobbiamo fare i conti con una serie di elementi del tutto nuovi. In primo luogo, è vero che anche la crisi del 1929 fu innescata dall’insolvenza della Germania di fronte al suo debito per le riparazioni di Guerra, ma è anche vero che essa ebbe uno svolgimento prevalentemente interno ai mercati nazionali. E pertanto, le soluzioni del New Deal, con i loro imponenti programmi di opere pubbliche, pur se non bastevoli a superare del tutto la depressione, ottennero comunque l’effetto di invertire la tendenza, avviando la ripresa e conducendola a buon punto. Si può discutere se il decollo degli Usa quale prima potenza economica mondiale sarebbe ugualmente avvenuto -ed in quei tempi- senza l’immenso consumo a fondo perduto della Guerra e la ricostruzione dei paesi europei, ma  è ragionevole supporre che, pur se in tempi più lenti, il New Deal avrebbe conseguito i suoi obiettivi.<br />
Però gli Usa di Roosevelt erano un paese altamente industrializzato che produceva la gran parte di quello che si acquistava sul mercato interno. Qui, invece ci troviamo di fronte a questa situazione:<br />
a- un ventennio di delocalizzazione ha ridotto fortemente il potenziale industriale degli Usa (ed, in misura inferiore, dell’Europa)<br />
b- per cui gli Usa nel loro complesso consumano circa il 20-25% in più di quello che producono e da ormai da un quindicennio<br />
c- i consumatori americani hanno retto la domanda sul mercato interno soprattutto grazie al massiccio indebitamento privato (mutui, carte di credito, rate auto ecc.) che è alla base della bolla finanziaria<br />
d- le banche americano hanno trovato  modo di “esportare” i loro crediti (più o meno inesigibili) sotto forma di prodotti finanziari atipici sbolognati alle banche europee, giapponesi ecc.<br />
c- l’Amministrazione americana, dal canto suo, ha rimediato al suo surplus di spese emettendo masse crescenti di titoli di debito pubblico (appioppati soprattutto alla Cina ed ai paesi mediorientali)<br />
d- la quadratura finale del cerchio è stata assicurata dai diritti di signoraggio sulla moneta unica di riferimento e di scambio mondiale, appunto, il dollaro<br />
e- in misura diversa, questi processi hanno riguardato anche l’Eurozona, dove si affiancano paesi creditori (come la Germania o l’Olanda) e paesi debitori (soprattutto quelli meridionali ma anche l’Irlanda)<br />
Già questo scenario rende manifestamente insufficienti le classiche ricette keinesiane: limitarsi ad aumentare il monte salari negli Usa o in Europa otterrebbe solo il risultato di peggiorare ulteriormente la bilancia commerciale con i paesi asiatici (Cina in primo luogo, ma anche India , Indonesia, Corea, Taiwan, Giappone), con le conseguenze che è facile immaginare.<br />
Per un riequilibrio complessivo, sarebbe auspicabile una crescita salariale nei paesi maggiori esportatori (in particolare in Cina) o un riallineamento complessivo delle monete, in modo da attenuarne la competitività e permettere una ripresa produttiva dei paesi importatori. Ma nè l’una nè l’altra cosa sembrano soluzioni praticabili, per lo meno a breve. D’altra parte, un cambio meno vantaggioso delle monete occidentali rispetto a quelle asiatiche (reminbi in particolare) se, da un lato ridurrebbe le importazioni da quei paesi, dall’altro peggiorerebbe il potere d’acquisto dei salari.<br />
Ma il guaio peggiore , è ancora un’altro: questa crisi non presenta solo  e tanto aspetti di sovra produzione, ma anche di scarsità. E non si tratta affatto di un dato  di poco conto. Noi siamo in presenza di:<br />
a- un boom demografico che non accenna a calare (stiamo toccando quota 7 miliardi)<br />
b- una esplosione dei consumi dovuta al fatto che, per la prima volta, masse ingentissime, come quelle dei paesi asiatici, accedono a beni sin qui preclusi (dal miglioramento dei generi alimentari al possesso di oggetti elettronici ecc.)<br />
Ne consegue una scarsità generalizzata di quasi tutte le commodities –dal rame allo zinco, dal litio al platino, dai platinoidi al cacao, dal ferro alla soya, dal mais, per non dire di oro e petrolio-.<br />
Per di più questo innesca nuove bolle speculative attraverso il meccanismo dei future.<br />
Il che significa, in buona sostanza, che, contrariamente a quanto accade normalmente nelle grandi crisi seguite da fasi depressive, non dobbiamo aspettarci la prosecuzione della tendenza alla deflazione (peraltro modestissima) di questi anni, ma, al contrario, il rischio di una forte fiammata inflazionistica. Ed è già chiaro che il rischio si presenterà imponente nel 2012, quando verranno a scadenza una considerevole massa di titoli di debito pubblico, in buona parte americani: se l’asta dovesse andare male (come tutto fa presagire), questo spingerebbe gli stati (Usa in testa) ad emettere moneta in quantità, dando il via alla spirale inflazionistica.<br />
In queste condizioni, le soluzioni keinesiane sperimentate non appaiono pertinenti o efficaci. Questo porta inevitabilmente ad uno scontro sugli assetti di potere (fra stati, classi, imprese) che va ben al di là di qualche intervento sui salari.<br />
D’altra parte, definire una linea credibile, che permetta ai ceti subalterni di entrare in gioco e farsi valere, non è cosa che possa esaurirsi in ambito nazionale (o ridursi a qualche modesta trovata come la “michetta ad un euro”) ed allora, perchè Rifondazione non prova a promuovere un incontro con le altre forze della sinistra europea (tedeschi, francesi, greci, portoghesi, spagnoli, islandesi ecc.)? Potrebbe essere l’occasione per avviare almeno alcune campagne internazionali come, ad esempio, la nazionalizzazione delle banche, il superamento del dollaro come moneta di riferimento internazionale,  l’istituzione della Tobin Tax, la tassazione dei redditi manageriali, la revisione del regime delle stock options ecc.<br />
Come sai io sono molto scettico, a questo punto, sulla sorte di Rifondazione comunista e  della Federazione della Sinistra  (e ti ho chiaramente espresso i miei dubbi proprio sabato) ma sarei felicissimo di ammettere di aver sbagliato, constatando che Rifondazione e la Federazione sono vitali e in grado di dare un contributo effettivo alla formazione di una convincente linea di sinistra al livello dei problemi che abbiamo davanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’amicizia di sempre</p>
<p style="text-align: justify;">Aldo Giannuli</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Caro Aldo,<br />
la tua lettera, come già il tuo intervento in assemblea, è di grande stimolo. Mette i piedi nel piatto di una questione – la politica economica dei comunisti per fronteggiare la crisi – molto importante.<br />
Non dico “essenziale”, lasciandomi trascinare dalla retorica, perché un’analisi oggettiva, foss’anche sommaria, dello stato della sinistra in Occidente, e in primo luogo in Italia, non ci suggerisce di assegnare alla carenza soggettiva di proposte in materia economica il ruolo di causa principe della crisi storica del nostro consenso. Molto di più rileva il contesto oggettivo di profonda lacerazione del sistema produttivo, che ha portato con sé, dai primi anni Ottanta in poi, una frammentazione del ciclo e dunque della classe operaia che ha determinato a livello strutturale l’affievolirsi di quei legami di classe che hanno determinato tanta parte del consenso (e, aggiungo, del senso) della proposta politica dei comunisti nel secolo scorso. Da qui gli stravolgimenti epocali di carattere sociale e culturale in senso lato, l’arretramento della coscienza di classe, l’affermazione veicolata di controvalori reazionari e individualistici. E dentro questo quadro, da ultimo, l’inadeguatezza di gruppi dirigenti che hanno compiuto scelte politiche profondamente sbagliate (con le dovute proporzioni: dalla svolta della Bolognina al secondo governo Prodi e all’Arcobaleno).<br />
Questa prima considerazione fa il paio con una seconda: tu esprimi dubbi sulla linea di Rifondazione comunista e della Federazione della sinistra a partire dalla contestazione di un punto di analisi (la crisi è di sovrapproduzione). In questo secondo me compi un errore metodologico prima che analitico.<br />
Ammettiamo che non sia esattamente (o, come tu affermi, non soltanto)  una crisi di sovrapproduzione: in che cosa viene intaccata la linea politica del Prc e della Federazione e, dunque, il profilo complessivo della nostra impresa politica?<br />
Risponderai che una analisi precisa e scientifica è all’origine di ogni scelta politica. Ma sai bene che nessuna comunità scientifica, nemmeno quella marxista, è in condizione di definire in termini di verità assoluta l&#8217;insieme di cause e concause che determina una congiuntura economica. Si formulano ipotesi, provando a corroborarle con dati e analisi empiriche.<br />
Ribadisco che il punto centrale dell&#8217;analisi &#8211; centrale, e dunque dirimente anche nell&#8217;elaborazione conseguente della proposta politica &#8211; è il seguente: la crisi non è finanziaria, ma è di sistema.<br />
Ciò che ha scatenato la crisi finanziaria ormai due anni fa – e cioè l’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime negli Stati Uniti – è una pratica di indebitamento di massa che ha alla radice la povertà endemicamente diffusa della società nord-americana e una politica di compressione salariale che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni del l&#8217;intero capitalismo occidentale tesa all’estorsione, in concomitanza con l’aumento generale della produzione, di maggiore plusvalore. Il punto centrale è quindi che la crisi si colloca nel meccanismo di accumulazione reale e non nelle regole della finanza.<br />
Questo cosa significa? Che qualunque intervento pubblico debole sul piano strategico e non orientante non serve a nulla, perché non interviene a modificare alla radice la falla che ha prodotto la crisi. In questo concordo pienamente con te.<br />
La logica conseguenza di questo assunto è allora che il tema strategico da porre con forza  la modifica del modo di produzione, con ciò che questo comporta sul piano della proprietà dei mezzi di produzione e dunque della gestione politica («l&#8217;autonomia dei produttori») dell&#8217;economia.<br />
Ma da qui al socialismo ci sono misure che ricostruiscono un equilibrio economico virtuoso nel quale il soggetto operaio accresce, contemporaneamente al suo potere d&#8217;acquisto, il proprio potere di contrattazione costruendo rapporti di forza tra le classi più adeguati all&#8217;obiettivo strategico? Nel ciclo di lotte Sessanta-Settanta che ha prodotto conquiste e tutele (e l&#8217;avanzamento politico-elettorale dell&#8217;egemonia della sinistra) si è trovato un compromesso virtuoso di stampo socialdemocratico con un intervento economico sostanzialmente keinesiano.<br />
Oggi, un intervento statale che rialzi i salari e rilanci l&#8217;occupazione, investendo &#8211; come è ovvio &#8211; in particolare sui settori ad alta innovazione tecnologica e sulla ricerca, a tutti i livelli, è una risposta alla crisi che consente contestualmente il miglioramento dei rapporti di forza tra le classi? Io penso di sì, e non penso che vi siano risposte statali diverse migliori di questa, a maggior ragione perché l&#8217;alternativa più praticata è l&#8217;indebitamento degli Stati nei confronti di organismi sovranazionali per loro natura iper-liberisti (come il Fmi) i quali impongono agli Stati (e cioè attraverso esborsi di denaro pubblico, e cioè dei alvoratori) politiche economiche anti-sociali.<br />
Il quadro che tu correttamente descrivi e che, in buona sostanza, è caratterizzato dal venir meno della forza produttiva interna di ogni singolo Stato (per tramite di delocalizzazioni, maggiore dipendenza dalle importazioni dei maggiori Paesi capitalistici, una finanziarizzazione molto spinta), non modifica l&#8217;assunto di fondo. Semplicemente chiama in causa nuovi soggetti, dall&#8217;Europa (cosa ben diversa dall&#8217;Unione Europea liberista di Maastricht) alla Russia, alla Cina, all&#8217;India, al bacino economico latino-americano, dall&#8217;interazione possibile dei quali (e, fai bene tu stesso a ricordarlo, dalla crescita salariale dei  nuovi Paesi esportatori) possono nascere alcune delle risposte che attendiamo.<br />
Quanto all&#8217;invito che tu rivolgi in conclusione al partito (farsi promotore di un raccordo a livello europeo con le altre forze della sinistra nel Continente), lo condivido e penso debba essere uno degli obiettivi principali di un partito che vuole costruire, oltre al Gue, un luogo dove si incontrino tutte le forze comuniste e anticapitaliste interessate a costruire risposte comuni alla crisi del capitalismo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Con altrettanta stima,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Claudio Grassi</em></p>
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		<title>Una partita ancora aperta</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 10:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/05/una-partita-ancora-aperta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/dama-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="dama" /></a>Editoriale di Claudio Grassi e Alberto Burgio del nuovo numero della rivista Essere Comunisti

Gli avvenimenti incalzano. Non alludiamo soltanto al teatro politico, sotto i riflettori dei grandi mezzi d’informazione. La realtà cambia ogni giorno anche – prima di tutto – nel paesaggio sociale del Paese, travolto da una crisi devastante. Il crollo della produzione costringe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Editoriale di Claudio Grassi e Alberto Burgio del nuovo numero della rivista Essere Comunisti</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/dama.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-932" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="dama" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/dama-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli avvenimenti incalzano. Non alludiamo soltanto al teatro politico, sotto i riflettori dei grandi mezzi d’informazione. La realtà cambia ogni giorno anche – prima di tutto – nel paesaggio sociale del Paese, travolto da una crisi devastante. Il crollo della produzione costringe migliaia di imprese (a cominciare dalla Fiat) a chiudere stabilimenti e a delocalizzare. Il governo guarda altrove, pratica il «rigore finanziario» tagliando la spesa sociale e le risorse di Regioni e Comuni, e attacca a testa bassa tutele e diritti del lavoro (dal contratto nazionale all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). Intanto l’esercito dei poveri e dei senzalavoro si ingrossa (la disoccupazione reale si avvicina al 12% e coinvolge il 28% della forza-lavoro giovanile), le famiglie si indebitano, i più disperati – non soltanto lavoratori disoccupati, anche piccoli imprenditori rovinati – arrivano alla scelta tragica di por fine a una vita divenuta insostenibile. Di questo la politica dovrebbe occuparsi in primo luogo. Che non lo faccia e rimuova il dramma di un Paese allo stremo, è il metro più preciso della sua grave crisi «intellettuale e morale».</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-931"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma una crisi profonda scuote anche il Palazzo. Le ultime elezioni regionali – vinte dal partito dell’astensionismo, limpida testimonianza di una drammatica crisi di rappresentatività della politica – sono state un vero terremoto, e ciò dimostra la fallacia dei commenti dell’indomani, perlopiù improntati a una simulata soddisfazione.<br />
Partiamo, com’è giusto, da noi. Il risultato della Federazione della sinistra è stato deludente. Abbiamo perso poco meno di 300mila voti rispetto alle europee del 2009, qualcosa come un terzo del nostro già esiguo elettorato. Ci attestiamo su una soglia percentuale (2,8%) che evoca concretamente il rischio dell’estinzione. Articolando meglio l’analisi, il responso delle urne, considerate anche le amministrative, dice con nettezza che andiamo peggio dove non siamo in coalizione né col centrosinistra né con Sinistra ecologia e libertà.<br />
Torneremo più avanti su quest’ultimo aspetto, ma è possibile trarre subito una prima indicazione: il dato più evidente – per tutta la sinistra, anche per Sel e per i Verdi – è che una forza potenzialmente influente (a nostro giudizio ben al di là del 6% conquistato in questa tornata elettorale) si condanna all’irrilevanza (e mette a rischio la sua stessa esistenza) perché è frammentata in formazioni troppo piccole per raccogliere fiducia e consenso. Parlano in questo senso anche il successo ottenuto da liste di protesta con forti connotati qualunquistici (prima tra tutte il movimento di Grillo) e il massiccio astensionismo che ha colpito anche a sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il terremoto ha sconvolto soprattutto le forze politiche maggiori, a cominciare dal Pd (che, duramente battuto, ha sostanzialmente rimosso la sconfitta) e dal Pdl (che, pur tenendo le posizioni e conquistando alcune Regioni, vede crescere minacciosa la forza concorrente della Lega Nord, sempre più determinata a dettare l’agenda politica del governo nazionale). Non è il caso di indugiare su dettagli a tutti noti, stiamo al dato politico.<br />
Il Pd ha perso, oltre alla Calabria, tre regioni strategiche (Lazio, Piemonte e Campania) e diversi Comuni (tra cui la storica roccaforte di Mantova) per un fatto semplice quanto grave: perde, continua a perdere terreno (circa mezzo milione di voti nel giro di un anno), perché non rappresenta un’alternativa credibile al centrodestra. È una forza incolore, senz’anima né identità. Appare privo di progetto (ciò che peraltro la dirigenza democratica ammette in modo esplicito nel momento in cui rinvia al 2011 la definizione di una organica piattaforma programmatica), come paralizzato dai veti incrociati imposti da un’estenuante lotta interna. Oggi emerge con tutta chiarezza la sofferenza di un partito costruito in omaggio al modello bipolare (ritenuto massima espressione di democrazia) assemblando a freddo – prima ancora che settori diversi di notabilato politico – storie e culture politiche tra loro distanti e spesso confliggenti.<br />
Il punto è che – per quanto paradossale ciò possa sembrare – nemmeno il Pdl ha vinto queste elezioni. Certo, per Berlusconi si è trattato di un risultato tutt’altro che disprezzabile. Ha del miracoloso (e la dice lunga su che cosa sia diventata l’Italia in questi vent’anni) che il centrodestra abbia sostanzialmente tenuto (perdendo sì quasi due milioni di voti rispetto al 2009, ma strappando al Pd quattro Regioni) nonostante le squallide vicende della Protezione civile e del G8 de L’Aquila, gli scontri col Quirinale e con la Corte costituzionale sulle leggi <em>ad personam</em>, gli scandali sessuali del presidente del Consiglio e la tensione continua tra governo e presidenza della Camera. Ma questo risultato positivo nasconde due seri problemi, probabilmente destinati a provocare sconvolgimenti nel prossimo futuro.<br />
Il primo riguarda i rapporti di forza all’interno del centrodestra. L’avanzata della Lega, che sfonda anche nell’Italia «rossa», modifica la fisionomia della maggioranza dando fiato alle forze più retrive, determinate a cavalcare le pulsioni xenofobe e razziste, a dissolvere quanto resta della coesione sociale e a risolvere la crisi tutelando le regioni più ricche e distruggendo l’unità del Paese. Berlusconi non può più illudersi di tenere a bada Bossi con promesse da marinaio. È prigioniero di un’alleanza che lo costringe a concessioni – sul piano delle «riforme» istituzionali – che parte del suo partito (e settori dei poteri sociali forti, sul sostegno dei quali il governo ha potuto sin qui fare affidamento) vede come il fumo negli occhi.<br />
Qui si pone il secondo problema, non per caso esploso con estrema violenza nemmeno un mese dopo le elezioni del 28 e 29 marzo. La rissa in diretta tra Berlusconi e Fini nel corso della Direzione nazionale del Pdl (22 aprile) merita a nostro parere un’attenta lettura. Tutti gli osservatori convengono sul fatto che si è trattato di uno scontro lacerante, difficilmente ricomponibile. Il Pdl ha rischiato di andare in frantumi. E a questo proposito appare davvero sconcertante la risposta (o meglio: la mancata risposta) del Pd, non solo restio a puntare alla caduta del governo, ma addirittura preoccupato per la tenuta della maggioranza e per il «rischio» di elezioni anticipate. Ma se sulla violenza dello scontro interno al Pdl e al centrodestra non possono sussistere dubbi, si discute invece sulle sue conseguenze. A nostro giudizio due sono in proposito gli aspetti più significativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzi tutto non è affatto detto che il conflitto si sia concluso sancendo la sconfitta del presidente della Camera che, secondo qualcuno, si sarebbe addirittura «suicidato» politicamente. A smentire questa diagnosi bastano due dati: il colpo di freno alle riforme istituzionali precipitosamente impresso da Berlusconi (che all’indomani della rissa con Fini ha ribadito la necessità di larghe intese, con ciò di fatto cestinando la bozza Calderoli) e, soprattutto, la brutale reazione di Bossi, che ha subito evocato il «crollo verticale del governo e probabilmente dell’alleanza Pdl-Lega», e posto un ultimatum sul federalismo fiscale. È bene considerare al riguardo che proprio sul federalismo fiscale Fini ha incentrato la propria offensiva, intendendo evidentemente assumere la difesa degli interessi del Mezzogiorno, già oggi dissanguato dalla politica economica di Tremonti e in prospettiva (ove si realizzasse il disegno leghista) destinato a sprofondare in una condizione di totale abbandono, in un nuovo feudalesimo fondato sul patto organico tra mafie e potentati politici locali.<br />
Insomma, al di là dell’aritmetica (e di pur significativi sondaggi, che accreditano a Fini addirittura un potenziale elettorale del 38%), con ogni probabilità la decisione di aprire la guerra interna nel Pdl consentirà al presidente della Camera di condizionare gli sviluppi della legislatura. E forse se ne è già avuto un primo sentore nell’accidentato percorso del ddl 1167-B (il cosiddetto «collegato» sul lavoro), nel corso del quale il governo è stato sonoramente battuto su un emendamento-chiave che potrebbe se non altro depotenziare l’attacco alle tutele giuridiche del lavoro dipendente sferrato dal ministro Sacconi.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda conseguenza della rottura interna al centrodestra è di ordine sistemico e merita di essere analizzata con la massima attenzione, in quanto coinvolge la struttura stessa del quadro politico e riguarda anche le forze di opposizione (comprese quelle oggi non rappresentate in Parlamento).<br />
Commentando la situazione politica creatasi per effetto dello scontro al vertice del Pdl, il segretario del Pd non ha trovato di meglio che invocare «una forma nuova e più efficiente di bipolarismo» (<em>la Repubblica</em>, 26 aprile). La cosa non stupisce. Benché sia una delle principali cause dello svuotamento della democrazia italiana verificatosi nella cosiddetta «seconda Repubblica», il bipolarismo è una stella polare della linea e della cultura politica del Pd. È anzi una sua ragion d’essere, visto che la fusione tra Ds e Margherita si è realizzata prendendo a modello i tanto osannati sistemi anglosassoni. Si dà il caso, tuttavia, che la rottura tra Berlusconi e Fini metta di fatto all’ordine del giorno la crisi del sistema bipolare, squaderni l’inconsistenza dei partiti maggiori (Pd e Pdl), frutto di una velleitaria opera di ingegneria istituzionale, e riproponga con forza il primato delle (diverse) culture politiche, forzosamente costrette a convivere, rinnegando se stesse, dentro contenitori artificiali, comandati con logiche personalistiche e autoritarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro: non pretendiamo con ciò di formulare previsioni. Può ben darsi che il Pdl superi la crisi e resti formalmente unito, che il governo resista sino alla fine naturale della legislatura e persino che l’attuale configurazione del sistema politico italiano regga ancora a lungo (tanto più che difficilmente questo Parlamento modificherà l’attuale legge elettorale, pensata e scritta per massimizzare il potere di comando dei vertici dei partiti e in primo luogo del capo della destra). Rimane il dato cruciale di una divaricazione strategica tra culture, interessi (l’iniziativa di Fini si collega verosimilmente a settori del capitale privato preoccupati per l’accentuarsi dell’influenza leghista) e progetti politici diversi: una divaricazione che spinge in direzione opposta al bipolarismo e sconfessa definitivamente l’ipotesi estrema di un approdo bipartitico, pure vagheggiata sia da una parte del centrodestra che da settori del centrosinistra. La rottura tra Berlusconi e Fini ha in sostanza reso esplicita la reale (<em>plurale</em> e <em>conflittuale</em>) costituzione materiale del Pdl, imponendo per l’oggi l’esplicita parlamentarizzazione del dibattito interno e forse ponendo, per domani (in vista delle prossime elezioni politiche), le premesse per la costituzione di un terzo polo centrista.<br />
A ciò si aggiunge che lo scontro nel Pdl amplifica, innescando un processo analogo, le divisioni interne al Pd, che non per caso vede valutazioni opposte della fase politica sullo sfondo di interpretazioni diverse dell’iniziativa di Fini. Non può passare inosservata a questo proposito la presa di posizione di D’Alema che, criticando quanti nel Pd sottovalutano il gesto del presidente della Camera, ha insistito sulla portata sistemica della crisi, giungendo ad affermare che Fini mette in discussione il bipolarismo «fondato sulla contrapposizione esasperata» e per questo dev’essere un interlocutore del centrosinistra (<em>Corriere della sera</em>,<em> </em>29 aprile). Cacciate dalla porta, pluralità e complessità della rappresentanza rientrano dalla finestra, confutando la pretesa razionalità della «semplificazione» bipolare. Se questo è vero, l’indicazione più rilevante emersa dalle elezioni di marzo è che, nonostante gli sforzi compiuti in un quindicennio di «riforme» elettorali e istituzionali nel segno del maggioritario e del bipolarismo, la scena politica italiana rimane complessa e spinge verso una maggiore articolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto le difficoltà della sinistra risaltano con tanta maggiore evidenza. Mentre altre forze appaiono in condizione di giovarsi dell’incipiente crisi del bipolarismo e della scomposizione del quadro politico, la sinistra rischia di non avvantaggiarsene per l’incapacità di invertire la tendenza al deperimento avviatasi due anni fa con la disfatta dell’Arcobaleno. Oggi noi misuriamo la portata degli errori commessi nel corso del tempo e sui quali più volte abbiamo insistito. Non si tratta esclusivamente della disastrosa campagna elettorale del 2008, né dei soli due anni del II governo Prodi, trascorsi all’insegna di una logorante inefficacia. Sono in questione e pesano anche gli anni Novanta, quando Rifondazione comunista era ancora forte, prima che sciagurate scissioni ed esasperati tatticismi avviassero l’erosione di un grande patrimonio di consenso e di credibilità che, se amministrato con lungimiranza e coerenza, avrebbe potuto crescere sino a ridurre – se non proprio a sanare – la ferita aperta con la Bolognina.<br />
Fatto sta che siamo ridotti oggi a minimi termini. In questa situazione la divisione delle forze è al tempo stesso conseguenza e causa di ulteriori fallimenti. Essa appare alla nostra gente una colpa dei gruppi dirigenti, e come tale viene punita con la revoca del consenso. Un’indicazione – ai nostri occhi – emerge dunque chiara, non soltanto dal voto di marzo e dalle sue rilevanti conseguenze, ma anche da un esame spassionato della precedente vicenda politica, che ha relegato la sinistra ai margini della scena politica, decretandone la sostanziale inefficacia ai fini della difesa degli interessi sociali che essa intende rappresentare. È una indicazione netta di unità, che a noi pare urgente tradurre in atto nella concreta pratica del partito, nella consapevolezza che sempre i processi unitari influiscono sulla composizione politica delle singole soggettività, incoraggiandone la dialettica interna a vantaggio delle posizioni più aperte alla ricerca di convergenze: unità politica organica delle forze della sinistra anticapitalistica e di classe, oggi riunite nella Federazione della sinistra, il cui percorso costitutivo deve pertanto procedere in tempi rapidi, convocando al più presto il Congresso fondativo; unità d’azione di tutta la sinistra di alternativa, per un’alleanza che nella società si traduca in una forte iniziativa di lotte e di mobilitazioni, a partire dal sostegno alle lotte del lavoro e alla raccolta delle firme per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua (un battaglia cruciale anche sul piano simbolico, che investe il tema delle cosiddette «liberalizzazioni» e della mercificazione della vita, e che sta mobilitando vasti settori sociali, rivelando un’interessante evoluzione di una parte consistente dell’elettorato democratico); unità, infine, con tutte le forze democratiche, a partire dal centrosinistra, nella battaglia per la difesa della Costituzione antifascista e della Repubblica democratica minacciate dall’attacco eversivo della destra razzista e populista oggi al governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricercare l’unità della sinistra e delle forze democratiche: questa dovrebbe essere un’indicazione scontata e spontaneamente condivisa, tanto per la situazione difficile, se non disperata, in cui versa la sinistra nel nostro Paese, quanto per la gravità della situazione sociale, alla quale ci siamo riferiti in apertura.<br />
La crisi morde nella carne viva delle classi lavoratrici. Il capitale privato opera per uscirne scaricando sulla finanza pubblica e sul lavoro dipendente tutti i costi e le conseguenze della propria degenerazione speculativa. Basti anche a questo riguardo un solo dato: nel primo trimestre di quest’anno la banca d’affari Goldman Sachs – tra i principali responsabili (oltre che del disastro greco) del grande crack dei derivati, e oggi sotto accusa per avere seminato in tutto il mondo titoli-spazzatura senza informare i clienti dell’alto grado di rischio degli investimenti – ha registrato profitti per 3.300 miliardi di dollari, esattamente il doppio dei profitti realizzati un anno fa. E naturalmente questi guadagni record sono il risultato di speculazioni e rischi in tutto e per tutto uguali a quelli che hanno determinato lo scoppio della crisi dei mutui <em>subprime</em>. Tutto questo, mentre interi Paesi – strangolati dal Patto di stabilità, dall’Agenda di Lisbona e dalla speculazione finanziaria – sono scaraventati nella bancarotta e nella miseria.<br />
Oggi è il caso della Grecia, costretta a negoziare con la Commissione europea, la Bce e il Fmi un prestito triennale di 120 miliardi di euro che decreterà il suo cronico sottosviluppo e il suo ruolo di colonia interna dell’eurozona. Domani sarà il turno del Portogallo, mentre già la Spagna è nel mirino delle agenzie di rating. E, visto che siamo in argomento, diciamo pure che in questa selezione al negativo di Stati dell’Europa meridionale da colpire e affondare – forse con l’intento di spaccare l’Europa o di determinare un drastico ribasso della moneta unica – gioca anche una componente francamente <em>razzista</em>, considerato lo stato di salute finanziaria altrettanto o più compromesso di Paesi come l’Irlanda e il Regno Unito (per non parlare degli Stati Uniti), sui quali le agenzie di rating posano uno sguardo curiosamente disattento).<br />
È una tragedia che sta distruggendo la vita di decine di milioni di persone (di lavoratori) nel cuore di un’Europa che si racconta «unita» e che – per l’asservimento della politica alla finanza e per il miope egoismo dei Paesi più forti (quelli – sarà bene notarlo – che mantengono un saldo radicamento nella produzione manifatturiera) – dilapida (a vantaggio degli Stati Uniti) il proprio residuo capitale di influenza internazionale. Una tragedia che ricorda da vicino la bancarotta dell’Argentina nel 2001, che testimonia la scomposizione dell’Europa lungo precise linee di classe (non solo tra Paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno dei singoli Paesi) e che rischia di travolgere anche il nostro Paese (la recente svendita dei titoli del Tesoro è un segnale allarmante), dando fiato alle sirene secessionistiche della Lega.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa situazione drammatica – per tornare sullo scenario della politica italiana – richiederebbe la massima determinazione e unità della sinistra e delle forze democratiche a difesa delle classi lavoratrici. Invece si formulano dubbi, si avanzano obiezioni. Che cosa si teme? Se bene intendiamo, si ritiene di leggere nell’offensiva unitaria a tutto campo che proponiamo un’intenzione moderata, se non la volontà di ripetere l’esperienza del famigerato Arcobaleno. Noi, francamente, stentiamo a capire simili remore. Non comprendiamo soprattutto come si possa non registrare l’abisso che separa da quell’indistinto assemblaggio – contro cui, non per caso, ci battemmo con forza – la proposta unitaria che oggi avanziamo. E che rovescia di sana pianta quel modello, nella misura in cui presuppone e salvaguarda l’autonomia organizzativa e strategica di Rifondazione comunista.<br />
Alle compagne e ai compagni che oggi intenderebbero fermare il percorso fondativo della Federazione e che quindi propongono di differirne il Congresso vorremmo chiedere, in particolare, se non si avvedono che – ove i loro propositi si affermassero – i soggetti che hanno intrapreso questo cammino unitario si ritroverebbero ancor più deboli e isolati di quanto già non siano, ancora meno capaci di tornare sulla scena politica italiana e di giocarvi un ruolo, a dispetto delle nuove opportunità che probabilmente si produrranno. Quanto all’unità d’azione con le altre forze di alternativa – a cominciare da Sel – riteniamo si ponga un problema di coerenza, oltre che di ragionevolezza. Se si dice, come tutti diciamo, che la scissione di Chianciano è stato un devastante errore politico (la maggiore responsabilità del quale pesa sui gruppi dirigenti che hanno lasciato Rifondazione), come si può al tempo stesso non operare per il massimo di unità nella pratica politica, senza con ciò, ovviamente, mettere in discussione l’autonomia politica e programmatica delle diverse forze organizzate?</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione, abbiamo detto, è difficile. Il rischio che la sinistra scompaia per lungo tempo dalla scena politica italiana è concreto. D’altra parte non è escluso, per le considerazioni che abbiamo svolto in precedenza, che i giochi si riaprano di qui alla fine della legislatura, che potrebbe aver luogo anche prima del 2013. Perciò noi siamo determinati a restituire al più presto il massimo di efficacia all’azione del nostro partito e della Federazione. A questo riguardo chiudiamo con un’ultima considerazione, giacché è sempre stato nostro costume coniugare responsabilità e franchezza.<br />
Al Congresso di Chianciano noi, compagne e compagni di <em>Essere comunisti</em>,<em> </em>abbiamo dato un contributo determinante affinché si evitasse lo scioglimento di Rifondazione comunista: un risultato fondamentale, purtroppo pagato con la fuoriuscita di quanti – non accettando questo esito – hanno abbandonato il partito. Finito il Congresso, abbiamo lavorato affinché si voltasse pagina rispetto alla gestione precedente del partito a colpi di maggioranza e di lacerazioni. Abbiamo compiuto gesti concreti non semplici, a cominciare dal riorientamento della nostra azione politica in termini di iniziativa culturale. Non sempre – lo diciamo con pacatezza ma nel modo più netto – a questa nostra disponibilità ha fatto riscontro una propensione analoga da parte delle altre componenti del partito. Al contrario. Si sono susseguiti gesti che hanno rischiato di riesumare antiche logiche di contrapposizione. Si sono manifestati impulsi particolaristici. Si è talvolta ceduto a spinte settarie. Ora è il momento di riflettere responsabilmente su tutto ciò, nella consapevolezza che l’unità del partito – a cominciare dai gruppi dirigenti – è una risorsa necessaria e che, non battute sul nascere, tali derive produrrebbero guasti assai gravi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alberto Burgio – Claudio Grassi</em></p>
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		<title>Dopo le elezioni: riflessioni e proposte</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 12:50:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/03/dopo-le-elezioni-riflessioni-e-proposte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/IMG_1248_j-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="IMG_1248_j" /></a>Avevamo riposto molte speranze in queste elezioni regionali. Nelle ultime settimane il centro destra appariva in crisi: gli scandali a ripetizione che coinvolgevano direttamente il Presidente del Consiglio, il contrasto continuo tra Berlusconi e Fini, l’incapacità di presentare regolarmente le liste in Lazio e Lombardia, il flop della manifestazione a Piazza San Giovanni, la situazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/IMG_1248_j.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-881" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="IMG_1248_j" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/IMG_1248_j-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Avevamo riposto molte speranze in queste elezioni regionali. Nelle ultime settimane il centro destra appariva in crisi: gli scandali a ripetizione che coinvolgevano direttamente il Presidente del Consiglio, il contrasto continuo tra Berlusconi e Fini, l’incapacità di presentare regolarmente le liste in Lazio e Lombardia, il flop della manifestazione a Piazza San Giovanni, la situazione economica del Paese con l&#8217;aumento della disoccupazione. Dall&#8217;altra parte avevamo registrato la buona partecipazione alla manifestazione di piazza del popolo contro il decreto salvaliste e il decreto che abolisce l&#8217;articolo 18, lo sciopero pienamente riuscito della Cgil, una buona reazione alla decisione di sopprimere le trasmissioni “scomode” come Annozero e, più in generale, un “clima”, forse indotto anche dai risultati francesi, che dava la sensazione di una ripresa delle forze di sinistra e di centro sinistra.<br />
Purtroppo non è stato così. Al di là del numero di Regioni vinte dal centro destra o dal centro sinistra, è del tutto evidente che queste elezioni sono state vinte  da Berlusconi e dalla Lega Nord.<br />
Le ha vinte Berlusconi perché, come dicevo prima, nel momento di massima difficoltà e insidiato anche all&#8217;interno del suo schieramento, è riuscito ad ottenere un risultato positivo giacché il centrodestra vince, oltre nelle due Regioni che già governava (Lombardia e Veneto), anche in Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. E le ha vinte la Lega Nord (consolidando, quindi, l&#8217;asse Berlusconi – Bossi), poiché va oltre il già straordinario dato delle europee, passando dall&#8217;11,3 al 12,2 per cento.<br />
L&#8217;affermazione della destra è negativa in sé, ma è negativa anche perché un esito opposto poteva accelerare i contrasti interni alla coalizione di governo e produrre una crisi con eventuali elezioni anticipate. Questo scenario, purtroppo, con questi risultati, si allontana. Dobbiamo quindi ipotizzare altri tre anni di governo Berlusconi con tutto quello che ne consegue di ipotizzate riforme istituzionali (presidenzialismo) e di attacco al lavoro e ai diritti sociali e civili.<br />
<span id="more-880"></span>Un altro dato importante di questa tornata elettorale riguarda l&#8217;astensionismo. Un fenomeno che da vent&#8217;anni continua a crescere e che deve indurci ad una riflessione. Occorrerebbe un approfondimento specifico, ma non è questa la sede. Mi limito a evidenziare due aspetti che, a mio parere, lo hanno fatto crescere. Il primo riguarda il cambiamento delle leggi elettorali. E&#8217; sorprendente che nessuno riconosca questa elementare verità: si è superato il proporzionale e introdotto il maggioritario con l&#8217;argomento che bisognava avvicinare i cittadini alla politica e consentire loro di scegliere direttamente gli eletti. La realtà che si è concretamente prodotta è che proprio con l&#8217;introduzione del maggioritario, con la dinamica del “voto utile”, e con la riduzione della scelta a due schieramenti (penso ai ballottaggi delle elezioni comunali) la partecipazione si è drasticamente ridotta. Inoltre l&#8217;abolizione della preferenza alle elezioni politiche ha consegnato, di fatto, ai gruppi dirigenti dei partiti il potere di decidere la composizione del Parlamento: alla faccia della “partecipazione”! Il secondo aspetto riguarda noi, forze comuniste e della sinistra che, con i nostri errori e i nostri comportamenti, abbiamo alimentato un astensionismo di “sinistra”. Il primo limite è stato quello della poca coerenza. Pensiamo alla nascita di Rifondazione Comunista. Centinaia di migliaia di compagne e compagni di base hanno creduto in quel progetto, vi hanno dedicato energie, passione, entusiasmo. Si sono riconosciuti in quella impresa e in un gruppo dirigente che aveva detto che occorreva contrastare la cancellazione di una presenza comunista in Italia. Dopo pochi anni quasi tutto quel gruppo dirigente ha fatto scelte di collocazione  politica in netto contrasto con quanto aveva detto. Diversi di loro &#8211; infatti &#8211; hanno aderito a forze politiche che non c&#8217;entrano nulla col comunismo. Oltre a ciò è stata avviata una stagione di scissioni e costruzioni di microformazioni politiche che hanno portato alla delusione e<br />
all&#8217;allontanamento dalla vita politica attiva e dal voto centinaia di migliaia di compagne e compagni. Il mio segretario di Circolo, con me in Rifondazione fin dall&#8217;inizio, abituato a fare politica nelle piazze, nei bar e in mezzo alla gente, in poche parole, mi ha rappresentato la situazione in modo molto efficace: “abbiamo difeso le scelte dei nostri dirigenti, e loro se ne sono andati in altri partiti. Ci siamo impegnati per ricostruire un Partito comunista e il gruppo dirigente ogni due anni si è diviso, con il risultato pratico che più cresce il numero dei partiti comunisti e meno i comunisti contano”.   In conclusione: se si riuscisse a reintrodurre il proporzionale e ad essere un po&#8217; più coerenti, daremmo certamente un contributo importante alla riduzione dell&#8217;astensionismo.</p>
<p>Per quanto riguarda il risultato della Federazione della Sinistra penso si possano fare le seguenti considerazioni. E&#8217; stata una campagna elettorale non facile, fatta con pochi mezzi. Siamo stati totalmente oscurati  dai media. Nonostante questo, in tutte le regioni di Italia ad eccezione della circoscrizione di Matera della Basilicata, abbiamo presentato le nostre liste e abbiamo svolto, grazie al lavoro straordinario e volontario di centinaia e centinaia di compagne e compagni, una impegnativa campagna elettorale. Questo ci ha consentito di portare ovunque le posizioni e le proposte della Federazione della Sinistra, di raccogliere consensi e di eleggere consiglieri. Il risultato è noto: 2.74%. Eleggiamo complessivamente 17 consiglieri (di cui uno dei Verdi in Toscana dove abbiamo fatto con loro una bicicletta) ed avremo 5 assessori. Abbiamo eletti in tutte le regioni tranne in Lombardia, Campania, Puglia e Basilicata. Una presenza importante.<br />
Detto questo ritengo che, complessivamente, il nostro risultato non sia soddisfacente.<br />
Rispetto il dato delle europee, che già valutammo come insufficiente, arretriamo sensibilmente (era del 3.5%), subiamo quindi una erosione preoccupante alla quale dobbiamo porre rimedio.<br />
Come si vede dai dati il risultato è diversificato Regione per Regione e questo ci aiuta a fare una prima riflessione. La penalizzazione più grande la subiamo dove andiamo da soli, in particolare in Campania. Siccome nella discussione che abbiamo avuto nella fase precedente alle elezioni questo delle alleanze è stato il tema più dibattuto, vorrei che ne parlassimo anche adesso, risultati alla mano. Rivendico la battaglia che ho fatto contro elementi di chiusura e di settarismo che, se fossero prevalsi, avrebbero prodotto un risultato complessivo della lista drammaticamente negativo. Penso alla Toscana o alla Liguria, per fare solo due esempi, dove abbiamo avuto due tra i migliori risultati, e dove, a stando alle argomentazioni dei contrari, in pochissimi ci avrebbero seguito. E&#8217; successo esattamente il contrario, sarà il caso di tenerne conto. Un&#8217;altra riflessione importante ci viene dalla esperienza delle Marche. Anche qui ci presentiamo in alternativa al centrosinistra, ma va molto meglio della Campania e della Lombardia. Ciò avviene, a mio parere, perché non siamo soli e riusciamo a costruire una coalizione con Sinistra e Libertà. Anche di questo sarà il caso di tenerne conto. Infine c&#8217;è una Regione, l&#8217;unica, dove la Federazione supera il dato delle europee, parlo dell&#8217;Umbria che passa dal 6.2 al 6.9. Non sarebbe male andare a vedere lì come si è lavorato, forse c&#8217;è qualcosa da imparare. A cominciare dal comune di Gubbio dove la Federazione raccoglie il 25% e il compagno Goracci raccoglie 2600 preferenze!</p>
<p>Una valutazione anche sul risultato di Sinistra Ecologia  Libertà. Il loro risultato è leggermente superiore al nostro, 3%, ma è concentrato sostanzialmente nel centro Sud, in particolare in Puglia.<br />
In sostanza sono riusciti a vincere in Puglia e questo ha dato una enorme visibilità a Nichi Vendola, ma ciò non è stato sufficiente a trainare un consenso significativo nel resto del Paese per la forza politica di cui è portavoce. I dati di Sinistra Ecologia Libertà in tutto il centro Nord, ad eccezione del Lazio, sono infatti inferiori a quelli della Federazione della Sinistra. Credo che al loro interno si aprirà ora una discussione sulla prospettiva. Puntare tutto sulla figura di Vendola per giocarlo come futuro leader del centrosinistra costruendo un percorso di ingresso nel Partito Democratico, oppure cercare di costruire una sinistra esterna al Pd che, come avvenuto nelle Marche, costruisce una relazione con la Federazione della Sinistra? Vedremo. Di sicuro la Federazione della Sinistra non deve commettere l&#8217;errore di sottovalutare questa presenza e, pur nella distinzione dei progetti, deve cercare di lavorare per costruire un rapporto unitario.</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni penso che si debbano individuare i terreni sui quali muoverci con determinazione. Avanzo alcune proposte.<br />
Il primo è accelerare il processo di costruzione della Federazione della Sinistra. Prima delle elezioni abbiamo deciso di tenere il congresso costituivo entro l&#8217;anno. Credo sia necessario, se possibile, accelerare i tempi. Sappiamo tutti delle difficoltà e dei problemi che abbiamo riscontrato, ma sarebbe esiziale tornare indietro oppure continuare a rimanere in un limbo dove non sono chiari gli ambiti nei quali si assumono le decisioni. Tutto questo va chiarito al più presto, anche per mettere a valore quanto, purtroppo, non siamo ancora riusciti a fare e cioè che con la costruzione della Federazione, dopo tanti anni di scissioni, si mette in moto un processo di unità.<br />
Il secondo elemento, come dicevo prima, è quello di lanciare una offensiva unitaria nei confronti di Sinistra Ecologia Libertà. Nessuna riedizione dell&#8217;Arcobaleno. I progetti sono, per il momento, diversi, ma il consenso elettorale di cui disponiamo, preso singolarmente, è debole, messo assieme è significativo e può incidere su alcune battaglie comuni: perché non provare a farlo?<br />
Terzo elemento: avviare quella campagna referendaria che  non siamo riusciti ad avviare in campagna elettorale: acqua, nucleare, legge 30. Contemporaneamente va rafforzata l&#8217;iniziativa sociale, soprattutto al fianco del mondo del lavoro generalmente inteso, che deve diventare sempre di più il nostro campo di intervento prioritario.<br />
Ultimo elemento: va confermata con forza la nostra disponibilità alla costruzione di una alleanza con le altre forze del centro sinistra che, attorno ad una proposta di salvaguardia della democrazia e della Costituzione, si impegni fin da oggi a battere Berlusconi alle prossime elezioni politiche.</p>
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		<title>Mobilitiamoci!</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 14:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/03/mobilitiamoci/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/svolta-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="svolta" /></a>Dopo esserci occupati a lungo di elezioni regionali, in particolare di quale collocazione Rifondazione e la Federazione avrebbero dovuto avere, è il caso di volgere lo sguardo a quanto sta accadendo intorno a noi.
I fatti sono di una gravità inaudita. Se ne potrebbe fare un lungo elenco, ma mi limito ai due più importanti e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/svolta.jpg"><img class="size-medium wp-image-843 alignright" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="svolta" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/03/svolta-300x201.jpg" alt="" width="272" height="182" /></a>Dopo esserci occupati a lungo di elezioni regionali, in particolare di quale collocazione Rifondazione e la Federazione avrebbero dovuto avere, è il caso di volgere lo sguardo a quanto sta accadendo intorno a noi.<br />
I fatti sono di una gravità inaudita. Se ne potrebbe fare un lungo elenco, ma mi limito ai due più importanti e, a mio parere, più gravi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo riguarda l&#8217;attacco ai diritti dei lavoratori.<br />
Lo hanno detto ormai in tanti, ma va sottolineato con forza. Con il recente decreto, pur senza abolirlo formalmente, si abolisce sostanzialmente l&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non è vero che il lavoratore o la lavoratrice possono scegliere. Quando si deve firmare un contratto di lavoro, quando si ha bisogno di lavorare e quando si sa che se si perde una occasione non è facile trovarne un&#8217;altra, non si è liberi di scegliere. Quindi si  accetterà la condizione peggiore, pur di avere un lavoro. Si “sceglierà”  la soluzione arbitrale proposta dal datore di lavoro, rispetto alla possibilità di rivolgersi al giudice, come prevede l&#8217;articolo 18, con tutto quello che ne conseguirà di vantaggio per il più forte (l&#8217;azienda) e di svantaggio per il più debole (il lavoratore).<br />
Questo provvedimento è passato in Parlamento senza una significativa opposizione. Basta guardare gli atti parlamentari per rendersene conto. Sulla materia né Pd né Idv hanno contrastato effettivamente il provvedimento. Se si fosse voluto, con il numero di parlamentari di cui dispongono il Pd e l’Idv, si sarebbe tenuto inchiodato per parecchio tempo il Governo e, nel frattempo, si sarebbe fatta crescere crescere nel Paese una mobilitazione sociale rilevante. Ciò non è stato fatto poiché un lotta intransigente per la difesa dei diritti dei lavoratori, evidentemente, non è nelle “corde” del Pd – e  questo lo sappiamo da tempo -, ma nemmeno dell&#8217;Idv – e questo sarà il caso di cominciare a dirlo!</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-842"></span>Comunque siamo di fronte ad un attacco al lavoro gravissimo avallato, di fatto, da Cisl, Uil e Ugl.<br />
La Cgil ha confermato la sua posizione diversa. Pur non avendo fatto abbastanza per informare i lavoratori, ha espresso un parere contrario e ciò è positivo. Occorre premere su di essa affinché la contrarietà si trasformi in lotta.<br />
La Federazione della Sinistra ha denunciato fin dall&#8217;inizio della discussione parlamentare la gravità di questo provvedimento e sta lavorando per realizzare al più presto un referendum che lo abolisca. Sulla stessa posizione si è attestata anche Sinistra Ecologia e Libertà. Dobbiamo impegnarci molto in questa lotta sia approntando tempestivamente i quesiti referendari, sia partecipando in modo massiccio allo sciopero e alle manifestazioni promosse dalla Cgil per il 12 marzo. Il lavoro deve diventare sempre di più il cuore della politica di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra. Da questi ultimi 30 anni, infatti, dalla lotta dei 35 giorni del 1980 alla Fiat in poi, dovremmo aver imparato che la sconfitta del movimento dei lavoratori e la riduzione dei loro diritti produce un arretramento generale della società. Non c&#8217;è possibilità di ricostruire una forza comunista e di sinistra e avviare un processo di trasformazione della società in senso socialista senza un ritrovato protagonismo dei lavoratori, senza una ripresa del conflitto di classe.</p>
<p>Il secondo fatto grave riguarda il decreto “salva liste”. Anche su questo è già stato scritto tanto, ma ciò che mi preme sottolineare è che siamo di fronte ad un salto di qualità, ad una vera e propria rottura. Gli argomenti usati da chi sostiene la legittimità del decreto non stanno in piedi. Se si arriva al punto di dire che è consentito violare la legge perché, altrimenti, verrebbe penalizzato il più forte, lasciando intendere che se si fosse trattato di altri soggetti più deboli le si sarebbero fatte rigorosamente rispettare, significa dire che siamo all&#8217;arbitrio, alla dittatura della maggioranza.<br />
Ricordo che nel 1994 Rifondazione Comunista per errori procedurali non presentò la lista in una delle due circoscrizioni della Sicilia: ovviamente nessuno pensò di fare un decreto interpretativo, anzi nessuno lo chiese, Rifondazione per prima che, giustamente, ragionò autocriticamente sul proprio errore. E così è avvenuto per molti altri in quasi tutte le competizioni elettorali. Travaglio nei giorni scorsi sul Fatto si è preso la briga di trascrivere tutte le dichiarazioni dei massimi esponenti del Pdl che, in occasione delle lezioni del 2005, invocavano il “rispetto assoluto e inderogabile delle leggi e delle procedure” rispetto alle irregolarità della Lista Mussolini.<br />
La situazione è grave. Il ministro della Difesa ha dichiarato testualmente: “non rispondiamo delle nostre azioni” e Napolitano, dopo l&#8217;incontro con Berlusconi, ha parlato di grave tensione tra le massime istituzioni dello Stato. Sta di fatto che il Presidente della Repubblica, con la sua firma, ha dato la copertura ad un decreto che cambia le regole in corso d&#8217;opera e che è palesemente anticostituzionale. Ma l&#8217;operato di Napolitano è grave anche per altri due motivi. Egli aveva sempre detto che non avrebbe mai sottoscritto un decreto senza “un ampio consenso tra le forze politiche”. Ciò è stato clamorosamente disatteso tenendo conto del fatto che Udc, Pd, Idv, Radicali, Sel e Federazione della Sinistra hanno espresso contrarietà al decreto. Inoltre il decreto è stato firmato nottetempo e cioè in tempo utile affinché fosse pronto prima della riunione del Tar della Lombardia, che infatti ha riammesso il listino di Formigoni.<br />
In questo contesto è molto importante che Rifondazione e la Federazione contribuiscano alla riuscita delle mobilitazioni che si sta sviluppando in tutta Italia. La manifestazione di sabato 13 marzo a Roma, promossa unitariamente da tutte le forze di opposizione, diventa un appuntamento importantissimo al quale dedicare tutte le nostre energie. Ma non si tratta solo di questo. In questo Paese vi è un “questione democratica” grande come una casa. E noi dobbiamo assumerla con grande forza. Sarebbe un errore madornale lasciarla nelle mani di Di Pietro, che non ha titoli per intestarsela. Ecco allora l&#8217;importanza della nostra proposta politica, che dobbiamo maggiormente mettere in evidenza e far diventare patrimonio anche di altre forze politiche, sociali e di movimento. Bisogna insistere con la richiesta di elezioni anticipate e, contemporaneamente, rilanciare la proposta di un Fronte molto ampio che abbia come minimo comune denominatore l’obiettivo di ripristinare le regole democratiche: sistema elettorale proporzionale, conflitto di interessi e difesa della Costituzione.</p>
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		<title>Sinistra e Libertà, un progetto in crisi?</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 14:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/sinistra-e-liberta-un-progetto-in-crisi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/sel1-150x150.gif" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="sel1" /></a>Ho già avuto modo di scrivere e di dire che tutte le scissioni che ha subito Rifondazione hanno dato un unico risultato: indebolire Rifondazione stessa e, con essa, l&#8217;unico soggetto politico che avrebbe potuto costruire in questi anni &#8211; a sinistra &#8211; un forza politica di massa, non residuale, che coprisse lo spazio prodotto dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/sel1.gif"><img class="size-medium wp-image-640 alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="sel1" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/sel1-299x300.gif" alt="" width="179" height="181" /></a>Ho già avuto modo di scrivere e di dire che tutte le scissioni che ha subito Rifondazione hanno dato un unico risultato: indebolire Rifondazione stessa e, con essa, l&#8217;unico soggetto politico che avrebbe potuto costruire in questi anni &#8211; a sinistra &#8211; un forza politica di massa, non residuale, che coprisse lo spazio prodotto dalla deriva moderata del Pds e dei Ds prima e del Pd oggi.<br />
Il fallimento è totale, in tutte le sue varianti: sia di chi si è separato in nome dell&#8217;unità e del moderatismo (Comunisti unitari, Pdci, Sinistra e Libertà), sia di chi si è separato in nome della radicalità (Pdac, Pcl, Sinistra Critica).<br />
Chi ha praticato queste scissioni ha commesso un grave errore. Non solo non ha realizzato il progetto che avrebbe voluto realizzare, ma ha ottenuto il contrario.<br />
Quello stesso progetto poteva praticarlo dentro Rifondazione e nella dialettica interna cercare di farlo avanzare, senza indebolire Rifondazione, e ottenendo, probabilmente, maggiori risultati.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-639"></span></p>
<p>Così come un grave errore lo hanno commesso quei compagni e quelle compagne che, quando Occhetto sciolse il Pci, decisero di stare nel “gorgo”. Salvo poi accorgersi, dopo qualche anno, quando ormai era troppo tardi, che in quel “gorgo” mancava l&#8217;acqua.<br />
La storia della Sinistra in Italia sarebbe stata ben diversa se non fossero stati commessi questi errori.<br />
La nostra credibilità, oggi, è minata soprattutto da questi fatti: gruppi dirigenti che si sono divisi praticando scelte individuali che spesso sono state  in contrasto con quanto loro stessi avevano detto e scritto fino a poco tempo prima.</p>
<p style="text-align: justify;">La Federazione della Sinistra, seppure in modo ancora insufficiente, vuole invertire questa tendenza alla scissione e alla separazione.</p>
<p>Ma ciò di cui voglio parlare più approfonditamente concerne Sinistra Ecologia e Libertà.</p>
<p>Vendola e gli altri compagni/e sono usciti da Rifondazione ritenendo che essa avesse imboccato, a Chianciano, una strada settaria, identitaria e minoritaria.</p>
<p>Se anche ciò fosse stato vero &#8211; per la ragioni indicate prima – avrei ritenuto ugualmente sbagliata la scelta della scissione. Si doveva restare nel partito e lì si doveva cercare di far prevalere le proprie ragioni.</p>
<p>In ogni caso il punto che oggi appare evidente, a distanza di un anno dalla scissione, è il clamoroso fallimento del progetto politico che era stato posto alla base della costruzione di Sinistra e Libertà.</p>
<p>Vediamo, seppur schematicamente, cosa dicevano i compagni di Sinistra e Libertà:</p>
<p>1) C&#8217;è uno spazio tra Rifondazione e il Pd che noi, assieme ad altri soggetti, possiamo occupare per rilanciare una Sinistra unitaria e rinnovata. Risultato: metà dei soggetti coinvolti si sono defilati. I Verdi sono andati per conto loro e altrettanto hanno fatto i Socialisti; inoltre una parte di Sinistra Democratica ha ripreso contatti con il Pd.</p>
<p>2) Nel Pd c&#8217;è un dibattito interessante e, a seconda di come andrà il congresso, si potranno aprire scenari nuovi. In particolare se vincerà l&#8217;asse D&#8217;Alema- Bersani cambieranno le cose a sinistra.<br />
Risultato: ha vinto Bersani ed è saltata la ricandidatura di Vendola in Puglia. Giordano, in una intervista al Manifesto, ha proposto che Sinistra e Libertà si schieri ovunque contro questo Pd dominato da D&#8217;Alema!</p>
<p>3) Rifondazione Comunista, che fino a qualche settimana fa veniva associata a definizioni tipo: “mummie, catacombe, torcicollo, stalinisti&#8230;.” oggi viene definita dal compagno Vendola in una recente intervista “una forza importante della sinistra” con la quale occorre fare “unità”! Risultato: è un fatto positivo, ma ci si poteva risparmiare un anno di insulti che sicuramente non hanno incrementato la credibilità della Sinistra tra il nostro popolo.</p>
<p>Per concludere. Il progetto di Sinistra e Libertà è fallito. Un&#8217;altra scissione inutile che poteva essere evitata. Cosa aspettiamo ad imparare la lezione? Cosa aspettiamo, in un Paese dove le destre hanno conquistato non soltanto il Governo (magari fosse solo quello!) ma soprattutto l&#8217;egemonia culturale tra gli strati popolari, ad unire le forze? Cosa aspettiamo, in un Paese dove l&#8217; “opposizione” &#8211; proprio perché noi siamo spariti – è rappresentata da un Pd che rincorre Casini e da un Di Pietro che in Europa sostiene i liberali e in Italia fa l&#8217;estremista, a parlarci, a concordare iniziative comuni?<br />
Possibile che sia impossibile?</p>
<p>Noi crediamo nel nostro progetto che è quello della Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra come tappa concreta verso una unità basata sui contenuti.</p>
<p>Possono esserci altri progetti a sinistra del Pd e di Idv diverso dal nostro, ma ciò non lo ritengo -  e  per quanto mi riguarda non deve essere – un ostacolo alla costruzione di una unità tra di noi.</p>
<p>Possibile che Berlusconi riesca a mettere assieme Storace e Pisanu e noi non riusciamo a costruire una piattaforma comune tra compagni e compagne che per tanti anni hanno lavorato fianco a fianco nello stesso partito?<br />
Se vogliamo riacquistare una credibilità tra i lavoratori lo dobbiamo fare subito!</p>
<p>Claudio Grassi</p>
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