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	<title>Blog di Claudio Grassi &#187; ARCHIVIO</title>
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		<title>Presentazione della mozione &#8220;ESSERE COMUNISTI&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:35:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARCHIVIO]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/presentazione-della-mozione-essere-comunisti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi
Roma – 27 novembre 2004 &#8211; Centro Congressi Frentani Manifestazione nazionale &#8220;Contro la guerra, per l’alternativa&#8221;Presentazione della mozione &#8220;ESSERE COMUNISTI&#8221; 6° Congresso del P.R.C. Intervento conclusivo di Claudio Grassi, membro della Segreteria nazionale Prc e coordinatore dell’Area dell’Ernesto


Manifestazione nazionale &#8220;Contro la guerra, per l’alternativa&#8221;
Presentazione della mozione &#8220;ESSERE COMUNISTI&#8221; &#8211; 6° Congresso del P.R.C.
Intervento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi<br />
Roma – 27 novembre 2004 &#8211; Centro Congressi Frentani Manifestazione nazionale &#8220;Contro la guerra, per l’alternativa&#8221;Presentazione della mozione &#8220;ESSERE COMUNISTI&#8221; 6° Congresso del P.R.C. Intervento conclusivo di Claudio Grassi, membro della Segreteria nazionale Prc e coordinatore dell’Area dell’Ernesto<br />
<br />
</br></p>
<p>Manifestazione nazionale &#8220;Contro la guerra, per l’alternativa&#8221;</p>
<p>Presentazione della mozione &#8220;ESSERE COMUNISTI&#8221; &#8211; 6° Congresso del P.R.C.</p>
<p>Intervento conclusivo di Claudio Grassi, membro della Segreteria nazionale Prc e coordinatore dell’Area dell’Ernesto</p>
<p>Cari compagni/e,</p>
<p>ringrazio tutti i nostri ospiti per essere intervenuti a questa iniziativa.</p>
<p>Con i loro interventi ci hanno fornito numerosi elementi di riflessione per il nostro lavoro. La loro presenza ci onora e ci stimola, ci dà argomenti per lottare con maggiore determinazione.</p>
<p>Abbiamo voluto organizzare questa nostra iniziativa politica nazionale di presentazione della mozione &#8220;Essere Comunisti&#8221; con interlocutori esterni. Questo perché, anche in questa occasione, vogliamo intrecciare le nostre idee, le nostre iniziative politiche con il congresso e non viceversa.</p>
<p>E i temi che sono stati posti dai relatori che mi hanno preceduto sono tra gli argomenti principali della nostra mozione: la storia dei comunisti che noi viviamo come patrimonio e non come un problema di cui ci hanno parlato Nori Brambilla e Giovanni Pesce, anche attraverso alcune immagini del film &#8220;Senza Tregua&#8221; di Marco Pozzi; il lavoro, soprattutto la grave situazione di arretramento che si vivi nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro più in generale, il potere d’acquisto eroso continuamente dall’aumento del costo della vita, la precarizzazione dilagante, la necessità<br />
della lotta e del conflitto, di cui ci ha parlato Rita Ghiglione della Fiom. La gravità della situazione internazionale, la politica di guerra dell’imperialismo americano, che con la rielezione di Bush subisce una accelerazione, di cui ci ha parlato Manlio Dinucci, collaboratore del Manifesto che ringraziamo anche per i suoi articoli di vera e propria controinforazione sulle questioni internazionali. La situazione terribile in cui sono costretti a vivere i palestinesi nella indifferenza del mondo, a partire dall’Europa, schiacciati da uno stato terrorista che anziché concedere terra costruisce muri, di cui ci ha parlato Yusef Salman, responsabile della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia. Infine il punto di vista della Resistenza irachena, la vicenda di un popolo che più di ogni altro è costretto a vivere un occupazione, una guerra e sente su di sé tutta la violenza e il terrorismo che l’intervento anglo-americano porta con sé, di questo ci ha parlato Subhi Toma, esponente del Comitato Internazionale della Resistenza Irachena.</p>
<p>Questi temi occupano molte parti della nostra mozione ed era giusto che venissero illustrati dai protagonisti. Inoltre ringrazio gli ospiti presenti in sala, i giornalisti e tutti voi che siete intervenuti così numerosi.</p>
<p>SITUAZIONE INTERNAZIONALE</p>
<p>Il VI congresso di Rifondazione Comunista cade in un momento molto particolare.<br />
A livello internazionale siamo all’indomani della preoccupante rielezione di Bush e a livello nazionale ci troviamo a fronteggiare un governo di destra che, pur trovandosi in una situazione di grande difficoltà, cerca di rilanciarsi attraverso una estremizzazione delle proprie propensioni<br />
reazionarie e populiste. Questi due episodi ci confermano come l’onda lunga conservatrice apertasi alla fine degli anni 70, in America con Reagan e in Europa con la Thatcher, e che ha avuto un impulso con il crollo dell’Urss e dei Paesi dell’Est alla fine degli anni 80, non si è ancora arrestata. Certo, si sono sviluppati importanti movimenti che hanno messo in difficoltà la politica liberista e di guerra, mi riferisco al movimento per la Pace, al movimento contro la globalizzazione neoliberista, alla ripresa in alcuni paesi, della conflittualità operaia; si sono aperte contraddizioni tra<br />
poli capitalistici: tra Stati Uniti e alcuni paesi dell’Unione Europea, tra politica americana e stati o regioni emergenti come Russia, Cina, India; ci sono spostamenti in senso progressista di importanti paesi dell’America Latina e dell’Africa, ci sono resistenze dei popoli a partire da quello iracheno. Ma tutto questo non è ancora sufficiente per infliggere una sconfitta alla politica statunitense. Compito prioritario dei comunisti è operare per contribuire a determinare una convergenza di tutte queste forze per sconfiggere la politica di guerra dell’imperialismo americano. Infatti la politica di guerra preventiva e permanente, che ha caratterizzato il primo mandato della presidenza Bush, dopo la vittoria elettorale avvenuta sulla base di una estremizzazione di quelle stesse politiche, continuerà ad essere la modalità con cui il governo americano affronterà la situazione internazionale.</p>
<p>Sono le stesse contraddizioni dell’economia americana che spingono il governo verso questa politica. Un paese che consuma molto di più di quello che produce, che ha bisogno di un ingente quantitativo di risorse energetiche per mantenere il suo livello di vita, che ha accumulato un<br />
debito estero colossale, che spende in armamenti tanto quanto spendono tutti gli stati del mondo messi assieme, che è presente con basi militari, mezzi e uomini in ogni angolo del pianeta e che cerca, attraverso la forza militare, di cui oggi detiene il predominio, di continuare a mantenere anche la supremazia politica ed economica in tutto il mondo. Tutto questo genera guerre, distruzione di risorse, devastazione ambientale.</p>
<p>Eppure, grazie allo sviluppo della scienza, della tecnologia, della ricerca oggi il mondo, per la prima volta, avrebbe la possibilità di consentire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa; ciò non avviene poiché gran parte delle risorse vengono bruciate in armi, guerre e per consentire a una piccola minoranza del pianeta di possedere sterminate ricchezze. Quando parliamo di necessità di superamento del capitalismo parliamo di questo, quando parliamo della necessità di sconfiggere la politica imperialista degli Usa parliamo di questo.</p>
<p>Da questo punto di vista i movimenti nati a Seattle e che sono passati per Porto Alegre, Durban, Cancun hanno contributo in modo importante non solo a costruire una opposizione significativa a questa politica, ma hanno avuto il pregio di riaprire luoghi di incontro e di iniziativa internazionali,<br />
parlo dei Forum mondiali, ma anche di quelli continentali, nei quali si è iniziato a discutere come contrastare a livello globale il liberismo. Questo movimento, che pure oggi sconta un momento di impasse, è stato importante poiché, dopo tanto tempo, ha riportato alla politica una nuova<br />
generazione di giovani. Noi dobbiamo stare dentro questo movimento, alla pari, come comunisti, sapendo cogliere tutti gli elementi utili che ci possono giungere anche per aggiornare e migliorare la nostra proposta politica e identitaria, ma anche per sostenere i nostri convincimenti senza<br />
nessun atteggiamento di subalternità. In questo contesto la situazione irachena, prima la guerra oggi l’occupazione, è emblematica della fase che viviamo. Mai era stato fatto uno scempio così plateale di qualsiasi rispetto della legalità e delle regole internazionali. Sono state costruite menzogne per convincere l’opinione pubblica internazionale.</p>
<p>- Si è parlato di armi di distruzione di massa che non c’erano.</p>
<p>- Si è sostenuto che il governo iracheno era collegato con Al Qaeda e ciò non è mai stato dimostrato.</p>
<p>- Si è parlato di un intervento per esportare la democrazia e abbiamo visto le immagini terribili di Abu Ghraib.</p>
<p>D’altra parte chi ha sempre sostenuto le più feroci dittature latinoamericane non è molto credibile in quanto esportatore di democrazia.</p>
<p>E’ stato utilizzato l’attentato alle due torri – sulle cui dinamiche esistono ancora moltissimi punti oscuri – per sferrare una guerra che era pronta da tempo. Si è iniziata la guerra contro l’Onu e la comunità internazionale.</p>
<p>Insomma è stato costruito un vero e proprio depistaggio, una grande menzogna mondiale, un grande inganno per impossessarsi di una zona ricchissima di risorse energetiche per di più collocata in una zona strategica e, come già avvento in Afghanistan, per installarvi basi e missili che controllino paesi emergenti potenzialmente antagonisti agli Usa: Russia, Cina e India. Questi sono stati i motivi della guerra e sono i motivi per i quali prosegue l’occupazione e gli Usa vogliono – attraverso la<br />
nomina di un governo fantoccio – rendere stabile la loro presenza. Se così è, come ormai tutti riconoscono, non ha nessun senso rappresentare questa situazione con la spirale guerra-terrorismo! Certo che c’è la guerra ed è certo che c’è il terrorismo, che a sua volta è alimentato dalla guerra. Così come è certo che i comunisti sono, non da oggi, contrari al terrorismo.</p>
<p>Ma è sbagliata questa rappresentazione poiché essa assume la vulgata dominante, diffusa a piene mani dai grandi mezzi di informazione, che è pericolosa perché lascia intendere che la guerra è indotta dal terrorismo e che quindi se non ci fosse il terrorismo non ci sarebbero le guerre! Ma ciò<br />
è falso poiché sappiamo che la guerra in Iraq è stata decisa già negli anni 90 quando Bin Laden era ancora a libro paga della Cia e perciò la sua realizzazione aveva ben altre motivazioni.</p>
<p>Inoltre questa rappresentazione guerra-terrorismo uccide tutto ciò che vi è in mezzo.</p>
<p>E in Iraq, come avete sentito dall’intervento di Subhi Toma, vi è un popolo che resiste a una guerra e a una occupazione illegittime. Una Resistenza – questo lo riconoscono tutti i Trattati internazionali – che non solo è legittima, ma dobbiamo auspicare che si rafforzi, riunisca e riesca a porre fine all’occupazione del paese.</p>
<p>E la Resistenza contro l’occupante non è terrorismo!</p>
<p>E’ stato un grave errore, anche da parte del nostro partito, avere per parecchio tempo negato l’esistenza di una Resistenza di popolo e poi averla spregiativamente definita una Resistenza con la &#8220;r&#8221; minuscola; ognuno di noi, nei terribili giorni dell’assalto a Fallujia, si è sentito al fianco dei resistenti iracheni, ha sofferto con loro e ha provato tutto il senso di impotenza e di sgomento nel vedere, di fronte a un massacro così terribile, la mancanza di qualsiasi forma di lotta e di mobilitazione anche del movimento per la pace.</p>
<p>La lotta di resistenza del popolo iracheno è importante poiché è un ostacolo alla politica di guerra degli Stati Uniti, essa va sostenuta poiché è un diritto del popolo iracheno cacciare gli invasori e decidere qual è il suo futuro. Va sostenuta perché una sconfitta del popolo iracheno apre la strada<br />
ad altre guerre. Come sappiamo l’elenco che gli Usa hanno fatto dei cosiddetti &#8220;Stati canaglia&#8221; è lungo e dopo l’Iraq ci sono già segnali gravi verso l’Iran, la Corea del Nord, Cuba.</p>
<p>Anche ciò che sta avvenendo in Ucraina (con una pesante interferenza in uno stato sovrano da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea,<br />
attraverso il tentativo di non riconoscere un risultato elettorale e cercando di spingere l’opposizione verso la guerra civile) si inserisce in questo processo globale nel quale gli Stati Uniti cercano di indebolire le potenze concorrenti (in questo caso la Russia) e di costruirvi Stati fantoccio come<br />
hanno fatto nella Ex-Jugoslavia e in Afghanistan, come cercano di fare in Iraq e come hanno cercato di fare, uscendone però sconfitti, in Venezuela.</p>
<p>Oltre a sostenere la Resistenza irachena, noi dobbiamo continuare la nostra lotta affinché il contingente militare italiano in Iraq venga immediatamente ritirato; come hanno recentemente detto anche il ministro della Difesa Martino e il presidente del Senato Pera, i militari italiani sono impegnati in una azione di guerra e quindi il nostro paese sta violando, come già aveva fatto nel 1999 con la guerra in Kosovo, l’art. 11 della Costituzione. Ed è grave che Prodi, nella lunga intervista rilasciata mercoledì scorso alla Stampa, non faccia alcun cenno sulla necessità del ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq, mentre si dilunghi nel valutare positivamente le conclusioni del vertice di Sharm el-Sheik poiché, dice Prodi: &#8220;Il processo politico per andare alle elezioni (in Iraq ndr) deve diventare lo strumento per diminuire le divisioni tra Europa e Stati Uniti. Questa alleanza tra Europa e Stati Uniti &#8211; prosegue Prodi – resta il cardine della stabilità internazionale&#8221;. Basterebbero queste parole per essere assai preoccupati sulla politica estera del futuro governo Prodi nel quale dovrebbe entrare anche Rifondazione Comunista. Prodi valuta positivamente le future elezioni irachene ma, ci chiediamo, sono possibili elezioni libere in un paese occupato, guidato da un governo fantoccio nominato dagli americani, con intere città nelle quali ogni giorno avvengono vere e proprie azioni di guerra? Certamente no. Prima di tutto bisogna che tutti gli eserciti dei paesi presenti in Iraq che hanno fatto o appoggiato la guerra se ne vadano, solo dopo si potrà parlare di elezioni, che il popolo iracheno deciderà come e quando fare. In queste giornate terribili della distruzione di Fallujia, oltre a sentirci vicini al popolo iracheno, siamo al fianco del<br />
popolo palestinese. La morte di Arafat, che qui vogliamo ricordare come un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla causa del popolo palestinese – ha riportato sotto i riflettori del mondo il fatto che a un intero popolo, nonostante decine di delibere dell’Onu in tal senso, viene negata una terra,<br />
viene negato il diritto primario all’esistenza, a un luogo dove vivere, abitare, studiare, giocare, lavorare: una vergogna dell’umanità. E anziché dare una terra ai palestinesi, anziché ritirarsi dai territori occupati, Israele – nel vergognoso silenzio della comunità internazionale – costruisce il Muro, per ghettizzare e dividere rendendo impossibile la vita stessa al popolo palestinese. Chissà dove sono finiti quel fior fiore di giornalisti che, negli anni passati, ci hanno informato, giustamente, di quanto fosse anacronistico il Muro di Berlino e che oggi sono muti e non scrivono una parola su quest’altro Muro della vergogna. Certo c’è il terrorismo, il terrorismo terribile che uccide indiscriminatamente i pendolari su un treno della stazione di Madrid, o uccide bambini innocenti che con i loro genitori sono in una scuola nel giorno della sua apertura. Siamo nemici irriducibili del terrorismo. Non solo non aiuta la causa che a parole dice di difendere, ma<br />
la indebolisce. Il terrorismo uccide la partecipazione delle grandi masse, il cui coinvolgimento è sempre essenziale per trasformare la società e ottenere miglioramenti per i ceti più deboli. La nostra condanna a queste azioni, in qualunque parte del mondo si compiano, è netta e totale. Ma, se non vogliamo essere ipocriti, il nostro ragionamento non può fermarsi qui.</p>
<p>- Non è terrorismo uccidere a freddo un bambino palestinese perché ha uno zainetto sulle spalle?</p>
<p>- Non è terrorismo costringere una donna palestinese a partorire in uno dei tanti posti di blocco o check point?</p>
<p>- Non è terrorismo scaricare su un paese migliaia di bombe all’uranio impoverito, distruggere i ponti, devastare la più grande fabbrica del paese, la Zastava, e bombardare l’ambasciata cinese e la televisione di stato a Belgrado?</p>
<p>- Non è terrorista un governo che decide con una apposita riunione di uccidere il capo di una organizzazione palestinese, per di più bloccato su una sedia a rotelle?</p>
<p>- E la guerra… non è terrorismo all’ennesima potenza?</p>
<p>Ecco perché ci sentiamo di fare nostra la denuncia del grande premio Nobel Perez Esquivel: &#8220;Il più pericoloso terrorista è Bush&#8221;.</p>
<p>Per concludere questa parte sulle questioni internazionali, che è ampiamente approfondita nella prima parte della nostra Mozione, vorrei fare un riferimento, giacché parliamo di popoli che resistono, all’America Centrale e Latina.</p>
<p>Qui la situazione è molto interessante poiché oltre alla presenza di Cuba, che ha saputo resistere all’infame embargo e a cui confermiamo la nostra piena solidarietà, c’è stato l’importante successo di Chavez al referendum in Venezuela. Nonostante un massiccio intervento esterno degli Stati Uniti, e dopo la vittoria di Lula in Brasile, hanno vinto le sinistre in Uruguay e recentemente anche in Nicaragua. Insomma, gran parte del continente latino-americano potrebbe collocarsi su una linea di autonomia rispetto agli Usa, una eventualità molto importante per gli equilibri internazionali.</p>
<p>Più contraddittoria la situazione nell’Unione Europea. L’evoluzione che registriamo in questa parte del mondo non è positiva, certo permane una divergenza, soprattutto da parte di Germania, Francia e adesso anche Spagna, sull’unilateralismo Usa, ma è una pura illusione pensare che l’Europa possa costituire una alternativa alla aggressività dell’imperialismo americano. Ne sono dimostrazione l’approvazione di una Costituzione negativa, la prosecuzione di politiche economiche liberiste, la spinta alla costruzione di un esercito europeo che alimenterebbe la corsa agli armamenti e ridurrebbe le risorse per lo stato sociale. Certo, vi è una politica internazionale meno aggressiva, e ciò è importante, ma non tale da configurare una alternativa.</p>
<p>La politica internazionale sarà certamente una parte importante di questo nostro congresso e noi dobbiamo evidenziare le nostre posizioni a partire dalla erroneità delle tesi, presenti già nello scorso congresso, di superamento della nozione di imperialismo, di costituzione di presunti &#8220;direttori mondiali&#8221;, di superamento del ruolo degli Stati, della inesistenza delle contraddizioni interimperialistiche.</p>
<p>SITUAZIONE POLITICA NAZIONALE</p>
<p>Ma il tema centrale di questo 6° congresso di Rifondazione Comunista sarà il tema del governo.</p>
<p>Su questo punto vorrei dire in premessa che ci troviamo in una situazione un po’ paradossale. I compagni che allo scorso congresso ci hanno contrastato definendoci, a seconda delle occasioni, di destra, alleantisti, frontisti, teorizzando l’esaurimento dei margini di riformismo e individuando nei disobbedienti il loro riferimento principale nel movimento, oggi ce li troviamo a teorizzare la possibilità di un ingresso nel governo ancor prima di aver iniziato la discussione programmatica. E noi, al contrario, che abbiamo mantenuto la posizione di allora, e cioè che le intese vanno sempre cercate, ma si chiudono solo in presenza di programmi avanzati, ci troviamo scavalcati a destra. Io credo che noi dobbiamo tenere ferma questa posizione e lavorare perché diventi la posizione di tutto il partito: prima i contenuti e poi gli schieramenti, prima i programmi e poi le persone: questa è la nostra bussola. Per entrare nel governo non è sufficiente un programma, generico, un impianto generale, serve al contrario un programma che contenga alcuni punti chiari e precisi caratterizzanti per Rifondazione Comunista, i movimenti e i ceti che vogliamo rappresentare. Non siamo disposti a firmare cambiali in bianco. Ne và della autonomia di Rifondazione Comunista, che non può vedersi<br />
ingabbiata in una alleanza tutta interna a un sistema di alternanza.</p>
<p>Diciamo da tempi non sospetti che la priorità delle forze di opposizione, compresa Rifondazione Comunista, è cacciare Berlusconi. I danni prodotti da questo governo sono gravissimi in tutti i campi: dalla giustizia all’informazione, dalla scuola ai diritti, dal lavoro al Mezzogiorno, per<br />
arrivare fino all’attacco alla Costituzione e alla Resistenza. Non c’è alcuna incertezza da parte nostra sul fatto che si debba fare qualsiasi cosa alle prossime elezioni pur di impedire che Berlusconi governi il paese per altri cinque anni.</p>
<p>Ma, detto questo, per entrare in un governo e quindi assumersi le responsabilità per intero delle politiche di una legislatura – poiché sarebbe improponibile ripetere la rottura fatta con Prodi nel ’98 – non è sufficiente la convergenza contro Berlusconi, per entrare in un governo ci deve essere<br />
una convergenza anche per fare qualcosa di realmente alternativo alla destra e al liberismo.</p>
<p>E qui sta il difficile. Poiché per Rifondazione Comunista vanno tenuti assieme due concetti: battere la destra, ma battere anche le politiche di destra. Negli anni 90 il centro-sinistra ha già sconfitto Berlusconi, ma contemporaneamente, quando è andato al governo, non ha attuato una politica alternativa alla destra, creando le condizioni, nel 2001, per la rivincita di Berlusconi.</p>
<p>Per intenderci, per noi battere la destra e le politiche di destra significa:</p>
<p>- essere contro la guerra in Iraq, ma anche in Kosovo;</p>
<p>- essere contro la legge 30, ma anche il Pacchetto Treu;</p>
<p>- essere contro la legge Bossi-Fini, ma anche la Turco-Napolitano;</p>
<p>- essere contro le leggi Moratti, ma anche la Berlinguer;</p>
<p>- essere contro la Devolution, ma anche la modifica del Titolo V.</p>
<p>Se non si uniscono questi concetti, si contrastano solo gli eccessi della destra, ma non i connotati di fondo della sua politica. E io credo che se noi entriamo in un governo e non riusciamo a tenere uniti questi due corni, saremo travolti dal risentimento popolare, poiché il malessere dei ceti più deboli non si scaricherà certamente sulla Margherita o sui Ds, ma su Rifondazione Comunista, che verrà individuata come il soggetto più incoerente in quella situazione.</p>
<p>I compagni della mozione &#8220;Per una alternativa di società&#8221; sostengono che oggi, a differenza di alcuni anni fa, il centro-sinistra si sarebbe spostato a sinistra e la presenza di forti movimenti nella società ci consentirebbe di entrare in un governo riuscendo, con una pressione dal basso, a costringerlo su scelte a noi favorevoli.</p>
<p>Ritengo questa valutazione non corrispondente alla realtà. Non è vero che sui nodi di fondo la componente maggioritaria del centro-sinistra (Sdi-Margherita-Maggioranza Ds) abbia operato una modifica rispetto alle scelte degli anni 90. Più di tutto parlano i documenti. E i documenti più importanti di cui disponiamo, allo stato attuale, sono:</p>
<p>1) il documento di Prodi scritto alcuni mesi fa, dove si rivendica la guerra fatta contro la ex-Jugoslavia;</p>
<p>2) il documento scritto da Giuliano Amato come progetto costitutivo della lista Uniti nell’Ulivo, dove si sostiene la necessità di proseguire nella politica di liberalizzazioni;</p>
<p>3) i documenti congressuali della Margherita e della maggioranza DS, dove sono evidenti le continuità con le politiche di liberismo temperato degli anni 90.</p>
<p>Oltre ai documenti, abbiamo anche recentissime dichiarazioni, a mio giudizio preoccupanti. Ne prendo qualcuna a caso: Rutelli: &#8220;Vinceremo se terremo il centro della arena&#8221;; Bersani: &#8220;Sostenere la redistribuzione del reddito per i ceti medio-bassi e difendere l’universalismodei sistemi di welfare mi suona molto come una posizione moderata&#8221;; Prodi: &#8220;Se ci fossero dei soldi per abbassare le tasse io li utilizzerei per ridurre il costo del lavoro&#8221;; D’Alema: &#8220;Il nostro scopo principale non dovrà essere quello di cancellare le leggi del governo Berlusconi&#8221;.</p>
<p>Non mi pare che da queste dichiarazioni e da questi documenti vi siano spostamenti a sinistra. D’altra parte non è un caso se attorno a questo progetto di liberismo temperato si sia costituita la lista Uniti nell’Ulivo e adesso si cerchi di fare un ulteriore passo con la costruzione del Partito<br />
Riformista; da questo punto di vista, il fatto che nel congresso dei Ds, che è attualmente in corso, si profili una maggioranza molto ampia attorno alle posizioni Fassino-D’Alema conferma, purtroppo, che non vi è nessuno spostamento a sinistra di questo partito, semmai il contrario. Certo, è vero<br />
che alla sinistra del Listone vi sono forze politiche sociali e di movimento molto importanti che in questi anni sono cresciute e hanno costruito spesso battaglie comuni nel paese e nel Parlamento. E non siamo certamente noi a sottovalutare spostamenti importanti rispetto agli anni 90 operati da<br />
organizzazioni quali la Fiom, la Cgil o l’Arci, oppure la presenza di un movimento per la pace che ha portato in piazza milioni di persone.</p>
<p>Ma se da un lato noi dobbiamo valorizzare questa situazione senza però renderla più grande di quanto non sia (legge 30 e pensioni sono passate senza scioperi e la strage di Fallujia è passata senza mobilitazione alcuna) non dobbiamo cadere nell’errore di lasciare sulle spalle dei movimenti il peso di costruire una opposizione nel paese. Su questo – io credo – noi scontiamo un grave errore di percorso nel costruire l’intesa per cacciare Berlusconi. Sono convinto che invece di entrare nella GAD, scelta &#8211; tra l’altro &#8211; che il partito non ha mai discusso in nessuna istanza, noi dovevamo lanciare con forza la proposta della Sinistra di Alternativa, per tre motivi:</p>
<p>1) le elezioni europee hanno dimostrato che nel momento in cui la componente moderata del centro-sinistra accelera il processo di unificazione, si apre uno spazio politico rilevante, il 13%, che in realtà può essere ancor più significativo perché non comprende la Sinistra Ds, che converge tendenzialmente su una posizione più radicale.</p>
<p>2) La necessità di costruire un programma di governo avanzato, alternativo a Berlusconi, poteva avere nella proposta di Sinistra di Alternativa, aperta ai movimenti di tutti i tipi, un primo importante impulso.</p>
<p>3) Con un accordo su una piattaforma comune della Sinistra di Alternativa e dei movimenti, avremmo potuto pesare maggiormente nel confronto programmatico con il centro-sinistra.</p>
<p>Si è scelta un’altra strada che noi contestiamo e che riteniamo indebolisca sia l’efficacia dell’iniziativa del nostro partito, sia la possibilità di portare le istanze dei movimenti nel confronto programmatico.</p>
<p>Quali sono stati questi passaggi sbagliati?</p>
<p>_ Aver dato per scontato, nelle numerose interviste di questa estate, che Rifondazione Comunista, ancor prima della discussione programmatica, ha sostanzialmente deciso di entrar nel governo.</p>
<p>_ Aver accettato il meccanismo delle Primarie che sono una ulteriore accentuazione del sistema maggioritario bipolare dell’alternanza. Non a caso sono utilizzate in America e sono un ulteriore passo verso la personalizzazione della politica.</p>
<p>_ Soprattutto, in un’intervista al Corriere della Sera aver accettato, il vincolo di maggioranza sulla guerra qualora questa decisione ottenga la maggioranza attraverso primarie che coinvolgono il corpo elettorale. Non siamo d’accordo. Così come la Fiom dice &#8220;sui licenziamenti non si vota&#8221;, così Rifondazione deve dire &#8220;sulla guerra non si vota&#8221;, siamo contro a prescindere, da chiunque la guerra sia dichiarata.</p>
<p>Proponiamo un altro percorso. Si apra subito la discussione programmatica, la si finisca di discutere di GAD, Alleanza, Ulivo, Primarie a 1,2,3,4 o 5. Non interessa a nessuno.</p>
<p>Il partito deve darsi alcuni punti programmatici, discussi con i movimenti e la Sinistra di Alternativa, al di sotto dei quali non può esserci un impegno diretto di governo:</p>
<p>1) L’impegno formale al rifiuto della guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa. Questo più che un punto è un preambolo, senza questo elemento di chiarezza, in un contesto internazionale che con la rielezione di Bush tenderà ad aggravarsi, noi non dobbiamo accettare di entrare in nessun governo argomentandolo con il fatto che non vi è un impegno preciso contro la guerra senza se e senza ma.</p>
<p>2) Abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (Legge 30, Bossi-Fini, Pensioni, Moratti).</p>
<p>3) Introduzione di un meccanismo automatico di recupero di salari, stipendi e pensioni.</p>
<p>4) Una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, come chiede la Fiom.</p>
<p>5) L’istituzione di una &#8220;Agenzia per il lavoro&#8221; che si proponga di ridurre il tasso di disoccupazione per il Mezzogiorno.</p>
<p>Questi riteniamo debbano essere gli obiettivi minimi al di sotto dei quali, pur mantenendo la disponibilità ad unire le forze per sconfiggere Berlusconi, non possiamo entrare in un governo.</p>
<p>Come avrete letto anche nella mozione &#8220;Un’alternativa di società&#8221; ci sono alcuni di questi punti, ma a nostro parere sono largamente insufficienti poiché manca un riferimento esplicito sulla guerra, sul recupero automatico dei salari e sulla abrogazione della controriforma delle pensioni, ma a parte<br />
questo anche su quei pochi punti non vi è alcun vincolo esplicito per stabilire se si entra o meno nel governo qualora venissero respinti.</p>
<p>La nostra posizione è quindi chiara ed è quella sostenuta da sempre da Rifondazione Comunista: gli accordi si fanno a partire dai contenuti. Nessun rifiuto aprioristico, ma nessuna accettazione senza impegni programmatici precisi, scritti e vincolanti.</p>
<p>Un altro tema centrale della nostra mozione è il tema del lavoro. Mentre abbiamo assistito in questi ultimi anni, anche a sinistra, al fiorire di infinite teorie sulla fine del lavoro, sul superamento della centralità della contraddizione capitale/lavoro, tutti i dati statistici, in Italia e ancor di più nel mondo, ci dicono che i lavoratori non sono diminuiti, ma sono aumentati. Certo, il lavoro è cambiato, la fabbrica si è parcellizzata, ad una produzione di serie finalizzata al magazzino si è sostituita la produzione personalizzata finalizzata al mercato, ma ciò che rimane costante in questo<br />
processo è lo sfruttamento della forza-lavoro, che, paradossalmente proprio nel momento in cui è stata decretata la morte del lavoro si è brutalmente intensificato. Dalla sconfitta della Fiat ad oggi è stato un susseguirsi di arretramenti e peggioramenti della condizione lavorativa. La responsabilità<br />
delle organizzazioni sindacali e anche della Cgil, già a partire dalla linea dei sacrifici dell’Eur, è massima. Sul versante politico, con l’eccezione del Pci del periodo di Berlinguer che ha avuto il coraggio di recarsi ai cancelli della Fiat e di sostenere il referendum in difesa della scala mobile<br />
nonostante Lama e metà partito fossero contrari, sul versante politico – dicevo – l’accettazione delle compatibilità e la subalternità al Psi di Craxi ha portato i lavoratori a una sconfitta storica.</p>
<p>Una sconfitta che prosegue anche per tutti gli anni 90 in conseguenza della scelta della concertazione da parte dei sindacati e di governi, anche di centro-sinistra, che hanno continuato a individuare nel costo del lavoro e in presunte rigidità del mercato del lavoro i punti su cui intervenire per rispettare i dettami dell’Europa di Maastricht e del Fondo Monetario Internazionale. Il risultato di questi venti anni di sacrifici è stato un ingente spostamento di ricchezza dai salari, stipendi e pensioni alla rendita, ai profitti, una riduzione drastica dei diritti nei luoghi di lavoro, il ribaltamento della modalità di assunzione che è passata dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo indeterminato come eccezione. Insomma, un gigantesco processo di precarizzazione, di aumento dello sfruttamento, di riduzione del potere d’acquisto, di riduzione della capacità contrattuale delle organizzazioni sindacali.</p>
<p>Per le giovani generazioni ormai il lavoro precario diventa una normalità, con tutte le conseguenze che questo comporta: l’insicurezza, l’impossibilità di programmarsi un futuro e inoltre, in conseguenza delle ultime controriforme pensionistiche, l’impossibilità di avere una pensione che ti possa consentire di sopravvivere, a meno che tu non riesca a pagarti una pensione integrativa.</p>
<p>Per i migranti lo sfruttamento è ancora più bestiale, anche perché ad esso si associa la condizione di discriminazione nella società, di difficoltà ad ottenere permessi e regolarizzazioni, di difficoltà nel trovare oltre che un lavoro dignitoso e pagato regolarmente, un’abitazione a prezzo accessibile.<br />
Insomma i migranti, che il governo con la Bossi-Fini e con la costruzione del Centri di Permanenza Temporanea cerca di gestire con lo sfruttamento e la repressione, sono sempre più parte integrante del nuovo proletariato con cui è decisivo costruire un’iniziativa politica e di lotta.</p>
<p>Nel Mezzogiorno, questa condizione complessiva è ancora più pesante poiché si inserisce in un contesto dove i governi che si sono succeduti dal dopoguerra non hanno fatto nulla per ridurre il divario con il Nord: quasi nulla è stato fatto per la realizzazione di quegli interventi basilari sulle<br />
infrastrutture quali ferrovie, servizi, strade, ponti, senza i quali qualsiasi ipotesi di investimenti produttivi resta una pura utopia. In compenso il governo ha investito sull’Alta velocità – opera d’alto impatto ambientale che riduce di poco i tempi di percorrenza nel centro-nord, mentre al sud il<br />
sistema ferroviario è in molti tratti a binario unico e non elettrificato. E oggi Berlusconi vorrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, opera inutile e distruttiva dell’ambiente.</p>
<p>Ecco, rispetto a queste problematiche: lavoro, precariato, migranti, Mezzogiorno, ambiente, negli ultimi anni si sono sviluppate lotte importanti. In particolare, grazie alla nuova linea assunta dalla Fiom, a partire dal 2001 si sono realizzati scioperi, vertenze, contratti, che hanno ridato protagonismo ai lavoratori: Fincantieri e soprattutto Melfi, anche simbolicamente, hanno lasciato intravedere che non solo si può resistere all’offensiva padronale, ma si possono anche strappare risultati, così come il May Day di Milano e la manifestazione del 6 novembre a Roma ci dicono che il mondo del precariato si sta organizzando e le lotte di Scanzano, Acerra, Rapolla, Terlizzi, ma anche Melfi, Termini Imerese e Polti di Cosenza, ci parlano di un Sud che vuole riscattarsi.</p>
<p>IL NOSTRO PARTITO</p>
<p>Il nostro partito sconta un limite grave nel radicamento nei luoghi di lavoro, di presenza nelle organizzazioni sindacali. Da tutte le statistiche pubblicate che analizzano il nostro elettorato e i nostri iscritti emerge chiaramente che nel nostro partito i lavoratori non sono la componente più significativa.</p>
<p>Non dimentichiamoci che la mutazione genetica del Partito Comunista Italiano avvenne parallelamente alla fuoriuscita dai gruppi dirigenti e dalle istituzioni di quadri e militanti provenienti dal mondo del lavoro.</p>
<p>Noi riteniamo, e questo lo sottolineiamo con forza nella mozione, che il nostro partito debba rimettere al centro delle sue iniziative i temi del lavoro, della condizione dei lavoratori (non dimentichiamoci che nel nostro paese ci sono 1400 morti sul lavoro ogni anno) e quindi è grave che in questi anni i pochi circoli che erano presenti nei luoghi di lavoro si siano ulteriormente ridotti, così come è inspiegabile il fatto che i compagni di Rifondazione Comunista iscritti alla Cgil abbiano contribuito in modo determinante – nello scorso congresso della Cgil &#8211; al risultato della<br />
componente di sinistra Lavoro Società/Cambiare Rotta e non abbiano potuto avere un loro rappresentante nella segreteria nazionale della stessa Cgil. A tutti questi limiti pensiamo si debba porre rimedio assumendo, già in questo congresso, la centralità del lavoro, ponendo di conseguenza al centro dell’iniziativa politica delle nostre strutture centrali e periferiche, una attenzione prioritaria su questi temi.</p>
<p>Ma i limiti del partito non sono riferibili esclusivamente al suo scarso radicamento nei luoghi di lavoro e alla sua scarsa presenza nelle organizzazioni sindacali, il problema è più generalizzato e investe una crisi seria di tutta la nostra struttura organizzata.</p>
<p>Da anni ormai registriamo un calo costante degli iscritti. Il dato preoccupante è che, mentre fino al 1998l’elevato turn over era compensato dall’ingresso di nuovi iscritti, dal 1999 ad oggi il saldo tra mancate iscrizioni e nuovi iscritti si chiude negativamente, portando il numero totale di adesioni al partito al punto più basso della sua storia. Ciò è ancora più grave e contraddittorio poiché avviene in concomitanza con una crescita di movimenti (no global, per la pace, sindacali), come non si vedeva da tempo e all’interno dei quali il nostro partito vi è stato molto di più di tanti altri.<br />
Certo, non ci sfugge una difficoltà che riguarda tutti i partiti con basi di massa, in particolare della sinistra, ma la crisi della nostra organizzazione riteniamo sia una conseguenza di limiti soggettivi e soprattutto di scelte politiche e organizzative sbagliate.</p>
<p>A questo proposito è indicativo il fatto che nonostante gli iscritti calino sistematicamente da 5 anni, non si sia mai tenuta una riunione del Comitato politico nazionale o della Direzione per capirne le cause e trovare, se possibile, i rimedi. Sono state annunciate ripetutamente conferenze organizzative che non si sono mai tenute, ma soprattutto sono state introdotte pseudo-innovazioni allo scorso congresso che – di fronte ad un fallimento indiscutibile – dovrebbero essere riviste. In nome di una<br />
vulgata, assunta anche da Rifondazione Comunista, che tendeva ad equiparare tutto quanto aveva a che fare con i partiti e con l’organizzazione come un fattore negativo, antidemocratico, burocratico, novecentesco, si è proceduto allo smantellamento del dipartimento nazionale dell’organizzazione, si sono diradate fino a scomparire le riunioni nazionali dei responsabili organizzativi delle federazioni, sono stati estromessi dagli esecutivi i tesorieri, determinando il fatto che l’importantissimo tema<br />
dell’autofinanziamento diventasse marginale nel lavoro del partito. La stessa discussione collettiva sulla gestione nazionale delle risorse – che la nuova legge sul finanziamento pubblico rende assai più cospicue che in passato – avviene in ambienti sempre più ristretti e discrezionali.</p>
<p>Sono stati tolti dagli organismi dirigenti del partito, Comitati federali e Comitato politico nazionale, i segretari di circolo e di federazione; il tesseramento e la ricerca di nuovi iscritti non è quasi mai oggetto di discussione politica, la stessa scelta di posticiparne l’inizio da novembre a gennaio si è rivelata sbagliata e il tutto viene lasciato ai soliti pochi compagni, sempre meno purtroppo, che una volta all’anno fanno il giro degli iscritti per ritesserarli. Un esempio allarmante di come questo quadro non rappresenti una forzatura, ci è dato dalla scarsa partecipazione – la più bassa della nostra storia – alla manifestazione nazionale di settembre che abbiamo tenuto qui a Roma in piazza del Popolo.</p>
<p>Noi chiediamo che queste pseudo-innovazioni attuate allo scorso congresso vengano riviste. Già allora – ricorderete – noi presentammo un emendamento sul partito che denunciava questi pericoli, che chiedeva una maggiore attenzione alla nostra organizzazione, ci venne risposto che ci<br />
attardavamo su modalità organizzative che ormai erano superate e che la sola presenza nei movimenti avrebbe consentito al nostro partito di crescere. Non è stato così. Anzi, al progressivo indebolimento delle nostre strutture organizzative si è affermata parallelamente una modalità sempre meno democratica di assunzione delle decisioni sia organizzative che politiche.</p>
<p>Questa autoriforma del partito che doveva aumentare il coinvolgimento dal basso, la collegialità – ricordate l’enfasi del &#8220;partito a rete&#8221;? – si è paradossalmente sostanziata nel suo opposto ed oggi ci troviamo a leggere sui giornali o ad ascoltare in trasmissioni televisive cambiamenti sostanziali<br />
di linea politica.</p>
<p>Così come non possiamo non rilevare una pesante contraddizione, da parte dei compagni della maggioranza, tra il sostenere in tutte le sedi un distacco e una critica all’autoritarismo che avrebbe contraddistinto i comunisti del 900, e la decisione di commissariale il Comitato regionale della Calabria solo perché il nuovo segretario regionale aveva votato gli emendamenti.</p>
<p>Così come è contraddittorio parlare di democrazia, contaminazione, pluralità e poi costituire gruppi parlamentari che escludono le minoranze; e non c’è molta coerenza nel contrastare il sistema maggioritario all’esterno e praticarlo, teorizzandone la validità, all’interno del partito, per cui con il<br />
51% si prende il 100%.</p>
<p>Noi riteniamo che alla base delle difficoltà e della crisi del nostro partito vi siano queste cause, queste scelte sbagliate. Il non coinvolgimento dei circoli determina la convinzione di non contare<br />
nulla e ciò porta progressivamente al disorientamento, alla passività e alla disaffezione. Il partito si trasforma sempre più in partito leggero, mediatico, legato alle istituzioni dalle quali sempre più dipende economicamente; inoltre i militanti più attivi coincidono sempre più spesso con i compagni<br />
inseriti nelle istituzioni ai vari livelli.</p>
<p>Noi proponiamo una riforma di questo partito in senso democratico e partecipativo. All’inizio di Rifondazione Comunista, ragionando sul nostro modello organizzativo, si parlava di &#8220;piramide rovesciata&#8221;. Facevamo questo ragionamento poiché avevamo visto – e in molti vissuto – la<br />
degenerazione burocratica dell’ultimo Pci; forse erano parole d’ordine &#8211; la piramide rovesciata, il circolo come luogo prioritario della elaborazione della linea politica – un po’ ingenue, ma oggi siamo all’opposto e così si rischia il distacco tra base e vertice.</p>
<p>Proponiamo una vera e propria rigenerazione democratica del partito, che esalti il carattere collegiale e unitario della direzione politica.</p>
<p>Unità, collegialità, democrazia, rispetto delle diversità e ricerca della sintesi sono valori da affermare sia nella cultura che nella pratica del partito. Proponiamo una partecipazione effettiva del corpo attivo del partito all’elaborazione della sua linea. Proponiamo che i circoli ridiventino non<br />
solo i luoghi principali dell’iniziativa politica sul territorio, ma anche la sede dove si discutono le decisioni principali che il partito assume.</p>
<p>E’ giusto criticare la cristallizzazione del nostro dibattito interno e una pericolosa deriva correntizia, ma occorre sapere che questo è il prodotto del rifiuto pregiudiziale della sintesi.</p>
<p>Per quanto ci riguarda, anche nello svolgimento di questo congresso, siamo stati l’unica mozione che ha proposto fino alla fine non un congresso a mozioni contrapposte, ma un congresso con documenti a tesi emendabili; rispetto a questa ipotesi è stato posto dalla maggioranza un sistematico<br />
rifiuto.</p>
<p>Proponiamo, affinché il radicamento del partito nei territori, nei luoghi di lavoro e di studio, non resti uno slogan privo di riscontri, che si decida un cospicuo investimento in mezzi e in risorse perché ciò si realizzi. A questo proposito va stabilita una quota parte di finanziamento pubblico che, ogni anno, deve essere obbligatoriamente investita per il radicamento capillare del partito e delle sue sedi. Proponiamo che si riprenda la politica dell’acquisto delle sedi che negli anni passati ci aveva consentito di dotare numerose federazioni provinciali e anche circoli territoriali di un luogo di<br />
proprietà, risparmiando sugli affitti e dotando il partito, nel suo insieme, di una robusta solidità finanziaria.</p>
<p>Proponiamo di investire nel lavoro di formazione – non si tratta di allestire corsi di &#8220;indottrinamento&#8221;, ma di considerare la crescita culturale e politica dei quadri un fattor decisivo per la capacità stessa dei circoli di fare politica in modo intelligente ed adeguato ai tempi. Una conoscenza non dogmatica delle opere dei dirigenti più importanti del movimento comunista e<br />
socialista, nonché una adeguata preparazione al fare politica nella società e nelle istituzioni possono contribuire a formare i compagni e le compagne, a superare approcci pragmatici ed elettoralistici ancora troppo diffusi.</p>
<p>Proponiamo infine che il nostro giornale Liberazione – ne approfittiamo per formulare i migliori auguri di buon lavoro al nuovo direttore – pur nella giusta distinzione di ruoli e di autonomia rispetto al partito, diventi sempre più uno strumento nel quale ogni militante o simpatizzante possa<br />
riconoscersi. Per realizzare ciò, la direzione deve tenere conto della pluralità di orientamento, di pensiero che sono presenti nel partito, ma anche nell’elettorato e quindi tra i lettori del giornale. A questo proposito ci sentiamo di suggerire maggior intervento e approfondimento (magari<br />
riducendo le notizie un po’ banali legate alla quotidianità politica) sul mondo del lavoro, sulle questioni internazionali informandoci anche sulle forze rivoluzionarie e comuniste nel mondo. Faccio tre esempi per farmi capire e che potrebbero aiutare anche la nostra riflessione politica sul tema del governo.</p>
<p>In Brasile la vittoria di Lula è stata salutata giustamente come un fatto importante, oggi sta attraversando un momento di difficoltà ed è sottoposto ad una critica da sinistra da parte di importanti movimenti come i Sem Terra. Sappiamo che tra le forze di governo vi è anche il partito comunista brasiliano: sarebbe interessante sapere cosa dice, quali sono le sue difficoltà, qual è il suo dibattito interno.</p>
<p>Secondo esempio, in Sudafrica, paese importantissimo del continente africano con tassi di sviluppo elevati, vi è un forte partito comunista, presente nel governo: quali sono le sue posizioni, cosa sta facendo, quali le sue difficoltà? Non sappiamo quasi nulla.</p>
<p>Infine, terzo esempio, l’India. Oltre un miliardo di persone. Recente vittoria elettorale delle forze progressiste grazie ai voti dei due partiti comunisti che raccolgono circa il 15% dell’elettorato. Hanno scelto di appoggiare il governo dall’esterno: perché? Con quali risultati? Con quali<br />
problemi? Sarebbero informazioni utili e, credo, non prive di interesse anche per i lettori di Liberazione.</p>
<p>L’IDENTITA’ E LA NOSTRA STORIA</p>
<p>L’ultimo punto che vorrei toccare, in questa mia illustrazione della mozione, riguarda il tema dell’identità e del rapporto con la nostra storia.</p>
<p>Su questa questione ci siamo trovati in questi ultimi anni a dover replicare non solo ad un’offensiva che ci veniva portata dai nostri avversari – dal Libro nero del comunismo agli attacchi continui di Berlusconi nei confronti dei comunisti – ma anche dall’interno della Sinistra. Basta ricordare le abiure avanzate a piene mani da Occhetto e da chi ha deciso nel 1989 di avviare il processo di scioglimento del Pci, passando per l’attacco alla Resistenza partigiana del &#8220;chi sa parli&#8221; di Otello Montanari, ai ragazzi di Salò di Violante e ai libri di Pansa, per arrivare al libro di Revelli &#8220;Oltre il Novecento&#8221; fino a dichiarazioni fatte anche dal nostro partito secondo le quali il Novecento sarebbe un cumulo di errori e di orrori, che avremmo &#8220;angelizzato&#8221; la Resistenza e che tutti i grandi pensatori del Novecento sono morti non solo fisicamente, ma politicamente.</p>
<p>Non ci riconosciamo in questi bilanci che riteniamo storicamente e politicamente errati.</p>
<p>Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro la guerra. L’insegnamento dei suoi più grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora un contributo prezioso per la analisi critica della società capitalistica.</p>
<p>Le grandi rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono in prima fila i partigiani comunisti – e a questo proposito siamo orgogliosi di avere come primo firmatario della nostra mozione il comandante Giovanni Pesce, Medaglia d’Oro alla Resistenza; la Resistenza antifascista, dicevo, ha permesso al nostro paese di riacquistare dignità, libertà e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler.</p>
<p>Insomma, crediamo di non fare una forzatura nel sostenere che la storia dell’umanità si troverebbe ad uno stadio ben più arretrato se non ci fossero state le grandi rivoluzioni socialiste del Novecento.</p>
<p>Di questa storia siamo orgogliosi e non ne dimentichiamo i limiti e le pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti liquidatori. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del &#8220;socialismo reale&#8221; fa<br />
irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo. Avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che ha determinato<br />
la sconfitta di grandi esperienze storiche.</p>
<p>Ma il necessario riconoscimento delle pagine buie della storia del movimento operaio e comunista non ci impedisce di comprendere che oggi il pericolo maggiore è di fuoriuscire da questa storia. Siamo quindi interessati ad un bilancio critico non ad una abiura. Siamo interessati a riflettere sulla nostra storia, ma non a tirarci una riga sopra. Rivisitare la storia non significa rimuoverla. Insomma, siamo per la rifondazione comunista, non per la rimozione comunista.</p>
<p>Per quanto riguarda la nostra nuova identità, proposta recentemente in alcuni convegni ed interviste, non condividiamo la assunzione della teoria della nonviolenza come nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. La violenza purtroppo è insita nel sistema di dominio capitalistico. E’ insita in un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quindi sosteniamo che le forme di lotta dipendono dal contesto in cui si praticano. Oggi in Italia è possibile praticare la lotta<br />
pacifica anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il fascismo; per contro in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime – il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una Resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori.</p>
<p>Così come non condividiamo il concetto secondo il quale i comunisti non lottano per conquistare il potere. Questa tesi ci pare non solo estranea alla nostra storia, ma incomprensibile. Cercare di entrare in un governo e chiedere ministri non significa lottare per avere un potere? Non c’è mai<br />
nella realtà un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno significherebbe rinunciare alla lotta politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della<br />
società.</p>
<p>Tra l’altro, come è facile dimostrare, queste due proposte – la nonviolenza e il rifiuto del potere – che ci vengono presentate come due proposte innovative sono in realtà teorie assai datate, sostenute dai movimenti anarchici o cristiani contro i quali hanno scritto pagine straordinariamente efficaci già Marx, Gramsci e tanti altri. Quindi non di innovazioni si tratta, ma di riesumazioni di vecchie e consunte ideologie.</p>
<p>Abbiamo e proponiamo una concezione diversa della innovazione. Essa non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro partecipato e collettivo. Non comporta il rigetto dell’esperienza storica del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito<br />
ai comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato di tutto il mondo. La vera innovazione consiste nella difficile impresa di confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le lotte di resistenza e di liberazione dei popoli; nel vivere col massimo impegno le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un &#8220;nuovo mondo possibile&#8221;.</p>
<p>Abbiamo chiamato la nostra mozione ESSERE COMUNISTI, non per un fatto nostalgico, perché siamo legati ad un passato pur glorioso, ma perché riteniamo che oggi nel nuovo millennio, di fronte alle ingiustizie del mondo, alle guerre, alla distruzione dell’ambiente, alle persone che<br />
muoiono di fame, di sete, di malattie curabili mentre si bruciano risorse incalcolabili in armamenti, non ci sia nulla di più moderno del comunismo, di una società liberata dallo sfruttamento e dalla guerra.</p>
<p>Siamo consapevoli che è una battaglia di lunga lena e che non sempre ci è concesso di scegliere i modi con cui combatterla. Ma noi intendiamo perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che rappresenta il fondamento irrinunciabile del nostro essere comunisti.</p>
<p>Con questo congresso e, raccogliendo un consenso significativo attorno alla nostra mozione, noi possiamo dare un grande contributo in questa direzione.</p>
<p>Ce ne sono tutte le condizioni, compagne e compagni, le richieste di adesione alla nostra mozione aumentano di giorno in giorno e la nostra presenza è ormai radicata su tutto il territorio nazionale, in tutte le federazioni.</p>
<p>Come sempre dobbiamo associare la passione – che non ci manca – all’impegno e al lavoro sistematico e quotidiano già da domani con la consapevolezza che il progetto per rafforzare in questo paese un partito comunista con basi di massa passa attraverso un buon risultato della nostra<br />
mozione. A tutti noi un buon lavoro.</p>
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		<title>Editoriale sul VI Congresso del PRC</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:34:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARCHIVIO]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/editoriale-sul-vi-congresso-del-prc/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi
su L&#8217;ERNESTO del 08/12/2004


Il VI congresso di Rifondazione Comunista cade in un momento molto particolare. La scena internazionale è segnata dalla preoccupante rielezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Sul piano nazionale ci troviamo a fronteggiare un governo di destra che, pur trovandosi in una situazione di grande difficoltà, cerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi<br />
su L&#8217;ERNESTO del 08/12/2004<br />
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Il VI congresso di Rifondazione Comunista cade in un momento molto particolare. La scena internazionale è segnata dalla preoccupante rielezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Sul piano nazionale ci troviamo a fronteggiare un governo di destra che, pur trovandosi in una situazione di grande difficoltà, cerca di rilanciarsi attraverso una estremizzazione delle proprie propensioni reazionarie e populiste. Questi due elementi ci confermano come non si sia ancora arrestata l’onda lunga conservatrice apertasi all’inizio degli anni Ottanta, in America con Reagan e in Europa con la Thatcher, e rafforzatasi alla fine di quel decennio con il crollo dell’Urss e dei Paesi dell’Est. Certo, si sono verificati importanti fatti nuovi che hanno messo in difficoltà la politica liberista e di guerra: mi riferisco al movimento per la pace, al movimento contro la «globalizzazione» neoliberista, alla ripresa, in alcuni Paesi tra cui il nostro, della conflittualità operaia. Si sono aperte contraddizioni tra i grandi poli capitalistici (gli Stati Uniti e alcuni paesi dell’Unione Europea) e tra la politica americana e Stati o regioni emergenti come la Russia, la Cina e l’India. Si possono altresì registrare spostamenti in senso progressista di importanti Paesi dell’America Latina e dell’Africa e moti popolari di resistenza, a partire da quello iracheno. Ma tutto questo non è ancora sufficiente a determinare un’inversione di tendenza rispetto alla deriva reazionaria affermatasi nell’ultimo ventennio. Né ad infliggere una sconfitta alla strategia della guerra «preventiva e permanente» che ha caratterizzato il primo mandato della presidenza Bush e che – dopo una vittoria elettorale strappata drammatizzando i temi della sicurezza e della «guerra contro il terrorismo» – informerà verosimilmente la politica del governo americano nei prossimi tre anni.<br />
Del resto, sono le stesse contraddizioni dell’economia americana a spingere l’amministrazione Usa verso una politica bellicista. Un Paese che consuma molto di più di quanto produce, che ha accumulato un debito estero colossale, che spende in armamenti tanto quanto spendono tutti gli Stati del mondo messi insieme, cerca di mantenere la supremazia globale attraverso la forza militare, di cui oggi detiene il predominio. Tutto questo genera guerre, devastazione ambientale: enormi violenze e un gigantesco spreco di risorse che provocano ogni anno la morte di milioni di innocenti. Grazie allo sviluppo della scienza e delle tecnologie, oggi, per la prima volta nella storia, sarebbe possibile garantire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa. Se ciò non avviene, è proprio perché gran parte delle risorse vengono bruciate in armi e in guerre, per consentire a una piccola minoranza di privilegiati di possedere sterminate ricchezze. Quando affermiamo l’urgenza di sconfiggere la politica imperialista degli Usa e la necessità del superamento del capitalismo parliamo anche di questo.</p>
<p>Con la guerra in Iraq gli Usa hanno violato qualsiasi legge internazionale e hanno costruito spudorate menzogne per convincere l’opinione pubblica della legittimità dell’attacco. Si sono chiamate in causa «armi di distruzione di massa» che non c’erano. Si è sostenuto che il governo iracheno fosse collegato con Al Qaeda e ciò non è mai stato dimostrato (anzi di recente alti esponenti dei servizi americani hanno ammesso di essere sin dall’inizio consapevoli della infondatezza di questa accusa). Si è infine parlato di un intervento volto ad «esportare la democrazia» e abbiamo visto le immagini terribili di Abu Ghraib e di Fallujia. D’altra parte, chi ha sempre sostenuto e in molti casi insediato le più feroci dittature latinoamericane non è molto credibile quale esportatore di democrazia!<br />
Per giustificare la guerra si è sfruttata senza scrupoli la questione del terrorismo. L’attentato alle due Torri – sulle cui dinamiche esistono ancora moltissimi punti oscuri – è stato utilizzato per sferrare una guerra che in realtà era stata decisa da tempo. Per questo non ha nessun senso rappresentare la situazione internazionale evocando una presunta «spirale guerra-terrorismo». Ferma restando la nostra più netta condanna del terrorismo (una condanna che è da tempo patrimonio irreversibile della cultura dei comunisti), diciamo che questa della «spirale guerra-terrorismo» è una rappresentazione sbagliata e fuorviante, poiché non solo equipara responsabilità molto diverse (la guerra contro l’Iraq è un crimine contro l’umanità che pesa interamente sugli uomini e i governi che l’hanno decisa e che vi hanno, a vario titolo, partecipato); non solo avvalora la tesi infondata secondo cui la guerra non sarebbe solo la causa del terrorismo ma anche una sua conseguenza; ma cancella altresì l’esistenza della Resistenza del popolo iracheno, suggerendo l’equivalenza tra resistenza e terrorismo e dunque negando in radice la legittimità di resistere armi in pugno a una invasione straniera del proprio Paese.<br />
Da questo modo di rappresentare la realtà irachena dissentiamo radicalmente. In Iraq vi è un popolo che resiste a una guerra e a una occupazione illegittime. Una Resistenza legittima (come riconoscono tutti i trattati internazionali) che dobbiamo auspicare si rafforzi e di cui dobbiamo augurarci la vittoria contro gli eserciti che hanno invaso e occupato un Paese sovrano. Lo ripetiamo con forza: la Resistenza contro l’occupante non è terrorismo! E’ stato quindi un grave errore, anche da parte del nostro partito, avere per parecchio tempo negato l’esistenza di una Resistenza di popolo e poi averla spregiativamente definita una Resistenza con la r minuscola. Ognuno di noi nei terribili giorni dell’assalto a Fallujia si è sentito al fianco dei resistenti iracheni, ha sofferto con loro e ha provato tutto il senso di impotenza e di sgomento nel vedere, di fronte a un massacro così terribile, la mancanza di qualsiasi forma di lotta e di mobilitazione anche da parte del movimento per la pace.<br />
La lotta di Resistenza del popolo iracheno è importante poiché è un ostacolo alla politica di guerra degli Stati Uniti. Essa va sostenuta poiché è un diritto del popolo iracheno cacciare gli invasori. E va sostenuta altresì perché una sconfitta del popolo iracheno aprirebbe la strada ad altre guerre, già da tempo pianificate. Come sappiamo, l’elenco che gli Usa hanno fatto dei cosiddetti “Stati canaglia” è lungo, e dopo l’Iraq ci sono già segnali gravi verso l’Iran, la Corea del Nord, Cuba.<br />
Anche ciò che sta avvenendo in Ucraina (con pesanti interferenze nelle vicende di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea) si inserisce in questo scenario globale, nel quale gli Usa cercano di indebolire le potenze concorrenti (in questo caso la Russia) e di costruirvi Stati fantoccio, come hanno già fatto nella ex-Jugoslavia e in Afghanistan, come cercano di fare in Iraq e come hanno cercato di fare, uscendone però sconfitti, in Venezuela. Di fronte a questa situazione ci chiediamo come si possano ancora nutrire dubbi intorno alla drammatica attualità dell’imperialismo e alla cruciale necessità dell’iniziativa antimperialista.</p>
<p>La politica internazionale sarà certamente una parte importante del nostro Congresso. Ma il tema centrale sarà costituito con ogni probabiltà dal problema politico interno, e in particolare dalla questione del nostro rapporto con il futuro governo, nel caso le attuali forze di opposizione riescano – come ci auguriamo – a cacciare Berlusconi.<br />
Ci troviamo in una situazione davvero un po’ paradossale. I compagni che quattro anni fa, allo scorso Congresso, ci hanno contrastato definendoci «di destra», «alleantisti» e «frontisti», teorizzando l’«esaurimento dei margini di riformismo» e individuando nei disobbedienti il proprio riferimento principale nel movimento no global, oggi sostengono la possibilità di un ingresso nel governo ancor prima di aver iniziato la discussione programmatica. Il risultato è che noi, che abbiamo mantenuto la posizione di allora (e cioè che le intese vanno sempre cercate, ma si chiudono solo in presenza di programmi avanzati), ci troviamo ora scavalcati a destra!<br />
Dobbiamo tenere ferma questa posizione e lavorare perché diventi la posizione di tutto il partito. Prima i contenuti e poi gli schieramenti, prima i programmi e poi le persone: questa è la nostra bussola. Per entrare nel governo non è sufficiente un programma generico, un «impianto generale». Serve, al contrario, un accordo programmatico che contenga alcuni punti chiari e precisi, caratterizzanti per Rifondazione Comunista, per i movimenti e per le fasce sociali che vogliamo rappresentare. Non siamo disposti a firmare cambiali in bianco. Ne va dell’autonomia e della stessa ragion d’essere di Rifondazione Comunista, che non può vedersi ingabbiata in un’alleanza tutta interna a un sistema di alternanza.<br />
Diciamo da tempi non sospetti che la priorità per le forze di opposizione, compresa Rifondazione Comunista, è cacciare Berlusconi. Ma, detto questo, per entrare in un governo non è sufficiente la convergenza contro Berlusconi. Ci deve essere anche una convergenza per fare qualcosa di realmente alternativo alla destra e al liberismo. E qui sta il difficile. Poiché per Rifondazione Comunista vanno tenuti assieme due concetti: battere la destra, ma battere anche le politiche di destra. Negli anni Novanta il centrosinistra ha già sconfitto Berlusconi, ma subito dopo, quando è andato al governo, non ha attuato alcuna politica alternativa alla destra e per questo ha creato le condizioni per la rivincita di Berlusconi nel 2001.<br />
Per intenderci, battere la destra e le politiche di destra significa, secondo noi, essere contro la guerra in Iraq, ma anche contro quella in Kosovo; essere contro la legge 30, ma anche contro il Pacchetto Treu; essere contro la legge Bossi-Fini, ma anche contro la Turco-Napolitano; essere contro le leggi Moratti, ma anche contro quelle di Berlinguer; essere contro la devolution, ma anche contro la modifica “federalista” del Titolo V della Costituzione. Se non si tengono presenti questi due versanti del problema, si contrastano soltanto gli eccessi della destra, non i connotati di fondo della sua politica. Questo comporta una conseguenza immediata: qualora dovessimo entrare in un governo senza tuttavia riuscire a tenere uniti questi due aspetti, rischieremmo di essere travolti dal risentimento popolare. Il malessere dei ceti più deboli non si scaricherebbe infatti sulla Margherita o sui Ds, ma su Rifondazione Comunista, che verrebbe individuata come il soggetto più incoerente in quella situazione. La stessa tenuta del nostro partito sarebbe minacciata, e potrebbe allora realizzarsi davvero quel sistema di alternanza che finora, grazie alla nostra iniziativa, siamo riusciti ad evitare.</p>
<p>I compagni della mozione «Per una alternativa di società» sostengono che oggi, a differenza di alcuni anni fa, il centrosinistra si sarebbe spostato a sinistra e che la presenza di forti movimenti nella società ci consentirebbe di entrare in un governo riuscendo, con una pressione dal basso, a costringerlo a scelte a noi favorevoli. Ritengo tale valutazione non corrispondente alla realtà. Non è vero che sui nodi di fondo la componente maggioritaria del centrosinistra (Sdi-Margherita-maggioranza Ds) abbia operato una modifica rispetto alle scelte degli anni Novanta.<br />
Più di tutto parlano i documenti. E i documenti più importanti di cui disponiamo, allo stato attuale, sono: il documento scritto alcuni mesi fa da Romano Prodi, dove si rivendica la guerra «umanitaria» contro la ex-Jugoslavia; il progetto costitutivo della lista «Uniti nell’Ulivo» scritto da Giuliano Amato, dove si sostiene la necessità di proseguire nella politica di liberalizzazioni; i documenti congressuali della Margherita e della maggioranza Ds, dove è rivendicata una piena continuità con le politiche economiche, sociali e istituzionali praticate dal centrosinistra negli anni Novanta.<br />
D’altra parte non è un caso che si sia costituita la lista «Uniti nell’Ulivo» e che adesso si cerchi di fare un ulteriore passo nella stessa direzione con la costruzione del Partito Riformista. Da questo punto di vista, il fatto che nel congresso dei Ds, si profili una maggioranza molto ampia attorno alle posizioni di Fassino e D’Alema conferma che purtroppo non vi è nessuno spostamento a sinistra di questo partito, semmai il contrario. Certo, è vero che alla sinistra del Listone vi sono importanti forze politiche, sociali e di movimento che in questi anni sono cresciute e hanno costruito spesso battaglie comuni nel Paese e in Parlamento. Non saremo certamente noi a sottovalutare spostamenti importanti rispetto agli anni Novanta operati da organizzazioni quali la Fiom, la Cgil o l’Arci, oppure la presenza di un movimento per la pace che ha portato in piazza milioni di persone. Ma se da un lato dobbiamo valorizzare questa situazione (senza però renderla più grande di quanto non sia: la legge 30 e la controriforma delle pensioni sono passate senza scioperi e la strage di Fallujia non ha provocato alcuna mobilitazione), dall’altro non dobbiamo cadere nell’errore di scaricare sulle spalle dei movimenti tutto il peso della costruzione dell’opposizione nel Paese.<br />
La verità è che su tutta la partita legata alla definizione di una intesa per cacciare Berlusconi stiamo scontando gravi errori di percorso. Si è dato per scontato, nelle numerose interviste di questa estate, che Rifondazione Comunista avesse sostanzialmente deciso di entrare nel governo ancor prima della discussione programmatica. Si è abbracciato il meccanismo delle primarie, che rappresentano un ulteriore passo verso la personalizzazione della politica e una ulteriore accentuazione del sistema maggioritario e di un bipolarismo dell’alternanza (non per caso le primarie sono utilizzate negli Stati Uniti). Si è perso un anno senza impegnarsi per la elaborazione di un programma comune della sinistra di alternativa e dei movimenti, che avrebbe fornito un impulso decisivo al confronto con le componenti moderate del centrosinistra e alla elaborazione di un avanzato programma di governo. Soprattutto, si è detto che avremmo accettato il vincolo di maggioranza sulla guerra, qualora il voto delle primarie fosse l’espressione della base elettorale del centro-sinistra. Su nessuna di queste scelte e tanto meno su quest’ultima siamo d’accordo: come la Fiom dice «sui licenziamenti non si vota», così Rifondazione deve dire «sulla guerra non si vota». Siamo contro la guerra, da chiunque e a qualunque titolo dichiarata!<br />
Proponiamo un altro percorso.<br />
Chiediamo che si apra subito la discussione programmatica, e che la si finisca di discutere di Gad, Alleanza, Ulivo, primarie. Tutto ciò non interessa a nessuno! Il partito deve stabilire alcuni punti programmatici, discussi con i movimenti e con la sinistra di alternativa, al di sotto dei quali non può esserci alcun impegno diretto di governo. Per parte nostra, consideriamo irrinunciabili cinque obiettivi: 1. l’abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (legge 30, Bossi-Fini, pensioni, Moratti, controriforma Castelli dell’ordinamento giudiziario); 2. l’introduzione di una nuova scala mobile per il recupero automatico del potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; 3. una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, come chiede la Fiom; 4. l’istituzione di una «Agenzia per il lavoro» che si proponga di ridurre il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno; infine, come si diceva, 5. l’impegno formale al rifiuto della guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa. Anzi, a ben vedere, più che un punto tra gli altri, questo costituisce una precondizione non eludibile: senza questo elemento di chiarezza – tanto più necessario in un contesto internazionale che con la rielezione di Bush tenderà ad aggravarsi – Rifondazione comunista non può accettare di entrare in nessun governo che non assuma un impegno preciso contro la guerra «senza se e senza ma».</p>
<p>Un altro punto importante del Congresso riguarda il tema della nostra identità di comunisti e il rapporto con la nostra storia.<br />
Su tale questione ci siamo trovati in questi ultimi anni a dover replicare non solo ad un’offensiva che ci veniva portata dai nostri avversari – dal Libro nero del comunismo ai continui insulti di Berlusconi ai comunisti – ma anche dall’interno della sinistra. Basti ricordare a questo proposito la ricorrente criminalizzazione del Novecento, ridotto a un «cumulo di macerie»; i continui attacchi alla Resistenza partigiana (dal «chi sa parli» di Otello Montanari ai «ragazzi di Salò» dell’on. Violante, dai libri di Pansa alle critiche alla presunta «angelizzazione» della Resistenza) e la considerazione fatta da Bertinotti in una intervista al manifesto, secondo la quale tutti i dirigenti del movimento operaio e comunista del Novecento sarebbero morti non solo fisicamente, ma anche politicamente.<br />
Non ci riconosciamo in questi bilanci, che riteniamo storicamente e politicamente errati. Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro la guerra. L’insegnamento dei suoi più grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora, a nostro giudizio, un contributo prezioso per l’analisi critica della società capitalistica. Le grandi rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono in prima fila i partigiani comunisti – ha permesso al nostro Paese di riacquistare dignità, libertà e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler. Insomma, crediamo di non fare alcuna forzatura nel sostenere che la storia dell’umanità si troverebbe ad uno stadio ben più arretrato se non ci fossero state le grandi rivoluzioni socialiste del Novecento.<br />
Siamo orgogliosi della storia del movimento operaio. Non ne dimentichiamo certo i limiti e le pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti liquidatori. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del “socialismo reale” fa irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo. E avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che ha determinato la sconfitta di grandi esperienze storiche. Siamo interessati a riflettere sulla nostra storia, non a tirarci una riga sopra. Insomma, siamo per la rifondazione comunista, non per la rimozione comunista.</p>
<p>Per quanto riguarda la nostra identità, non condividiamo l’assunzione – proposta recentemente in alcuni convegni ed interviste – della teoria della nonviolenza quale nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. Il motivo è semplice: posto che la violenza è insita nel dominio capitalistico (in un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo), le forme di lotta dipendono in larga misura dal contesto in cui si praticano. Oggi in Italia è possibile praticare la lotta pacifica anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il fascismo; per contro in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime – il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una Resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori.<br />
Lo stesso deve dirsi a proposito dell’idea secondo cui i comunisti non lotterebbero per conquistare il potere: questa tesi ci pare non solo estranea alla nostra storia, ma anche incomprensibile. Chiediamo: cercare di entrare in un governo e chiedere ministri non significa forse lottare per avere un potere? La verità – sin troppo evidente – è che non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno significherebbe quindi rinunciare alla lotta politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della società.<br />
Tra l’altro, come è facile dimostrare, queste due proposte – la nonviolenza e il rifiuto del potere – che ci vengono presentate come innovative sono in realtà teorie assai datate, sostenute da movimenti anarchici o cristiani. Contro queste posizioni già Marx e Gramsci hanno scritto pagine straordinariamente efficaci e, a nostro giudizio, definitive. Dunque non di innovazioni si tratta, bensì della riesumazione di vecchie e consunte ideologie.<br />
Abbiamo e proponiamo una concezione diversa dell’innovazione. Essa non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro partecipato e collettivo. Non comporta il rigetto dell’esperienza storica del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito ai comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato di tutto il mondo. La vera innovazione consiste, a nostro modo di vedere, nella difficile impresa di confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le lotte di resistenza e di liberazione dei popoli; nel vivere col massimo impegno le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un «nuovo mondo possibile».<br />
Siamo consapevoli che è qui in gioco una battaglia aspra e di lunga lena, le cui forme non sempre ci è concesso di scegliere. Ma intendiamo comunque combatterla, intendiamo fermamente perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che rappresenta il fondamento irrinunciabile della nostra idea del comunismo. Per questo abbiamo chiamato la nostra mozione Essere comunisti: non per un fatto nostalgico – perché siamo legati ad un passato pur glorioso – ma perché riteniamo che oggi, nel nuovo millennio, di fronte alle ingiustizie del mondo, alle guerre, alla distruzione dell’ambiente, a milioni di persone che muoiono di fame, di sete, di malattie curabili mentre si bruciano risorse incalcolabili in armamenti, nulla sia più moderno del comunismo: del bisogno e del progetto di una società liberata dallo sfruttamento, dalla povertà e dalla guerra.</p>
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		<title>Documento conclusivo</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/documento-conclusivo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi e altri
Documento conclusivo presentato da Claudio Grassi e altri al Comitato Politico Nazionale del 3/4 luglio 2004


recente tornata elettorale ha registrato un importante successo del
Partito della Rifondazione Comunista, che ha visto crescere i propri
consensi sia nelle elezioni amministrative che in quelle europee. Tale
risultato &#8211; che segna un&#8217;inversione di tendenza rispetto alle consultazioni
elettorali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi e altri<br />
Documento conclusivo presentato da Claudio Grassi e altri al Comitato Politico Nazionale del 3/4 luglio 2004<br />
<br />
</br><br />
recente tornata elettorale ha registrato un importante successo del<br />
Partito della Rifondazione Comunista, che ha visto crescere i propri<br />
consensi sia nelle elezioni amministrative che in quelle europee. Tale<br />
risultato &#8211; che segna un&#8217;inversione di tendenza rispetto alle consultazioni<br />
elettorali degli ultimi anni, e che lascia intravedere la possibilità di<br />
recuperare le dimensioni precedenti la scissione del 1998 &#8211; è in larga<br />
misura frutto della straordinaria mobilitazione del Partito, che ancora una<br />
volta ha saputo rispondere con determinazione e generosità alla sfida,<br />
mettendo in campo un impegno superiore alle proprie forze.</p>
<p>Occorre individuare le ragioni politiche di questo successo. Vi hanno<br />
contribuito, ovviamente, fattori diversi e tra questi senza dubbio la<br />
coerenza rispetto alla scelta di internità al movimento di critica alla<br />
globalizzazione neoliberista. Questa continuità spiega tuttavia la capacità<br />
del Partito di conservare il proprio radicamento nei settori dell&#8217;elettorato<br />
già conquistati, ma non appare sufficiente a render conto del conseguimento<br />
di nuovi consensi. Per capire le ragioni del successo elettorale di<br />
Rifondazione Comunista occorre dunque guardare anche altrove e precisamente<br />
alle novità politiche che si sono imposte negli ultimi tempi allo sguardo<br />
della massa degli elettori italiani. Si tratta in particolare di due<br />
elementi, che hanno profondamente modificato la rappresentazione del nostro<br />
Partito presso il &#8220;popolo della sinistra&#8221; italiana.<br />
In primo luogo, il protagonismo di Rifondazione Comunista nel conflitto di<br />
classe (cruciale è stata in questo senso la ritrovata attenzione del Partito<br />
per le lotte sindacali, dalle agitazioni degli autoferrotranvieri alle lotte<br />
dei precari nella scuola, alla grande esperienza degli operai di Melfi) e l&#8217;<br />
intensa attività svolta dai nostri compagni nelle file del movimento contro<br />
la guerra, per il ritiro immediato delle truppe italiane dall&#8217;Iraq. In<br />
secondo luogo, un ruolo decisivo per il rilancio del Partito è stato<br />
indubbiamente svolto dalla nuova linea unitaria assunta la scorsa estate,<br />
con la decisione di aprire un confronto con le altre forze dell&#8217;opposizione<br />
in vista della lotta comune contro il governo delle destre e per la cacciata<br />
del governo Berlusconi. Assumendo tale decisione, il Partito ha dato una<br />
risposta positiva alla domanda cruciale che sale dal Paese, dove sempre più<br />
vasti strati di popolazione auspicano la sconfitta delle destre e,<br />
possibilmente, la fine anticipata della legislatura. Appare evidente che la<br />
scelta del Partito di cercare un&#8217;intesa con le altre forze politiche dell&#8217;<br />
opposizione ha profondamente mutato la fisionomia di Rifondazione Comunista<br />
agli occhi di quella parte dell&#8217;elettorato di sinistra che &#8211; pur<br />
condividendo i contenuti politici di tante nostre battaglie &#8211; stentava<br />
tuttavia a votarci perché incerta dell&#8217;efficacia delle nostre battaglie. Ben<br />
più di qualsiasi passaggio della nostra discussione interna &#8211; per sua natura<br />
in grado di coinvolgere settori molto limitati dell&#8217;elettorato potenziale<br />
del Prc &#8211; la linea unitaria del Partito, che denota una nuova consapevolezza<br />
della pericolosità del governo Berlusconi, ha spostato su Rifondazione<br />
Comunista numerosi voti in uscita dalla sinistra moderata e ha decisamente<br />
contribuito ad un recupero dell&#8217;astensionismo di sinistra. Per quanto<br />
concerne il voto europeo, il quadro presenta tuttavia motivi di forte<br />
preoccupazione. Il voto del 12-13 giugno sancisce una vera e propria<br />
bocciatura del processo di costruzione delle istituzioni europee: esso<br />
conferma che l&#8217;Europa di Maastricht è percepita come una entità verticistica<br />
e burocratica, lontana dai bisogni dei popoli che la abitano, ispiratrice di<br />
politiche neoliberiste che non offrono alcuna soluzione alla sempre più<br />
precaria condizione sociale di vasti strati di popolazione. L&#8217;astensione è<br />
il sintomo più vistoso di tale lontananza: essa raggiunge percentuali<br />
altissime nei paesi dell&#8217;Est Europa; ma anche nel cuore del continente (in<br />
Francia, in Germania, in Spagna) la partecipazione al voto tocca minimi<br />
storici. Sull&#8217;onda del drastico e diffuso peggioramento delle condizioni di<br />
vita delle masse, il voto va a premiare le opposizioni e punisce senza<br />
distinzioni le forze politiche di governo, che siano di centrosinistra o di<br />
centrodestra, e indipendentemente dal loro collocarsi a favore o contro la<br />
guerra. Tutte fautrici di politiche neoliberiste. Si tratta dunque<br />
eminentemente di un voto di protesta, espressione &#8211; in quanto tale &#8211; di un<br />
profondo disagio sociale e di orientamenti politici non consolidati. Non a<br />
caso esso si orienta per la prima volta in termini così consistenti anche<br />
verso destra, assumendo di caso in caso connotanti reazionari,<br />
isolazionistici e xenofobi.</p>
<p>Entro tale preoccupante quadro complessivo, va salutato positivamente il<br />
buon risultato conseguito dalla maggior parte delle formazioni del Gruppo<br />
della sinistra unitaria europea (Gue) e dei partiti comunisti interni a tale<br />
raggruppamento. Queste forze raccolgono i frutti della loro coerente<br />
opposizione alla guerra di Bush e della loro determinata azione di contrasto<br />
nei confronti dei devastanti effetti delle politiche neoliberiste. In<br />
particolare tra i partiti comunisti, due dei principali promotori della<br />
Sinistra Europea (Se) &#8211; il Prc e la Pds tedesca &#8211; avanzano in percentuale e<br />
in termini assoluti; un risultato altrettanto positivo ottengono anche<br />
alcuni dei principali partiti comunisti che non hanno aderito alla Se, come<br />
il Pc greco, il Pc ceco-moravo e il Pc portoghese. A fronte di questo<br />
risultato, va invece osservato che, in controtendenza rispetto a tali<br />
percorsi ascendenti, Izquierda Unida (anch&#8217;essa forza promotrice della Se)<br />
non riesce a frenare la propria crisi e precipita al suo minimo storico.<br />
In definitiva &#8211; a dispetto di improprie generalizzazioni circa la pretesa<br />
coincidenza tra vittoria elettorale e partecipazione al progetto della<br />
Sinistra europea &#8211; tale contesto conferma nel suo insieme che il voto premia<br />
i comunisti sulla base del loro radicamento di classe e della coerenza delle<br />
loro posizioni politiche e non favorisce invece scelte che attenuino il<br />
profilo anti-capitalistico delle singole organizzazioni.</p>
<p>Il confronto con la sinistra moderata e la costruzione della sinistra di<br />
alternativa</p>
<p>Il risultato delle elezioni amministrative ed europee di giugno è positivo<br />
anche per gli sviluppi che apre nella situazione politica italiana. Emerge<br />
con chiarezza la sconfitta del partito di Berlusconi, anche se a fronte<br />
della tenuta di An e di un rafforzamento dell&#8217;Udc. Tale contesto consente di<br />
porre in modo non velleitario l&#8217;obiettivo della caduta del governo di<br />
centrodestra e della fine anticipata della legislatura, contrastando le<br />
risorgenti ipotesi neo-centriste. A questo fine è necessario un salto di<br />
qualità delle opposizioni per un autunno di lotte e di mobilitazioni<br />
sociali. Occorre perseguire contemporaneamente due obiettivi.</p>
<p>Il primo consiste nell&#8217;apertura di un confronto programmatico con tutte le<br />
forze politiche di opposizione, aperto alle forze sociali e ai movimenti,<br />
per l&#8217;elaborazione di un programma di governo alternativo alle destre. Un<br />
programma comune di governo delle opposizioni &#8211; esito auspicato ma,<br />
considerata la portata strategica delle divergenze, niente affatto<br />
scontato &#8211; è ancora più urgente alla luce delle difficoltà del governo, che<br />
sembra rendere sempre più realistica l&#8217;eventualità di una anticipazione<br />
delle elezioni politiche nazionali.<br />
Il confronto programmatico tra le opposizioni deve vertere tanto sull&#8217;<br />
impianto complessivo dell&#8217;eventuale accordo, quanto su alcuni punti<br />
qualificanti, senza i quali l&#8217;accordo di governo non può essere fatto:<br />
difesa dei salari e lotta alla precarizzazione; stop alle privatizzazioni e<br />
rilancio del Mezzogiorno; cambiamento in senso proporzionale del sistema<br />
elettorale; no alla guerra (nemmeno sotto ombrello Onu) e ridiscussione<br />
della presenza delle basi Nato e Usa sul territorio italiano; revisione dei<br />
vincoli dell&#8217;Europa di Maastricht. Il secondo obiettivo concerne il progetto<br />
della sinistra di alternativa. È necessario superare i ritardi sin qui<br />
accumulatisi e a questo scopo occorre avanzare con urgenza una proposta<br />
capace di unire non solo tutte le forze politiche a sinistra del Listone<br />
riformista (Prc, Pdci, Verdi) ma anche le componenti di sinistra presenti<br />
nei Ds, i movimenti di ispirazione antiliberista e il sindacalismo di classe<br />
(Cgil, Fiom e organizzazioni di base). Tutte queste forze debbono poter<br />
partecipare, senza steccati ideologici e senza che nessuna perda la propria<br />
autonomia, ad un processo unitario vasto e aperto, fondato sul confronto, l&#8217;<br />
iniziativa di massa e la costruzione comune di movimenti fondati su<br />
contenuti alternativi alla guerra e al neoliberismo. Vanno invece respinte<br />
tutte quelle proposte (come la costituente di un nuovo soggetto politico o<br />
la confederazione di partiti) che limiterebbero l&#8217;autonomia dei soggetti<br />
coinvolti ed escluderebbero significative articolazioni della sinistra di<br />
alternativa, come la sinistra Ds, che ha rilanciato la propria critica<br />
interna dopo il deludente risultato elettorale del Listone.<br />
La costruzione di una sinistra di alternativa così concepita non contraddice<br />
l&#8217;autonomia e il rafforzamento di un partito comunista autonomo con base di<br />
massa, che da sempre è e resta l&#8217;obiettivo primario della rifondazione.</p>
<p>Infine, per quanto riguarda la scelta degli eletti, ci pare negativo<br />
che la discussione si sia concentrata prevalentemente sul caso D&#8217;Erme. C&#8217;è<br />
un problema a monte, un limite grave, concernente la democrazia interna, che<br />
si è riproposto nella decisione sulle candidature europee e che ha condotto<br />
a una composizione non pluralistica della rappresentanza del Partito al<br />
Parlamento di Strasburgo. A ciò occorre porre rimedio, affinché la<br />
democrazia non sia solo un importante enunciato di principio, ma un fatto<br />
concreto.<br />
Si impone dunque una riflessione approfondita sul Partito, intesa ad<br />
adeguarne strutture e forme di direzione ai gravosi compiti che lo<br />
fronteggiano. Il successo colto da Rifondazione e le sfide incombenti<br />
raccomandano il massimo di collegialità, unità e partecipazione. Si tratta<br />
di mettere a valore la molteplicità delle sensibilità culturali e politiche<br />
del Partito, considerandole una risorsa per il processo della rifondazione<br />
comunista.</p>
<p>Claudio Grassi<br />
Bianca Bracci Torsi<br />
Guido Cappelloni<br />
Bruno Casati<br />
Gianni Favaro<br />
Rita Ghiglione<br />
Damiano Guagliardi<br />
Gianluigi Pegolo<br />
Fausto Sorini<br />
Giuseppina Tedde</p>
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		<title>Intervento al Cpn</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:31:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/intervento-al-cpn/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi (Segreteria nazionale PRC)
Comitato Politico Nazionale, Roma, 3/4 luglio 2004


Abbiamo già discusso in Direzione del risultato elettorale. Ho avuto l&#8217;
occasione, in quella sede, di intervenire e successivamente di esplicitare
la mia valutazione con un articolo su Liberazione. Mi sento di confermare
quelle considerazioni. E&#8217; un risultato importante e positivo conseguito da
tutto il partito: il 6,1%. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi (Segreteria nazionale PRC)<br />
Comitato Politico Nazionale, Roma, 3/4 luglio 2004<br />
<br />
</br><br />
Abbiamo già discusso in Direzione del risultato elettorale. Ho avuto l&#8217;<br />
occasione, in quella sede, di intervenire e successivamente di esplicitare<br />
la mia valutazione con un articolo su Liberazione. Mi sento di confermare<br />
quelle considerazioni. E&#8217; un risultato importante e positivo conseguito da<br />
tutto il partito: il 6,1%. Sottolineo: conseguito da tutto il partito. Non<br />
solo perché tutti noi ci siamo impegnati con tutte le nostre forze nella<br />
campagna elettorale, ma perché il fatto che ci induce a essere giustamente<br />
così soddisfatti è determinato dall&#8217;incremento che abbiamo avuto rispetto<br />
alle elezioni politiche, cioè 1 punto in percentuale. Ricordo che ero in<br />
Direzione nazionale la sera degli exit-poll e delle prime proiezioni e<br />
quando arrivò il primo dato &#8211; il 5,3%, che pure era già un po&#8217; superiore al<br />
5% delle elezioni politiche &#8211; ognuno di noi manifestò un senso di delusione<br />
e di insoddisfazione; poi il dato migliorò (5,7%), infine col 6,1%<br />
arrivarono la gioia e il sollievo. Faccio questo ragionamento per dire che<br />
lo scarto che ci fa passare da una valutazione insoddisfacente ad una<br />
positiva è inferiore ad un punto di percentuale. Ecco perché è stato<br />
importante e prezioso il contributo di tutti, certamente di chi ha sostenuto<br />
la linea del partito nel suo complesso, di chi ne è convinto solo in parte e<br />
di chi non è convinto su molte questioni, ma ha lavorato ugualmente per il<br />
successo del partito. Detto questo, io credo che sia giusto ragionare<br />
complessivamente su questo voto sia sul versante europeo che sul versante<br />
nazionale, poiché ci offre degli spunti interessantissimi a mio giudizio<br />
anche non sempre facili da decifrare. Mi paiono quindi fuori luogo<br />
atteggiamenti perentori, come ho sentito qui anche in alcuni interventi,<br />
secondo i quali tutto sarebbe chiaro e lineare.<br />
Vorrei ricordare che le valutazioni che vennero fatte sui risultati delle<br />
precedenti europee, in parte anche da noi, sono state smentite dalla realtà.<br />
Allora ebbero un successo le liste apartitiche: Bonino, Forza Italia, l&#8217;<br />
Asinello dei Democratici. Si parlò di crisi irreversibile dei partiti, di<br />
americanizzazione della politica e della chiusura di un ciclo. In quel<br />
contesto, a sinistra, vi era chi proponeva l&#8217;&#8221;Asinello rosso&#8221;. Oggi si<br />
riflette sul ritorno dei partiti, a cominciare da Penati che vince a Milano<br />
come espressione classica di partito. E i lucidi saggi di Ilvo Diamanti ci<br />
invitano a riflettere sul dato decisivo del radicamento territoriale, sulla<br />
partecipazione dal basso e sul fatto che la presenza mediatica dei leader in<br />
televisione è sempre meno attrattiva e importante per orientare il voto dei<br />
cittadini. Questo per dire che i fenomeni sono complessi e le<br />
semplificazioni non servono.</p>
<p>Segnalo un primo limite, a mio giudizio, della nostra riflessione. Abbiamo<br />
votato per le elezioni europee, ma non si discute di cosa significhi questo<br />
voto rispetto al progetto di unificazione europea. Invece emergono vari<br />
spunti che vanno evidenziati. ? Innanzitutto la scarsissima partecipazione<br />
al voto, con l&#8217;eccezione italiana indotta da un effetto di trascinamento ad<br />
opera di fattori interni e dell&#8217;abbinamento con le elezioni amministrative.<br />
Questo ci dice quanto l&#8217;Europa, per come è stata costruita, sia distante dai<br />
popoli dei paesi che ne fanno parte. Si tratta di una chiara forma di<br />
protesta contro una Europa che non solo non viene vista come opportunità, ma<br />
viene vista come corpo estraneo. Mi pare un grande problema anche per noi<br />
che abbiamo investito nella dimensione europea e che giustamente riteniamo<br />
irreversibile il processo di unificazione. Da ciò discende che dobbiamo<br />
accentuare la critica contro questa Europa, la sua politica economica e la<br />
sua modalità a-democratica di funzionamento. Così come mi pare importante<br />
riflettere su un voto diffuso che ha colpito tutti i governi sia di destra<br />
che di sinistra, sia pro che contro la guerra, a causa delle loro politiche<br />
liberiste, in larga parte determinate dai vincoli stabiliti dai parametri di<br />
Maastricht. Questo è importante, poiché ci indica quali sono i temi<br />
principali sui quali dobbiamo caratterizzare maggiormente la nostra<br />
iniziativa politica: il lavoro, il salario, la difesa e il rilancio dello<br />
stato sociale, per una società che sappia dare certezze e un futuro. Il<br />
fatto importante è che dopo 20 anni di liberismo sfrenato possiamo<br />
dimostrare, con i fatti, che pensare di fermarlo con il liberismo temperato<br />
è una pia illusione e che tutte le soluzioni proposte e praticate dalle<br />
formazioni socialdemocratiche si sono dimostrate altrettanto fallimentari.<br />
Se questo è vero, ne discende una valutazione politica importante che<br />
riguarda le nostre alleanze di politica nazionale, e cioè che è necessaria<br />
una rottura netta con le politiche attuate negli anni 90 dal<br />
centro-sinistra.</p>
<p>? Anche sul risultato delle forze della sinistra di alternativa in Europa<br />
val la pena soffermarsi un po&#8217; più precisamente; anzi, propongo che<br />
Liberazione prepari un reportage su tutti questi risultati, magari facendo<br />
parlare direttamente i protagonisti. Anche qui non si può leggere il dato<br />
legandolo ai propri schemi. Intanto ci sono due esperienze che escono<br />
drasticamente ridimensionate e che voglio segnalare poiché sono state<br />
utilizzate spesso anche il questo Cpn per sostenere tesi valide anche per<br />
noi: parlo di Izquierda Unida che crolla al 4,1%, il suo minimo storico, e<br />
passa da 4 a 1 parlamentare. Di I.U. si è parlato spesso in passato come un<br />
modello per la sinistra di alternativa in Italia: sarà bene riflettere su<br />
questa evoluzione e capirne le cause. L&#8217;altra esperienza che esce fortemente<br />
penalizzata è la Ligue Communiste (LCR)/ Lutte Ouvrière che passa dal 5,2%<br />
del &#8216;99 al 2,6% perdendo la metà del milione di voti mantenuti sino al 2004<br />
e tutti e 5 i parlamentari eletti nella precedente consultazione europea.<br />
Richiamo questo dato perché anche questa esperienza ci è stata spesso qui<br />
proposta come più attrattiva rispetto al PCF e ciò si è dimostrato sbagliato<br />
poiché il PCF ottiene un risultato nettamente migliore e si attesta al 5,2%,<br />
dopo aver ottenuto un buon risultato nelle elezioni regionali.</p>
<p>? Ma la riflessione più interessante per la nostra discussione riguarda il<br />
dato di tutti gli altri partiti comunisti e di sinistra. E&#8217; un ragionamento<br />
che avevo cercato di fare anche in un altro CPN, quando confrontavamo le<br />
nostre opinioni rispetto al problema della Sinistra europea e su alcuni<br />
passaggi relativi alla innovazione della cultura politica. Siccome qui si<br />
sostiene che la adesione alla S.E. e la scelta della nonviolenza sono<br />
elementi salienti del nostro successo elettorale, faccio notare che il<br />
partito comunista greco e il partito comunista portoghese aumentano i voti e<br />
sfiorano il 10% pur avendo fatto, come è noto, altre scelte rispetto al<br />
Partito della Sinistra europea. Per non parlare dei comunisti ceco-moravi,<br />
che si sono contraddistinti al congresso fondativo della S.E. con<br />
emendamenti non propriamente innovativi, che superano il 20% dei voti. Non<br />
sto dando un giudizio di valore su questi partiti e sulle loro scelte, sto<br />
dicendo che le motivazioni per cui una forza comunista può reggere e<br />
crescere nel paese non sono univoche e di semplice lettura.</p>
<p>Da tutto questo ragionamento ne consegue che ritengo siano principalmente<br />
altri i punti forti di questo nostro risultato elettorale e precisamente:</p>
<p>1) la lotta contro la guerra che, collegandosi alla nostra coerenza su<br />
questo obiettivo anche rispetto alle altre forze che nel &#8216;99 erano al<br />
governo, ci ha premiati;<br />
2) la presenza nei movimenti, in particolare quello del lavoro e la<br />
riproposizione forte dei temi quali il salario, i diritti, la precarietà, la<br />
democrazia, la casa, la sanità, la scuola;<br />
3) la centralità della lotta contro Berlusconi e il voto a Rifondazione<br />
comunista un voto utile per batterlo.</p>
<p>Questa mi pare, schematicamente, la piattaforma che è arrivata ai nostri<br />
elettori. Soprattutto su quest&#8217;ultimo punto, mi pare che ci sia stata una<br />
evoluzione della nostra linea e della nostra pratica politica che ci ha<br />
aiutati. Non mi sarei soffermato su questo punto se non vi fossero stati<br />
alcuni interventi che hanno negato questa evoluzione sostenendo che tutto<br />
era già scritto nelle tesi congressuali. Questo ragionamento mi pare una<br />
evidente forzatura. Io ricordo che per parecchio tempo nel partito ha avuto<br />
successo e fatto molti proseliti la tesi revelliana delle &#8220;due destre&#8221; e che<br />
al congresso l&#8217;obiettivo non era l&#8217;accordo programmatico di governo con il<br />
centro-sinistra, ma la rottura della gabbia dell&#8217;Ulivo. Oggi proponiamo non<br />
solo un&#8217;intesa per cacciare Berlusconi, ma un accordo programmatico di<br />
governo con tutto il centro-sinistra, come si usa dire, da Mastella a<br />
Bertinotti: mi pare sia difficile non riconoscere che vi è stata una<br />
correzione significativa di linea politica.</p>
<p>Infine sulle due costituenti.</p>
<p>In merito all&#8217;accordo programmatico di governo ritengo giusto l&#8217;obiettivo ed<br />
è vero che c&#8217;è una situazione nuova rispetto al &#8216;98. Ma le difficoltà sono<br />
tutte di fronte a noi, quindi ritengo occorra precisare meglio, poiché la<br />
componente che propone un progetto di liberismo temperato è largamente<br />
maggioritaria nel centro-sinistra. C&#8217;è una parte consistente nello<br />
schieramento dei nostri interlocutori che sembra non aver ancora tratto dal<br />
recente passato i dovuti insegnamenti. La profondità della crisi economica e<br />
sociale del paese richiede una radicale inversione di marcia rispetto alle<br />
politiche di attacco frontale al mondo del lavoro adottate dal<br />
centro-destra, ma anche rispetto alla versione &#8216;morbida&#8217; dell&#8217;impianto<br />
liberista, così come è stata a suo tempo proposta dai governi di<br />
centro-sinistra. L&#8217;imperativo dell&#8217;equilibrio di bilancio e l&#8217;accettazione<br />
passiva dei vincoli di Maastricht non possono costituire la stella polare di<br />
un futuro governo di reale e duratura alternativa alle destre. Il voto<br />
europeo dovrebbe in proposito insegnare qualcosa. La gigantesca<br />
redistribuzione della ricchezza a favore di profitti e rendite realizzata in<br />
questi anni, la caduta verticale del potere d&#8217;acquisto di salari e pensioni,<br />
il dramma della disoccupazione e la precarizzazione generalizzata, attuata<br />
con la deregolamentazione del mercato del lavoro e lo smantellamento delle<br />
sue tutele, non possono non costituire una precisa linea di discrimine.<br />
Letta, Bersani e Amato non possono quindi pensare di andare semplicemente a<br />
coprire i &#8216;buchi&#8217; di bilancio lasciati in eredità dal governo Berlusconi<br />
attraverso politiche restrittive e tagli di spesa: occorre una svolta decisa<br />
in direzione degli interessi popolari, dunque un&#8217;azione di governo che sia<br />
espressione di un&#8217;altrettanto precisa scelta di campo. La partita è<br />
delicatissima e non si risolve dicendo che per noi si tratta di compiere una<br />
scelta tattica. Un programma di governo con nostri ministri implica un<br />
impegno di 5 anni.<br />
Quindi alcuni punti essenziali di programma devono essere esplicitati<br />
nettamente &#8211; guerra, politiche economiche redistributive &#8211; e se non ci sono<br />
noi non entriamo al governo. Intendo dire che non bisogna escludere scelte<br />
subordinate: ciò sarebbe un errore, perché tutto dipenderà da come evolverà<br />
la situazione. I comunisti indiani hanno sconfitto la destra e hanno dato<br />
vita a un governo progressista ma, non avendo ottenuto punti programmatici<br />
centrali, hanno deciso di dare un appoggio esterno al governo.</p>
<p>Va costruita la sinistra di alternativa, forti del 13,1% ottenuto alle<br />
elezioni dai partiti che ne fanno parte e forti anche dei movimenti presenti<br />
nel paese. Senza eccedere nell&#8217;ottimismo, è un dato di fatto che il clima<br />
nel paese è cambiato. Dopo Genova e il Social Forum europeo di Firenze; dopo<br />
le grandi manifestazioni della Fiom e della Cgil, gli scioperi generali e la<br />
battaglia per la difesa e l&#8217;estensione dell&#8217;art. 18 dello Statuto dei<br />
lavoratori; dopo le straordinarie mobilitazioni del movimento contro la<br />
guerra, non c&#8217;è più dubbio sulla grande potenzialità del &#8220;popolo della<br />
sinistra&#8221; in questo Paese: popolo variegato ma non disperso, anzi unito<br />
dalla condivisione di obiettivi strategici di enorme portata. Intorno a<br />
questi obiettivi va costruita una iniziativa comune e una capacità di<br />
elaborazione all&#8217;altezza di un concreto progetto di trasformazione. Ma quale<br />
forma va data a questa iniziativa comune? Di quale soggettività si tratta?<br />
Così come non può essere né un listino, né una federazione, la sinistra di<br />
alternativa non può essere nemmeno un partito politico. Deve essere<br />
piuttosto una aggregazione di forze sociali e politiche che trova il suo<br />
senso nell&#8217;unire tutte le soggettività disponibili sulla base di un<br />
programma condiviso. Le forme non possono essere predeterminate, vanno anzi<br />
lasciate alla creatività di un percorso che risentirà inevitabilmente della<br />
situazione in cui si svilupperà la sua esperienza, degli obiettivi via via<br />
perseguiti, dei contenuti delle lotte. Una cosa sola può e dev&#8217;esserci ben<br />
chiara sin da oggi. Dentro quel coagulo di forze &#8211; che sarà poi chiamato a<br />
incidere nel quadro più generale delle opposizioni politiche e sociali al<br />
governo e nella costruzione di una diversa progettualità di governo del<br />
Paese, se riusciremo a battere le destre e a liberarci di Berlusconi &#8211; a noi<br />
spetta perseguire l&#8217;obiettivo di far crescere il Partito della Rifondazione<br />
Comunista. Non è semplice &#8220;patriottismo di organizzazione&#8221;, è un fatto<br />
squisitamente politico.<br />
Noi comunisti siamo portatori di una prospettiva, di un punto di vista<br />
analitico e di un insieme di valori e di finalità che connotano il nostro<br />
lavoro politico. Ci sono di mezzo la nostra storia e la nostra cultura, che<br />
si esprimono nelle nostre valutazioni e nelle nostre scelte. Noi ci battiamo<br />
insieme a quanti condividono parti del nostro programma affinché prenda<br />
corpo un largo ventaglio di forze di alternativa. Ma ci battiamo anche<br />
perché il nostro progetto di società &#8211; nel quale si riflette la volontà di<br />
tutelare in primo luogo i diritti del lavoro e la dignità delle classi<br />
popolari &#8211; incontri la più vasta attenzione e conquisti i più ampi consensi.<br />
Queste elezioni ci dicono che è giunto il momento in cui questo nostro<br />
lavoro può raccogliere frutti importanti. Non lasciamolo passare invano, non<br />
perdiamo queste preziosa occasione.</p>
<p>Infine sugli eletti.<br />
Ho condiviso la scelta a maggioranza della segreteria a favore del compagno<br />
Nichi Vendola, non tanto per una valutazione sulla qualità del compagno che<br />
pure, per quanto mi riguarda, c&#8217;è. Ma perché ritengo inaccettabile il<br />
ricatto posto sulla nostra scelta e il corollario di argomentazione<br />
politica: se rifondazione comunista mi dà un seggio il suo approccio nei<br />
confronti dei movimenti è corretto, se non me lo dà rifondazione è contro i<br />
movimenti. Inaccettabile. Ritengo che prima la rottura con Casarini, che ha<br />
scelto in questa campagna elettorale di sostenere Bettin, quindi i Verdi, e<br />
ora questa vicenda D&#8217;Erme segnalino che una qualche riflessione sulla<br />
individuazione nei disobbedienti di interlocutori per noi prioritari vada<br />
fatta. Ma ciò che mi colpisce di più di questo dibattito sugli eletti al<br />
parlamento europeo, e anche per come è stata affrontata in questo Cpn, è che<br />
nessuno si sia rammaricato del fatto che la compagna Provera, nonostante<br />
fosse stata indicata come la 5^ da eleggere, non sia stata eletta. Bastava<br />
metterla, come avevamo chiesto, in testa di lista e sarebbe tranquillamente<br />
passata. Ne prendo atto con rammarico poiché pensavo che una soluzione<br />
diversa e plurale del nostro gruppo fosse sentita come esigenza di tutti e<br />
non solo di una parte.</p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/editoriale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di CLAUDIO GRASSI
su Liberazione del 21/05/2004


Il re è ormai nudo. Nessuna parola riesce credibilmente a coprire la realtà drammatica di una guerra &#8211; fortissimamente voluta dall’establishment statunitense &#8211; che in Iraq ha sinora causato tra le 10 e le 15 mila vittime civili. La rivolta è divampata in tutto il paese e ad essa le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CLAUDIO GRASSI<br />
su Liberazione del 21/05/2004<br />
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Il re è ormai nudo. Nessuna parola riesce credibilmente a coprire la realtà drammatica di una guerra &#8211; fortissimamente voluta dall’establishment statunitense &#8211; che in Iraq ha sinora causato tra le 10 e le 15 mila vittime civili. La rivolta è divampata in tutto il paese e ad essa le truppe di occupazione reagiscono con ferocia: solo a Falluja si sono contati 750 morti iracheni, tra i quali oltre cento bambini e centocinquanta donne, molte delle quali freddate dalle pallottole di militari cecchini. E’ stato detto: processo di pace e ricostruzione materiale e civile del paese. I fatti parlano di tutt’altro: non un ospedale, non un edificio è stato ricostruito; al contrario, ospedali ed edifici non cessano di essere devastati in questo cosiddetto “dopoguerra”. L’Iraq si avvicina alla fatidica data del 30 di giugno in una condizione del tutto opposta a quella di un paese pacificato. I 200 mila stranieri che calcano il suolo iracheno non sono ingegneri, architetti o operatori sociali, ma soldati occupanti; e come tali sono visti non semplicemente dai resistenti in armi ma dalla totalità della popolazione. Questa è la semplice e cruda verità che il ministro Martino rimuove quando insiste imperterrito a parlare di missione di peace-keeping e di imboscate organizzate da minoranze di terroristi.<br />
La verità è che i soldati italiani sono mandati a rischiare la vita nel vivo di conclamate operazioni belliche, a seguito di un’aggressione giustificata con vergognose menzogne e, viceversa, motivata da inconfessabili mire di espansionismo economico e militare (del tutto plausibilmente denominabili imperialiste): un’aggressione che, nel quadro della strategia delle cosiddette “guerre preventive”, propone ancora una volta al centro degli interessi statunitensi il controllo delle risorse energetiche e la presenza militare Usa in una zona nevralgica dal punto di vista geopolitico. Quel che è peggio è che tale escalation mette a ferro e fuoco l’intero Medio Oriente, ben al di là dei confini iracheni: a cominciare dalla martoriata Palestina, dove Sharon – legittimato dal suo potente alleato – cinicamente chiude una ad una le già strette porte di un’accettabile soluzione negoziata, per proseguire nell’azione criminale di una definitiva quanto illusoria resa dei conti. Non c’è evidentemente di che stupirsi se, davanti agli orrori dell’aggressione bellica – di cui la tortura è da sempre stata corollario, anche se per lo più censurato – cresce in misura esponenziale il risentimento delle masse arabe.<br />
Nonostante ciò, il governo italiano si adegua all’imperativo ‘Indietro non si torna’, confermando la sua servile acquiescenza all’alleato statunitense e confidando nella distribuzione di qualche briciola al tavolo del business di guerra. Questa è la sciagurata intesa che sostanzia il significato politico della visita di Bush in Italia il prossimo 4 di giugno: nell’attuale contesto, essa rappresenta un vero e proprio oltraggio alla memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo e ai valori della Resistenza (di cui l’articolo 11 della nostra Costituzione è parte essenziale). In una congiuntura così pericolosa per i destini dell’intera umanità, obiettivo prioritario dovrebbe essere innanzitutto quello di distinguere le responsabilità e, nel contempo, operare per l’inversione di una tendenza che non è affatto ineluttabile: si tratta di attitudini che non possono di certo appartenere al governo delle destre. Tocca quindi alle sinistre e al movimento di massa il compito di esercitare con ogni mezzo democratico la più forte pressione perché, se non il nostro governo, almeno l’Europa si faccia interprete di una chiara e inequivoca volontà di pace, la stessa che ha espresso sin qui e che continua ad esprimere la stragrande maggioranza della sua opinione pubblica.<br />
Esattamente ventidue anni fa, 5 giugno 1982, Ronald Reagan fu accolto a Roma da centinaia di migliaia di manifestanti, convocati dal Coordinamento nazionale dei comitati per la pace, i quali fecero sentire all’indesiderato ospite la voce dell’opposizione, esprimendo tutta la contrarietà del nostro paese alla corsa agli armamenti e all’installazione a Comiso di missili dotati di testata nucleare. Oggi come ieri è necessario che il popolo della pace torni in piazza a ricevere, con una grande e unitaria manifestazione e con la determinazione di chi sa di essere nel giusto, il principale artefice dell’attuale barbarie. Anche il prossimo 4 giugno le strade della capitale dovranno riempirsi di gente che manifesti democraticamente il proprio rigetto della guerra e dica a gran voce che George W. Bush non è affatto gradito. </p>
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		<item>
		<title>Le pulizie di Bush nel &#8220;cortile di casa&#8221;</title>
		<link>http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/le-pulizie-di-bush-nel-cortile-di-casa/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:26:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARCHIVIO]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.claudiograssi.org/wordpress/?p=753</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/le-pulizie-di-bush-nel-cortile-di-casa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi
su Liberazione del 14/05/2004


«Noi non stiamo aspettando il giorno della libertà di Cuba, stiamo lavorando per il giorno della libertà di Cuba». Questa è la minacciosa dichiarazione con cui, alcuni giorni fa, il presidente degli Stati Uniti ha temporaneamente distolto lo sguardo dal massacro iracheno per volgerlo in direzione dell&#8217;isola caraibica. Più di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi<br />
su Liberazione del 14/05/2004<br />
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«Noi non stiamo aspettando il giorno della libertà di Cuba, stiamo lavorando per il giorno della libertà di Cuba». Questa è la minacciosa dichiarazione con cui, alcuni giorni fa, il presidente degli Stati Uniti ha temporaneamente distolto lo sguardo dal massacro iracheno per volgerlo in direzione dell&#8217;isola caraibica. Più di un paese latino-americano sa bene, per esperienza diretta, come gli Stati Uniti hanno da sempre &#8220;lavorato&#8221; in quel continente, sostenendo e addestrando ogni risma di sanguinari dittatori e mercenari: ed oggi, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, Bush junior ha bisogno di far balenare nelle menti piuttosto preoccupate degli elettori statunitensi la prospettiva di nuove missioni di &#8220;civiltà democratica&#8221;, facendo dimenticare bombe e torture e rassicurando i suoi grandi elettori della diaspora cubana di Miami: quelli stessi che gli hanno già dato a suo tempo una mano (con modalità nient&#8217;affatto improntate a trasparenza democratica) per accedere al trono presidenziale grazie ad una manciata di voti di vantaggio sul suo antagonista.<br />
Ma non si tratta solo di calcoli elettorali. Nell&#8217;ormai quarantennale stillicidio di pesanti pressioni politiche, dure restrizioni economiche e inconfessabili corresponsabilità in episodi terroristici, c&#8217;è tutta l&#8217;arroganza e il risentimento suscitati dall&#8217;insostenibile affronto da parte di un piccolo paese che cosa scegliere in piena autonomia il proprio sistema sociale, il proprio stile di vita, le proprie relazioni internazionali, sottraendosi al destino coloniale già scritto e previsto dal suo potente vicino. Un esempio pericoloso per il resto del continente &#8211; peraltro punteggiato da altrettanto rischiosi segnali di risveglio &#8211; un&#8217;eccezione al dominio capitalistico sul proprio &#8220;cortile di casa&#8221; che va assolutamente normalizzata. E&#8217; questo il senso profondo delle parole di Bush.</p>
<p>Del resto, quella di Bush è solo l&#8217;ultima di una serie di aggressive dichiarazioni ufficiali che, negli ultimi mesi, hanno alimentato una vera e propria offensiva diplomatica ed una martellante campagna mediatica. Il dispositivo è ormai consolidato: preparare l&#8217;opinione pubblica costruendo l&#8217;immagine di un nemico &#8220;assoluto&#8221; e in questo modo indurre ad accettare la necessità del suo annientamento. Tra l&#8217;altro, a Cuba si imputa (ci risiamo!) l&#8217;attuazione di un programma per lo sviluppo di armi biologiche, oltre che ovviamente la promozione di «un sentimento antistatunitense» e dunque perciò stesso antidemocratico (così di recente si è espresso il segretario di Stato aggiunto per l&#8217;emisfero occidentale Roger Noriega): è paradossale che questi paladini della democrazia siano gli stessi che, confiscando di fatto un lembo di territorio cubano, vi mantengono una base come quella di Guantànamo, gestita in dispregio di qualsiasi parvenza di legalità democratica. Peraltro, il tentativo statunitense di fare terra bruciata attorno a Fidel Castro, isolandolo dal resto dell&#8217;America Latina, ha finora indotto il solo Messico a rivedere i suoi rapporti con Cuba: al contrario, non solo il venezuelano Chàvez (considerato insieme a Castro una pericolosa anomalia), ma anche il presidente brasiliano Lula e quello argentino Kirchner hanno risposto con fermezza agli avvertimenti e alle minacce Usa, rivendicando la propria autonomia nei rapporti con i paesi latinoamericani ed in particolare con la stessa isola caraibica. Non è un caso se l&#8217;Alca, il progetto di liberalizzazione dell&#8217;intero mercato latinoamericano sponsorizzato dagli Usa, fa registrare un&#8217;opposizione sempre più marcata e, per converso, il Mercosur &#8211; il Mercato comune dei paesi del cono sud che punta ad un&#8217;autonoma integrazione socio-economica tra paesi del continente &#8211; si rafforza e si allarga anche ad alcuni paesi della Comunità andina. Così, cresce la solidarietà tra chi vuole voltare pagina, portare giustizia sociale in questo martoriato continente. Emir Sader, prestigioso intellettuale brasiliano, ritiene che gli Stati Uniti facciano bene a preoccuparsi delle relazioni tra Venezuela e Cuba: «Ogni paese fornisce all&#8217;altro quel che possiede: il Venezuela dà il petrolio a Cuba e in cambio riceve medicine ed esperti in tecniche di alfabetizzazione, in medicina sociale, nel campo dello sport».</p>
<p>Da parte sua, l&#8217;establishment statunitense non ha mai fatto mistero del fatto che suo obiettivo immediato è il rovesciamento del governo cubano. L&#8217;annunciato aumento dei fondi stanziati a sostegno delle attività anticubane (fino a 60 milioni di dollari per i prossimi due anni), accanto all&#8217;inasprimento delle già rigide sanzioni, serve appunto ad «affrettare l&#8217;avvento di un nuovo governo, libero e democratico». A tal fine &#8211; oltre al sostegno attivo alla dissidenza interna, la quale potrà usufruire tra l&#8217;altro di una piattaforma aerea per la propaganda radio-televisiva &#8211; saranno imposte ulteriori restrizioni sui trasferimenti di denaro da parte di cubani residenti negli Stati Uniti, sarà impedito l&#8217;afflusso turistico perseguendo ancor più duramente i cittadini americani che tenteranno di visitare l&#8217;isola, verrà totalmente vietata qualunque residua iniziativa di scambio culturale e scientifico. Tutto ciò non ha impedito al governo dell&#8217;Honduras di ringraziare ufficialmente Cuba per l&#8217;assistenza sanitaria prestata da 795 medici cubani nella lotta contro la dengue, la terribile malattia emorragica che ha colpito il paese centroamericano, grazie ai quali un milione e mezzo di pazienti di età inferiore ai 15 anni sono stati visitati, curati e salvati da una morte più che probabile.</p>
<p>E per fortuna non tutti, negli stessi Stati Uniti, sono disposti ad assecondare i disegni e l&#8217;arroganza del loro presidente. Tra questi, Noam Chomsky ha fatto sentire la sua autorevole voce. In una recente intervista, egli ha ricordato che la politica degli Usa nei confronti di Cuba è stata caratterizzata da una serie di attentati terroristici fin dall&#8217;inizio della rivoluzione; ed ora si interdice qualsiasi presa di contatto a intellettuali e scienziati americani, perché «sarebbe scandaloso che questa gente, andando a Cuba, vedesse che l&#8217;assistenza sanitaria in questa piccola isola è migliore della nostra»: si dipinge Cuba come «il paese peggiore del mondo», per ottenere il consenso e poter giustificare «guerre e aggressioni contro i &#8220;cattivi&#8221;».</p>
<p>Anche per tutto questo &#8211; in nome della difesa della rivoluzione cubana e per la liberazione dei cinque suoi cittadini ingiustamente detenuti nelle carceri statunitensi &#8211; il prossimo 4 giugno saremo in piazza insieme al popolo della pace per dire a chiare lettere a George W. Bush che lo consideriamo un ospite indesiderato.</p>
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		<title>La guerra è terrorismo</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/la-guerra-e-terrorismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi
su L&#8217;ERNESTO del 21/04/2004


Quattrocento giorni di morte, di devastazioni, di crimini di guerra. Tanto tempo è trascorso da quel 20 marzo 2003 che avrebbe dovuto segnare – secondo le previsioni dei signori americani della guerra e dei loro alleati – l’inizio di un Blitzkrieg, di una “guerra lampo” destinata a concludersi “in poche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi<br />
su L&#8217;ERNESTO del 21/04/2004<br />
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Quattrocento giorni di morte, di devastazioni, di crimini di guerra. Tanto tempo è trascorso da quel 20 marzo 2003 che avrebbe dovuto segnare – secondo le previsioni dei signori americani della guerra e dei loro alleati – l’inizio di un Blitzkrieg, di una “guerra lampo” destinata a concludersi “in poche settimane” con la pacificazione dell’Iraq nel segno della “democrazia” e del libero mercato. I risultati della decisione di attaccare Baghdad sono sotto gli occhi di tutti. Decine di migliaia di morti, in massima parte civili inermi, che si aggiungono al milione di iracheni – per lo più bambini – uccisi dall’embargo e alle migliaia di vittime dei bombardamenti anglo-americani susseguitisi senza interruzione nel corso degli ultimi quindici anni; città distrutte; una popolazione alla fame; un paese nel caos, dove la guerra alimenta ogni giorno nuova violenza e nuova disperazione. Un crimine contro l’umanità che ha pochi confronti nel pur tormentato mezzo secolo che ci sta alle spalle, perché deliberato a freddo dalla leadership di un paese opulento, senz’altra motivazione al di fuori della volontà di impossessarsi di un altro paese, per mostrare al mondo la propria irresistibile potenza e la propria infinita tracotanza.<br />
Nessuno può illudersi: le popolazioni aggredite non dimenticheranno. L’Occidente semina odio, alimenta una collera inestinguibile, fornisce ragioni a quanti predicano nuove guerre di religione. E nemmeno noi dimenticheremo. Non dimenticheremo le menzogne di Bush e di Blair che hanno accompagnato la preparazione di questa oscenità: gli inesistenti collegamenti tra Saddam Hussein e bin Laden, le fantomatiche “armi di distruzione di massa”. Non dimenticheremo gli orrori ai quali assistiamo quotidianamente, né le vere ragioni dell’aggressione anglo-americana all’Iraq, di cui l’Italia di Berlusconi si è resa complice. Queste ragioni sono le straordinarie ricchezze naturali irachene (petrolio e gas), indispensabili per lo sviluppo di altre potenze economiche (a cominciare dalla Cina e dall’Unione Europea); l’autonomia di Baghdad dai diktat di Washington (da ultimo Saddam aveva deciso di accettare il pagamento in euro del petrolio iracheno); l’importanza geopolitica dell’Iraq nell’area del Golfo (tanto più cruciale dopo la perdita del controllo dell’Iran e la crisi dei rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita); la scelta di sostenere la destra israeliana in un folle disegno espansionista che minaccia di condurre al genocidio del popolo palestinese; da ultimo – ma non per importanza – la crisi economica statunitense, causata da un deficit commerciale fuori controllo, che minaccia il ruolo del dollaro come valuta di riferimento nel commercio mondiale.<br />
Non si tratta di novità. È una storia che va avanti da quindici anni a questa parte, da quando, con la scomparsa dell’Urss, è venuto meno l’ordine bipolare uscito dalla Seconda guerra mondiale. Finita la Guerra fredda, il mondo avrebbe potuto imboccare la strada della pace, ma gli Stati Uniti hanno voluto altrimenti. Tutte le guerre verificatesi dal 1989 sono nate da questo stesso insieme di cause: dalla volontà di impedire che altri poli di potenza mondiale potessero contendere la supremazia di Washington; dal tentativo di esportare con le armi la crisi economica statunitense; dalla pretesa di controllare i rubinetti del petrolio e del gas, per il proprio consumo interno e per impedire lo sviluppo delle altre economie. Basta guardare la carta geografica per capire che a collegare tra loro i teatri di queste guerre – il Medio Oriente i Balcani, l’Afghanistan – è il fatto che essi si trovino in zone del pianeta ricche di risorse energetiche o in aree strategiche per il passaggio dei grandi oleodotti e gasdotti.</p>
<p>La guerra non è solo fonte di terrorismo.<br />
È terrorismo all’ennesima potenza</p>
<p>A un’aggressione illegittima ha fatto seguito un’occupazione altrettanto illegittima. Quanto è avvenuto è enorme. Uno Stato ha stracciato tutti i trattati, tutte le convenzioni, ha distrutto i fondamenti stessi del diritto internazionale. Ha irriso le richieste della comunità internazionale scatenando una guerra devastante e occupando un altro Stato sovrano. E ora opera, seminando ancora morte e terrore, per insediarvi un governo fantoccio, come ha già fatto in Afghanistan, e per condurre a termine “legalmente” il saccheggio compiuto sino ad oggi senz’altra copertura che quella fornita dai mortai e dai carri armati. Tutto – a cominciare dal petrolio – viene privatizzato. Tutto trasferito nel patrimonio delle imprese titolari degli appalti della “ricostruzione”: imprese in massima parte americane e finanziatrici delle campagne elettorali dei Bush; ma anche inglesi, anche italiane. Una guerra di rapina, come raramente in età moderna era stata pianificata e realizzata. E una guerra terroristica, in senso proprio, nella quale modernissimi eserciti (costituiti in gran parte da mercenari, ormai la seconda forza sul terreno) minacciano di morte un’intera popolazione per impossessarsi di tutto quel che possiede. E dunque, tra tanto discorrere di terrorismo, domandiamo: di quale altro terrorismo ha senso parlare, se non si parte da questa evidenza?<br />
Lo diciamo senza mezzi termini, consapevoli del fatto che anche a sinistra si tende a sostenere tesi differenti. La guerra non è solo fonte di terrorismo: è, essa stessa, essa per prima, terrorismo all’ennesima potenza. Se non si prendono le mosse da qui, tutte le analisi sono monche e subalterne. Questo è il punto essenziale dal quale cominciare ogni discussione: i governi guidati da Bush, Blair e Sharon attuano una politica di guerra e di terrorismo. Questa è la vera centrale del terrore, sulla quale la Corte Penale Internazionale dovrebbe appuntare le proprie attenzioni.</p>
<p>L’informazione di guerra</p>
<p>Si pone qui un altro problema, divenuto cruciale in questi tempi di guerra. Tolte poche eccezioni, l’apparato informativo si piega alla manipolazione, accetta di tradire la propria ragion d’essere per trasformarsi in un gigantesco strumento di menzogna. Pensiamo alla rappresentazione dei nemici. Quanti hanno ricordato la vera storia di bin Laden, finanziato per anni dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, o quella di Saddam, armato sino ai denti perché riconsegnasse agli americani l’Iran caduto nelle mani degli ayatollah? Tutti diventano “terroristi” e “dittatori” quando si rivoltano contro la Casa Bianca: fino a quel momento sono campioni di democrazia, alfieri del “mondo libero”. Adesso la stessa cosa avviene – a rovescio – con Gheddafi, dipinto ancora ieri come un mostro e oggi – senza che nulla sia cambiato, salvo la collocazione della Libia negli schieramenti internazionali – restituito a nuova verginità.<br />
E pensiamo a quel che ci è dato di vedere e a quanto invece ci viene sistematicamente nascosto. Pensiamo alle immagini trasmesse centinaia, migliaia di volte – dalle Torri di New York ai volti degli ostaggi catturati in Iraq – e a quelle censurate, invisibili, dunque cancellate dalla discussione e dalla memoria collettiva. Chi ha visto i morti di Fallujah? Mille persone massacrate di cui è vietato persino il ricordo. E chi ha visto i volti dei loro familiari, chi ha udito le loro grida di dolore? Oggi più che mai il mestiere di giornalista è carico di responsabilità, per ciò che gli organi di stampa dicono e per ciò che nascondono. E non si può certo dire che sia un bello spettacolo quello offerto dai giornali e dalle televisioni.</p>
<p>La guerra è razzismo</p>
<p>Mille morti invisibili, un ostaggio ucciso e prontamente santificato. Trasformato (suo malgrado) in “eroe nazionale”, a beneficio di chi ha stracciato la Costituzione antifascista per conquistare un “posto al sole” e accomodarsi a prezzi di saldo al “tavolo dei vincitori”. Di quanti pesi e di quante misure disponiamo nella nostra sconfinata creatività?<br />
Ne deduciamo un’altra lezione. La guerra non è solo terrorismo, è anche razzismo. C’è chi muore “da italiano”, cioè da Uomo. E chi no. A questo punto vorremmo proprio sapere come crepa invece un iracheno e quale valore abbiano – se ne hanno – la sua morte e la sua stessa vita. Vorremmo ce lo spiegasse, per esempio, il dottor Mauro, direttore di Repubblica, un giornale nato con l’ambizione di dar voce alla coscienza democratica di questo paese, alla sua borghesia illuminata e progressista. Ma è vero: sono trascorsi quasi trent’anni da quel lontano 1976. Il mondo è cambiato, oggi il principio di eguaglianza è un orpello retorico, noi siamo “moderni” e vogliamo un “paese normale”. Per questo intitoliamo a tutta pagina “Così muore un italiano” (la Repubblica del 16 aprile 2004) e offriamo ai più bassi istinti della nostra gente uno specchio nel quale rimirarsi con soddisfazione, dimenticando i motivi per cui gli italiani stanno in Iraq e i crimini di cui si rendono complici.<br />
La guerra è anche razzismo. Persino gli ufficiali inglesi – poco inclini, per tradizione e cultura, a commuoversi per le sofferenze dei popoli delle colonie – hanno dichiarato di provare imbarazzo dinanzi alle manifestazioni di disprezzo da parte delle truppe americane nei confronti della popolazione civile irachena. Hanno detto di non condividere l’opinione – diffusa tra i marines – secondo cui gli iracheni sono, testualmente, degli Untermenschen, dei “sotto-uomini”, come dicevano i nazisti parlando degli ebrei. E hanno aggiunto di non apprezzare i safari che le truppe americane e mercenarie organizzano nelle città irachene a caccia dei bad guys, i “ragazzi cattivi” con la pelle scura da mandare allegramente all’altro mondo, e vediamo stasera chi ne fa fuori di più.<br />
Non c’è solo questo razzismo, per dir così “conclamato”. C’è anche il razzismo implicito, che si nasconde dietro la ragionevolezza di chi, pure, ammette che la guerra era “sbagliata”, ma poi subito aggiunge che tuttavia non ci si può ritirare dall’Iraq perché non si possono “abbandonare gli iracheni a se stessi”. Quanta supponenza, quanta superbia colonialista sottende queste dichiarazioni, rilasciate anche da molti uomini politici “di sinistra”! Si sono descritti scenari di “guerra civile”, e in effetti si è fatto di tutto perché una guerra civile scoppiasse. Si è predicato in lungo e in largo che la guerriglia “non ha progetto” e che, ove fosse lasciata arbitra delle sue sorti, getterebbe il paese nel caos. Gli osservatori imparziali riportano resoconti diversi, dai quali emerge che il caos è quello provocato dalle truppe di occupazione. Raccontano di città lasciate in preda allo sciacallaggio. Parlano di un “fronte comune” tra sciiti e sunniti, di una coesione nazionale tra le maggiori componenti della popolazione irachena. Descrivono un paese che reagisce, resistendo all’occupazione con dignità.</p>
<p>In Iraq opera una resistenza, conseguenza di una guerra e di un’occupazione illegittime</p>
<p>Resistenza: intorno a questa parola si sta combattendo, nel civile Occidente, un’altra battaglia politica. Se a sollevarsi contro l’occupante sono gli italiani, la loro si chiamerà Resistenza, con tanto di maiuscola. Se a combattere contro l’invasore sono degli arabi, il loro sarà invece soltanto terrorismo, pura criminalità. Tanto più se tra gli invasori ci siamo anche noi.<br />
“Banditi, criminali e terroristi”: così – rinnovando i fasti della propaganda nazifascista – definiscono la resistenza irachena i teorici dell’esportazione della “democrazia” a suon di bombe, a cominciare dal geniale ministro americano della Difesa, quel Donald Rumsfeld che l’anno scorso pronosticava la fine delle ostilità in capo a “due-tre settimane, un mese al massimo”. Da ultima gli ha risposto per le rime Naomi Klein, in una corrispondenza da Baghdad che pubblichiamo integralmente nell’ultima pagina. Quella di Rumsfeld, ha commentato Klein, “è una pericolosa illusione. La guerra contro l’occupazione viene oggi combattuta in campo aperto, da comuni cittadini che difendono le loro case e i loro quartieri: è scoccata l’ora dell’Intifada irachena”.<br />
Dicevamo che sarebbe bene che anche noi meditassimo su queste parole. Siamo stati sempre critici nei confronti di uno slogan – quello che ha descritto la logica della guerra irachena evocando l’immagine di una presunta “spirale guerra/terrorismo” – che ci è parso sin dall’inizio impreciso e riduttivo. Oggi le ragioni della nostra critica sono ancora più forti. Si dice che la guerra è la risposta bellica alla minaccia terroristica. Noi replichiamo che tale spiegazione è fuorviante, tant’è vero che la strategia della guerra “preventiva e infinita” concepita dai consiglieri neo-conservatori di Bush (attivi già ai tempi della presidenza di Bush padre) precede di gran lunga la sfida lanciata dal “terrorismo internazionale”. Come dicevamo in precedenza, questa strategia obbedisce a finalità del tutto indipendenti da tale sfida. Non solo. Anche il termine terrorismo dev’essere approfondito. È tutt’altro che pacifico che cosa esso designi (tant’è che nessuna legislazione ne fornisce una definizione univoca e condivisa), mentre è chiaro che gli atti correntemente definiti “terroristici” sono di varia natura e costituiscono un insieme assai eterogeneo. Che cos’hanno in comune le stragi messe a segno da al-Qaida (sulle cui origini, struttura e finalità regna peraltro lo stesso fitto mistero che avvolge gli attentati dell’11 settembre) con le azioni dei kamikaze palestinesi (spinti alla disperazione dalla guerra di annientamento scatenata da Sharon) o dello stesso commando suicida di Nassiriya (diretto – ci piaccia o meno – contro una forza di occupazione)? Ferma restando la nostra dura opposizione nei confronti di qualsiasi azione militare che colpisce vite innocenti, e ribadite ancora una volta la condanna dei comunisti rispetto al terrorismo e la nostra estraneità a tutte le forme di lotta che non si rapportano con le grandi masse popolari, riteniamo incolmabile la distanza che separa forme di lotta anche criticabili delle popolazioni invase e prive di mezzi idonei, da una risposta militare in grande stile, che implica l’impiego di un potente e sofisticato apparato bellico.<br />
Al contrario, crediamo che molto abbiano in comune con queste ultime proprio i bombardamenti effettuati da una forza di aggressione come quella che il 20 marzo del 2003 scatenò l’inferno su Baghdad uccidendo migliaia di civili nello spazio di una notte e gli assassini di Stato perpetrati da Israele contro i dirigenti di Hamas, lo sceicco Yassin prima, il suo successore Rantisi poi. Sharon e Bush sono in tutto e per tutto parenti di bin Laden, e precisamente nella capacità di cogliere la somiglianza delle loro strategie terroristiche passa oggi il discrimine tra la sinistra e la destra.<br />
Chi perde di vista queste differenze e queste analogie non ha poi bussole per discernere e per giudicare. Da una parte non può cogliere la vera ragion d’essere di una guerra che nasce dalla crisi di accumulazione del capitalismo americano (se davvero esiste una “spirale”, questa coinvolge semmai la guerra e il neoliberismo). Dall’altra, non può nemmeno riconoscere il ruolo svolto dalla resistenza irachena, che infatti la teoria della “spirale guerra/terrorismo” cancella del tutto. Il risultato di questa rimozione è straordinariamente grave. Non solo non si comprende che se gli Stati Uniti sono in difficoltà e debbono differire a data da destinarsi altre guerre di aggressione, questo è dovuto proprio alla tenuta della resistenza irachena, così come ai suoi successi si debbono il rilancio del movimento per la pace che il 20 marzo ha riempito le città di tutto il mondo e le speranze che Bush faccia la fine di Aznar. C’è ancora dell’altro: c’è il fatto che evocare l’immagine di un rapporto circolare tra terrorismo e guerra finisce con lo schiacciare il terrorismo sulla resistenza, accreditando uno degli aspetti salienti della interpretazione della guerra diffusa da quanti la legittimano. Sono i Rumsfeld e i Wolfowitz, sono le loro caricature nostrane – i Martino, i Frattini, i Selva – a non tollerare che si parli di resistenza irachena, a ripetere istericamente che si tratta di “banditi”, di “terroristi”. Lo stesso fanno, assumendosi pesantissime responsabilità, i dirigenti del Triciclo, coerenti con la decisione sbagliata di non votare contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq.</p>
<p>Riflettere sulla nostra storia, sì. Liquidarla, no.</p>
<p>Questo discorso ci induce a tornare sul dibattito apertosi nel nostro partito sul tema della nonviolenza. È evidente infatti che la valutazione della resistenza irachena incrocia il tema della violenza e della nonviolenza, e che quest’ultimo tema (dibattuto sullo sfondo di una opinabile critica del potere) chiama in causa la discussione sul Novecento. Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine in questa intricata materia, cominciando da un’affermazione del Segretario rispetto alla quale ci troviamo in disaccordo.<br />
Nel corso di una intervista al manifesto, Bertinotti ha dichiarato: “Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi del movimento operaio del 900 siano morti e non solo fisicamente”.<br />
Non siamo d’accordo a proposito della morte “non solo fisica” dei massimi riferimenti teorici e politici del movimento operaio e comunista del Novecento. Al contrario, pensiamo che Lenin e Gramsci rimangano – al pari dello stesso Marx e di altri grandi pensatori e dirigenti operai – fonti insostituibili e indispensabili della nostra riflessione e pratica politica. Crediamo che per una condivisibile tensione verso una ricerca autonoma e spregiudicata non servano giudizi così liquidatori. Pensiamo anzi che l’autonomia della ricerca presupponga il massimo di accumulazione teorica, dunque la più concreta relazione con le fonti ispiratrici di una riflessione. E riteniamo sbagliato il messaggio “pedagogico” che discende da queste parole. Che cosa rischia di desumerne un giovane che si avvicini al nostro partito o a un movimento di lotta avverso allo stato di cose esistente? Rischia di trarne l’idea dell’autosufficienza del senso comune, cioè esattamente il contrario di quel che l’asprezza del conflitto e la complessità dei contesti in cui esso si dispiega impongono.<br />
Gramsci – quel Gramsci che noi consideriamo ben vivo e alle pagine del quale non cessiamo di fare ricorso, rinvenendovi sempre suggestioni di inestimabile valore – era solito ricordare la necessità di uno studio costante, perseverante, metodico. Quanta modestia in quelle parole, che nulla toglievano alla grandezza di chi le scriveva: che, anzi, di quella grandezza erano segno! Questo rimane il modello al quale guardiamo e al quale crediamo debbano continuare a ispirarsi le nuove generazioni di compagni/e, tanto più in una fase storica come l’attuale, nella quale si tratta di risalire la china, di ricostruire riferimenti e orientamenti dopo una sconfitta di proporzioni epocali. Il motivo di questo nostro convincimento è semplice. La capacità di resistere all’offensiva dell’avversario dipende in gran parte dall’accumulazione di esperienza, ma l’esperienza non è solo quella che ciascuno può fare di persona. Questa sarebbe ben poca cosa, a fronte dell’enormità e della difficoltà del compito. L’esperienza della quale ci si deve appropriare, che dobbiamo far diventare nostro patrimonio vivente, è anche quella compiuta da chi ci ha preceduto nel cimento. Per questo i frutti dello studio ne costituiscono una componente essenziale; per questo il contributo che ciascun compagno darà alla nostra lotta sarà tanto più rilevante quanto più esso risulterà dalla sua capacità di far vivere, riplasmandoli dentro la sua esperienza personale, gli insegnamenti ricavati dalla lettura e dall’approfondimento delle opere fondamentali dei padri del movimento operaio, comunista e socialista.</p>
<p>C’è di più. Abbiamo l’impressione che la precipitosa dichiarazione di morte di cui stiamo discutendo si collochi nel quadro di critica al Novecento che da qualche tempo costituisce un tema ricorrente della discussione politica anche a sinistra. Abbiamo già avuto occasione di dire la nostra a questo riguardo, ma la persistenza del discorso ci obbliga a ritornare brevemente sulla questione.<br />
Anche in questo caso esprimiamo una critica. Come si fa a non tenere conto che parliamo di un intero secolo ricco di storia, di conflitti, di contraddizioni: un secolo nel quale l’umanità ha compiuto anche straordinarie esperienze di progresso e ha sperimentato, per la prima volta nella propria storia, di abitare un mondo, un solo immenso teatro di lotte, di fatiche e di speranze? Il Novecento è stato innanzi tutto questo: il tempo nel quale è venuto a maturità il sentimento dell’unità del genere umano, il sentimento dell’uguaglianza, del diritto inviolabile di ciascuno di essere riconosciuto e di vivere da essere umano. Certo, ne sono risultate violenze sconvolgenti, alle quali si sono accompagnati anche tragici errori da parte del movimento operaio, errori che impongono analisi critiche serie, riflessioni rigorose. Ma ciò è accaduto proprio perché sconvolgente, dirompente, incontenibile era la portata rivoluzionaria di questa novità, che ha segnato un punto di non ritorno nella storia degli uomini.<br />
Mandare al macero il secolo che si è appena chiuso significa fare terra bruciata alle nostre spalle. Significa anche non valorizzare le gigantesche conquiste del movimento operaio – la vittoria sul nazifascismo, l’emancipazione delle masse contadine in Cina, la liberazione di Cuba, lo sviluppo dello Stato sociale e di quelle lotte anticoloniali i cui risultati si vorrebbe oggi azzerare con le nuove guerre imperialistiche – nonché dimenticare le enormi responsabilità che gravano sull’avversario, le incommensurabili colpe di cui si sono macchiate, nel corso del Novecento, le borghesie europee.<br />
Ebbene, a simili vedute rispondiamo che il tempo delle autocritiche unilaterali per noi è trascorso. Ora basta davvero con i mea culpa a senso unico: provvedano anche altri a mettere in discussione la propria storia.</p>
<p>Qualcuno ha mai chiesto, per esempio, all’on. Casini di parlare della storia della Democrazia Cristiana nell’America Latina? Della compromissione con il fascismo in Cile e in Salvador, con i massacri, le torture, le nefandezze degli squadroni della morte? Qualcuno ha mai sentito qualche alto prelato parlare delle scelte compiute da Pio XII mentre milioni di ebrei passavano per le camere a gas e i forni crematori? O dell’attività svolta dalla Chiesa cattolica nel dopoguerra in favore dei criminali nazisti riparati in Sud America? E che dire poi delle ambigue e reticenti prese di distanza dell’on. Fini dal fascismo? Appena ieri Benito Mussolini era a suo giudizio il più grande statista del Novecento.<br />
Non siamo noi a doverci scusare. Abbiamo passato questi ultimi quindici anni a far luce sui momenti bui della storia del comunismo sovietico e asiatico. Continueremo senza indulgenze in questa ricerca. Ma diciamo con chiarezza che i comunisti italiani non debbono chiedere scusa di nulla a nessuno. Hanno costruito la democrazia di questo paese. Hanno combattuto il fascismo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, di torture, di anni di galera. Lo hanno liberato dalla dittatura più infame che la storia italiana ricordi. Hanno dato un contributo fondamentale alla redazione di una Costituzione che tutto il mondo ci invidia e che, non per caso, gli eredi del fascismo e della borghesia più retriva di questo paese intendono smantellare. Non siamo noi a doverci scusare, sono i nostri avversari che oggi ritengono di poterci trascinare sul banco degli imputati solo perché la forza delle armi gliene fornisce, per il momento, la possibilità. Noi la nostra storia la difendiamo senza incertezze. Anche da chi, a sinistra, tende ad accodarsi allo spirito dei tempi.</p>
<p>Per tutte queste ragioni non vediamo nemmeno la necessità di procedere a una critica indiscriminata nel confronti del potere. Non ci persuade l’approccio per così dire “metafisico” che tende a ispirarla. E non ci trovano concordi nemmeno i riferimenti storici che talvolta l’accompagnano.<br />
Si sostiene che il potere in quanto tale genererebbe oppressione. È questa una impostazione classicamente anarchica, che non ci appartiene. Consideriamo il potere un mezzo. E poiché siamo ben consapevoli che sussiste inevitabilmente uno stretto rapporto tra mezzi e fini, riteniamo che la natura del potere sia in larga misura determinata dagli obiettivi che si cerca di perseguire: cioè dall’idea di società che si vuole costruire. I comunisti si battono per una società senza sfruttamento dell’uomo da parte di altri uomini, senza dinamiche di dominio e di sopraffazione, per una società che rispetti il diritto di ciascuno di vivere libero, cioè disponendo dei mezzi necessari per soddisfare i propri bisogni e per realizzare le proprie aspirazioni. Serve un potere per riuscire a cambiare la forma di società esistente con quella alla quale aspiriamo? E serve un potere perché la nuova società – una volta costituita – possa svilupparsi respingendo l’attacco delle forze che l’avversano? Rispondiamo di sì, ad entrambe queste domande. Proprio perché siamo convinti che la società capitalistica sia fondata sulla sopraffazione, sappiamo che le classi che oggi godono di questa organizzazione sociale non si lascerebbero sottrarre senza colpo ferire i vantaggi di cui fruiscono. E non si rassegnerebbero facilmente ad esserne deprivate.</p>
<p>Per questo ci pare del tutto incomprensibile questa posizione secondo la quale i comunisti non dovrebbero lottare per conquistare il potere.Una critica indiscriminata del potere porta con sé gravi rischi di subalternità. Non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Non ci sono relazioni sociali, economiche, politiche (e il femminismo ci ha insegnato: nemmeno relazioni personali, familiari, amorose) scevre da elementi riconducibili a rapporti di forza. Per tale ragione, perdere di vista questo terreno o, peggio, decidere di astenersene, per rimanere puri e incontaminati, significherebbe semplicemente rinunciare alla lotta politica, abbandonare il progetto della trasformazione rivoluzionaria di questa società in vista della liberazione di quanti oggi – masse sconfinate e crescenti – lavorano sotto padrone, subordinati al potere del capitale e, non di rado, alla violenza delle armi che ne puntellano il dominio.</p>
<p>La nonviolenza come scelta politica qui ed ora</p>
<p>La violenza: siamo così al tema dei temi, che ci ha impegnati in questi mesi in una discussione intensa e che è stata al centro dei due convegni di Venezia, quello sulle foibe e quello direttamente dedicato alla nonviolenza. Come abbiamo già detto, abbiamo ritenuto sbagliata questa accelerazione anche per le modalità con cui si è dispiegata. Nel convegno sulle foibe il compagno Bertinotti ha parlato di una nostra presunta “angelizzazione” della Resistenza che non ci trova concordi.<br />
E per quanto concerne il convegno di Venezia sulla nonviolenza, esso è stato pensato e promosso secondo un discutibile stile di lavoro che non vorremmo diventi usuale all’interno del nostro partito. Lo diciamo con serenità ma anche, come sempre, con franchezza: non si organizza un convegno di approfondimento se non si programma di mettere a confronto posizioni diverse. Tutto ciò vale in generale, indipendentemente dalla natura dei temi dibattuti. Ma è tanto più vero quando si tratta di temi che rivestono un connotato strategico e che coinvolgono snodi portanti delle culture politiche che convivono nel nostro partito, garantendo la ricchezza del suo dibattito interno.<br />
Detto questo, siamo sempre più convinti che il confronto tra noi debba proseguire, al riparo da strumentalizzazioni e da precipitazioni politiche immediate. Se davvero pensiamo che le questioni di volta in volta discusse siano rilevanti, dobbiamo fare tutti in modo che la ricerca si sviluppi senza forzature che inevitabilmente la coarterebbero e impoverirebbero. Nessuno può dirsi in possesso di certezze granitiche, nessuno quindi può permettersi di considerare con sussiego le posizioni altrui e – tanto meno – di discriminarle.</p>
<p>Riguardo al merito della questione, non vi torneremo qui ancora una volta. I compagni hanno seguito il dibattito sulle pagine di Liberazione e del manifesto e hanno potuto tirarne le somme rileggendo i contributi raccolti nel libro pubblicato dal quotidiano del partito. Ci limitiamo quindi a una considerazione.<br />
Alla fine di questo grande dibattito sulla nonviolenza, l’impressione è che sia ben difficile comprendere il senso di questa discussione. Non si è concordi nemmeno sul suo registro fondamentale: se cioè si sia trattato davvero di una discussione politica, o se invece abbiano preso il sopravvento prospettive di ordine etico o addirittura religioso: indubbiamente legittime, ma distinte dal campo del ragionamento politico che compete a un partito. Diciamo questo perché non siamo sicuri di aver colto nemmeno la ragion d’essere del dibattito, le sue motivazioni di fondo. Potremmo dunque chiudere qui, dicendo semplicemente che in questo momento l’unico approccio pertinente alla questione è secondo noi l’intransigente denuncia della illegittimità della guerra di aggressione – quintessenza della violenza politica – scatenata dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro l’Iraq. Ma una considerazione ulteriore ci pare opportuna. Non vorremmo che tutta questa discussione sulla nonviolenza si risolvesse in una uscita estemporanea, come è avvenuto con la discussione sull’imperialismo sviluppatasi nei mesi che precedettero l’ultimo Congresso nazionale.<br />
Allora – i compagni lo ricordano bene – buona parte dei gruppi dirigenti del partito ritennero di assumere in modo immediato la tesi negriana della fine dell’imperialismo, concepita (da Negri) quale conseguenza del (presunto) esaurimento della dimensione statuale della politica e dello sradicamento (altrettanto presunto) del capitale da qualsiasi ancoraggio nazionale. Questa tesi fu accolta da tanti compagni con tale entusiasmo che si volle introdurla in un documento congressuale, facendo di essa addirittura il quadro di riferimento delle analisi internazionali del partito. Il risultato è che chi aveva assunto questa ipotesi – duramente confutata dagli eventi – dovette assistere, nel giro di poche settimane, a una plateale retromarcia dello stesso Toni Negri, approdato poco dopo l’uscita di Impero a una ferma critica dell’imperialismo statunitense. Il quale imperialismo evidentemente era ed è ancora ben vivo, come del resto sanno perfettamente i rappresentanti di popoli, governi, associazioni e movimenti che si sono riuniti a Bombay in occasione del Social forum mondiale, e che hanno sottoscritto un documento conclusivo nel quale la denuncia dell’imperialismo occidentale ne costituisce l’asse politico centrale.<br />
L’imperialismo esiste ancora e questo fatto dovrebbe indurci a maggiore cautela anche quando parliamo di “globalizzazione”. Esiste, produce guerre e massacri. E ci ammonisce a non dare per scontato nemmeno il fatto che in un paese come il nostro la lotta di classe abbia definitivamente archiviato modalità oggi, per fortuna, inattuali. Certo, l’Italia non si trova attualmente nella situazione del Venezuela di Chavez né della Cuba di Fidel. Non è esposta – come accade invece a questi due paesi, ai quali confermiamo la nostra solidarietà internazionalista – all’immediata minaccia di colpi di Stato o di invasioni. Ma basta forse questo a garantirci che – posta dinanzi al rischio di essere spodestata – la parte più reazionaria della borghesia italiana (che, non dimentichiamolo, non ha esitato, ancora pochi anni fa, a rispondere alle lotte operaie con la strategia della tensione e delle stragi) si astenga dal far ricorso alla violenza militare? Ci chiediamo allora che cosa ne sarebbe – in tale sciagurata eventualità – di tutto questo dibattito sulla nonviolenza. Così come ci domandiamo – e domandiamo – che cosa dovrebbero fare il governo venezuelano o cubano qualora il conflitto dovesse precipitare e le forze reazionarie passare alle vie di fatto.</p>
<p>Quale programma per cacciare Berlusconi</p>
<p>Non è un caso che il discorso ci abbia ricondotto – in chiusura – alle questioni internazionali e alla guerra. Quest’ultima costituisce la cifra più drammatica dell’attuale situazione politica mondiale, ed è quindi inevitabile che ogni riflessione torni su di essa. In questo caso è anche utile, poiché ci offre l’occasione per poche considerazioni conclusive in ordine allo scenario politico interno e al problema della costruzione di un fronte politico delle opposizioni in grado di liberare il paese da Berlusconi e dal suo governo.<br />
Perché parlare della guerra ci conduce al contesto nazionale? Per il fatto che uno degli aspetti più sconcertanti e preoccupanti del panorama politico italiano in questi ultimi mesi è rappresentato proprio dalla titubanza con la quale gran parte delle forze di opposizione (a cominciare dai partiti che si rifanno all’Ulivo) hanno avanzato critiche nei confronti della guerra anglo-americana e della scelta del governo italiano di prendervi parte. Come dicevamo, consideriamo grave la decisione dei partiti del Triciclo di non votare contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq. Grave, ma purtroppo coerente con molte altre recenti prese di posizione (dalla pseudo-manifestazione bipartisan al Campidoglio, all’invocazione di “unità nazionale” da parte del presidente della Commissione europea in margine alla vicenda degli ostaggi italiani) e del tutto in linea con le opzioni di politica internazionale dei governi ulivisti, dal vertice Nato di Washington del ’99 (che sancì la trasformazione in chiave offensiva dell’alleanza atlantica) alla partecipazione italiana ai bombardamenti “umanitari” sul Kosovo, poi rivendicati dal Manifesto per l’Europa di Romano Prodi e celebrati dall’on. D’Alema come la “pagina più bella della storia italiana contemporanea”. Dello stesso presidente dei Ds ricordiamo una dichiarazione di qualche mese fa. Nel corso di una intervista – rilasciata al Corriere della Sera poco dopo la svolta di Rifondazione comunista, che ha riaperto la prospettiva di un accordo delle opposizioni contro Berlusconi – D’Alema affermò di considerare “non negoziabile” la politica estera dell’Ulivo. Bene. Vorremmo ora commentare queste sue parole, alla luce degli ulteriori sviluppi della situazione internazionale e delle recenti prese di posizione dei Ds e del Triciclo.<br />
Come abbiamo scritto, noi consideriamo la guerra contro l’Iraq uno spartiacque. Riteniamo quindi pregiudiziale, in vista della ricerca di accordi di governo tra l’Ulivo e Rifondazione comunista, che tutte le forze del centrosinistra abbandonino ogni ambiguità ed esprimano la più ferma denuncia della illegittimità dell’aggressione anglo-americana e della partecipazione italiana a questa guerra. Quanto all’insieme della politica estera, consideriamo indispensabile che tutte le opposizioni dichiarino intollerabili le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e si impegnino sin d’ora affinché il nostro paese (come tale e in quanto membro dell’Unione Europea) eserciti sul governo israeliano la massima pressione perché venga immediatamente interrotta la costruzione del Muro in Cisgiordania, perché la parte già costruita venga subito smantellata, e perché venga ufficialmente ritirato il piano di definitiva acquisizione di parte dei Territori occupati promulgato da Sharon in accordo con Bush.</p>
<p>Sin qui per quanto concerne la politica estera. Ma occorre anche prendere tempestivamente posizione su tutte le questioni cruciali dell’agenda politica interna. Certo, i risultati del test europeo e amministrativo sono di grande importanza in vista del prosieguo dei rapporti tra le forze politiche e sociali dell’opposizione al governo Berlusconi. Ma a maggior ragione, qualora dovesse determinarsi un risultato positivo per le opposizioni, diverrebbe improrogabile discutere intorno a un programma condiviso e realmente alternativo.<br />
A questo riguardo, non possiamo non giudicare negativamente la situazione attuale. Il dibattito, anche tra le forze che si collocano alla sinistra del Triciclo, non decolla, mentre vengono determinandosi sviluppi preoccupanti. È evidente che – preso atto del bilancio sempre più fallimentare del governo sul terreno politico ed economico – la Cisl, la Confindustria di Montezemolo e influenti ambienti vaticani si stanno riposizionando, lanciando segnali più o meno espliciti di apertura alle opposizioni. È chiaro altresì che parti importanti del centrosinistra sono sensibili a questi richiami. La stessa Cgil, che continua a svolgere un ruolo importante di opposizione alle politiche neoliberiste del governo e di sostegno al movimento per la pace, ha tuttavia segnalato una evoluzione problematica attraverso recenti dichiarazioni (da parte del suo Segretario generale) di apprezzamento della nuova leadership confindustriale e di velata critica dell’attuale dirigenza della Fiom.<br />
Tanto più è urgente, in tale contesto, che Rifondazione comunista si faccia carico di lanciare (insieme alle altre forze della sinistra di alternativa) un’offensiva sui contenuti nella consapevolezza che dar vita a un accordo di basso profilo, dai contenuti arretrati, non compiutamente alternativo alla gestione reazionaria messa in campo dalle destre, sarebbe devastante. Lo sarebbe per il partito, che rischierebbe di smarrire il rapporto di fiducia con la propria base sociale, sin qui mantenuto nonostante tante difficoltà. Lo sarebbe per la sinistra, che si vedrebbe presto travolta dal risentimento del proprio popolo, deluso per l’ennesima volta da forze politiche e sociali non abbastanza determinate nel tutelarne diritti, ragioni e interessi. E lo sarebbe, infine, per tutto il paese, esposto al concreto pericolo di ricadere in mano a una destra non solo incapace di governare, ma anche – come si è puntualmente verificato in ogni passaggio delicato degli ultimi tre anni – disposta a gettare la democrazia italiana nella guerra e nell’avventura.</p>
<p>21 aprile 2004</p>
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		<title>Salvador Puig Antich</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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su Liberazione del 02/03/2004


Salvador Puig Antich, assassinato il 2 marzo 1974, era un giovane spagnolo di 26 anni; anarchico e libertario, quando, in Spagna, essere anarchici e libertari significava sfidare direttamente l&#8217;ultimo regime fascista europeo (con quello di Salazar in Portogallo), il franchismo. Puig Antich apparteneva al &#8220;Movimento Iberico di Liberazione&#8221;, sigla oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi<br />
su Liberazione del 02/03/2004<br />
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Salvador Puig Antich, assassinato il 2 marzo 1974, era un giovane spagnolo di 26 anni; anarchico e libertario, quando, in Spagna, essere anarchici e libertari significava sfidare direttamente l&#8217;ultimo regime fascista europeo (con quello di Salazar in Portogallo), il franchismo. Puig Antich apparteneva al &#8220;Movimento Iberico di Liberazione&#8221;, sigla oggi ignota ai più, ma che, nella Spagna della dittatura, nei primi anni Settanta, si batteva per la libertà, la fine del dispotismo, l&#8217;autonomia delle province indipendentiste, quali la Catalogna e il Paese Basco. Non gruppi di terroristi, dunque, come oggi i media dipingono tutti e indistintamente gli autonomisti e gli anarchici (non solo in Spagna), ma semmai gruppi di generosi utopisti perseguitati da una spietata repressione, ispirata dalla più bieca delle falangi terroristiche occidentali.<br />
Arrestato nel settembre 1973, con l&#8217;accusa di aver compiuto una rapina di autofinanziamento a mano armata al Banco Ispano-Americano a Barcellona, assaggiò sin dal primo istante, sulla sua pelle, la brutalità di un regime oppressivo e funesto: colpito ripetutamente dalla polizia, percosso con il calcio delle armi da fuoco di ordinanza, stramazzò al suolo privo di conoscenza. Quando rinvenne, al commissariato, dovette sentirsi attribuire anche l&#8217;imputazione di aver centrato, con un colpo d&#8217;arma da fuoco, all&#8217;atto della sua cattura, un commissario: un proiettile aveva infatti colpito quest&#8217;ultimo, ma mai nessuno poté dimostrare la colpevolezza del giovane, tanto più che mai fu autorizzata alcuna autopsia sul corpo del commissario, né mai fu effettuata alcuna perizia balistica.</p>
<p>Non servirono a nulla le obiezioni della difesa e l&#8217;indignazione della società civile democratica, comprese le accorate rimostranze della Chiesa cattolica: sebbene fossero inoltrate direttamente al caudillo, Francisco Franco, e a dispetto dell&#8217;autorità della mano che le aveva vergate, le richieste di grazia del cardinale di Barcellona, Narcisio Jubany, e di quello di Tarragona, José Point, furono ignorate e Puig Antich fu condannato a morte.</p>
<p>&#8220;Garrotato&#8221;, il 2 marzo 1974, trent&#8217;anni fa.</p>
<p>Non è forzato parlare di terrorismo di Stato: per il giovane anarchico, come per la stragrande maggioranza dei prigionieri politici del regime condannati a morte, la pena capitale consisteva nell&#8217;esecuzione a mezzo di garrota. Si tratta di un antico strumento di tortura, forse uno dei più crudeli ed efferati, consistente in una morsa di metallo che veniva stretta con una vite intorno al collo del condannato, provocandone così una lenta ed atroce morte, generalmente per soffocamento o per rottura delle vertebre cervicali.</p>
<p>Una notte di macabri rituali medievali e di cortigiana servile ferocia: questo il tratto distintivo del franchismo, che, per giunta, negli ultimi anni della sua vita (il regime cadde con la morte di Franco, nel novembre del 1975), dietro la maschera di una finta &#8220;liberalizzazione&#8221;, non solo non rinunciò al suo carattere spietatamente terroristico, ma anzi ripiegò in forme ancora più brutali di violenza, stretto tra l&#8217;opposizione popolare e il venir meno dell&#8217;appoggio di settori significativi delle gerarchie vaticane.</p>
<p>La lettura storico-politica dell&#8217;evento è piuttosto complessa. Alcuni considerarono l&#8217;esecuzione come il ‘biglietto da visita&#8217; del nuovo capo del governo spagnolo, Arias Navarro, già capo della polizia e responsabile della nuova stretta repressiva; tanto più che dal 1963, anno dell&#8217;assassinio di Stato del militante comunista Julian Grimau, il regime non aveva più eseguito condanne capitali.</p>
<p>Ma covavano, dietro le quinte, ragioni più profonde e pulsioni inconfessate: in quello stesso frangente il regime sancì l&#8217;espulsione dalla Spagna del vescovo di Bilbao, Antonio Anoveras.</p>
<p>Per aver difeso il diritto all&#8217;autodeterminazione delle minoranze catalana e basca, infatti, il vescovo, appena due giorni dopo l&#8217;esecuzione di Puig Antich, fu attaccato pubblicamente da Franco in persona, che lo accusò di attentare all&#8217;unità della Spagna. Lo sdegno del Vaticano fu incontrovertibile: Paolo VI dichiarò, quella stessa domenica, di &#8220;avere nel cuore la pena di certe situazioni storiche&#8221;, si disse &#8220;costernato, perché l&#8217;uomo vive l&#8217;incubo di molte paure&#8221; e rivendicò l&#8217;urgenza di &#8220;sostituire alla vendetta e all&#8217;odio, la misericordia e l&#8217;amore&#8221;. (l&#8217;Unità, 4 marzo, 1974).</p>
<p>Il regime si avviava a perdere una della ragioni della sua stabilità: l&#8217;appoggio del clero.</p>
<p>Si erano aperti due fronti: allo sdegno delle gerarchie vaticane, il regime rispose con un attacco pubblico al clero basco e catalano; all&#8217;immediata reazione popolare (soprattutto giovanile) all&#8217;indomani dell&#8217;assassinio di Puig Antich, che aveva portato in piazza migliaia di persone il giorno stesso dell&#8217;esecuzione, fu opposta la repressione più cruenta e spietata. Risultato: centinaia di fermi e di feriti tra gli studenti e ben sei università occupate dalla polizia in assetto di guerra: da Madrid a Barcellona, passando per Granada, Saragozza e le basche S. Sebastian e Bilbao.</p>
<p>Il movimento anti-franchista affrontava un regime che menava i suoi colpi di coda; e lo affrontava unito, le piazze riempite dagli scioperi dei lavoratori e dalle manifestazioni di protesta degli studenti, il clero spaccato, con un&#8217;ala oltranzista e filo-franchista messa alle strette, specie dopo le ultime dure prese di posizione del Papa. Il movimento trovò allora una sua strada nell&#8217;unità delle forze popolari, forte della solidarietà della società civile democratica degli altri Paesi europei e unito nella consapevolezza che il regime, proprio perché agli ultimi atti della sua storia, ripiegava nel terrore e nell&#8217;arbitrio come estremi tentativi di riaffermazione del suo potere.</p>
<p>Una lezione di unità, non meno valida a trent&#8217;anni di distanza.</p>
<p>Nel breve volgere di un anno e mezzo, il regime del caudillo sarebbe crollato, sotto la spinta delle forze democratiche e rivoluzionarie e sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, del mancato appoggio delle forze che ne avevano alimentato le radici, nonché del fallimento delle sue promesse di modernizzazione della Spagna. La morte di Puig Antich e di tanti altri militanti, anarchici e repubblicani, socialisti e comunisti, non passò invano, dunque, e conserva per noi, a trent&#8217;anni di distanza, un messaggio ancora carico di significati. Una lezione attuale e, pertanto, ancora più degna di rivivere nella nostra pratica politica: oggi 2 marzo, Radio 1138, nodo catalano della rete &#8220;Global Radio&#8221; (www. globalradio. it), promuoverà un&#8217;occupazione dello spazio radiofonico della regione di Barcellona, per rivendicare la piena libertà di espressione e fruizione degli spazi, contro ogni censura e repressione, ricordando Puig Antich e tutte le vittime del fascismo.</p>
<p>Il fascismo, infatti, non è un &#8220;accidente storico&#8221; e non viene espulso dal destino degli uomini con il semplice venir meno di un regime: si riaffaccia alla finestra della storia ad ogni passaggio critico del capitalismo, come misura estrema cui le classi dominanti fanno ricorso per consolidare il proprio potere, a volte ammantandosi di parvenze &#8220;legalitarie&#8221;.</p>
<p>Ecco perché l&#8217;&#8221;antifascismo&#8221; non è e non sarà mai un ferro vecchio della storia: in esso rinveniamo la premessa della democrazia e di qualunque speranza di progresso e di emancipazione delle masse popolari, in ogni parte del mondo. </p>
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		<title>Contrastare l&#8217;offensiva revisionista e anticomunista</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARCHIVIO]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/contrastare-loffensiva-revisionista-e-anticomunista/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi *
su Liberazione del 08/02/2004


Una domanda sorge spontanea pensando a questo dibattito sulla violenza e la non-violenza. Una domanda che potrebbe apparire retorica o provocatoria. Non lo è. Davvero si stenta ad afferrare il filo di una discussione che ha coinvolto i temi più disparati, sviluppandosi lungo linee polemiche che ben di rado [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi *<br />
su Liberazione del 08/02/2004<br />
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Una domanda sorge spontanea pensando a questo dibattito sulla violenza e la non-violenza. Una domanda che potrebbe apparire retorica o provocatoria. Non lo è. Davvero si stenta ad afferrare il filo di una discussione che ha coinvolto i temi più disparati, sviluppandosi lungo linee polemiche che ben di rado ormai si incontrano in punti condivisi e comprensibili. C&#8217;è di tutto: la non-violenza come filosofia e pratica politica; il pacifismo come teoria e come forma della prassi; il giudizio sulla Resistenza e sulle guerre imperialistiche di ieri e di oggi; la critica dei poteri; l&#8217;analisi della repressione del dissenso e del conflitto sociale: forse sarebbe il caso di semplificare e di cercare di mettere un po&#8217; d&#8217;ordine.</p>
<p>Di che cosa discutiamo parlando di non-violenza?<br />
Secondo alcuni, di un concetto e di una forma dell&#8217;agire politico adeguati sempre e dovunque. Posto così, è un tema impraticabile in una prospettiva politica. Se non si vogliono produrre discorsi fini a se stessi, occorre contestualizzare, riferirsi a situazioni determinate. Ma anche la posizione di chi ritiene che «oggi nel mondo globale in cui siamo precipitati, la forma più estrema dell&#8217;antagonismo, quella davvero irriducibile e non mediabile, è l&#8217;azione &#8220;non-violenta&#8221;» (Marco Revelli su &#8220;Carta&#8221;) appare a dir poco discutibile. Si argomenta, a suo sostegno, che l&#8217;assunzione della non-violenza è necessaria perché vi è la «guerra permanente» e «preventiva» e perché la superiorità militare degli Stati Uniti non consentirebbe altre strade. Ma in questa materia è opportuno evitare toni dogmatici e assumere l&#8217;onere dell&#8217;argomentazione razionale. C&#8217;è una sola via per mantenersi su questo terreno: spiegare come si pensa di fermare i bombardamenti, i cingolati, i missili e la disseminazione dell&#8217;uranio impoverito.</p>
<p>Si ripete da più parti che oggi tutto è nuovo, che il mondo è cambiato di sana pianta e impone concezioni nuove. È davvero così, o è la nostra memoria che si accorcia e che si indebolisce? Se tornassimo con il pensiero agli ultimi atti della Seconda guerra mondiale e all&#8217;immediato dopoguerra, avremmo materia per riflettere su queste presunte cesure radicali. Allora davvero la storia cambiò. Illuminato dai sinistri bagliori di Hiroshima e Nagasaki, il mondo fu costretto a guardare in faccia una novità assoluta e atroce. Per la prima volta nella storia la distruzione del genere umano era divenuta concretamente possibile. Pian piano la consapevolezza di questo salto di qualità si diffuse e vi fu anche tra i comunisti italiani chi valutò attentamente le sue conseguenze. A Bergamo, nel &#8216;53, Togliatti tenne un memorabile discorso incentrato su questi temi: la bomba atomica, l&#8217;enorme divario di potenza che essa istituiva nei rapporti internazionali, la impellente necessità di una lotta dei popoli per il disarmo e la pace. Ma in quel discorso non si commetteva l&#8217;errore di generalizzare. Nemmeno la bomba riduceva a un minimo comune denominatore i diversi conflitti: né sul piano della logica che li determinava, né in relazione al loro dispiegarsi. Imponeva l&#8217;accumulazione di coscienza critica, non consentiva il ricorso a rigidi schemi, a parole d&#8217;ordine unilaterali.</p>
<p>Ma forse c&#8217;è dell&#8217;altro, in questo dibattito. Si suggerisce, da parte di qualcuno, che il tema è la forma della lotta politica adeguata qui e ora: nel nostro paese, in Europa, nell&#8217;Occidente capitalistico. Se davvero le cose stessero in questi termini, verrebbe da dire che ci si sarebbe potuti risparmiare tanta fatica e tanta carta, talmente ovvio è &#8211; almeno per noi &#8211; che oggi, in questa parte del mondo, la lotta sociale e politica deve ricorrere esclusivamente agli strumenti pacifici del confronto, pur aspro, delle idee; della libera manifestazione delle proprie istanze; della mobilitazione di massa; dello sciopero; della protesta e della disobbedienza civile. E talmente ovvio è &#8211; per noi &#8211; che se il conflitto sociale e politico non è sempre scevro da violenza, la responsabilità di ciò incombe in primo luogo a chi controlla gli apparati coercitivi dello Stato. Proprio questa evidenza legittima tuttavia una riflessione: che tutto questo dibattere di non-violenza serva in realtà a parlar d&#8217;altro: che la non-violenza sia soltanto una parte di un ragionamento più complesso. La sensazione è che siamo &#8211; di nuovo &#8211; alle prese con la discussione sulla nostra storia e sulla nostra identità di comunisti. Se è così, è bene essere chiari, almeno tra di noi. Riflettere sulla nostra esperienza, indagarne i limiti, cercare di comprendere le cause delle nostre sconfitte: questo non è solo utile, è anche indispensabile. Purché si abbia la consapevolezza che l&#8217;errore più grave che potremmo commettere oggi &#8211; nella giusta ricerca di una rifondazione del pensiero e della prassi comunista all&#8217;altezza dei tempi &#8211; sarebbe accodarci alla voga liquidazionista oggi imperante. C&#8217;è un grande patrimonio alle nostre spalle: di esperienze, di idee, di valore, di passioni. Un grande patrimonio storico che dev&#8217;essere in primo luogo rivendicato e riconosciuto per la straordinaria influenza che ha esercitato nel corso degli ultimi 150 anni ai fini del riscatto di miliardi di essere umani. Anche questa smania di trascinare «il Novecento» sul banco degli imputati è pericolosa, oltre che poco comprensibile. Come si può ridurre un secolo a un unico motivo? «Un&#8217;immane violenza», si dice. E si getta tutto in un calderone che allontana la possibilità di capire. Ma il Novecento è stato anche il secolo delle grandi rivoluzioni operaie e contadine, queste sì «inizio» di una nuova storia! Oggi è di moda la critica dell&#8217;«assalto al cielo», cioè dell&#8217;idea che una società possa essere trasformata anche attraverso il comando politico. Discuterne, naturalmente, non fa male. Ma certo non giovano le semplificazioni caricaturali. Un nome dovrebbe bastare a sgombrare il campo da ogni equivoco: non è stato Gramsci &#8211; il bolscevico, il leninista &#8211; a insegnarci che la società è un campo di poteri diffusi e che la distinzione tra società e Stato (quella che oggi agitano, come fosse un dogma, i nuovi critici anarchici dell&#8217;idea comunista) è uno strumento teorico &#8211; un modello &#8211; e non una realtà di fatto? Con ciò non si tratta, naturalmente, di chiudere il discorso: semmai di aprirlo in modo serio, una volta per tutte. Certo la storia nostra ha conosciuto sconfitte e gravi errori. Che vanno analizzati, di cui occorre cercare le cause, dai quali dobbiamo trarre insegnamento. Ma anche in questo caso c&#8217;è una questione ineludibile che deve essere posta: bisogna chiedersi se, senza quell&#8217;«assalto» di cui oggi tanti compagni sembrano voler chiedere scusa, il mondo sarebbe stato migliore o peggiore: sarebbero stati possibili &#8211; per fare solo pochi esempi &#8211; le lotte anticoloniali, la rivoluzione cinese, lo stesso sistema di welfare in Europa? Cercare ancora: certo. Altrimenti nessuna rifondazione sarà mai possibile. Ma altro è una ricerca seria, severa, rigorosa, tutt&#8217;altra cosa una sommaria liquidazione della nostra storia. A questa ci siamo sempre opposti e sempre ci opporremo con tutta la forza delle nostre convizioni e passioni, che sappiamo radicate in questo partito e in tanti compagni che al nostro partito guardano con rispetto e fiducia. Basta con le autocritiche a senso unico, basta con i mea culpa! Perché piuttosto non chiediamo agli altri di fare i conti con il loro passato? Di chi furono figli il fascismo, il nazismo, la Shoah? A chi debbono la morte i milioni di vittime della Corea, del Vietnam, dell&#8217;Algeria, dell&#8217;America Latina? E che dire dell&#8217;indulgenza vaticana verso i fascismi? Mi chiedo come pensiamo di attrarre verso le nostre idee i giovani se non facciamo altro che denigrarle, cospargendoci il capo di cenere per ogni nostro atto, per il fatto stesso di dirci ancora comunisti. E mi chiedo anche come pensiamo di rispondere a Berlusconi che attacca a testa bassa persino il comunismo «meno palese» di chi «rinnega il proprio passato, si lava pilatescamente le mani per tutti gli orrori e i delitti di cui si è macchiato, ma ancor oggi vuole l&#8217;eliminazione dell&#8217;avversario»: cosa gli diremo, che è troppo severo, che siamo cambiati, che abbiamo compreso quanto pessimi fossero i nostri padri e fratelli maggiori? Qui nessuno intende «angelizzare» alcunché. Si tratta solo di contrastare un&#8217;offensiva revisionista e anticomunista che punta a demolire le ragioni stesse della nostra esistenza e delle nostre battaglie. O ci siamo scordati del «chi sa parli» e delle «ragioni dei ragazzi di Salò»? Abbiamo già dimenticato i continui attacchi alla Resistenza, mossi da chi cercava una legittimazione a buon prezzo? L&#8217;opportunismo servile di chi, pur di accedere al governo, ha preso distanza da una storia di cui avrebbe dovuto andar fiero, perché è la storia della liberazione di questo paese e della costruzione della sua democrazia? Non c&#8217;è futuro per chi non serba memoria del proprio passato, che non è «piombo», bensì radice e consistenza. Non è libertà quella di chi si sbarazza della propria storia, bensì disorientamento immemore. Questa smania di gettar via il peso della storia accecò molti quindici anni fa. La fine della Guerra fredda e la scomparsa del «campo socialista» furono scambiate per una «grande opportunità»: fu invece l&#8217;inizio di una fase di grave arretramento del movimento di classe in tutto il mondo, e della ripresa in grande stile del colonialismo e delle guerre imperialistiche: ci sarà bene un nesso tra quella fretta di disfarsi dell&#8217;eredità storica del «secolo breve» e la sconvolgente incapacità di leggere le tendenze in atto che accomunò un intero gruppo dirigente. E anche noi oggi, stiamo attenti, perché non è affatto scontato che siamo in grado di interpretare correttamente quanto sta avvenendo. Che cosa ci suggerisce, per esempio, la discussione tra noi sul «terrorismo» e la resistenza irachena? Che ci sono &#8211; se non altro &#8211; stili di analisi diversi, che si riflettono in differenti idee delle cause e degli effetti. Chi dice che è sbagliato parlare di una «spirale guerra-terrorismo» non ha esitazioni nel condannare le azioni terroristiche dei kamikaze e gli attentati dinamitardi che mietono vittime tra la popolazione civile. Ma il punto è un altro. Sta nel collocare tutto questo discorso sullo sfondo di una guerra coloniale e imperialistica, che ha a sua volta cause ben precise: il profilarsi, dinanzi alla superpotenza Usa, di altri avversari sulla scena del mondo; la necessità «preventiva» di controllare le maggiori riserve energetiche del pianeta; l&#8217;enorme influenza politica del «militare-industriale»; il disastroso deficit del bilancio Usa; il peso di una cerchia politico-intellettuale vicina al Likud e determinata nel sostenere ad ogni costo le mire colonialiste della destra israeliana. Ma se questo è il quadro, occorre allora dire con chiarezza che quella delle popolazioni occupate, saccheggiate, schiacciate dal tallone militare è innanzi tutto resistenza contro l&#8217;occupazione, sacrosanta lotta per la liberazione. E non solo. Quanto sta avvenendo in Iraq oggi è importante per tutto il mondo, a cominciare dal Sud del pianeta. La resistenza irachena parla ai popoli che sono nel mirino degli Stati Uniti: dice loro che la superpotenza non è invincibile, che non è così ovvio che dopo un Iraq venga una Siria o un Iran, quasi si trattasse di passeggiate al sole. In questo senso, proprio la resistenza contro le forze di occupazione è un aiuto alla pace. Lo hanno capito bene, non per caso, i rappresentanti dei popoli riunitisi a Bombay. Nel documento conclusivo del Forum sociale mondiale la denuncia della guerra e del colonialismo è netta, senza tentennamenti, così come è forte e univoca la solidarietà verso le popolazioni oppresse, il loro anelito all&#8217;indipendenza, le loro lotte di liberazione. Al di là di qualsiasi sottigliezza, l&#8217;esperienza materiale della sopraffazione produce consapevolezza. E permette di non scambiare le lucciole del nuovo imperialismo per le lanterne di un presunto impero che non dovrebbe più incantare nessuno, fuorché &#8211; ovviamente &#8211; Bush e chi condivide i suoi paranoici sogni di gloria.</p>
<p>* Segreteria nazionale<br />
Partito della Rifondazione Comunista</p>
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		<title>Documento alternativo presentato il 28 gennaio 2004 alla riunione della Direzione Nazionale del PRC</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:22:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/01/documento-alternativo-presentato-il-28-gennaio-2004-alla-riunione-della-direzione-nazionale-del-prc/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.claudiograssi.org/wordpress/wp-content/plugins/thumbnail-for-excerpts/tfe_no_thumb.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Claudio Grassi e altri
28/01/2004


1) Abbiamo condiviso la Tesi 35 e il documento politico conclusivo del 5° Congresso nazionale del Prc, dove si prospetta la “costruzione di un nuovo soggetto politico europeo (non si parla di un partito) per UNIRE…le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa SU SCALA CONTINENTALE … nelle loro diversità politiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudio Grassi e altri<br />
28/01/2004<br />
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</br><br />
1) Abbiamo condiviso la Tesi 35 e il documento politico conclusivo del 5° Congresso nazionale del Prc, dove si prospetta la “costruzione di un nuovo soggetto politico europeo (non si parla di un partito) per UNIRE…le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa SU SCALA CONTINENTALE … nelle loro diversità politiche e organizzative” e senza pensare “né ad una fusione organizzativa, né ad un compattamento su base ideologica”.<br />
Non è su questo la nostra divergenza, ma sul metodo, sulla modalità e sul progetto peculiare che ci viene proposto, dopo l’incontro di Berlino del 10-11 gennaio scorsi, con un “Appello” che annuncia la nascita del “Partito della Sinistra europea” e ne prevede addirittura un Congresso fondativo prima delle elezioni europee.<br />
L’ultimo CPN aveva dato un esplicito mandato alla Direzione nazionale per definire PRIMA DI OGNI DECISIONE contenuti e modalità del percorso e del progetto. Oggi, a decisione presa, si riuniscono gli organismi dirigenti del partito. Bisognava fare il contrario. Da quasi un anno e in diversi incontri internazionali i rappresentanti di vari partiti europei si sono riuniti per discutere bozze di manifesti politici e di statuti, che a tutt’oggi sono ancora in discussione. E’ stato un errore non portare questa discussione e questi testi negli organismi dirigenti del partito.</p>
<p>Una scelta che divide</p>
<p>2) Nel merito, la principale divergenza sta nel fatto che le modalità scelte per il dibattito su scala europea e le accelerazioni impresse dalle leadership di alcuni partiti hanno prodotto una situazione di divisione profonda e preoccupante tra i maggiori partiti comunisti e di sinistra alternativa europei, e in molti casi all’interno di essi, persino tra i partiti promotori dell’”Appello” di Berlino (come è il caso del Pcf e dello stesso Prc); divisioni profonde all’interno stesso del GUE (il gruppo parlamentare al Parlamento europeo) che rischiano, se non si cambia strada, di pregiudicarne una ricomposizione unitaria nella prossima legislatura.<br />
Invece di UNIRE, si moltiplicano le divisioni e le dissociazioni; e questo sì contraddice lo spirito e la lettera della Tesi 35 del nostro Congresso.<br />
Su oltre 40 partiti comunisti e di sinistra alternativa attivi nei paesi dell’UE, che diventano oltre 60 se si considera l’Europa SU SCALA CONTINENTALE, solo 11 hanno sottoscritto l’Appello di Berlino, e già due di essi (il Partito comunista ceko e il Partito comunista slovacco, presenti a Berlino come “osservatori”) hanno rivisto nei giorni scorsi la loro posizione e preso le distanze da ipotesi precipitose di Congresso costituente.</p>
<p>Partiti a “sovranità limitata”</p>
<p>3) Con il regolamento sullo “Statuto e finanziamento dei partiti politici europei”, approvato nel febbraio 2003 dal Parlamento europeo, è stata formalizzata un’idea di “partiti europei” che, diversamente dal ruolo previsto per i partiti politici nelle Costituzioni nazionali (dove essi sono espressione della società civile e non emanazioni dello Stato), sono invece subordinati ai Trattati e alle istituzioni della UE. Per cui è il Parlamento europeo che ne approva l’esistenza, che giudica se il loro Statuto è conforme o no ai principi e ai Trattati su cui si fonda l’UE “riguardo libertà, democrazia, diritti umani e norme di legge”, e che può quindi al limite deciderne lo scioglimento. E’ il caso di notare qui che il diritto di eliminare un partito per decisione di un Parlamento è una “inquietante” novità nella democrazia borghese e liberale.</p>
<p>Dunque, questi “partiti europei” rischiano di essere a “sovranità limitata” e saranno per molti versi dipendenti dalle istituzioni UE che, come sappiamo, non sono neutrali, ma configurano un processo di concentrazione neo-imperialistica del capitale europeo.<br />
Anche per questo sarebbe preferibile un Forum o un coordinamento permanente e strutturato &#8211; tipo quello di San Paolo, che comprende tutta la sinistra antagonista latino-americana – aperto a tutti i partiti comunisti e di sinistra alternativa del continente che abbiano un minimo di influenza di massa.</p>
<p>L’UE non è tutta l’Europa.</p>
<p>4) Mentre i partiti europei socialdemocratici e conservatori lavorano sull’insieme del continente, Russia compresa (Gorbaciov è uomo che lavora a stretto contatto dell’Internazionale socialista), e così le borghesie più lungimiranti (si pensi all’asse franco-tedesco-russo), i partiti comunisti e di sinistra alternativa (alcuni di essi) operano come se ci fosse ancora il Muro di Berlino e ignorano l’altra parte dell’Europa. Benchè alcuni dei maggiori partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica si trovino ad Est, nelle repubbliche europee dell’ex Urss, essi vengono sistematicamente esclusi dai processi di aggregazione della sinistra europea, sulla base di veti di natura ideologica (che essi sì contraddicono la citata Tesi congressuale 35).</p>
<p>Nel Consiglio d’Europa (organismo dove sono presenti delegazioni dei Parlamenti nazionali di TUTTI i paesi europei, non solo UE) esiste un gruppo parlamentare che si chiama anch’esso GUE, che comprende non solo i partiti del GUE del Parlamento europeo, ma anche rappresentanti comunisti e di sinistra di Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia… Basterebbe far funzionare questo GUE-bis ed ecco che già esisterebbe una sede politica e istituzionale in cui operare su un piano pan-europeo, senza preclusioni nei confronti di alcuno. Solo che manca la volontà politica, da parte di alcune forze della sinistra dell’Europa occidentale, di operare in questo senso.</p>
<p>I partiti i cui leader sembrano disposti a partecipare ad un congresso costituente del “partito europeo” prima delle elezioni europee, contano complessivamente circa 300.000 iscritti, con un bacino elettorale di circa 6 milioni di voti. Gli altri contano nella sola UE circa 400.000 iscritti e circa 6 milioni di voti; e complessivamente, considerando l’insieme del continente, circa 1 milione di iscritti e oltre 20 milioni di voti. Ovvero : gli “inclusi” contano in voti e iscritti circa il 20% dell’insieme della sinistra comunista e alternativa europea. Se si vuole UNIRE, è necessario quindi operare per coinvolgere il numero di partiti il più ampio possibile.</p>
<p>Percorso e metodo a livello europeo.</p>
<p>5) Assai discutibili sono le modalità con cui si è giunti all’incontro di Berlino del 10-11 gennaio 2004, dal punto di vista della pari dignità tra le diverse forze della “sinistra alternativa”(nei primi due incontri, convocati dal Synaspismos ad Atene a partire dall’aprile 2003, è stato escluso “d’ufficio” il PC greco-KKE, che in conseguenza di ciò si è ritirato dal processo; nei successivi incontri si è confermata l’esclusione di quasi tutti i partiti comunisti e di sinistra alternativa dell’Est europeo e dei Balcani, e di altri). Discriminazioni che hanno creato un clima di sfiducia reciproca, di scarsa trasparenza, nelle relazioni tra i partiti, che stanno incrinando i presupposti di una vera solidarietà e unità d’azione, già resa complessa dall’esistenza, tra i partiti del GUE, di importanti divergenze politiche, programmatiche, strategiche, identitarie. Esse rendono precaria l’unità e l’iniziativa comune e a tutti consiglierebbero di evitare forzature, come è appunto quella della costruzione accelerata di un “partito europeo”, che presupporrebbe ben altre convergenze strategiche.</p>
<p>Tra gli stessi 4 partiti “di testa” del partito europeo (PRC, IU, PDS, PCF) non esiste una posizione comune nemmeno sul progetto attuale di Costituzione europea. Il PRC e il PCF sono contrari; in IU e nella PDS esistono tutte le posizioni. Per non parlare delle divergenze nel GUE : pro e contro l’euro, pro e contro l’UE, pro e contro l’esercito europeo, pro e contro un’Europa federale, pro e contro Cuba, ecc….Per non parlare delle valutazioni storiche sul ‘900, sul “socialismo reale”, ed altre questioni identitarie : con posizioni tra loro più distanti di quelle che si registrano ai lati estremi del dibattito in Rifondazione.</p>
<p>CHE FARE ?</p>
<p>6) Il minimo che si possa fare a questo punto, per non cristallizzare divisioni irrimediabili tra le forze comuniste e di sinistra alternativa europee e tenere aperto un processo unitario, è di :<br />
-rinviare ogni decisione formale e fondativa del “partito europeo” a dopo le elezioni europee, anche al fine di evitare che tali divisioni pesino negativamente nella campagna elettorale e si ritorcano negativamente sull’immagine dell’insieme dello schieramento di sinistra alternativa, con un danno per tutti;<br />
- operare perché le forze comuniste e di sinistra alternativa, a partire da quelle collegate al GUE, si presentino alle elezioni con un documento politico-programmatico comune che metta in evidenza i punti di convergenza e di maggiore impatto sui popoli europei (lotta contro la guerra, antiliberismo, difesa dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori, ecc.). Come dimostrano recenti incontri svoltisi a Parigi e a Lisbona e i documenti unitari che ne sono scaturiti, tale convergenza è non solo necessaria, ma possibile, e ben al di là dei confini del GUE;<br />
- dopo le elezioni europee, riprendere l’iter della discussione per la costruzione del soggetto europeo come previsto dalla Tesi 35, quindi su basi unitarie e paritarie, bandendo veti, pregiudiziali, esclusioni di ogni tipo: aprendo a tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa del continente, per pervenire insieme, senza precipitazioni né forzature organizzativistiche, a soluzioni unitarie.</p>
<p>Claudio Grassi (segreteria nazionale P.R.C.)<br />
Bianca Bracci Torsi<br />
Guido Cappelloni<br />
Bruno Casati<br />
Gianni Favaro<br />
Rita Ghiglione<br />
Damiano Guagliardi<br />
Gianluigi Pegolo<br />
Fausto Sorini<br />
Giuseppina Tedde</p>
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