La parte del Paese che non si arrende

Che il governo Monti sarebbe stato una iattura per i lavoratori, i pensionati e i ceti deboli del nostro Paese era ampiamente prevedibile ed era stato da noi ampiamente previsto.
Giova però, a due mesi dal suo insediamento, ribadire una serie di concetti al fine di motivare e dettagliare al meglio la nostra proposta politica.
Il primo elemento che non va dimenticato è che ci troviamo di fronte ad un governo che, per come si è insediato e per la sua composizione non ha come problema principale quello di preoccuparsi del consenso rispetto alle azioni che compie. Da un punto di vista democratico è una situazione che fa riflettere. Monti e i suoi ministri non rispondono agli elettori, ma hanno il compito di fare quello che altri organismi – anche essi non legittimati da nessuna verifica democratica (Bce, borse, mercati, istituzioni sovranazionali) hanno stabilito che il nostro paese debba fare.
Il secondo elemento è che – lungi dall’essere per questo motivo un governo di tecnici super partes  – l’esecutivo Monti è massimamente “politico”, perché ha prodotto intorno a sé la convergenza  del Pdl, del Pd e del Terzo Polo (come è già avvenuto in questi anni in altri Paesi europei, a partire dalla Germania).
Coerentemente con ciò – e questo è il terzo dato di fatto – il segno delle politiche proposte è esattamente lo stesso che ha informato di sé, con poche differenze, le scelte dei governi degli ultimi vent’anni: un segno regressivo, padronale, privatizzatore e persino recessivo sul terreno dell’economia e della produzione.

Questo è vero sia per ciò che riguarda la manovra (che ha tagliato le pensioni, reintrodotto l’Ici sulla prima casa e aumentato la tassazione indifferenziata sui consumi, Iva e benzina) sia per la cosiddetta “fase 2”, nella quale si preparano nuove aumenti che peseranno per l’ennesima volta sulle condizioni economiche dei ceti deboli (a partire dai rincari delle utenze) e riforme strutturali – in tema di liberalizzazioni e mercato del lavoro – se possibile peggiorative del già compromesso quadro legislativo attuale. Si pensi alla paventata riforma del lavoro, che introdurrà, nei fatti, il diritto di licenziare entro i tre anni dall’assunzione senza alcun vincolo e alcuna clausola da parte delle imprese: un atto di macelleria sociale che, combinato alla legge 30, bene indica il grado di “equità” delle politiche sociali del governo.

La verità – ed è questa la prima conclusione a cui giungiamo – è che tutto questo, lungi dall’essere il prodotto inevitabile della necessità di “sistemare i conti”, equivale alla somma di scelte politiche precise ognuna delle quali poteva essere evitata e contraddetta con provvedimenti di segno opposto.
La controprova di questo ragionamento è in quello che si sarebbe potuto fare (si potrebbe ancora fare) e che invece non si è fatto (e si seguita a non fare): fare pagare l’Ici alla Chiesa, tassare i grandi patrimoni, le rendite, le speculazioni finanziarie, tassare i capitali già scudati, ridurre le pensioni faraoniche dei dirigenti d’impresa, fare lotta severa e seria all’evasione fiscale, tagliare le spese militari, a partire dagli aerei da guerra inutilmente comprati a prezzi semplicemente immorali.
E allora, di fronte ad un simile governo, l’unica linea politica possibile è quella che investe nell’opposizione politica e sociale al governo e questo deve farlo la sinistra d’alternativa e non certo la Lega Nord, che per quanto si sforzi di ricostruire un profilo più di lotta che di palazzo, non può cancellare gli oltre dieci anni nei quali ha governato con Berlusconi, condividendo ogni legge e ogni manovra economica.

Costruire l’opposizione, quindi. Un’opposizione che sia politica, sociale, di movimento. Rifondazione comunista e la Federazione della Sinistra propongono a quelle forze (Sel e Idv per prime) che hanno espresso contrarietà alle politiche di Monti di costruire subito un patto permanente di consultazione con l’obiettivo di costruire una alternativa di sinistra alle politiche del governo.
Una alternativa che presti particolare attenzione al mondo del lavoro. Perchè il governo Monti non è separato da un clima ultraliberista e antioperaio che respira tutto il Paese, a partire dall’attacco della Fiat che, come avevamo denunciato, cercheranno di estendere a tutte le aziende. Da questo punto di vista è preoccupante che l’espulsione della Fiom-Cgil dalle fabbriche Fiat – un atto senza precedenti, di una gravità inaudita– non abbia scosso le forze politiche democratiche e non abbia prodotto una adeguata reazione.
È anche questo, si sa, il segno di tempi duri e difficili che stiamo vivendo. Ma non siamo certo noi a rassegnarci e a chinare la testa, anzi!

Il 20 gennaio accoglieremo a Roma Merkel e Sarkozy con una grande manifestazione di protesta; il 22 gennaio a Milano faremo una manifestazione contro la manovra in alternativa a quella della Lega Nord, il 27 gennaio parteciperemo allo sciopero generale del sindacalismo di base e l’11 febbraio saremo in piazza insieme alla Fiom nella giornata di mobilitazione straordinaria dei metalmeccanici. C’è una parte del Paese che non si arrende e che continua a lottare. Facciamola crescere.

Be Sociable, Share!

Condividi
Puoi SCRIVERE UN COMMENTO, o trackback dal tuo sito.

Scrivi un commento

*