L’edizione di Liberazione di ieri pubblica una intervista a Roberto Morea, segretario del circolo Prc di Trastevere.
Ad un certo punto Morea dice: « L’idea che attraverso lo strumento economico si possano avviare epurazioni politiche, come già accaduto in passato, (corsivo mio) – spiega Morea – mi ferisce profondamente».
Mai come in questo caso vale il detto, «ci sono casi in cui le parole sono pietre!».
Se la lingua italiana ha ancora un senso in quella frase si dice che Rifondazione oggi starebbe usando le difficoltà economiche del giornale per effettuare epurazioni e che questo sistema sarebbe stato utilizzato anche in passato.
Sono indignato e vorrei che il compagno argomentasse quanto ha scritto con fatti precisi. Perché non solo quanto detto non è vero, ma lo è esattamente il contrario!
I compagni e le compagne che leggono Liberazione conoscono bene come stanno le cose, ma dopo affermazioni così gravi val la pena di chiarire.
Nessuno è mai stato mandato via dal giornale per le sue idee politiche. Anzi, sfido a trovare altri casi di giornali di partito che hanno avuto ed hanno una vera autonomia quale è stata quella di cui ha goduto Liberazione in tutti questi anni.
Rifondazione non solo non ha mai usato le difficoltà economiche «per fare epurazioni» a Liberazione, ma è sempre intervenuta con le proprie risorse coprendo disavanzi di gestione anche assai rilevanti. Solo negli ultimi quattro anni l’esborso del partito per coprire il disavanzo del giornale è stato pari a circa 7 milioni di euro.
In particolare, dopo il congresso di Chianciano del 2008, l’attuale gruppo dirigente ha gestito una situazione a dir poco drammatica. Liberazione, con la gestione Sansonetti, aveva accumulato un deficit annuale di oltre tre milioni di euro e, contemporaneamente, in conseguenza del negativo risultato elettorale dell’Arcobaleno del 2008, come Prc ci siamo trovati senza parlamentari e senza finanziamento pubblico.
Da allora ad oggi – grazie all’impegno rigoroso del precedente e dell’attuale amministratore e della direzione del giornale – è stata realizzato un processo di risanamento dei conti straordinario, al punto di essere riusciti a riportare il bilancio molto vicino al pareggio.
Purtroppo – e qui stanno le ragioni della dolorosa decisione di sospendere la pubblicazione del quotidiano in versione cartacea – il governo ha drasticamente ridotto il fondo per l’editoria che finanzia i giornali di partito, di idee e cooperativi. Non avendo più la possibilità come partito di coprire in alcun modo l’enorme debito che si sarebbe prodotto continuando le pubblicazioni, abbiamo dovuto fare questa scelta per evitare il fallimento della società che edita il giornale! Oggi siamo costretti, speriamo solo momentaneamente, a sospendere l’edizione cartacea del giornale. Siamo in attesa di conoscere, per prendere decisioni a ragion veduta, a quanto ammonterà lo stanziamento per il nostro giornale per l’anno 2012 e stiamo facendo tutto il possibile, pur incontrando nel governo un muro di gomma, perché il fondo sia ripristinato in modo congruo. Non dipende da noi, come sanno tutti coloro che valutano questa vicenda in buona fede. Dipende dal governo e dalle sue scelte, tutt’altro che innocenti e neutrali. E allora sarebbe più utile che anziché parlare di epurazioni inesistenti e di prendersela con un partito che ha dato tutto per il suo giornale, si lavorasse tutti assieme per alimentare la sottoscrizione che abbiamo avviato e per cambiare le scelte del governo Monti.
ARTICOLO R. MOREA (Liberazione 11 gennaio 2012)
ARTICOLO P. FERRERO (Liberazione 12 gennaio 2012)

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Sulla vicenda di Liberazione, il dibattito si va articolando. Sabato, nel corso di una assemblea nella sede del giornale, quattro giornalisti, e compagni, hanno presentato un documento nel tentativo di meglio precisare il loro punto di vista di fronte a resoconti giornalistici (Corriere della Sera) e divulgazioni varie che non rendono piena giustizia del reale perimetro del confronto interno. (da http://www.controlacrisi.org)
In nessun momento si deve rinunciare a cercare la trattativa sindacale, anche nelle situazioni più estreme. C’è una responsabilità di fronte ai lavoratori, nessuno escluso, si tratti dei lavoratori che approvano la linea sindacale, di quelli che hanno dubbi e persino di quelli che manifestano contrarietà. Come siamo stati convinti che la Mrc avesse l’obbligo morale e materiale di riaprire il tavolo delle trattative, così siamo convinti ora che le rappresentanze sindacali (Cdr, Fnsi) debbano fare il massimo sforzo per tenere in vita una trattativa. Ricapitoliamo quanto accaduto: l’editore e la proprietà affermano di non avere risorse per garantire la pubblicazione del quotidiano e il mantenimento del regime di solidarietà da qui al momento in cui si definirà con chiarezza la normativa sui fondi pubblici per l’editoria. Si può (e si deve) controbattere nel dettaglio alle proposte avanzate dalla Mrc per assicurare una sopravvivenza minima della testata in questo intervallo di tempo (una fase transitoria si spera il più breve possibile). Ma non crediamo che sia realistico dubitare della assoluta mancanza di denaro liquido da parte della proprietà per permettersi di mantenere lo status quo ante primo gennaio 2012 per un periodo temporale indefinito. Non assumere questo dato di realtà a monte di qualunque trattativa e di qualunque piattaforma è un errore. Non ci si può sedere al tavolo di una trattativa con un’analisi della realtà sbagliata, a meno di non volersi intrappolare in richieste e obiettivi irraggiungibili nella situazione data. Bisogna assumersi la responsabilità della linea sindacale dinanzi a tutti i lavoratori, nessuno escluso. E bisogna aver cura dell’unità tra i lavoratori garantendo condizioni dignitose di agibilità nelle assemblee e nell’elaborazione delle piattaforme e dei materiali necessari alle iniziative pubbliche. Tutto ciò non è avvenuto, o è avvenuto a intermittenza, col risultato di minare la coesione tra i lavoratori, la credibilità della vertenza e del prodotto e gettando pesanti ipoteche sulla possibilità di lavorare cooperando.
Può andar bene in una fase preliminare l’espediente di non dare per scontata la posizione dell’azienda (e, nella fattispecie, l’ipotesi della necessità della cassa integrazione), ma giunti a questo punto bisogna rimettere in discussione la linea. C’è una frase cult nel film di Kassovitz, L’odio: questa è la storia di un uomo che precipita da un palazzo di cinquanta piani e a ogni piano ripete a se stesso “fin qui tutto bene”. Che se ne parli o meno, c’è una richiesta unilaterale dell’azienda di apertura presso la Regione di apertura dei canali di cassa integrazione. E’ meglio continuare a immaginare altri scenari irrealistici e fare finta di nulla oppure trattare condizioni materiali più favorevoli possibili della futura cassa integrazione dei lavoratori? A oggi la distanza tra la proposta di cdr/Fnsi e quella della Mrc riguardo al costo del lavoro ammonta, in termini monetari, a circa 60.000 euro al mese per tutta la durata della fase A. Pensiamo realisticamente che la proprietà sia in possesso di una tale liquidità di capitali? Continuare a insistere su questa richiesta sarebbe fallimentare per due motivi: primo, è irrealizzabile per il fatto che quei soldi nelle casse del partito non ci sono; secondo, perché non ci servirà, purtroppo, a evitare la cassa integrazione, con l’aggravante che alla cassa integrazione ci si arriverà nel peggiore dei modi possibili, senza accordo, senza un paracadute, avendo precluso ogni possibilità di trattare nel merito le condizioni specifiche. A scanso di equivoci: non stiamo incensando la proposta della Mrc. Ma per poterla modificare (e strappare condizioni più favorevoli per i lavoratori) bisogna entrare nel merito, discutere dell’organico necessario a tenere in vita la “fiammella”, aumentare quanto più possibile il numero di giornalisti e poligrafici necessario alla fattura di un prodotto sia pure ai minimi termini. E, ancora, inchiodare l’azienda a definire le soglie di risorse e finanziamenti pubblici necessari a tutti i piani industriali che si possano immaginare nella fase B: quotidiano, settimanale, giornale online, radio-web. Senza fare sconti di nessun tipo. Se si apre una trattativa sindacale nel merito si può ampliare la base rappresentativa e contare su un’unità dell’intera redazione. Ma se invece ci si attesta su obiettivi irrealistici e ci si condanna a stare alla finestra (con la conseguenza di far precipitare tutti i lavoratori verso la cassa integrazione senza nessun tipo di paracadute), riteniamo di doverci dissociare senza ambiguità.
A nostro parere si sono inseriti troppi fronti di discussione in questa vicenda che hanno finito con il distogliere attenzione ed energie dal terreno propriamente sindacale. Anziché costruire una piattaforma di rivendicazioni abbiamo sprecato tanto, troppo tempo, a discutere di questioni al momento inutili e “fuori tema”. Che senso ha, mentre si precipita nella cassa integrazione, (è solo un esempio tra i tanti) spostare le lancette dell’orologio all’indietro nel passato e spacciare per un problema attuale il progetto editoriale-politico con cui l’attuale direttore assunse il suo incarico ben tre anni fa? Inoltre, qual è (stata) l’utilità di una defatigante guerriglia quotidiana tra redazione e direttore per marcare il territorio che ha avuto come esito l’estinzione del giornale in pdf, unico segnale di visibilità? A che scopo impelagarsi in astratte distinzioni tra giornale mainstream (eufemismo) e giornale di lotta? Lasciamo stare la consistenza di tesi che attribuiscono a Rifondazione comunista la responsabilità e il progetto di voler chiudere il giornale, come se non esistessero condizioni oggettive di restringimento delle azioni possibili nella situazione data (non di quelle immaginate). Oltre a questo, c’è da rimanere sconcertati per l’oscillazione e la contraddittorietà delle accuse rivolte all’editore, ritenuto artefice di tutto e del suo contrario. Come si può sostenere un giorno che il Prc intende rinunciare pregiudizialmente e volontariamente ai contributi pubblici e il giorno seguente che il Prc vuole ottenere i finanziamenti con ogni mezzo, a costo di ricorrere alle furbizie truffaldine di un Lavitola qualsiasi? Questo non significa che non siano ammesse critiche al partito, al quale torniamo a chiedere di assumere la battaglia per la libertà di informazione come una delle priorità nell’opposizione al governo Monti, ma semplicemente che le critiche – per essere ricevibili – devono appuntarsi su elementi reali e non caricaturali. Sparare ogni volta contro un obiettivo diverso, ora il partito, ora il direttore, ora l’amministrazione, non produce altro che confusione all’esterno. Chi ci segue e ci osserva dal di fuori non capisce più nulla. La comunità dei militanti è disorientata. Secondo, anziché favorire un atteggiamento coeso della redazione questi giudizi sommari alimentano divisioni tra noi. Non siamo disposti a seguire o assecondare questo atteggiamento. Terzo, proprio nel momento in cui dovremmo essere capaci di produrre il massimo di visibilità e di iniziative esterne per raccogliere contributi, solidarietà e sottoscrizioni, ci rendiamo al contrario artefici di una pubblicità negativa. Non si tratta di occultare la verità, come è stato ribattuto in questi giorni a chi non riusciva a rispecchiarsi nelle condotte di parte dell’assemblea, ma di costruire le condizioni per un futuro senza narcisismi, senza intolleranze, senza discriminazioni. L’immagine che diffondiamo di noi stessi è talmente penosa da bloccare sul nascere campagne a sostegno del giornale. A chi giova? Con tutta franchezza, in questo atteggiamento non vediamo nulla di costruttivo, bensì soltanto una pulsione autodistruttiva che non risparmia nessuno. Neppure coloro che la mettono in atto.
Tonino Bucci, Checchino Antonini, Vittorio Bonanni, Fabio Sebastiani
Non è questa l’Europa che vogliamo
di Fausto Sorini
http://www.marx21.it/internazionale/europa/789-non-e-questa-leuropa-che-vogliamo.html
di Vladimiro Giacchè, Il Fatto Quotidiano
S&P: un messaggio sensato ai politici
Per S&P il problema non sono i singoli paesi, ma l’Europa, le cui politiche “possono risultare insufficienti” (garbato eufemismo) per far fronte agli stress sistemici incombenti sull’Eurozona. Questo, dice la società di rating, perché i problemi finanziari dell’Eurozona sono la conseguenza non soltanto di politiche fiscali allegre, ma di “squilibri esterni e divergenze crescenti di competitività tra i paesi del centro dell’Eurozona e la cosiddetta ‘periferia’. Per questo motivo – prosegue S&P – riteniamo che un processo di riforma basato unicamente sull’austerità fiscale rischi di diventare controproducente, a causa di una domanda interna in calo per via delle crescenti preoccupazioni dei consumatori sulla sicurezza del proprio posto di lavoro e sui redditi a propria disposizione”, che a sua volta comporterà “l’erosione delle entrate fiscali”.
S&P ha ragione: la monomaniacale attenzione al debito oggi è il principale ostacolo alla crescita, in quanto comporta manovre che deprimono l’economia, e quindi fanno peggiorare il rapporto debito/pil. Perciò, anziché gridare alla congiura, i politici europei farebbero bene a cambiare politiche. Dimenticandosi il Fondo salva-Stati (che a questo punto perderà la tripla A), dando mandato alla Bce di bloccare l’emergenza acquistando titoli di Stato, e non impedendo gli investimenti necessari per far ripartire la crescita.
Gli Stati Uniti, il Qatar e gli islamisti
http://www.marx21.it/internazionale/medio-oriente-e-nord-africa/765-gli-stati-uniti-il-qatar-e-gli-islamisti.html
Il referendum non si tocca In Puglia tagliamo le tariffe
di Nichi Vendola (il manifesto del 15 gennaio)
Sono davvero indignato dal tentativo in atto di sabotare l’esito del referendum sull’acqua. I grandi potentati economici, una parte rilevante e trasversale del ceto politico, un pezzo non marginale del sistema mediatico, sono tutti all’opera per esorcizzare quella inedita e bellissima pagina di democrazia scritta dal popolo nel nome della salvaguardia della vita e del vivente, contro il primato distruttivo del profitto speculativo e della mercificazione, a tutela dell’acqua come “bene comune” e come diritto universale, rivendicando la proprietà e la gestione pubblica non solo dell’acqua ma anche delle reti acquedottistiche, delle infrastrutture idriche, di tutte le opere dell’ingegno e dell’ingegneria che consentono la captazione, l’adduzione, la sanificazione, la depurazione e la distribuzione dell’acqua. CONTINUA | PAGINA 7
Il popolo ha parlato ma quelle parole, che hanno oggi la forza di un granitico vincolo giuridico, non sembrano valere. Si fa finta di niente. Si stigmatizza l’avventura referendaria come un fenomeno di irrazionalità plebea. Si teorizza il non tener conto di un verdetto firmato da milioni di italiani. Forse ci stiamo abituando davvero a tutto, in questa opaca transizione verso il nuovo (o verso il peggio). I maestri del pensiero dominante ci hanno istruito sulla incompatibilità, nell’epoca attuale, dei diritti sociali con le dure leggi dell’economia. E se quelle surreali e feroci leggi che regolano i mercati mettono in crisi la democrazia, allora che vada al diavolo la democrazia. La cultura liberale dei liberisti, nel suo sconfinato realismo, contempla anche qualche necessaria ancorché spiacevole parentesi autoritaria. Oggi cosa sia in Italia la democrazia io non so dire, la vedo pericolosamente irretita e sorvegliata da una tecnocrazia che prova a governare la crisi come se fosse un problema idraulico, che pratica la politica della tecnica come una peculiare tecnica politica di occultamento della realtà. La crisi è tutta politica, riguarda le disuguaglianze e le forme di accumulazione, riguarda quel capitalismo finanziario che ha sconvolto il vecchio capitalismo industriale, riguarda quel violento prevalere dei valori di scambio sui valori d’uso che ha inciso nella carne viva della bio-sfera inaugurando l’epoca della catastrofe ambientale: ahimè, la nostra epoca. L’acqua bagna tutto questo, di questo potere nichilista è metafora la sua privatizzazione, in questa crescita senza modernità si disperde. L’acqua perde il suo rapporto fondativo con la vita stessa, smette di essere fonte, foce, battesimo di vita: è business privato, maleficio pubblico. Guadagnando un prezzo, perde il suo valore. Lo decidono i consigli di amministrazione che, per ovvie ragioni di profitto, peggiorano i servizi e innalzano le tariffe. Che fare? Noi in Puglia, dopo una lunga fase di risanamento di un’azienda assai vicina al fallimento e collocata nell’immaginario della grande opinione pubblica nazionale al vertice delle aziende di spreco («l’acquedotto che dà più da mangiare che da bere»), abbiamo deciso di operare la ripubblicizzazione del nostro ciclope idrico. Ricordo che Acquedotto Pugliese è il più grande d’Europa, uno dei più grandi al mondo. Oggi quella decisione, sancita dal Consiglio regionale all’indomani del referendum, pende, per volontà del governo Berlusconi, dinanzi alla Corte Costituzionale. Attualmente Acquedotto è una Spa interamente posseduta dalla Regione. Con le entrate legate alla tariffa non remuneriamo il capitale privato (che nel nostro caso non esiste), bensì finanziamo gli investimenti legati alla manutenzione e alla modernizzazione di una rete acquedottistica e fognante di decine di migliaia di chilometri e un parco di centinaia di depuratori. Tuttavia il tema della tariffa, per la fruizione di un servizio universale come quello idrico, non può essere ridotto a mera compatibilità giuridica o economica. In questi mesi abbiamo studiato la possibilità di indicare all’autorità di prezzo (che non è la Regione né lo stesso Acquedotto, ma l’Ente idrico governato dai sindaci) un significativo abbattimento delle tariffe, sia come misura anti-crisi sia come scelta politica in linea con l’esito referendario. Insomma l’obiettivo è abbattere le tariffe senza ridurre i cantieri e le opere. La Regione oggi è in grado di garantire il completamento di tutti gli investimenti previsti nel Piano d’Ambito, anche coprendo le minori entrate da tariffa. La raccomandazione che mi sento di rivolgere è quella di dare un più marcato segno di giustizia sociale nella contabilità fiscale, per cui la tariffa possa essere molto più temperata nelle bollette di chi è socialmente più svantaggiato. Insomma, ognuno dovrebbe far qualcosa per non consegnare agli archivi una grande battaglia di civiltà. E tanti, insieme, dovremmo tornare a difendere i “beni comuni” con l’accortezza di non traformare questi temi e queste lotte in bandiere per controversie minoritarie. L’acqua, la terra, l’aria, il cielo, la natura, la cultura, la qualità della vita, il lavoro, la dignità umana: tutto questo è aggredito dal cannibalismo del potere. Oggi si vede cosa significhi l’espressione «follia del Capitale». Siamo in campo non per testimoniare la fatalità della sconfitta, ma la possibilità continua di irrompere nel recinto del comando per cercare di cambiare storia.
«Monti, variante colta della destra europea»
Intervista a Nichi Vendola – su l’unità del 15 gennaio
Io non lancio aut aut, sono molto rispettoso verso il Pd, ma se la prospettiva di un nuovo Ulivo di cui ha parlato Bersani non c’è più perché c’è una svolta a destra, noi saremo competitivi con il Pd in maniera virulenta. Parleremo al suo popolo dal momento che gli stati maggiori si possono anche dividere, ma il popolo di centrosinistra è uno soltanto e ha più volte dimostrato che vuole un cambiamento».
Non è un aut aut ma ci somiglia moltissimo e Nichi Vendola non ci tiene
neanche troppo a smorzare i toni perché questa storia della Federazione
tra Pd e Terzo Polo a cui lavora Fioroni, o quell’altra secondo cui
la legge elettorale devono studiarsela a tavolino Pdl, Pd e Terzo Polo,
come auspica Letta, per il leader di Sel è davvero troppo. E niente sconti alla politica europea, di destra, di cui il governo Monti è soltanto «una variabile colta e illuminata».
Vendola, la S&P declassa mezza Europa e l’Italia scende in serie «B».
Che sta succedendo?
«Ormai siamo di frontead unasituazione insostenibile e paradossale.
L’Europa si sta sgretolando e il male oscuro che la divora è quel clamoroso deficit di politica e democrazia che la rende priva di soggettività reale nella scena del mondo. Un’Europa inesistente, priva di narrazione, che non assomiglia per nulla alla grande utopia europeista che l’ha ispirata, alla Altiero Spinelli o alla Willy Brandt. È ormai prigioniera della mediocrità della destra europea, della più incapace classe dirigente ben incarnata dalla coppia
Merkel-Sarkozy».
Condivide il monito del Capo dello Stato che esorta gli statiaduna vera
unità politica e economica?
«Prima bisognerebbe chiedersi perché è finita così: è nel fatto che l’Europa oggi è quasi interamente governata dalla destra e la sinistra, folgorata sulla strada del liberalismo, con le sue mille torsioni moderate ha regalato l’Europa all’egemonia culturale, politica e economica della destra».
Lei dice: Europa responsabile del suo fallimento. Ma sulle agenzie di
rating non ha nulla da dire?
«Il fatto che i luoghi opachi privi di credibilità come le agenzie di rating, possano avere un peso nello spianare la strada all’assalto speculativo dei loro proprietari, visto che operano per conto di soggetti economici importanti, non mi stupisce. Piuttosto è la
mancanza di un’agenzia di rating europea un’altra prova del carattere
fiacco dell’Unione».
Intanto nel centrodestra c’è chi inizia a dire che non era colpa di Berlusconi,come spread dimostra.
«Di questa Europa così spettrale e priva di visione il governo Monti rappresenta una variante colta e illuminata ma non un’alternativa. L’unica alternativa possibile è l’Europa sociale che solo le forze socialiste, socialdemocratiche ed ecologiste del vecchio Continente possono ricostruire. Anche perché si sta dimostrando che le politiche tecnocratiche a cui anche l’Italia partecipa,non solo sono socialmente
inique ma anche inefficaci».
Dunque, meglio le elezioni anticipate come auspicano Berlusconi e Bossi?
«Non credo che sia nelle intenzioni di Berlusconi andare al voto. Ha tutto l’interesse ad aspettare per smarcarsi il più possibile dalla crisi, per apparire estraneo alle ragioni del disastro che sta vivendo l’Italia. In questo modo può caricare il governo Monti di una responsabilità che in realtà appartiene tutta al ventennio berlusconiano.
La Lega poi, non mi sembra sia in condizione da affrontare le elezioni,
si sta squagliando. Il fatto che si sia salvato Cosentino in Parlamento
dimostra che hanno bisogno di guadagnare tempo per recuperare terreno
e organizzare, contro la quaresima tecnocratica che vive il Paese,
una riscossa del populismo».
Però anche il Pdl inizia a minacciare il governo Monti.
«Fa impressione vederli oggi come avversari dei poteri forti, proprio loro che hanno sempre garantito gli evasori, la ricchezza, anche quella criminale… Attenzione, lo dico soprattutto al Pd».
Cosa rimprovera a Bersani?
«Non rimprovero alcunché, dico che la questione oggi, sia in Italia sia in Europa, è la giustizia sociale. Il Pd non può avere un’azione incisiva sulle politiche di Monti perché la sua capacità è stata annientata a monte, dalla parte più moderata del partito. I gruppi dirigenti, alcuni, hanno impedito un negoziato più stringente sulla
direzione del governo Monti che finora ha evocato scenari, ma non sciolto i nodi, dalla patrimoniale alla tobin tax. Sel ha organizzato il 22 gennaio a Roma un’assemblea nazionale con un titolo chiaro: “Per la giustizia sociale. Una nuova sinistra per salvare l’Italia”. Ci saranno Pisapia, Landini, De Magistris, Michele Emiliano… esperienze di governo fatte di riformismo radicale».
Vendola, tra l’Idv e il Pd i rapporti sono al lumicino, Vasto un ricordo lontano. Come ci arriva il centrosinistra alle elezioni?
«Sarebbe un errore imperdonabile immaginare che l’Idv rappresenti un
impiccio o un fardello di cui liberarsi».
Perché il Pd dovrebbe dialogare con un partito che lo attacca ogni giorno?
«Il nostro alleato principale, il mio e di Di Pietro, non può pensare di non sciogliere mai i nodi della prospettiva, per cui ogni giorno leggiamo che Enrico Letta la legge elettorale la vuole fare in modo che definire autoritario è un eufemismo, oppure che Fioroni vuole fare la Federazione con il Terzo Polo.
Ma se quello è il destino io e Di Pietro non abbiamo paura a metterci a
capo di un altro polo di governo, alternativo al Pd. Non intendo più immaginare che per la sinistra ci sia soltanto un destino di testimonianza democratica».
Non staremo a guardare
di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano
Quanto potrà durare la convivenza tra il governo “salva Italia” e la maggioranza parlamentare “salva camorra”? Qualche mese, ha stabilito lo sciagurato patto intercorso tra Bossi e Berlusconi: si vota tra maggio e giugno, io ti offro l’impunità per il tuo amico onorevole frequentatore dei “casalesi” e tu mi contraccambi non dando tempo a Maroni di organizzarsi per prendermi la Lega, questo in soldoni (è il caso di dirlo) il mercimonio tra i due Le Pen alla matriciana che da quasi un ventennio infestano il paese. En passant, un grazie di cuore agli altrettanto onorevoli deputati del partito di Pannella.
Che il governo Napolitano-Monti-Passera sia davvero il governo “salva Italia” è ovviamente tutto da dimostrare. Qui lo assumiamo per presupposto, e quando ci sarà da lottare contro le iniquità annunciate non staremo certo a guardare. Che la maggioranza parlamentare sia “salva camorra” è invece ormai conclamato, e anzi orgogliosamente, visto il carosello di applausi e felicitazioni che hanno salutato l’Impunito, prontamente invitato da Vespa come tronista del suo show di regime.
Quali siano le ragioni del vergognoso voto lo ha del resto confessato candidamente uno di loro: altrimenti quelli (sarebbero i magistrati!) ci vengono a prendere uno per uno! E perché mai? Solo chi ha commesso crimini parla così. Evidentemente i parlamentari “salva camorra” sanno quante illegalità hanno perpetrato, a cominciare dal loro boss Berlusconi. Noi possiamo solo immaginarlo, e puntualmente fantasia e satira si dimostrano inferiori alla realtà.
Dunque con ogni probabilità tra maggio e giugno si vota, poiché i patti scellerati sono quelli maggiormente rispettati, proprio da gente della risma dei due B, che le promesse agli elettori le valuta meno di certa carta. Le forze democratiche vogliono arrivarci di nuovo impreparate, e consentire così che si realizzi ciò che oggi sembra solo raccapricciante fantascienza, il ritorno al governo dei due, con le straripanti pulsioni fasciste a quel punto senza argini?
Perché si voterà con il sistema “Porcata”, inutile farsi illusioni. Con il quale i voti fuori dalle due coalizioni maggiori contano solo per partecipare alle spoglie della sconfitta. Dunque è necessario che nella coalizione repubblicano-costituzionale una parte cruciale la giochino una o più liste autonome di società civile, legate alle tematiche e alle passioni di dieci anni di lotte. E nessuna sirena centrista. Sarà bene lavorarci subito, discuterne fin da ora e operativamente su giornali e web, perché molto presto potrebbe già diventare troppo tardi
Ancora con questa storia della “società civile”? Addirittura più liste! Civile 1, civile 2, ecc.: chi sarà la più civile del reame?
Sì, è vero, questa storia della società civile ha stancato. però lo scenario individuato non sembra così irrealistico.
Sullo scenario concordo è sulla soluzione che dissento. D’altra parte se fossi d’accordo non sarei di Rifondazione.
“Le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi si è registrata una vera e propria impennata dei prezzi o delle tariffe. Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, solo i medicinali e le tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione del costo. Per tutte le altre voci del paniere preso in esame, invece, è successo il contrario. I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale. Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”.
A denunciare questa situazione è il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni.
“Sui farmaci temiamo il consumismo farmaceutico, meglio un farmacista che consiglia piuttosto che la filosofia del vendere tanto per vendere.”
Chi ha elaborato questa stupidata?
Ricapitoliamo,a fare opposizione alla “Rifondazione Sloganista” ci sono
1)Prc-Pcl e Sinistra Critica
2)Storace
3)Lega
Ma devo essere onesto la frase di prima supera tutti!
Bravo Ferrero!(la frase e’ sua eh!)
news dal pdcI??
Ma sicuro che questa stupidata e’ di Ferrero?
beh Ferrero non è nuovo castronerie simili…
Il pdcl meglio noto con la sigla pcl viene di quando in quando avvistato al largo delle coste italiane. Non osa avvicinarsi troppo a riva per scongiurare contatti con gli altri partiti comunisti.
la dichiarazione integrale del comunista-calvinista è anche peggio:
«Sui farmaci temiamo il consumismo farmaceutico, meglio un farmacista che consiglia piuttosto che la filosofia del vendere tanto per vendere. Il Chile di Pinochet era la stessa cosa: nelle farmacie cilene si vendevano due scatole di antibiotici al prezzo di uno. È la ricetta dei Chicago Boys di Friedman. Solo che Friedman avrebbe liberalizzato anche le droghe leggere. Sarebbe utile questa perchè toglierebbe mercato alle mafie e porterebbe introiti per tassazione» Lo dice a Tgcom24 Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista. (ANSA). DEL 13-GEN-12
Proprio non si riesce a fare proposte serie su un tema serio come quello delle farmacie?
A dire che siete penosi, vi si fa un complimento. Le scissioni sono storie brutte, ma andandovene avete davvero fatto un piacere al partito, che si é ripulito un po’.
A forza di ripulirlo, rimarrà una stanza vuota, ‘sto partito.
Per ora di vuota c’è la tua testa spartaco….cambia nome un cagone come te non ha il diritto di portare un nome glorioso….
Liberazione: solidarietà dei Cdr delle testate colpite dai tagli all’editoria
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica
“Solidarietà e sostegno ai giornalisti di Liberazione da dodici giorni in stato di occupazione con tutti i lavoratori del giornale nell’estremo tentativo di salvare la testata da una prospettiva di chiusura a causa di un drastico taglio dei finanziamenti pubblici per i giornali politici, cooperativi, no profit, culturali e di idee, da parte di tutti i rappresentanti del settore, riuniti oggi in assemblea a Roma nella sede della Fnsi. L’iniziativa dei colleghi di Liberazione, che dal primo gennaio occupano la sede e lavorano potendo solo diffondere in pdf il loro giornale è la spia emblematica del punto acuto di crisi raggiunto. I colleghi di decine di testate ancora in attesa dei contributi del 2010 che rischiano, come loro, il posto di lavoro già nel brevissimo periodo e la precarietà di condizione di tutti coloro che esercitano l’attività in un centinaio di giornali che ancora non sanno quale sia la prospettiva reale per il 2012 si sono ritrovati in una linea comune di impegno e di solidarietà operosa. Ai colleghi di Liberazione inoltre l’assemblea ha manifestato la piena condivisione per le difficili trattative sul futuro con l’azienda editrice e le incomprensioni su alcune scelte editoriali e diffusionali operate in questa fase, tra cui la pubblicazione di pagine del quotidiano all’interno di altra testata”.
Maroni:Senza una svolta faremo la fine del Prc,saremo un partito di nicchia,un partito avvizzito
In effetti fa bene Grassi a dire che le parole del compagno Morea l’hanno fatto indignare. Anch’io non sono riuscito a trovare una spiegazione razionale all’affermazione secondo la quale il Prc “vuole” chiudere Liberazione. Boh! Chi conosce davvero le condizioni finanziarie del partito non avrebbe mai potuto dichiarare una cosa del genere.
Morea è libero di dire ciò che vuole e non è il solo a pensare certe cose.
Dove finisce la libertà di dire certe cose e inizia invece il rispetto verso i compagni/e? spartaco anch’io credo che sia più che legittimo esprimere una propria valutazione, critica, elogio, o quant’altro. Però in questo caso si sta dicendo che il partito porta avanti una lotta interna utilizzando lo strumento economico (???) per suoi presunti scopi di epurazione. E allora visto che la considerazione è un pò forte, io credo che sarebbe meglio o argomentarla meglio o evitare di buttare frasi generiche, soprattutto in una situazione difficile come questa. In particolare se stiamo parlando di un segretario di circolo.
Morea ha rilasciato un’intervista a Liberazione e anche un intervento video in cui solidarizzava con la lotta di giornalisti e poligrafici; è il segretario di uno storico circolo romano e sono le sue idee. Io non credo che Ferrero e company vogliano epurare politicamente le persone, vogliono semplicemente “selezionarle” utilizzando lo strumento della cassaintegrazione per liberarsi di forza lavoro ingombrante. E mantenere un giornalino (forse on line) con quattro persone. Vorrei in ogni caso ricordare a te, a Claudio Grassi e altri dirigenti del Prc, che la redazione del giornale è OCCUPATA da 15 giorni e che i rapporti tra direzione e lavoratori sono a livelli da guerra civile.
Spartachetto è un misero provocatore veramente disgustoso costui…….
Gerdy, vorrei tanto entrare nella tua testa. Per riposarmi.
Giacché: la crisi in corso.
Un video del seminario sull’economia dei GC toscani
http://www.marx21.it/internazionale/economia/770-ce-grossa-crisi-giacche-la-crisi-in-corso.html
La questione di Liberazione è veramente complicata, però sarebbe forse il caso di fare un passo indietro e vedere quale dovrebbe essere il significato politico di Liberazione o comunque di un qualsiasi giornale comunista.
Dal mio punto di vista basterebbe rivolgere verso il nostro giornale comunista quello che Gramsci diceva su quelli borghesi: perchè l’operaio dovrebbe negare ogni solidarietà ad un giornale borghese mentre, al contrario, lo stato borghese dovrebbe finanziare un giornale comunista?
Naturalmente ritengo che il finanziamento pubblico ai giornali (ma a quelli veri, come Liberazione, non giornali inventati dove lavorano in 3 e prendono centinaia di migliaia di euro) sia una misura di civiltà, ma da anni avremmo dovuto affrontare la questione dell’autonomia di Liberazione rispetto al finanziamento pubblico, perchè noi siamo all’opposizione dello stato borghese e non ci possiamo aspettare che lo stato borghese ci finanzi per dirlo. Quindi bene tutte le manovre di autofinanziamento che possono esserci, e cerchiamo di ascoltare quei tanti compagni che si occupano di comunicazione per cercare di diversificare i nostri strumenti di propaganda e rendere più attrattivi quelli che abbiamo…
Il porcellum al cubo unisce Idv e Sel
di Luca Telese (il fatto quotidiano)
Ieri è stata scritta una nuova equazione politica: porcellum più porcellum, uguale porcellum al cubo. E così il centrosinistra entra in sofferenza dopo il doppio verdetto choc, mentre Antonio Di Pietro e Nichi Vendola provano a correre ai ripari studiando le possibili contromosse, con un patto di reciproca consultazione informale in funzione “anti-gover nissimo” de – ciso sull’onda degli eventi poco dopo il duplice verdetto. Tutto si consuma alla Camera, ieri alla velocità della luce. L’equazione – infatti – è semplice, e a Montecitorio ieri è diventata plasticamente visibile, resa evidente per via del cortocircuito che si è bruciato in poco più di un’ora, ovvero lo spazio di tempo in cui le due notizie si sono abbattute sull’aula. Prima la Corte costituzionale, dopo una serie di fughe di notizie che anticipavano il responso (con la motivazione ufficiosa e irriferibile che la consultazione avrebbe “turbato” il clima delle larghe intese), ha fatto quello che si prevedeva, bocciando il referendum anti-porcellum. E subito dopo, il Parlamento eletto con il Porcellum con una consecutioqua – si adamantina nella sua chiarezza, ha “auto-as – solto” il più spavaldo dei suoi esponenti, malgrado una gravissima accusa di collateralità con la camorra. Il porcellum al cubo, quindi ha una doppia conseguenza politica. La prima è quella di mostrare che sotto il grande scudo delle larghe intese sopravvive un’altra maggioranza. O meglio: la vecchia ex maggioranza del governo Berlusconi, che – come i guerrieri di terracotta dell’epica cinese – sono sempre pronti a riattivarsi per difendere i propri uomini e i propri interessi nel momento del pericolo. Questo schieramento, chiamiamolo “il centrodestra occulto”, ha più o meno lo stesso numero di voti che ha assistito in tante occasioni Silvio Berlusconi dopo il 14 dicembre del 2010: ieri erano 309 (ma con 7 assenti censiti). Il che vuol dire che il centrodestra occulto non ha i numeri per imporre la propria maggioranza al Parlamento, ma li ha – eccome – per condizionare la politica nelle scelte decisive, ogni volta che serve. Come una matrioska, dunque, come un gioco di scatole concentriche, come un Alien: dentro la sovrastruttura tecnocratica e politicamente presentabile della maggioranza unanime del governo Monti, si nasconde la minoranza egemone dei guerrieri di terracotta postberlusconiani. Il voto di ieri, dunque, l’esultanza di Daniela Santanchè in Transatlantico, il corrucciamento di Pier Ferdinando Casini all’uscita dall’aula, ben oltre alla vicenda politica di Cosentino, volevano dire questo: il centrodestra c’è, è “in armi”, ed è ancora il peso specifico più forte in questo Parlamento di deputati nominati. Berlusconi non ha le forze per staccare la spina, ma può accendere e spegnere l’interruttore quando vuole. Per questo, alle tre del pomeriggio, nella sede dell’Italia dei Valori, l’incontro (programmato da tempo) fra Antonio Di Pietro e Nichi Vendola si è caricato di significati e ha prodotto una strategia comune. Quella di avvicinare Italia dei Valori e Sel e aumentare la forza contrattuale verso al Pd, nel momento in cui il partito di Pier Luigi Bersani sembra rinunciatario e rassegnato. Vendola e Di Pietro hanno programmato una iniziativa comune nei prossimi dieci giorni alla Camera. E Sinistra e libertà terrà una manifestazione nazionale a Roma (data già fissata, il 22) invitando come relatori – oltre a Vendola e Maurizio Landini – esponenti politici di altri partiti di centrosinistra tra cui nomi del calibro di Michele Emiliano, Luigi De Magistris e Rita Borsellino. Il nome della sorella di Paolo non è casuale. A Palermo la candidatura e la coalizione che si scelgono potrebbero dimostrare che l’al – leanza di centrosinistra è ancora viva. Perché sia Orlando sia la Borsellino (ieri Vendola parlava di “possibile ticket”) corrono solo senza centristi e Lombardo.
E vai!
Il 20 noi andiamo in piazza(e saremo inevitabilmente al massimo poche migliaia,se va bene,e il giorno dopo saremo in trafiletti “Proteste dei Comunisti,Storace e i centri sociali”)il 22 aSel riunisce un assemblea con Landini,De Magistris,Emiliano e la Borsellino conclude Vendola.
Sicuri che dell’Idv ci possiamo fidare?
Ma che dici, anonimo!!!! Il 20 ci saranno le masse portate da Cremaschi! Il grande stratega che ha preso 3 (dicasi tre!!!!!) voti al direttivo nazionale della CGIL composto da 150 persone! Tre voti, compreso il suo!!!! E che al Comitato Centrale della FIOM ha preso 18 voti, la metà di quelli presi dalla “destra”di Durante!
Quando penso che Rifodazione ha ormai come esclusivo interlocutore un personaggio di questo tipo, mi convinco che nonostante tutti i nostri problemi molto meglio Sel!
Ecco, brava, resta a SEL, che il tuo partito ha bisogno del tuo altissimo profilo intellettuale.
Beatrice hai ragione, meglio vendola che interloquisce direttamente con Dio.
ma dopo questa batosta sul referendum niketto ancora parla? Sta infilando una cazzata dopo l’altra….si bravi fate salotto al chiuso….mi raccomando il the ed i biscotti….
Che c’è stato un grande imbroglio è innegabile, e davvero è difficile ascoltare Di Pietro che urla al regime. Oltre a noi e a chi con noi sosteneva i questiti Passigli-Ferrara, c’erano già molti commenti in tempi non sospetti che fin da subito indicavano l’inammissibilità dei referendum così come concepiti, bastava ascoltare Rodotà l’anno scorso. Ma bastava anche leggere quanto scritto più volte da Ainis (che in ogni caso li ha firmati) che più o meno, per dire che non era possibile l’automatico ritorno al mattarellum, diceva che era come se un referendum abroga la costituzione e torna in vita lo statuto albertino. resta il fatto che una voglia di cambiamento rispetto all’attuale porcata è stata espressa, da alcuni in buona fede da altri meno, e che praticamente tutte le forze del parlamento attuale (in pubblico, in privato chissà) maledicono il porcellum. Si potrebbe ripartire da questo per ridare una possibilità al proporzionale. E rimettere al centro della discussione il fatto che non è un problema solo di nominati/candidati: è l’assenza di una vera rappresentanza politica/sociale/culturale dell’assemblea elettiva nei confronti della realtà che la elegge.
I tagli del governo Monti, la libertà di informazione e Liberazione
Ordine del giorno del Circolo Prc – Casa della sinistra – San Lorenzo - Roma
Siamo profondamente addolorati per la sospensione dal 1° gennaio dell’edizione cartacea del nostro quotidiano Liberazione che in questi 20 anni è stata sempre una voce critica e indipendente nel nostro paese, dunque uno strumento fondamentale di informazione ma ancor più di riflessione per iscritti e non iscritti al Prc.
Si tratta di una ferita profonda che colpisce direttamente in più direzioni: chi perderà il posto di lavoro, i militanti e le militanti del partito, e più in generale chi crede nella libertà di informazione ed espressione come diritto fondamentale di una democrazia degna di questo nome.
Noi tutti sappiamo che nonostante i tagli all’editoria operati dal precedente Governo Berlusconi, grazie ai sacrifici dei lavoratori e del partito, il bilancio del giornale era riuscito quasi a raggiungere il pareggio. Il governo Monti ha deciso un ulteriore drastico taglio del finanziamento pubblico di circa 2 milioni di euro. Una scelta vergognosa che purtroppo si inscrive dentro il disegno generale di erosione degli spazi di democrazia in Italia, colpendo pesantemente il lavoro da una parte e la libertà di informazione dall’altra.
Andando in questa direzione infatti il Governo attuale costringerà la stampa cosiddetta minore, di sicuro la stampa di sinistra che fa controinformazione, a chiudere i battenti. Per dare le parole alle cose, di fatto si tratta, indirettamente, di una forma di censura bella e buona. Speriamo che sia solo una amara parentesi e che presto Liberazione torni in edicola.
Come compagni e compagne del circolo del Prc/Casa della Sinistra di San Lorenzo, III Municipio, esprimiamo innanzitutto la massima solidarietà ai lavoratori e le lavoratrici di Liberazione. Ci impegneremo ad aderire ad una necessaria e straordinaria campagna di abbonamenti e sottoscrizioni per recuperare risorse. Se ogni circolo presente sul territorio nazionale facesse un solo abbonamento già avremmo fatto un piccolo passo in avanti, e crediamo che valga la pena fare questo sforzo.
Potenzieremo, per ciò che sarà nelle nostre possibilità, la battaglia contro il Governo Monti auspicando che altre forze politiche e democratiche si mobiliteranno perchè i fondi vengano ripristinati per quelle testate che come la nostra rappresentano effettivamente uno spazio di confronto e di dibattito nella società.
Continueremo giornalmente a seguire Liberazione on line e a diffonderla.
Caro Claudio, intervengo anch’io sulla questione Liberazione e approfitto dello spazio del tuo blog. Devo dire che finora sono stato sempre molto restio a intervenire sul tema del giornale in altre sedi che non fossero il giornale medesimo. Tra l’altro, attualmente è in corso, come tutti sanno, una trattativa sindacale interna, per cui affrontare le questioni nevralgiche avrebbe significato interferire e rendere ancora più torbide le acque. Ora però mi pare sia arrivato il momento di allargare la discussione fra di noi e a tutto il corpo del partito, col massimo di sincerità, senza peli sulla lingua, e col massimo di rispetto reciproco. Primo, io non credo affatto alla tesi dell’alibi, all’utilizzo strumentale da parte del partito del taglio dei finanziamenti per operare epurazioni. Fosse stata questa l’intenzione, non ci sarebbero stati ostacoli a che questa volontà si realizzasse. E perché mai Rifondazione, nel caso avesse voluto cancellare il suo giornale, avrebbe continuato anche in questi ultimi tre anni di vacche magre a mettere soldi per coprire il disavanzo? Ci sono troppe contraddizioni in questa tesi: da un lato si sostiene che Rifondazione vuole epurare per mantenersi la testata con i soliti tre-quattro giornalisti “servi del padrone”, dall’altro si sostiene che Rifondazione vuole rinunciare preventivamente ai contributi pubblici dell’editoria sospendendo le pubblicazioni. Come possono essere vere entrambe le affermazioni? Secondo, una tesi del genere è tutta costruita su un livello generale e fa perdere di vista la discussione sul merito. A meno di non convincersi che Rifondazione abbia i soldi sotto il materasso… Ma io penso che se l’analisi perde il contatto con la realtà, ci precludiamo di ragionare sulle proposte e gli obiettivi. Si può naturalmente criticare il partito per l’insufficienza con cui ha affrontato il tema della comunicazione in generale e, in particolare, della modalità in cui si fa informazione e dell’uso del proprio giornale. Io penso ci siano stati errori e mi auguro che la discussione possa essere fatta in un momento più tranquillo. Altra cosa però è sostenere teorie in contrasto col principio di realtà e far finta che le difficoltà economiche non siano vere e siano solo una scusa. Terzo, si dice che il partito vede nemici dappertutto e anticomunisti dietro tutti gli angoli. Mi verrebbe da osservare che coloro che oggi agitano lo spettro delle epurazioni, in passato non hanno mai mosso un dito di fronte alle condizioni di discriminazione professionale e politica di giornalisti ghettizzati perché non graditi alle varie direzioni. Davvero nessuno si è accorto che nelle precedenti direzioni c’erano giornalisti messi in condizione di non scrivere? Ma veniamo al rapporto partito-giornale. Come mai si è sedimentata un’immagine negativa di Liberazione all’interno del partito? Io credo che ciò sia avvenuto a causa di due motivi. Il primo lo attribuisco al vizio che molti nostri dirigenti hanno avuto – soprattutto in passato, ma ancora oggi – di considerare il giornale solo come casella postale di articoli a propria firma. Se pubblicano i miei articoli sono bravi, sennò sono cattivi. A ogni giornalista di Liberazione è capitato di doversi sorbire le lamentele di tizio o caio per non essere stato nominato (come se in cinquemila battute si possano riportare, che so, cinquanta interventi di un cpn) o persino di mettere in atto persecuzioni sistematiche nei confronti di qualche dirigente. Quale dovesse essere invece la funzione politica e la funzione informativa del giornale, è passato in secondo piano. L’altro motivo del rapporto conflittuale lo attribuisco invece alle scelte editoriali intraprese in precedenti direzioni. Non mi interessa ritornare a Sansonetti (abbiamo altre cose a cui pensare), ma è innegabile che nella sua fase l’attacco al partito sia stata una strategia comunicativa deliberata. Era rivendicata, non credo di scoprire l’acqua calda. Ogni direttore sceglie legittimamente una linea editoriale: quella di Sansonetti era fondata sul superamento di Rifondazione in quanto ferro vecchio e strumento inservibile nella politica, in vista di un soggetto di altro tipo. Io ero in totale disaccordo, ma che quello fosse il marchio era frutto di una scelta plausibile (anche se un po’ bizzarra, prendere i soldi dall’editore a cui spari un giorno sì e l’altro pure, francamente è pittoresco). Quella fase ha sedimentato nella memoria dei militanti un’immagine conflittuale. Lo possiamo dire o no? Infine (mi scuso per la lunghezza): si dice che questa direzione abbia rinunciato preventivamente alla collaborazione dei redattori. Questa, davvero, la considero una falsità. Qui non si tratta di buoni e cattivi. Nessuno è perfetto, non lo sono i direttori, non lo sono i redattori ecc. Possiamo criticare Dino Greco, tutti sono criticabili, però vorrei solo ricordare che, caso unico, questo direttore ha avuto una sfiducia preventiva, predeterminatasi nel grosso della redazione prima ancora che mettesse piede nel giornale. In quei giorni apparve sul giornale una lettera firmata da quasi tutta la redazione – a eccezione del sottoscritto e di pochi altri giornalisti – in cui si accusava Dino Greco di essere un commissario politico e i giornalisti che avrebbero acconsentito di lavorare con lui né più né meno che collaborazionisti. Non mi pare che fosse un invito alla distensione. Non si può far finta di non aver mai scritto e praticato simili cose e improvvisarsi nel ruolo di vittime. Possiamo, anche qui, riconoscere, che quel “comitato d’accoglienza” abbia falsato il rapporto direzione-redazione? A questo punto, o ce la raccontiamo tutta oppure continueremo a muoversi in uno scenario inquinato da troppe reticenze. Detto questo, continuiamo a sostenere Liberazione, il nostro giornale.
Tonino
Credo che occorra partire dall’analisi lucida di tonino e allargare davvero a tutto il partito la discussione. C’è una lotta vera da portare avanti. Dobbiamo continuare a organizzare tutto il dissenso verso il liberticida taglio ai fondi con le altre realtà che lo subiscono assieme a Liberazione, continuare a fare pressione sul governo/parlamento, incrementare quanto più possibile il nostro autofinanziamento e allo stesso tempo cercare di modificare la percezione dell’opinione pubblica: tali risorse non sono regali che in tempo di crisi non ci possiamo permettere, rappresentano un “investimento” in democrazia, una sorta di tutela per uno stato contro derive oligarchiche. E questa è anche la strada maestra per difendere i posti di lavoro a Liberazione e nelle altre realtà in lotta. Viceversa, se iniziamo a dividere i buoni dai cattivi, introducendo nella discussione ipotesi di epurazioni, complottismi, e quant’altro allontani dall’unico obiettivo comune (di tutti:giornalisti, poligrafici, partito, militanti, lettori, diffusori…), abbiamo già perso.
Conservo ancora il numero zero di Liberazione, del 1991, anzi devo averne un paio di copie perche’ c’era la diffusione militante alla manifestazione di Roma. Ho comprato per anni Liberazione piu’ per dovere perche’ m’e’ sembrato un prodotto editoriale solitamente poco interessante. Quando arrivo’ Sansonetti gia’ non la compravo piu’. Ogni tanto la leggevo ed era un’impresa arrivare all’ultima pagina, tanto era repellente. Greco ha fatto quel che ha potuto ma il grosso della redazione gli ha remato contro, facendo scioperi utili solo a fare perdere soldi al giornale. A questa grande parte della redazione vorrei dire: andate a lavorare sotto padrone, poi mi dite se un giorno si’ e l’altro pure potete permettervi di tirargli badilate di letame 24 ore su 24. E parlate di direzione sorda alle vostre richieste.
Per parte mia, non un centesimo agli anticomunisti nostalgici di Sansonetti. Se mi ritrovo 50 euro li sottoscrivo a Emergency.
Da quando hanno consegnato il giornale che tutti comunisti hanno amato, in mano a Sansonetti, hanno voluto distruggere il prc e il giornale. Liberazione.
All’edicola della stazione di Reggio Emilia il giornale di Liberazione non viene consegnato.
Antonio dumas
Ma dici sul serio o stai scherzando? Liberazione ha sospeso le pubblicazioni!!!!! Sveglia!!
ma magari si fosse epurato qualcuno..
Beh, fatelo
http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-europa/759-intervento-del-partito-comunista-portoghese-allincontro-internazionale-dei-partiti-comunisti-e-operai.html
La lettera del figlio di un operaio
Scusate. Il link è questo
http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/763-la-lettera-del-figlio-di-un-operaio.html
Caro Gaetano, leggo solo ora il tuo messaggio, le risposte dei compagni, la tua replica. E’ difficile esprimersi su un problema che investe innanzitutto te, la tua famiglia, i tuoi propositi (pur essendo tutto ciò parte di una condizione che purtroppo riguarda oggi, chi più chi meno, un’intera collettività): su questo, nessuno potrebbe permettersi di sindacare. Ma da quello che hai scritto (e replicato) ti percepisco come uno di noi: lo percepisco già per il solo fatto di aver tu condiviso la tua sincera (ed estrema) riflessione con questa comunità di persone, con le compagne e i compagni. E’ per questo che mi sento in diritto di inviarti queste poche parole. Non so come e quando possa risolversi la tua situazione di grave difficoltà materiale. Ma, come ti hanno detto Lilly e S., anche io vorrei dirti di non sentirti solo. Non sei solo. La barbarie di questa società non merita il sacrificio della tua vita. E penso che per i tuoi cari sia molto meglio un Gaetano in grave difficoltà economica ma vivo e vegeto. E casomai incazzato. Se posso permettermi, anche la battaglia politica di chi non si rassegna allo stato di cose presente ha bisogno della tua incazzatura (e anche della tua amarezza). Non ti conosco, ma consentimi di abbracciarti comunque.
Sono d’accordo con Claudio ma mi chiedo non bastano i danni che la cultura del sospetto ha gia’ fatto in questo partito..?!
Ciao
Roberto
Caro Claudio, che dire? Purtroppo, anche nel nostro partito è radicata la cattiva abitudine di criticare senza conoscere o, peggio, senza avere le “carte in regola” per farlo. Ed è una cattiva abitudine radicata soprattutto, occorre dirlo, tra i dirigenti più che tra i compagni di base, i quali sono sempre molto impegnati a tenere alte le sorti del partito per perdere tempo in chiacchiere. Nel caso specifico di Liberazione, per esempio, troppe volte si è criticato il giornale senza leggerlo, così come oggi si critica la “gestione” (politica, piuttosto che economica) senza aver mai contribuito in alcun modo a tenerlo in vita. Per non dire di quelli che danno lezione quando loro stessi non sono stati in grado di fermare la china discendente (elettorale e politica) del partito. Ma queste sono piccolezze a fronte dell’immenso lavoro che ci attende, come militanti e come giornalisti. Chi scrive è entrambe le cose e perciò considera l’impegno profuso nella disgraziata impresa di fare un giornale comunista, organo del Prc (e non di generici “movimenti”), alla stessa stregua di quello dei tanti compagni che ogni giorno, con fatica, difendono l’idea in cui credono. Ed è un miracolo che ce ne siano ancora così tanti, perché, dobbiamo dircelo, non sempre il partito è stato alla loro altezza (tu puoi comprendere cosa dico, essendo stato per lungo tempo nella minoranza, così come lo sono stata io). Il che, forse, è all’origine di tante “disgrazie”, compresa quella di Liberazione. Ora si tenta di far credere che il partito approfitta della crisi per fare epurazioni politiche e facendo la “serrata” per “mera decisione contabile”. Bell’accusa da rivolgere a chi per “sbarcare il lunario” sta vendendo sedi, riducendo costi, licenziando personale. Ad oggi, nulla di tutto ciò è avvenuto a Liberazione, i cui lavoratori hanno continuato a percepire con discreta regolarità lo stipendio (sebbene un po’ ridotto per effetto del regime di solidarietà). Si dice che è un suicidio non fare più uscire il giornale in edicola, laddove, numeri alla mano, è vero esattamente il contrario, a meno che uno non pensi che il progetto della rifondazione comunista vale meno di Liberazione. O ancora, si esaltano le virtù del web fingendo di ignorare il fatto che, fino ad oggi, i contributi statali, vitali per noi, erano esigibili SOLO per il giornale cartaceo; e, guarda caso, proprio il giornale “simil cartaceo”, cioè quello in pdf che stiamo faticosamente tenendo in piedi, è proprio quello che ci garantirà, pur non andando in edicola, le 250 uscite minime annue necessarie per avere diritto al contributo pubblico, ancorché ridotto all’osso. Poi certo, potremmo discutere all’infinito del fatto che il partito non ha messo tutte le energie nel far vivere il suo giornale; e, come dicevo prima, questo ha origini storico-politiche ben precise. E’ un po’ curioso, però, dire che il partito ha considerato “nemici” i lavoratori del giornale. Questo è vero nella misura in cui il giornale per molto, troppo tempo, ha smesso di essere il giornale DEL partito per diventare qualcosa di indistinto, di non politicamente caratterizzato, di “altro” (per usare un’espressione sansonettiana), fino al punto di diventare proprio con la direzione Sansonetti, un giornale, sta volta sì, nemico del Prc. Il dialogo può esistere se nessuna delle parti tenta di delegittimare o ridicolizzare l’altra. Viva Liberazione. Romina
CONDIVIDO COMPLETAMENTE.
POSITIVA LA BOCCIATURA DEI QUESITI “MAGGIORITARI”,
ORA BISOGNA RIPRENDERE LA STRADA DEL PROPORZIONALE.
La decisione della Corte Costituzionale di considerare inammissibili i quesiti referendari sulla legge elettorale non può che essere apprezzata. Essa interpreta fedelmente il principio, più volte ribadito nella giurisprudenza costituzionale, ma che i proponenti i quesiti hanno disinvoltamente e colpevolmente disconosciuto, secondo il quale non si può, via referendum, ripristinare una legge precedentemente in vigore. Sul piano più strettamente politico, la sentenza della Corte blocca un’operazione non solo strumentale, ma estremamente pericolosa dal punto di vista democratico, tesa a riproporre il maggioritario di collegio, con l’obiettivo esplicito di indurre una torsione più accentuatamente bipolare nel sistema politico italiano.
Il Partito della Rifondazione Comunista non ha mai fatto mistero di considerare l’attuale legge elettorale, il “porcellum”, una scelta scellerata, in primo luogo per la fissazione di un arbitrario premio di maggioranza e, in secondo luogo, per la sottrazione di ogni discrezionalità da parte degli elettori nella decisione sulle proprie rappresentanze. Non si può, tuttavia, pensare di superare l’attuale legge elettorale per reintrodurne una che non solo ha già fallito, ma che presenta gli stessi limiti e per alcuni versi anche maggiori.
L’unica via, come abbiamo ribadito più volte, è quella del ripristino di un sistema proporzionale, restituendo pienamente al Parlamento la responsabilità della formazione dei governi, e ai cittadini il potere effettivo di decisione delle rappresentanze, liberandoci finalmente dai cascami di un maggioritario che è il primo responsabile della crisi politica e morale in cui versa il paese.
Gianluigi Pegolo
Ora che ha parlato l’oracolo di Pegolus prepariamoci ad una riforma elettorale ultrauninominale con sbarramento al 15%.
Pegolo è troppo gentile: ora che i referendum sono stati respinti dalla Corte Costituzionale bisognerebbe rincorrere con i forconi i cialtroni (PD, IDV, Repubblica, ecc.) che li hanno proposti per un loro particolare tornaconto ottenuto imbrogliando gli italiani.
D’accordo !
@ Anonimo – ma che t’ha fatto Pegolo? Più che attacchi politici i tuoi mi sembrano attacchi di gelosia.
Non l’ha seguito nel PdCi..
scusate la “l” in più
Allora l’anonimo sta a rosicà:{
Sostengo ormai da diversi anni, e soprattutto da quando non abbiamo più parlamentari, che Liberazione debba essere qualcosa di diverso da un quotidiano, semmai un periodico con approfondimento di notizie, argomenti e posizioni politiche; addirittura nel penultimo congresso il mio circolo approvò un ordine del giorno in questo senso, perso poi nei meandri nazionali (probabilmente perchè c’erano problemi più importante).
Oggi siamo ad un bivio, il Governo liberista di Monti non concede credito ai comunisti (che ci piaccia o no), perciò occorre cambiare strategia, altrimenti liberazione su carta non uscirà più.
L’importante è non inseguire la notizia, ma proporre le nostre idee, e per questo obbiettivo il quotidiano è lo strumento editoriale meno indicato.
Quindi la mia proposta è un giornale dinamico sul sito Internet con uscita su carta di periodico settimanale o mensile.
Alleluja, allora non sono il solo a pensarla così! La versione on-line con cadenza quotidiana (per avere, eventualmente la “freschezza” della notizia e per avere -perchè no?- gli eventuali requisiti per accedere ai finanziamenti); e mensilmente (o settimanalmente, quindicinalmente…) una versione cartacea di carattere più analitico, anche riassuntiva dei fatti più salienti. Anche perchè sette stringatissimi trafiletti quotidiani possono dire molto meno di un buon articolo riassuntivo di più ampio respiro. E della versione cartacea periodica si potrebbe forse fare una migliore diffusione militante.
Da fonti partitiche Rifondazione sta facendo di tutto per tenere aperto il giornale (nb: vendita di un piano di Viale del Policlinico per coprire le spese!). Quello che mi lascia interdetto sono i comunicati delle RSU interne e gli articoli del Manifesto, dove, anche stamattina, si attacca il partito specificando che non si fa uscire il giornale x non coprire i 250gg annuali e cercare di perdere le sovvenzioni statali.
Arrivano comunicati e comunicati dal segretario e da Greco dove ci si comunica che stanno tutti lottando, ma poi i comunicati delle RSU vanno in senso opposto!
Dov’è la verita? Nel mezzo?
Non è assolutamente facile,per niente,ma la decisione di togliermi la vita,forse, rimane l’unica strada percorribile, per provare a mettere in salvo quello che rimane della mia vita e della mia famiglia.
Una famiglia da statistica: entrambi i coniugi dipendenti pubblici, una figlia studente universitaria, un mutuo,alcuni impegni finanziari presi, e il buco nero di un reddito accessorio che all’improvviso scompare e la banca che ti richiede il rientro immediato di un fido sostanzioso, concesso per la ristrutturazione.
Succede che la somma dei tuoi due stipendi non serva più nemmeno a pagare la rata di mutuo, e che la banca non può rinegoziartelo,ma solo sostituirlo,e che avviata la procedura,che oramai dura da 7 mesi, esige e pretende che tu non venga iscritto in nessuna centrale rischi bancaria o di consumatori, e che per far fronte alle scadenze, acquisti soldi al nero,e ti staccano il telefono perché non hai onorato la bolletta, e che riduci la tua alimentazione ad un pasto al giorno,e non puoi mandare tua figlia a seguire i corsi all’università perché ti cominciano a mancare anche gli spiccioli per l’autobus,e che il salumiere ti chiama ripetutamente per il saldo,e non ti resta che piangere di nascosto ed in silenzio.
Un tempo che distrugge la dignità e la speranza,la sensazione di essere arrivato al punto di non ritorno,tanto tra poco si presenteranno gli sgherri che ti hanno prestato soldi a strozzo per non farti risultare cattivo pagatore,ed un sistema creditizio che draga e recupera soldi che hanno una chiara origine mafiosa e di malaffare,quindi non tanto inconsapevolmente ricicla denaro sporco.
Questo governo,in tutte le sue componenti, non pone assolutamente alle sue attenzioni, la messa in sicurezza di milioni di italiani come me,ancora in grado di pagare,ma su un tempo più lungo.
Svolgo un lavoro,pubblico, con una mansione, che pone la mia vita in pericolo ogni giorno. Il non rispetto di poche prescrizioni mi rendono immediatamente cadavere, ma con una assicurazione che permette alla mia famiglia di conservare la casa e di uscire da questo incubo.
Non sono depresso,ma stanco. Consapevole che lo spazio per mediazioni o di ancore di salvataggio, per me ,e milioni come , non ci sono o peggio non sono previste.
L’unico dolore che provo è per il dolore che provocherò a mia moglie e mia figlia, ma con la consapevolezza di stare per compiere una operazione finanziaria non aggredibile da protesti e spread.
Caro Gaetano,
hai lo stesso nome del mio caro papà e come te, anche lui ha svolto per anni un lavoro che lo metteva a rischio ogni giorno.
Chi ti parla è una disoccupata, mamma di due ragazze, che ha 42 anni e quindi fuori dal mercato del lavoro. Un marito con uno stipendio a rischio è che è rimasto senza lavoro per sei mesi di seguito.
Conosco il tuo dolore, ci si sente privati della dignità, è vero!
Però una cosa ti dico, non ho smesso mai di pensare ad un futuro un pizzico migliore, fosse solo per le mie figlie e per i figli degli altri.
Battiti invece di abbatterti.
Alza la testa e non fare il gioco di chi ci vuole schiavi e sottomessi ad un sistema che non abbiamo voluto noi! Denuncia, urla al mondo quello che provi, non tacerlo!
Ti prego, da essere umano, di guardare a chi ha meno di noi al mondo eppure, nonostante ciò sopporta, giorno per giorno, la fame, le ingiustizie e l’indifferenza del mondo.
Non negare ai tuoi cari la tua presenza, piuttosto condividi con loro le difficoltà.
Pensi che sarebbero felici con qualche spicciolo in tasca e senza te? No caro Gaetano. La cosa più importante sei tu e il tuo stare vicino alla tua famiglia.
meglio un pasto al giorno e avere il mio papà vicino che mangiare due volte al giorno e non potere più gioire del suo affetto e della sua presenza.
Sù la testa Gaetano, io sono con te!
Caro Gaetano a scanso di equivoci ti chiarisco subito che chi ti scrive è una persona che sostiene il diritto di autodeterminarsi fino anche all’ambito di poter decidere se stare o meno su questa terra. Dopo aver letto il tuo messaggio però non posso fare a meno di scriverti. Il momento che viviamo è drammatico, su questo non ci sono dubbi, così come la situazione che descrivi merita profondissima considerazione, lungi da me non ritenere quello che dici durissimo da sopportare.
Non posso però sottrarmi dal portarti il punto di vista di un figlio che vive una situazione famigliare piuttosto complessa, e che non può fare a meno di pensare alle conseguenze di quello che proponi.
Anche assumendo la cinica ottica di bilancio che proponi, il danno che arrecheresti alle persone che ti vogliono bene sarebbe infinitamente e incommensurabilmente più grande del vantaggio che ne otterrebbero. Quale figlio sarebbe disposto a barattare il piacere della vita al fianco dei propri cari per la tranquillità economica? Il valore della famiglia, qualsiasi cosa questo voglia dire, si vede proprio nei grandi momenti di difficoltà e ti assicuro che se opterai diversamente, quand’anche dovessi finire in guai finanziari i tuoi cari avranno te e tu loro, e qualsiasi cosa possa accadere questo varrà molto più di qualsiasi casa proprietà somma di danaro. guarda non si tratta di un mieloso appello alla vita, lungi da me, ma la sicurezza di avere un padre a proprio un valore per qualunque figlio.
Ti ripeto io vedo la cosa dal punto d vista di un figlio che per i suoi genitori vive delle limitazioni, ma queste limitazioni sono ampiamente ripagate dalla possibilità di continuare a stare assieme.
Non darla vinta alle banche, non arrenderti.
Il fatto di avere condiviso con questa comunità un messaggio così importante spero riesca a darti la forza per ridiscutere le tue proposizioni, spero tu legga questo messaggio e quelli che seguiranno.
Uniti siamo milioni e siamo una forza, soli siamo vinti.
Anche uno in meno, uno che si arrende è per tutti noi una grave perdita e ci rende tutti più deboli; in questa fase storica siamo tutti quanti indispensabili.
Care e cari compagni,è la mia abnorme solitudine,condizione sopportata da tanti,da troppi, che mi induce a questi ragionamenti.Non è lucida follia, è la presa d’atto di una sconfitta inedita,la sconfitta delle scelte collettive,della partecipazione.Anche noi siamo smarriti,di fronte all’inverosimile attacco dovremmo organizzare reti di solidarietà,non per me,ma per chi vive condizioni di estrema emarginazione.E’ il disprezzo di ogni singola soggettività,e della vita dunque,che ci da la misura della barbarie.Dovremmo costruire argini dietro i quali tutti,nessuno escluso,si senta parte di una idea diversa del mondo e della sua pratica.Casse di mutuo soccorso,case del popolo,medici e avvocato a disposizione degli ultimi.Senza pietas cristiana,ma con la consapevolezza che ognuno di noi vale dignità.
In qualche modo mi sento rinfrancato ed in qualche modo mi sento ancora parte di un progetto.Vi ringrazio,sentitamente.
Forza Gaetano
Caro Claudio ci conosciamo ormai da tanto tempo e credo che sia doveroso fare alcune precisazioni. Le difficoltà di liberazione le conosco essendo stata parte della redazione anche con ruoli di direzione. Ma ci sono delle cose che dovrebbero essere analizzate con lo stesso pragmatismo con cui recentemente si continua a fare sulla questione economica. Da tempo, anzi da anni, ho perorato la causa di una diversificazione dell’informazione a Rifondazione. Quante volte ti sono venuta a parlare della questione del Web? come un muro di gomma si è proseguito solo sul cartaceo senza MAI avere un progetto che potesse dare respiro a Liberazione. L’attuale direttore è totalmente sordo al tema, come lo sono stati, lo ammetto tutti i direttori di Liberazione. Ancora oggi davanti alla mancanza di fondi certi si continua a produrre un giornale simil cartaceo!!! Quindi a parte la mancanza di finanziamenti, manca qualsiasi progetto editoriale alternativo che possa far vivere Liberazione. Questo per quanto riguarda il prodotto. Per quanto riguarda i lavoratori del quotidiano li si è sempre vissuti come “nemici” del partito. Come diceva Parlato: un giornale, è un giornale! deve servire a informare ma anche a dare spazio alle oppinioni e alle idee, per far discutere la sua comunità. Qualche volta siamo andati oltre? E’ probabile, ma io credo che sia meglio discutere e ragionare piuttosto che chiudersi in un bunker e vedere il mondo esterno come un nemico. E per chiudere alcune domande: perchè rinunciare alla collaborazione dei redattori? perchè fare l’esatto contrario di quello che si urla dai palchi e nei comizi tutti i santi giorni? Perchè andare davanti ai cancelli di Mirafiori per denunciare il comportamento antisindacale di Marchionne quando a casa propria invece di sedersi ad un tavolo e provare a trovare una via di uscita insieme ai lavoratori si decide di mettere tutti in ferie forzate e chiedere casse integrazione unilateralmente? La crisi economica c’è, la Mrc sembra aver scelto come soluzione quella che oggi sembra andare per la maggiore: nessuno sforzo di dialogo, ma solo una mera decisione contabile…. con sincera amicizia Simonetta