Giuliano Pisapia

228px-Giuliano_Pisapia_in_Piazza_Scala_a_Milano,_27_giugno_2012

di Claudio Grassi

Il progetto lanciato da Giuliano Pisapia va nettamente contrastato

1) È sbagliato, nel momento di massima difficoltà di Renzi, dopo la sconfitta referendaria, riaprire qualsiasi canale di contatto con questo Pd. L’attuale gruppo dirigente e la linea che sta perseguendo deve essere sconfitto fino in fondo. Gli attacchi lanciati in queste ore contro la Cgil e i suoi referendum da parte del giornale del Pd confermano che non può esistere una sinistra che non sia alternativa alla linea politica di questo Pd.

2) L’operazione di Pisapia – che non a caso ha votato Si al referendum del 4 dicembre – mette in difficoltà la sinistra interna del Pd che avendo fatto la campagna a sostegno del No oggi si trova in una condizione di maggiore forza per mettere in discussione la linea politica perseguita da Renzi. Pur conoscendo i limiti di questa componente è semplicemente paradossale che si dica di costruire una forza a sinistra del Pd e – contemporaneamente – ci si collochi più a destra della sinistra interna di quel partito…

3)L’operazione Pisapia – che oggi Repubblica non casualmente presenta come l’ennesima scissione a sinistra – tende a indebolire l’unico progetto in campo che – dopo tanti anni – sta cercando di unire delle forze a sinistra del Pd, cioè Sinistra Italiana che, tra poco più di un mese, terrà il suo congresso fondativo.
Dobbiamo dunque essere chiari nel nostro percorso congressuale: una cosa è Sinistra Italiana che pur con un approccio unitario e plurale vuole costruire una Sinistra autonoma dal Pd altra cosa è questo progetto politico proposto da Giuliano Pisapia legittimo, ma distinto da Sinistra Italiana.

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3 commenti to “Giuliano Pisapia”

  1. francesco scrive:

    Finalmente si comincia a parlare di progressismo Sociale.
    Il progetto Pisapia è pienamente una idea chiara e importante.

    Ritengo che in Italia siamo molti ad avere guardato, senza poter intervenire agli slogan di influenza del passato. Sono disponibile a qualsiasi dibattito!

    Francesco

  2. Leonardo Masella scrive:

    LA UE PUO’ CAMBIARE ?

    Siamo in una fase di grandi cambiamenti (anche inediti) e bisogna avere la capacità di cambiare tattica politica al mutare (anche imprevedibile) della situazione concreta della realtà.
    Sono sempre stato contrario alla Ue e per la fine della Ue. E c’erano (e ci sono ancora) dei buoni motivi, dalla crisi economica alla subalternità agli Usa, dalla politica liberistica alla guerra fredda e calda alla Russia.
    Ora però si sta determinando una situazione nuova da seguire con grande attenzione.
    Ci sono sempre state diversità di interessi economici e conseguenti contrasti politici fra gli Usa e alcuni importanti paesi europei. Vi ricordate i contrasti fra Francia-Germania e gli Usa sulla guerra in Iraq ? Ora questi contrasti si sono nuovamente manifestati sia sul TTIP (la Nato economica voluta dagli Usa) sia sul rapporto con la Russia (gli Usa vogliono la guerra fredda e calda mentre Francia, Germania e Italia, spinte dalle corrispettive confindustrie, vorrebbero eliminare le sanzioni e commerciare liberamente con la Russia).
    Ora ci sono dei fatti nuovi (positivi) che potrebbero andare avanti e cambiare la situazione oppure tornare indietro e farla regredire, come si vede dallo scontro negli Usa sulla prossima politica estera del più importante stato del mondo e vertice della piramide capitalistica-imperialistica.
    Tuttavia ci sono già stati dei cambiamenti oggettivi della situazione internazionale che potrebbero portare, se non rovesciati da eventi traumatici, ad una modifica della nostra impostazione sulla Ue. Ne sintetizzo rapidamente i principali:
    – la Brexit, cioè l’uscita (novità assolutamente imprevedibile) della Gran Bretagna, cioè della emanazione europea degli Usa, dalla Ue;
    – la sconfitta degli Usa e della coalizione alleata che sponsorizzava i terroristi (Usa, GB, Francia, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Qatar) in Siria e il successo di Assad, Russia, Iran e Hezbollah libanesi;
    – il conseguente rafforzamento sulla scena internazionale della Russia, a cui guardano ora sia i popoli europei dell’Ovest che quelli dell’Est, dopo l’ubriacatura liberista e filo-Usa degli anni scorsi dopo l’89;
    – il fallimento del colpo di stato Usa in Turchia e l’avvicinamento di quest’ultima alla Russia (e all’Iran e alla Cina sulla strada della costruzione di un fortissimo polo economico e politico asiatico);
    – l’elezione (altra novità assolutamente imprevista) di Trump negli Usa che in politica estera propone una sorta di isolazionismo degli Usa, la fine di una politica aggressiva nei confronti della Russia e delle interferenze in Europa (lo scontro inedito che si è aperto negli Usa dopo la sua elezione per inficiare, in un modo o nell’altro, questo cambiamento è il segno più evidente della dirompenza del cambiamento);
    – nonostante i problemi in Brasile, prosegue con grande velocità (anche se se ne parla poco) la costruzione della nuova banca dei Brics che determina la fine dell’egemonia del dollaro, e prosegue – diversamente dalle interessate previsioni americane – l’ascesa economica della Cina e dei suoi rapporti positivi con la Russia.
    Se questi cambiamenti dovessero procedere nella direzione giusta, senza rovesciamenti e colpi di coda dell’ultim’ora, domanda: non ci sarebbe da rivedere la linea sulla Ue, per spingerla (realisticamente, non come un pio desiderio) per una crescente autonomizzazione dagli Usa, per la fine della Nato, per una linea di pace con la Russia e per una collaborazione economica (paritaria e non imperialistica) con la Russia, con la Cina e col nascente polo asiatico (e col mondo intero), che potrebbe aiutare anche la ripresa economica dalla crisi ?
    Io credo che questa domanda dovremmo cominciare a porcela se i cambiamenti suddetti si consolidano e se la priorità delle priorità è evitare una guerra mondiale e costruire un mondo multipolare, condizioni indispensabili (ma non sufficienti) per la lotta per il socialismo mondiale.

  3. Leonardo Masella scrive:

    Condivido Claudio.

    D’altra parte sarebbe un errore pensare che Sinistra Italiana possa contenere, soprattutto se si costituisce in Partito, l’intera sinistra italiana.
    Io credo che con la sconfitta e le dimissioni di Renzi si stia aprendo una fase nuova in Italia, nella quale i comunisti possono avere un ruolo non marginale.
    E’ chiaro che per una prospettiva strategica servono sia teoria che radicamento sociale, tuttavia nel frattempo i comunisti possono e devono lavorare nell’immediato per una lista unitaria dell’intera sinistra disponibile.

    I comunisti, oggi sparpagliati e divisi in diverse organizzazioni politiche spesso ultraminoritarie e in guerra fra di loro, per ricostruire un partito comunista degno di questo nome e della sua storia avrebbero bisogno di due cose:
    – di una teoria all’altezza della situazione (“non c’è movimento rivoluzionario senza una teoria rivoluzionaria”), ma questo è un problema non solo italiano ma mondiale, visto che dalla fine dell’Urss e dalla crisi radicale che ne è conseguita del movimento comunista internazionale, non si intravede ancora una nuova sistemazione teorica che spieghi come mai l’Urss, patria della statalizzazione, sia crollata e all’opposto la Cina, patria della sperimentazione mercantile (il cosidetto “socialismo di mercato”), sia decollata;
    – di un processo di radicamento sociale, che è l’unico sistema per uscire dal minoritarismo settario ma che non è certo il cosiddetto “partito sociale” né la propaganda (qualche volantino) fuori dai luoghi di lavoro, ma è il diventare protagonisti riconosciuti della costruzione di una organizzazione nazionale e ramificata di aiuto sociale a tutti i soggetti sociali colpiti dalla crisi.

    Tuttavia, entrambe le due cose sono due processi lunghi. Nel frattempo si può e si deve fare una cosa subito, sapendo che non è risolutiva, ma è un passaggio che potrebbe aiutare: costruire un riferimento elettorale comune per le prossime elezioni, sapendo che con la crisi contemporanea del Pd e del Movimento 5 Stelle, si sta aprendo uno spazio elettorale nuovo a sinistra. Uno spazio che perderebbe ogni attrattività nella misura in cui si presentassero più liste in competizione fra di loro. Bisogna lavorare per la costruzione di una sola lista di sinistra di autonome forze politiche a sinistra del Pd, non un nuovo partito o un ambiguo nuovo soggetto politico, ma una lista unica che non tolga nessuna sovranità a nessuno ma che rappresenti per l’elettorato di massa (che va ben oltre la somma dei militanti) un riferimento alternativo non solo al Pd e al centro-destra ma anche al Movimento 5 Stelle.

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