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	<title>Blog di Claudio Grassi &#187; Esteri</title>
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	<description>Blog politici</description>
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		<title>Note agostane</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Aug 2011 06:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2011/08/note-agostane/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/londra-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="londra" /></a>In agosto sono stato 10 giorni a Londra. Una metropoli molto interessante che consiglio a tutti di visitare. Tra le tante cose che ho visto, e che mi hanno fatto pensare, ve ne è una che ritengo particolarmente importante e che si inserisce nel dibattito politico più generale. Riguarda la rete dei trasporti. Una cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/londra.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2958" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="londra" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/londra-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>In agosto sono stato 10 giorni a Londra. Una metropoli molto interessante che consiglio a tutti di visitare. Tra le tante cose che ho visto, e che mi hanno fatto pensare, ve ne è una che ritengo particolarmente importante e che si inserisce nel dibattito politico più generale. Riguarda la rete dei trasporti. Una cosa straordinaria. Non esiste località  della capitale inglese, sia in centro che in estrema periferia, che non sia raggiungibile, in poco tempo, con la metro o con la rete ferroviaria. Il risultato concreto ed evidente di questa situazione è che nelle strade londinesi il traffico è infinitamente inferiore alle nostre città (assolutamente imparagonabile il caos delle strade romane con quelle londinesi). Le strade di Londra sono frequentate sostanzialmente da autobus, taxi, furgoni per trasporto merci e poco altro. Le persone che si spostano per lavoro usano, nella stragrande maggioranza, i mezzi pubblici. La riflessione che vorrei fare è la seguente: è ipotizzabile che una straordinaria opera di questo tipo (migliaia di km scavati sotto la città e altrettanti che compongono un reticolo ferroviario di superficie), potesse essere pensata e realizzata in una condizione come quella attuale dove si teorizza l&#8217;assegnazione dei servizi locali, quindi anche dei trasporti, ai privati? Quale privato avrebbe mai potuto mettere in cantiere una impresa simile il cui obiettivo non era quello di &#8220;fare soldi&#8221;, ma di pianificare un sistema di mobilità utile alla città e ai suoi cittadini, soprattutto quelli più poveri?  Sulla base di questa esperienza e di altre simili, penso che noi dobbiamo rilanciare un discorso di pianificazione e di intervento pubblico. Le nostre città sono sommerse dal traffico sarebbe il caso di ragionare su un potenziamento del trasporto pubblico e non come fa anche Enrico Letta in una intervista di ieri su Repubblica, insistere sulle privatizzazioni!</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2957"></span>Tornato in Italia ho letto delle ultime vicende che riguardano la manovra economica. Non voglio aggiungere nulla alle tante cose che sono state scritte da Liberazione e dal Manifesto. Il nostro Partito, nonostante il Ferragosto, ha prodotto un manifesto, un volantino e una proposta di raccolta di firme sulla patrimoniale. E&#8217; importante che tutti i circoli si mobilitino (a partire dalle numerose Feste di Liberazione che sono in corso) utilizzando questo materiale che è scaricabile dal sito. Anche  Sbilanciamoci ha avanzato delle proposte e ha dimostrato concretamente cosa si potrebbe e dovrebbe fare di alternativo rispetto a quanto proposto dal Governo. Quello che voglio qui dire è che sono urgenti due cose. La prima è la costruzione di una proposta alternativa di tutta la sinistra rispetto alla manovra di Berlusconi, la seconda è la costruzione di una mobilitazione la più ampia possibile.<br />
Tutto questo mi pare urgente non solo perché la manovra economica colpisce duramente i ceti sociali più deboli, i diritti del lavoro e la Costituzione (demenziale la proposta di inserirvi il pareggio di bilancio), ma soprattutto perché la opposizione parlamentare (Idv e Pd) sta dimostrando tutta la sua inefficacia e tutta la sua  subalternità ai diktat che provengono dai centri di potere europei, dalle borse e dai mercati.  Si tratta di una scelta suicida, come si vede dalla vicenda spagnola e greca: due paesi governati dal centro sinistra, ma che &#8211; incapaci di indicare una strada alternativa a quella prospettata dai tecnocrati europei &#8211; stanno attuando provvedimenti simili a quelli attuati dai governi di centrodestra.  Sappiamo che nel Pd e anche nell&#8217;Idv ci sono settori che non condividono questa linea. Tuttavia penso che possiamo fare emergere queste contraddizioni solo se riusciamo a mettere assieme un nucleo di forze politiche e sociali significative. L&#8217;ipotesi sulla quale lavorare è che i soggetti che con la Fiom-Cgil hanno dato vita alla grande mobilitazione del 16 ottobre scorso, dopo la pausa estiva, si riuniscano immediatamente, sia per concordare una piattaforma comune, sia per indicare una ipotesi di mobilitazione generale. Sarebbe importante che la Federazione della Sinistra si muovesse da subito in questa direzione. Intanto lavoriamo affinché  le due giornate di mobilitazione indette dalla FIOM-Cgil per il 5 e 6 settembre abbiano il massimo della partecipazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo punto che vorrei toccare riguarda la situazione libica. In queste ore giungono notizie di un imminente crollo del regime di Gheddafi. Vedremo come evolverà la situazione. Intanto le borse di tutto il mondo (come avviene per i titoli di una azienda quando annuncia dei licenziamenti), a dimostrazione della disumanità di questo sistema economico, sono rapidamente risalite. Ma veramente quello che si sta profilando per il popolo libico è un futuro di libertà e benessere?  La mia previsione è esattamente opposta. Non perché considerassi il regime libico un regime da difendere, anzi. Il recente accordo di Gheddafi con Berlusconi per fermare i migranti nei lager del deserto e li farli morire di stenti dava la cifra della barbarie di quel governo. Tuttavia penso che non esista conquista della libertà quando questa avviene attraverso i bombardamenti della Nato, in particolare degli aerei americani, inglesi, francesi e italiani. Se dovesse crollare Gheddafi,  la cosa più probabile è che in Libia si crei una situazione analoga a quella irachena, con un governo sostanzialmente nominato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati e, contemporaneamente, con un rafforzamento delle forze islamiche più radicali. I ricchi giacimenti di petrolio che sono presenti in Libia e non certamente un aiuto alle forze &#8220;ribelli&#8221; impegnate a lottare per la democrazia sono stati il motivo vero per cui &#8220;i volonterosi&#8221; hanno fatto questa guerra neocoloniale.</p>
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		<title>Cuore di tenebra</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 09:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2011/07/cuore-di-tenebra/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/odio-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="odio" /></a>Gli organi di informazione in queste ore stanno dipingendo Anders Behring Breivik come un classico fondamentalista. Un paranoico completamente assorbito da un odio cieco per i progressisti, per il multiculturalismo, per l&#8217;Islam. Tutto questo rischia di ridurre la tragedia di Oslo e dell&#8217;isoletta di Utoya alla esaltazione di un giovane psicopatico. Se la morte di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/odio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2928" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="odio" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/odio-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Gli organi di informazione in queste ore stanno dipingendo Anders Behring Breivik come un classico fondamentalista. Un paranoico completamente assorbito da un odio cieco per i progressisti, per il multiculturalismo, per l&#8217;Islam. Tutto questo rischia di ridurre la tragedia di Oslo e dell&#8217;isoletta di Utoya alla esaltazione di un giovane psicopatico. Se la morte di quasi cento giovani norvegesi fosse riducibile alla semplice follia di un uomo, l&#8217;analisi che ne scaturirebbe sarebbe tristemente nota: impossibile poter prevenire tutte le cosiddette “follie”; impossibile creare dei deterrenti capaci di individuare i soggetti a rischio violenza. Si tratterebbe di un caso isolato, di un episodio di una gravità inaudita, ma senza alcun collegamento con la società, la politica e la cultura.<br />
Invece sono proprio gli stimoli esterni che hanno indotto un uomo già segnato da una ideologia xenofoba e da una esasperante dedizione al fanatismo religioso a diventare un killer capace di travestirsi da poliziotto, sbarcare sull&#8217;isoletta di Utoya e fare strage di quei giovani che, secondo lui, non avevano diritto di vivere.<br />
Le destre in questi decenni hanno ricostruito il loro consenso attorno alla paura. Paura del &#8220;diverso&#8221;, associato quasi sempre al migrante, a sua volta associato a criminale e portatore di valori antitetici ai nostri. Le destre in Europa dilagano non da pochi mesi, ma da anni. Basta risalire alle parole di Haider che in Austria proclamava la necessità della cacciata di tutti gli stranieri (soprattutto zingari e islamici); oppure spostarsi nella vicina Ungheria per osservare le parate militari di un partito, lo Jobbik, che sogna per Budapest i confini della Grande Ungheria dei tempi asburgici, cancellando praticamente la sottostante Croazia, parte della Serbia e della Romania e allargandosi fino alla Slovacchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2926"></span>Se si disegnasse una cartina dei vari blocchi neri di ogni singolo Paese europeo, ci si troverebbe di fronte alle rivendicazioni che molti movimenti nazionalisti, sciovinisti e irredentisti avanzavano subito dopo la prima guerra mondiale verso i loro vicini. Passando per la Falange spagnola, per il Front National di madame Le Pen e i Republikaner tedeschi, nessun Paese si salva dai rigurgiti razzisti che emergono nei momenti peggiori della storia d&#8217;Europa. E&#8217; proprio durante le crisi economiche, quando la maggior parte delle persone versa in condizioni di disagio, che si tende ad abbracciare qualunque salvatore del “proprio giardino”. E&#8217; in tale contesto che i temi dell&#8217;eguaglianza civile e sociale vengono travolti e tendono a prevalere l&#8217;individualismo e l&#8217;egoismo sociale che le destre xenofobe e neofasciste sono costantemente impegnate a divulgare.<br />
Il gesto di Breivik è figlio di questo scenario complesso, dove economia, disagio sociale, esasperazioni ideologiche e vicende personali si intrecciano e fanno di un fanatico religioso e ultra-conservatore uno spietato assassino senza remore nello sterminare decine di vite umane. L&#8217; Europa minacciata dal pericolo islamico: è questa la vera e propria fobia che da tempo era nella testa di Breivik: una tesi ormai diffusa perché irresponsabilmente alimentata. Significativo è il fatto che quando la tragedia di Oslo e Utoya ha cominciato a mostrarsi in tutta la sua tremenda portata, quando alcune agenzie battevano la notizia di rivendicazioni jihadiste, i giornali di destra di gran parte del Vecchio Continente hanno subito bollato la strage come &#8220;azione di gruppi islamici&#8221;. Invece si tratta di una pagina nera, scritta con l&#8217;inchiostro nero del fondamentalismo occidentale e nordico, maturata negli ambienti dell&#8217;estremismo neo-nazista.<br />
Riflettiamoci un secondo: di tutti gli inquietanti scenari evocati in questi decenni per coltivare le paure delle popolazioni, quali si sono verificati? Trent&#8217;anni fa si temeva l&#8217;invasione degli africani, per la precisione dei marocchini. Poi si è minacciata l&#8217;invasione albanese. Poi quella cinese e infine &#8211; sullo sfondo dello &#8220;scontro di civilità&#8221; predicato dai neo-con americani e dai loro portavoce europei mentre si scatenavano le guerre in Iraq e Afghanistan &#8211; quella islamica. Certo, si sono avuti anche fenomeni di malavita più o meno organizzata, ma nessun gruppo di migranti potrebbe competere in efficienza e pericolosità sociale con la criminalita&#8217; organizzata italiana. Che non solo continua a tenere sotto controllo molte regioni del Mezzogiorno, ma si è ramificata anche nel nord del Paese. Tuttavia, nonostante la mitologia razzista sia stata smentita pezzo per pezzo dall&#8217;evidenza dei fatti e dalla cruda realtà dele condizioni di vita dei migranti (la maggior parte dei quali lavora ed è supersfruttato), in questa parte di mondo il razzismo continua a fare proseliti.<br />
Ma non tutto è perduto, non registriamo soltanto motivi di sconforto e di preoccupazione. Benché il razzismo e l&#8217;integralismo xenofobo prosperino, moltissimi giovani e moltissimi lavoratori e lavoratrici mostrano di volere reagire a questi rigurgiti reazionari, impegnandosi per salvare i valori della solidarietà e del rispetto delle persone. I movimenti di lotta contro il capitalismo neoliberista non sono soltanto sacrosante lotte sociali per i diritti del lavoro e dignitose condizioni materiali di vita. Sono anche espressione della consapevolezza che è necessario &#8211; e possibile &#8211; costruire una società realmente fondata sui fondamentali valori dell&#8217;uguaglianza nella libertà e della libertà degli uguali.</p>
<p>Claudio Grassi<br />
Marco Sferini</p>

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		<title>Venti di guerra</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 11:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2011/02/venti-di-guerra/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/guerra-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="guerra" /></a>Le vicende che stanno avvenendo nel Nord Africa sono entrate nel dibattito del blog. Diversi compagne e compagne hanno espresso il loro punto di vista, altri hanno fatto cenno ai pronunciamenti di Fidel e di Chavez. La situazione è molto complessa, le generalizzazioni e le semplificazioni non servono. E&#8217; già stato detto, ma giova ricordarlo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/guerra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2621" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="guerra" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/guerra-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>Le vicende che stanno avvenendo nel Nord Africa sono entrate nel  dibattito del blog. Diversi compagne e compagne hanno espresso il loro  punto di vista, altri hanno fatto cenno ai pronunciamenti di Fidel e di  Chavez. La situazione è molto complessa, le generalizzazioni e le  semplificazioni non servono. E&#8217; già stato detto, ma giova ricordarlo,  che vi è una differenza sostanziale tra quanto è successo in Tunisia ed  in Egitto e quanto sta avvenendo in Libia. Nel primo caso la rivolta è  stata scatenata da una condizione di miseria paurosa, oltre che  dall&#8217;insopportabilità di regimi dittatoriali, mentre nel secondo caso la  ribellione è principalmente contro il regime di Gheddafi.<br />
Distinguere e  approfondire le differenze che esistono non significa giustificare.  Sono intollerabili e da condannare le repressioni avvenute in Egitto e  Tunisia, così come quelle che stanno avvenendo il Libia. Così come sono  da condannare sistemi che si reggono su dittature personali,  accentramento vergognoso di ricchezza e di potere, e questo vale sia per  la Libia che per l&#8217;Egitto e la Tunisia, ma anche per l&#8217;Arabia Saudita  (fedele alleato Usa) e, purtroppo, molti altri Paesi, africani e non  solo. Così come è giusto, e lo stiamo facendo, manifestare in questi  giorni affinchè cessino i massacri in corso il Libia e si condannino  inequivocabilmente i deliranti messaggi di Gheddafi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2617"></span>Detto questo  vorrei, però, che ragionassimo anche su un altro aspetto. Mi pare stia  partendo in grande stile una operazione che ben conosciamo. L&#8217;abbiamo  vista in Iraq e l&#8217;abbiamo vista nella ex-Jugoslavia. Si utilizza la  giusta repulsione verso i regimi repressivi, si monta una campagna  nell&#8217;opinione pubblica, non ci si fa scrupolo anche di costruire  vergognose menzogne (ricordate le armi di distruzioni di massa che sono  servite per scatenare la guerra in Iraq? Non solo non sono mai state  trovate, ma sono state inventate di sana pianta dal governo degli Stati  Uniti), per scatenare un&#8217;altra guerra, magari denominandola “intervento  umanitario”.Vediamo come evolve la situazione, nel frattempo non  facciamoci trovare impreparati. Dobbiamo essere al fianco dei popoli in  lotta contro regimi che prima vengono spazzati via e meglio è, ma  pronti, da subito, a lottare contro qualsiasi intervento militare  comunque camuffato. Da questo punto di vista un ringraziamento  particolare al quotidiano il manifesto che non si limita ad informarci  puntualmente su quanto sta accadendo, ma con l&#8217;articolo di oggi di  Tommaso Di Francesco, che qui di seguito allego poiché lo condivido  completamente, ci mette in guardia su quello che sta accadendo “dietro  le quinte”. Segnalo, sempre su il manifesto di oggi un interessante  articolo di Manlio Dinucci che potete leggere nella rubrica “accade”,  qui a fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Verso un&#8217;altra guerra «umanitaria»</strong><br />
di Tommaso Di Francesco</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ai prodromi di un&#8217;altra guerra umanitaria. Che  andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La  Nato dichiara che «non è all&#8217;ordine del giorno, per ora», l&#8217;Unione  europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La  Russa che «non è nei nostri pensieri, però&#8230;». Ma ci stanno pensando,  ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali  di copertura. Sanzioni, no fly zone.<br />
Diciamo questo perché, ben al  dilà del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue  drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione.  Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte  dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando  in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle  mille alle diecimila vittime, secondo l&#8217;americanissima televisione Al  Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l&#8217;invenzione di un  inesistente membro libico della Corte penale internazionale  rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle  vittime e dei feriti.<br />
Quasi un déjà vu balcanico: per il Kosovo,  quando ci fu poi la verifica sul campo dei medici legali del Tribunale  dell&#8217;Aja risultò falso il numero delle vittime e inventata la strage di  Racak. Ma fu ben utile, nell&#8217;immediato, per 78 giorni di bombardamenti  aerei della Nato che provocarono 3.500 vittime civili. Volute, non  «effetti collaterali», denunciò un&#8217;inchiesta di Amnesty International.  Dimenticate, anzi cancellate da ogni memoria. Giacché la guerra doveva  essere «umanitaria». E a quell&#8217;enfasi di menzogne partecipò un&#8217;intera  schiera di media.<br />
Ci stanno pensando alla «missione». Gridando al  cielo che «no, è infame bombardare i civili», si sdegnano le cancellerie  occidentali. Dimenticando il massacro dei civili e degli insorti se  sono iracheni o afghani. Già l&#8217;amministrazione Usa parla di una delega  all&#8217;Italia e alla Francia, paesi ex coloniali che dovrebbero guidare  l&#8217;eventuale «missione». Del resto lo strumento militare operativo di  Africom della Nato è già pronto, come da mandato, per l&#8217;intervento  proprio in quell&#8217;area. E tutti sono avvertiti della presenza sul campo  non di Al Qaeda che soffia sul fuoco, ma di un integralismo islamico  reale e storico in Cirenaica.<br />
Eppure non sanno ancora come motivarlo  l&#8217;intervento. Se avessero a cuore davvero la vicenda umanitaria, non  avrebbero dovuto sottoscrivere accordi di compravendita di armi con il  Colonnello. E se l&#8217;Italia è davvero attenta all&#8217;umanità non avrebbe  dovuto ratificare in modo bipartisan un Trattato che, pur riconoscendo  finalmente le nostre malefatte coloniali, ha chiesto a Gheddafi di  istituire campi di concentramento per fermare la fuga dei migranti  disperati dalla grande miseria dell&#8217;Africa dell&#8217;interno e del Maghreb.<br />
Non  lo dicono, né lo diranno mai. Ma come per l&#8217;enfasi e la falsificazione  sul numero delle vittime, c&#8217;è l&#8217;esagerazione interessata sui «milioni di  profughi» dalla Libia e dalla Tunisia, «250mila» ha detto il gommoso  Frattini, senza alcuna vergogna.<br />
Non lo dicono, ma sono terrorizzati  davvero per il pericolo che corrono gli approvvigionamenti di petrolio e  metano. Per i nostri consumi, il nostro intoccabile modello di vita.<br />
Per  questo alla fine interverranno. Non per un ruolo umanitario da subito  degli organismi delle Nazioni unite, non per un corridoio umanitario che  porti soccorso a chiunque, insisto chiunque, soffra &#8211; giacché la crisi  libica si rappresenta più come guerra civile che come rivolta secondo il  modello di Tunisi e del Cairo. Interverranno perché, qualsiasi sia il  potere che arriverà dopo Gheddafi, svolga per noi la stessa funzione del  Colonnello: elargire petrolio per i consumi dell&#8217;Occidente e impedire  l&#8217;arrivo dei disperati relegandoli in un nuovo sistema  concentrazionario.</p>

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		<title>La Linke e noi</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 10:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/05/la-linke-e-noi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/die_linke_logo_wimp_740033g-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="die_linke_logo_wimp_740033g" /></a>A Rostock, in Germania, sabato e domenica scorsi, si è svolto il congresso della Linke. Qualche articolo è uscito anche sui giornali della sinistra italiana, in particolare l&#8217;Unità, il manifesto e Liberazione (che segnalo nella rubrica &#8220;Accade a Sinistra&#8221; di questo blog). Rifondazione Comunista, che vi ha partecipato con la presenza del segretario Ferrero, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/die_linke_logo_wimp_740033g.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1059" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="die_linke_logo_wimp_740033g" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/die_linke_logo_wimp_740033g-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A Rostock, in Germania, sabato e domenica scorsi, si è svolto il congresso della Linke. Qualche articolo è uscito anche sui giornali della sinistra italiana, in particolare <em>l&#8217;Unità</em>, il <em>manifesto</em> e <em>Liberazione</em> (che segnalo nella rubrica &#8220;<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/category/accade-a-sinistra/">Accade a Sinistra</a>&#8221; di questo blog). Rifondazione Comunista, che vi ha partecipato con la presenza del segretario Ferrero, è stata l&#8217;unico partito, assieme al Front de Gauche francese, ad essere invitato, a dimostrazione dei buoni rapporti che esistono tra le due formazioni politiche.<br />
Credo valga la pena, per noi comunisti, impegnati a risalire la china dopo una batosta incredibile, ragionare su questa esperienza che è riuscita, in tre anni, a raccogliere un consenso rilevante: l&#8217;11,9% alle ultime elezioni politiche del settembre 2009. Consenso raccolto nel Paese più popoloso e più importante dell&#8217;Unione Europea e conseguito con una piattaforma politica nettamente di sinistra.<br />
Non penso a modelli da “copiare”, ovviamente, ma ad una esperienza sulla quale riflettere.<br />
Il congresso si è concluso positivamente, con la sostituzione dei due presidenti “storici”: Oskar Lafontaine e Lothar Bisky. Al loro posto Gesine Lotzch, deputata (ex Pds) eletta con il 92,8% dei consensi e Klaus Ernst, sindacalista IG metal (ex Wasg raggruppamento dei fuoriusciti da sinistra dall&#8217;SPD), eletto con il 74,9% dei voti. Sono stati eletti anche 4 vicepresidenti (3 donne e 1 uomo), la Direzione; ed è stato votato un documento politico, mentre il documento programmatico, su cui si sta lavorando da tempo, dovrebbe essere concluso entro il 2011.<br />
Detto questo, le differenze politiche, anche profonde, che ci sono all&#8217;interno della Linke sono emerse anche in questa assise.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1058"></span>Come si sapeva da tempo il congresso ha riconfermato la presenza all&#8217;interno della Linke di diverse opzioni politiche che vengono a mio parere un po&#8217; grossolanamente collegate alle due distinte realtà territoriali. Da un lato la Linke dell&#8217;ovest guidata da Lafontaine che sarebbe più radicale e meno propensa a stringere alleanze con la SPD, dall&#8217;altro lato la Linke dell&#8217;Est che, viceversa, sarebbe più pragmatica e più propensa a stringere alleanze con la socialdemocrazia.<br />
Credo sia una suddivisione un po&#8217; schematica e colgo l&#8217;occasione per sollecitare chi avesse informazioni più precise o della documentazione a socializzarle in modo che possano arricchire il nostro dibattito.<br />
Tuttavia, come ogni semplificazione, essa contiene anche, molto probabilmente, un elemento di verità.<br />
E&#8217; evidente che le due parti principali che hanno dato vita alla Linke – la Pds e i fuoriusciti dall&#8217;SPD – non hanno ancora attuato, nei fatti, una vera unificazione, sia politica che organizzativa.<br />
Lo dimostra il fatto che, a differenza degli impegni presi, non è stato eletto un presidente ma due e che, a tutti i livelli, si è deciso di istituire le responsabilità doppie. Per esempio due responsabili organizzativi, due capigruppo in Parlamento etc.<br />
Così come è evidente che la collocazione alla opposizione di una grossa coalizione, come ha fatto la Linke fino al 2009, è stata condivisa da tutto il partito, mentre le varie posizioni interne quasi sicuramente si articoleranno se dopo le prossime elezioni politiche i parlamentari fossero determinanti per costruire un governo con Spd e Verdi, in alternativa alla CDU-CSU e liberali. Anche sulla partecipazione o meno ai governi regionali le posizioni si differenziano in modo molto netto.<br />
Un ruolo importante, nel corso del congresso, accettando anche di fare passi indietro rispetto agli obiettivi che il congresso stesso avrebbe dovuto conseguire, lo ha svolto Gysi, storico leader della PDS, il cui contributo è stato determinante per la conclusione unitaria.<br />
E&#8217; del tutto evidente che, stante questa situazione, l&#8217;unità raggiunta è molto precaria e può rompersi da un momento all&#8217;altro. Io spero vivamente che i compagni e le compagne della Linke non commettano questo errore storico. Pur con tutte le differenziazioni molto forti all&#8217;interno, oggi i lavoratori e le lavoratrici tedesche possono disporre di un soggetto politico che pesa nel Paese, in grado di opporsi alle politiche di destra e all&#8217;offensiva dei padroni, in grado di incidere nella politica e, come si è visto in questi primi anni, di essere attrattivo e, quindi, di crescere ulteriormente.<br />
E qui arriviamo agli elementi di riflessione che dalla Germania possiamo trasferire all&#8217;Italia e che mi sembrano da prendere in seria considerazione.<br />
Credo di non sbagliare nel dire che all&#8217;interno della Linke convive uno spettro di posizioni politiche che ci riportano a quelle presenti in Rifondazione Comunista della metà degli anni &#8217;90, prima della scissione cossuttiana. Tanto per intenderci, da Cossutta, Castellina, Magri, per arrivare a Cannavò e Ferrando, passando per Bertinotti. Tutte queste varie gradazioni della sinistra italiana, e anche di più, convivono nella Linke tedesca e prendono il 12%. In Italia, viceversa, queste forze si sono frantumate dando vita ad un arcipelago di formazioni incapaci, da sole, di rappresentare una alternativa credibile. Non mi sfuggono e non voglio affatto banalizzare le differenze profonde che sono emerse in questi anni, in particolare in rapporto al tema del governo, che è stata storicamente la causa prevalente delle nostri scissioni. Così come non mi sfugge il fatto che la stessa cosa possa capitare in futuro ai compagni e alle compagne tedesche. Io penso che noi dovremmo investire con forza sul tentativo di invertire questa tendenza, aprendo in Italia una riflessione vera tra di noi a partire dal fatto che così come siamo messi oggi serviamo a poco e che anche da noi bisogna scommettere su un grande sforzo unitario. La Federazione della Sinistra è il primo passo e deve essere fatta rapidamente, aprendola e facendola crescere anche dal basso per cercare di suscitare la passione e il coinvolgimento di milioni di persone che in questi anni si sono rifugiati nel disimpegno. Ma dobbiamo trovare le forme di coinvolgimento e di unità con tutte le altre forze, movimenti e associazioni che coprano quello spettro politico che nella Linke, convivendo assieme, pur in presenza di una forte dialettica interna, rappresentano un progetto alternativo e una speranza per le classi subalterne di quel Paese.</p>
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		<title>Cuba, que linda es Cuba</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 12:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/04/cuba-que-linda-es-cuba/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/04/cuba-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="cuba" /></a>Ogni occasione è buona, evidentemente, per gettare discredito su Cuba e sul suo processo rivoluzionario da parte dei soliti noti: Stati Uniti, Unione Europea, grandi circuiti della stampa internazionale, di destra come “progressista”. Non è la prima volta, ovviamente, che ci troviamo in questa situazione, ma in questo caso il pretesto utilizzato smaschera apertamente il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/04/cuba.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-886" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="cuba" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2010/04/cuba-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Ogni occasione è buona, evidentemente, per gettare discredito su Cuba e sul suo processo rivoluzionario da parte dei soliti noti: Stati Uniti, Unione Europea, grandi circuiti della stampa internazionale, di destra come “progressista”. Non è la prima volta, ovviamente, che ci troviamo in questa situazione, ma in questo caso il pretesto utilizzato smaschera apertamente il cinismo e l’ipocrisia dei diversi protagonisti di questa campagna tanto arrogante quanto inconsistente. Con il solito, anche in questo caso non nuovo, obiettivo: interrompere il processo di transizione al socialismo e ripristinare una transizione al capitalismo di stampo neocoloniale a Cuba, colpendo al cuore il nuovo corso progressista in America Latina e le prospettive in costruzione del socialismo nel XXI secolo. Sostengono la campagna contro Cuba gli stessi protagonisti che hanno di fatto legittimato il golpe in Honduras o che hanno esteso la propria presenza militare nella Colombia fascista di Uribe per minacciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e lo stesso Brasile di Lula. Gli stessi che hanno tentato di colonizzare Haiti con il pretesto del terremoto o che continuano a decimare la popolazione civile in Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-884"></span>L’occasione, questa volta, è stata la morte di un detenuto in carcere per reati comuni trasformato in dissidente politico grazie ad una campagna mediatica internazionale. La morte di una persona, a maggior ragione se si trova in condizione di detenzione, è un fatto che ci addolora ed è il sentimento che proviamo anche in questo caso. Quello che non si può fare è piegare tutta la vicenda per biechi interessi politici come invece, purtroppo, sta avvenendo. Orlando Zapata Tamayo si trovava in carcere per reati comuni, in sciopero della fame dal 18 dicembre 2009, curato dai medici cubani prima nelle strutture sanitarie del luogo di detenzione e, successivamente, a Camaguey e l’Avana, deceduto in seguito a sopraggiunta polmonite. Diagnosticata e curata, anche se purtroppo invano. Non è morto massacrato di botte come Cucchi o Aldrovandi; non è stato legato e seviziato come ad Abu Ghraib; non è stato incappucciato, drogato e torturato come a Guantanamo o Bagram, inferni che hanno a che fare non con Cuba ma con la nuova democrazia USA post 11 settembre 2001; non è scomparso su uno dei voli segreti della CIA o ucciso in un qualche Paese del mondo da agenti dei servizi segreti cubani con documenti o passaporti rubati e falsificati. Molti, in questi giorni difficili, hanno richiamato tutto questo, com’è giusto che sia: alla strumentalità occorre rispondere con argomenti e fatti, nonostante la disparità dei mezzi in campo.<br />
Raul Castro, Presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri a L’Avana, ha  ricordato nella sua dichiarazione del 24 febbraio che la politica terroristica degli Stati Uniti dalla vittoria della Rivoluzione è costata a Cuba oltre 5.000 tra morti e feriti. Per poi aggiungere: “Qui, in mezzo secolo, non abbiamo ucciso nessuno; qui non è stato torturato nessuno; qui non si è avuta alcuna esecuzione extragiudiziale. Beh, qui a Cuba sì, è stata praticata la tortura, ma nella Base Navale di Guantanamo, non nel territorio governato dalla Rivoluzione”. Come è bene non dimenticare i 5 patrioti cubani illegalmente detenuti negli USA, in condizioni nella migliore delle ipotesi molto discutibili. Quasi certamente peggiori di quanto non fosse stato il caso di Zapata Tamayo.<br />
Questo non significa, in sede di bilancio storico come nell’elaborazione e nella ricerca di una prospettiva futura, che non esista un nodo da sciogliere, un nodo che attiene alle relazioni tra democrazia e socialismo. Oltre a prendere le distanze dal punto di vista storico rispetto alle forme autoritarie di socialismo, con le quali Cuba – per correttezza di analisi – ha sempre avuto poco a che vedere, la prospettiva della trasformazione rivoluzionaria della società può tornare ad avere una sua attrattività solamente se essa coniuga  l’estensione dei diritti sociali con l’estensione delle libertà politiche e dei diritti civili. Anche su questo terreno, e non solamente sullo sviluppo economico, il socialismo per affermarsi dovrà dimostrare la propria superiorità per evitare di ripetere gli errori del passato.</p>

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		<title>Comunisti fuorilegge?</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 13:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2009/12/comunisti-fuorilegge/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/486517127_dd27e17f00-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="486517127_dd27e17f00" /></a>Di fronte alla drammatica crisi economica che ha spazzato in questi mesi tutti i paesi dell’Europa Orientale, entrati a far parte prima della NATO e poi dell’UE dal maggio 2004, e di fronte alla sempre più evidente disillusione di tanta parte della popolazione rispetto alle iniziali speranze della transizione al capitalismo, sembra trarre nuovo vigore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/486517127_dd27e17f00.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-614" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="486517127_dd27e17f00" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/486517127_dd27e17f00-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a>Di fronte alla drammatica crisi economica che ha spazzato in questi mesi tutti i paesi dell’Europa Orientale, entrati a far parte prima della NATO e poi dell’UE dal maggio 2004, e di fronte alla sempre più evidente disillusione di tanta parte della popolazione rispetto alle iniziali speranze della transizione al capitalismo, sembra trarre nuovo vigore una campagna anticomunista violenta, viscerale e primitiva. Campagna che, per la verità, non si è mai interrotta dalla fine del cosiddetto “socialismo reale”, ma che tende ad acquistare volta per volta nuovo vigore nei momenti di maggiore difficoltà delle “nuove” classi dirigenti, di fatto molto più vicine agli USA che all’UE. E’ questo forse lo scoglio principale che si frappone all’elaborazione di una politica estera e di sicurezza comune, in parte diversa e potenzialmente autonoma da Washington. Anche se Obama non è Bush.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Più volte, negli anni scorsi, di fronte al silenzio delle istituzioni europee, che fingono di non accorgersi di una palese violazione delle garanzie democratiche e del diritto alla libera espressione, abbiamo protestato contro le pesanti persecuzioni contro il Munkaspart ungherese o contro la Gioventù Comunista della Repubblica Ceca, come contro i comunisti e le minoranze russofone nelle Repubbliche Baltiche. Quasi da soli abbiamo denunciato i rigurgiti fascisti, mentre in Estonia veniva abbattuto il monumento all’Armata Rossa che ha sconfitto il nazismo.</div>
<div style="text-align: justify;"><span id="more-613"></span></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Negli ultimi mesi, Repubblica Ceca e Polonia sono di nuovo protagoniste. A Praga, 38 Senatori su 81 hanno preso in esame il rapporto finale della Commissione Temporale per la valutazione di costituzionalità del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), approvando con soli 30 voti una mozione che rileverebbe numerosi indizi di violazione della Costituzione, chiedendo al governo di portare il caso di fronte al Tribunale Supremo Amministrativo. Tra le ragioni addotte, la visione marxista e la posizione del partito espressa in occasione del recente conflitto in Caucaso che ha visto opporsi la Russia e la Georgia. In data 8 dicembre 2009, poi, senza alcun intervento né da parte dell’ex governo di centro-destra guidato da Topolanek, né dell’attuale governo tecnico guidato da Fisher, la Commissione Temporale ha di nuovo sollecitato il governo ad intervenire. Ai comunisti cechi, terza forza politica del paese (12,8% alle politiche del 2006 e 14,2 alle europee dello scorso giugno), che più volte ed in diverse occasioni e documenti ufficiali hanno preso inequivocabilmente le distanze da tutte le forme autoritarie di socialismo, dovrebbe andare la solidarietà non solamente di tutte le forze comuniste e di sinistra, ma anche di tutte le organizzazioni democratiche.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Nella Polonia saldamente in mano alla destra – sia essa quella liberista di Tusk o quella populista del Presidente Kaczynski – alla fine di novembre è stato approvata dal Senato una modifica all’articolo 256 del Codice Penale che vieta la “produzione, distribuzione, vendita o possesso, in stampa o in registrazione, di tutto ciò che possa rappresentare simboli fascisti, comunisti o un qualsiasi altro tipo di simbolo totalitarista”, prevedendo fino a due anni di carcere per i trasgressori. 255 i voti favorevoli e solo 55, quelli socialdemocratici, contro. Più volte, poi, nei mesi precedenti, la destra populista ha minacciato una vera e propria epurazione dagli enti pubblici dei collaboratori del precedente governo comunista.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Il cosiddetto “socialismo reale” per tanti versi non ha dato buona prova di sé – ed i comunisti per primi sono chiamati ad una riflessione approfondita sul difficile terreno del rapporto tra democrazia e socialismo -, ma esso non può in alcun modo essere paragonato né al nazismo, né ai regimi totalitari del recente passato. “Qui sta la differenza: – ha scritto Havemann, dissidente marxista nella RDT – i comunisti sono capaci di rivedere le proprie posizioni, riconoscere gli errori e correggerli, e ritrovare la strada da cui si sono allontanati: la strada della giustizia, dell’umanità e della libertà”. I comunisti, insomma, hanno fin da subito fatto i conti con il culto della personalità e con alcune esperienze autoritarie di transizione al socialismo, mentre il capitalismo al bisogno si è sempre sostenuto sul fascismo, il nazismo ed il totalitarismo.</div>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>La rivolta in Iran</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 13:12:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Iran]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2009/12/la-rivolta-in-iran/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/rivolta_studenti_500-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="rivolta_studenti_500" /></a>Probabilmente un marxista serio non si appresterebbe a scrivere quello che leggerete. Una certa rigidità teorica esige il distacco dalle passioni e dai sentimenti. Eppure Marx ha unito sempre la passione  per i proletari, con la sua analisi scientifica del capitalismo. Vorrei poter dire che ciò che accade in Iran in queste ore, nelle strade [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/rivolta_studenti_500.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-609" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="rivolta_studenti_500" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/uploads/2009/12/rivolta_studenti_500-300x204.jpg" alt="" width="280" height="190" /></a>Probabilmente un marxista serio non si appresterebbe a scrivere quello che leggerete. Una certa rigidità teorica esige il distacco dalle passioni e dai sentimenti. Eppure Marx ha unito sempre la passione  per i proletari, con la sua analisi scientifica del capitalismo.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Vorrei poter dire che ciò che accade in Iran in queste ore, nelle strade della capitale Teheran, è uno dei processi di evoluzione delle contraddizioni del capitalismo. Un fenomeno che riguarda la coscienza in sé di un proletariato mediorientale che intende rovesciare un regime teocratico che manda a morte i ragazzi di 15 anni perchè si scoprono omosessuali, che tiene le donne in uno stato di patriarcalismo religioso che nulla ha da invidiare a quelli tanto vituperati dei talebani afghani.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Invece non è una rivolta sociale per chiedere la fine dell’economia di mercato anche in Iran, ma è, più semplicemente, una delle tante rivoluzioni “colorate” che scoppiano contro un potere assoluto che diventa sempre più insopportabile. Per questo, si rischia anche la morte per le vie della capitale iraniana: basta mettere fine a questo incubo.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">La rivoluzione khomeinista non fu, di per sé, nell’immediatezza un passaggio completamente negativo: abolì il medioevo dello Scià e passò ad una riforma della società.  Però, col tempo, ha assunto sempre più i connotati di una teocrazia invadente, intollerante, decisionista in ogni campo e di chiaro stampo reazionario. Ammesso, e non concesso, che possano esistere delle teocrazia illuminate o di anche semplice stampo liberale.</div>
<div style="text-align: justify;"><span id="more-608"></span></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">I giovani che nuovamente oggi scendono nelle vie di Teheran non sanno probabilmente di dare una mano agli Stati Uniti nel cercare di far fuori il governo di Mahmud Ahjmadinejad, ma questo è un fatto che viene in evidenza se si considera lo scacchiere internazionale nel suo complesso.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Occorre certamente tenere conto del fatto che si è creato un asse di resistenza al dominio statunitense tra Iran e paesi come il Venezuela; così come occorre tenere conto che senza gli aiuti iraniani la lotta palestinese sarebbe probabilmente stata sopraffatta da tempo. Tutto questo, e altro ancora, fa dell’Iran un nemico degli Usa e, pertanto, per molti antimperialisti e anticapitalisti un alleato prezioso, visto che, oltretutto, sembra essere in grado di sviluppare tecnologie atomiche.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">E’ di pochi giorni fa, infatti, un ennesimo anatema americano contro Teheran e una minaccia di inasprimento delle sanzioni Onu qualora, entro la fine del presente anno, il governo iraniano non disponga i controlli nei siti di produzione della fissione nucleare. Tutto ciò ci pone davanti ad un quesito : è opportuno o no sostenere la lotta degli studenti e di tutta quella popolazione iraniana che affronta la polizia, che si fa massacrare al grido di: “A morte il dittatore!”?</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Sostenere questa lotta è un indiretto, o diretto, sostegno all’imperialismo statunitense? Non è una domanda a cui è semplice dare una risposta, soprattutto se esige un ferreo  pronunciamento. Un “sì” o un “no”.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Io  provo a rispondere così, perché è questo quello che ritengo occorra fare. Al tempo della rivoluzione “arancione” in Ucraina c’era dietro un evidente appoggio americano, per espandere la Nato, per aprire un varco anche lì, nell’ex Unione sovietica, all’imperialismo dell’ultima superpotenza mondiale.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">La rivoluzione “verde” iraniana, invece, potrà anche avere – e certamente ha – dei supporter statunitensi al suo interno. Lo stesso Mousavi è un personaggio ambiguo che fa parte  organicamente dell’oligarchia religiosa del regime.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Ma ciò che conta è il motivo della sollevazione: una presa di coscienza diretta, senza filtri. Una presa di coscienza in merito alla fine di un regime dittatoriale che si fonda su principi non solo legislativi ma etici, morali, religiosi inaccettabili. Questo regime applica la pena di morte sulla base di discriminazioni religiose, sessuali e per reati considerati “abominio” solo sulla base di una interpretazione estrema del Corano.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Ecco, io credo che i comunisti e i resistenti di ogni paese dovrebbero appoggiare non tanto Mousavi, quanto la spontaneità popolare che nei giorni scorsi ha messo in fuga le guardie in molte strade. I comunisti non possono non vedere che milioni di persone, in larga parte giovani, scendone nelle strade perché vogliono libertà e non ne possono più di un regime dittatoriale e teocratico. I comunisti devono essere dalla loro parte!</div>

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