La normalità «tecnica»

«Tecnici». Tutto questo discorso sulla tecnica al posto della politica ci sta trascinando verso esiti inquietanti. Non è che non se ne sia consapevoli, ma è come se fossimo tutti narcotizzati. La vista si annebbia, i pensieri faticano. E rischiamo di andare a sbattere malamente contro un muro.
Nel sempre più arrogante discorso di questo governo e dei suoi mentori, «tecnica» vuol dire due cose. Da un lato evoca il vero: una strada obbligata, dettata dalle cose stesse. Essere tecnici e non politici significa che non si sceglie nemmeno: ci si limita ad applicare le ricette giuste dettate dalla scienza per guarire il malato. I medici parlerebbero di protocolli terapeutici. E se i più intelligenti ammetterebbero che la medicina non è una scienza esatta, ma un sapere piuttosto simile a un’arte, non per questo accetterebbero interferenze di profani. Così i nostri governanti, a cominciare dal loro capitano. Alle obiezioni, la risposta è sempre la medesima: non ci sono alternative. Ma se per la medicina è chiaro che cosa sia la salute del corpo, per un governo non lo è affatto, perché la società non è un corpo, è un insieme di parti in conflitto tra loro. Il bene degli uni genera il male di altri. Così cade il primo argomento. Questo governo sceglie eccome. Non ci sono ricette obbligate, ma opzioni tra interessi in conflitto e tra modelli alternativi. I lavoratori dipendenti, a cominciare dagli «esodati», ne sanno qualcosa, come pure i rentiers.

Dirsi «tecnici» vuol dire anche un’altra cosa: che si è (ci si pretende) immuni dal dissenso, quindi liberi di assumere «decisioni impopolari». Anche questo è un argomento molto caro al senatore Monti, che gode nello sfottere i politici col disprezzo tipico del grand commis: non soltanto sacerdoti del vero, anche disinteressati (appunto perché interessati solo al vero e al bene). Se di scienza e verità si trattasse, il discorso non farebbe una piega – salvo che soltanto i dittatori prescindono dal consenso. Ma siccome in ballo ci sono interessi e poteri (la «scienza» di Monti la conosciamo bene: è quella che in trent’anni ha moltiplicato le disuguaglianze nel mondo, provocato la bancarotta di decine di Stati e cancellato ovunque i diritti del lavoro), questo dell’indipendenza del governo dal vincolo democratico è un discorso alquanto spaventoso: non è che per caso ci siamo liberati di Masaniello per ritrovarci Luigi Bonaparte?
Qui veniamo a noi. Dopo un primo momento di generale euforia (non vedere più Berlusconi e non dovere ogni giorno ascoltare le sue idiozie pareva un guadagno non indifferente), è pian piano subentrata la consapevolezza. Prima le pensioni, con relativo melodramma ministeriale; poi i regali alle banche, la Tav e la controriforma dello Statuto dei lavoratori. Finalmente anche chi voleva ribaciare il rospo ha capito. Oggi tutti quanti viviamo come sospesi in una bolla. Assistiamo a un gioco surreale, che non ha precedenti. Un governo catapultato sul parlamento impone decisioni gravi sulla vita di milioni di persone già stremate. I suicidi per disperazione si susseguono. Le statistiche parlano di sperequazioni inaudite; le previsioni, di un esercito di disoccupati e di poveri. Non può durare, pensiamo. Ed è vero che non durerà. Per malandata che sia, una democrazia ha bisogno di connessioni e mediazioni, di rappresentanza e riconoscimento. Ma la questione è come se ne uscirà, posto che la crisi economica è sempre più grave (del resto, come potrebbe non esserlo, in un paese senza classe dirigente, con gli imprenditori che non investono e frodano il fisco, e un tasso di illegalità e corruzione da fare invidia alla Colombia?)
Sbaglieremo, ma la tentazione ci pare quella di trasformare la patologia in normalità. Tra tutti i danni che il governo Monti sta facendo, il più grave riguarda la lesione strutturale della sovranità democratica. È vero che questa è una vicenda antica, nata vent’anni fa con Maastricht. Ma finora tra gli Stati e l’Europa delle tecnocrazie e dei «mercati» c’è stato un conflitto. Ora la crisi riduce drasticamente i margini di manovra e l’autonomia non è più tollerata, con buona pace delle Costituzioni. La vicenda dell’articolo 81 marca, dopo la lettera della Bce di quest’estate, un giro di boa. E genera una contraddizione flagrante e bruciante. Una Repubblica dichiara sovrano il proprio popolo ma affida formalmente lo scettro a un’autorità esterna, non eletta. È un salto mortale che rischia di portarci fuori dalla storia del costituzionalismo moderno.
Chi passerà alla storia per questo? I presidenti della Repubblica sono ricordati, nel bene o nel male, per l’evento che ne ha segnato il settennato. Cossiga per le «picconate», Scalfaro per il «ribaltone», Ciampi per l’euro. Napolitano sarà ricordato – temiamo – per aver dato legittimità a questo passaggio epocale. Un giorno, dialogando con Caterina II di Russia, Diderot scrisse che uno statista dev’essere capace di guardare al presente con l’occhio dello storico: ci pensi bene, il presidente, all’eredità che verrà associata alla sua figura.
Ma Napolitano non è il solo responsabile. Quanto lui, forse di più, lo sono i maggiori partiti presenti in parlamento. I quali, con una sconvolgente miopia (figlia legittima di una pretesa astuzia), hanno accettato di firmare l’attestato della propria irrilevanza. Accampano alibi: la crisi, l’emergenza, la responsabilità. Come se non fosse compito della «classe politica» precisamente affrontare i problemi più gravi, quando si presentano. Ma il punto dolente è un altro. L’antipolitica non nasce, come si dice, dalla corruzione o dal malcostume dei potenti. Trae linfa dalla rinuncia della politica a contendere su obiettivi diversi, per modelli diversi di società e sviluppo. L’antipolitica è figlia del «pensiero unico». Nasce quando il confronto politico implode, sfugge ai nodi reali del governo (sui quali in Italia da vent’anni tutte le maggiori forze politiche in realtà concordano) per occuparsi di corollari e di banalità. È allora che un paese si sente privo di rappresentanza e di voce.
In fondo, quello che i maggiori partiti hanno fatto cedendo il passo ai «tecnici» non è dunque che l’approdo coerente di un lungo svolgimento. Sono vent’anni che le scelte di fondo le compiono altri (l’Europa e gli Stati Uniti, i «mercati» e le grandi imprese multinazionali), e che loro di buon grado eseguono. Basterebbe questo a dimostrare la vocazione parassitaria di un ceto politico che baratta il proprio onore (la libertà di scegliere assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni) con un cumulo di privilegi indecenti. E qui l’astuzia si rivela per quel che è, poiché, di questo passo, presto non ci sarà più nessuno disposto a prendere sul serio quella che sempre più somiglia a un’accolita di mestieranti, o di apprendisti stregoni.
Ma tutto questo parla anche alle forze politiche della sinistra che quattro anni fa furono cacciate via dal parlamento. Si capiscono le tentazioni delle «fughe in avanti» (o indietro) dello spontaneismo reticolare senza e contro i partiti. Ma occorre evitare, soprattutto in questo momento, di accrescere la confusione, già grave e prossima al livello di guardia. Il punto non sta – come qualcuno ritiene – nella struttura dei contenitori, nelle forme e nelle logiche dell’organizzazione. Sta piuttosto nella capacità di istituire finalmente un rapporto diretto e unitario con un paese colpito nei suoi diritti fondamentali e nella sua stessa dignità. Non è dividendo ancora, sia pure con le migliori intenzioni, le esigue forze esistenti che si può uscire da una situazione difficile e pericolosa, ma unendo, includendo e accogliendo. Forte dell’altrui debolezza (e pochezza), la sinistra in Italia può rinascere e imporre finalmente, unita, un’inversione di tendenza. È complicato, ma non impossibile. È questa, oggi, la strada della semplicità: difficile, come diceva un nostro maestro, ma più che mai necessaria.

Alberto Burgio
Claudio Grassi

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