Forconi

Quanto sta avvenendo in Sicilia merita una discussione ed un approfondimento.
Come contributo per aprire la discussione su un fatto così importante posto un commento di Vincenzo – compagno siciliano che interviene spesso nel blog – e di Davide Guastella, altro compagno Siciliano. Linko inoltre il dibattito che, sullo stesso argomento, si è sviluppato sul mio profilo di facebook. Dite la vostra.

Forconi e forchettoni di Vincenzo
Ho partecipato per un certo periodo al movimento dei cobas dell’agricoltura di qualche anno fa. Non sono agricoltore di professione, ma lo faccio per diletto. Oggi l’agricoltura la si può fare solo per diletto, quindi pagando per esso. Soprattutto per le piccole e medie aziende agricole il reddito è scomparso, si lavora in perdita. Sappiamo perchè: crollo dei prezzi dei prodotti agricoli a causa della globalizzazione selvaggia che inonda i nostri mercati di merce che odora dello schiavismo praticato nei paesi di origine, aumento insopportabile di carburanti, sementi e fertilizzanti; quasi nessuno aiuto da parte delle istituzioni in nome dell’ideologia del liberismo per cui lo stato non deve intervenire nell’economia. Questo disastro ha nomi e cognomi: la classe dirigente regionale, nazionale ed europea che di questa ideologia, imposta a livello mondiale dalle grandi corporazioni multinazionali è stata interprete e serva. Classe dirigente non è solo quella politica, ma anche le sue costole economico-finanziarie che sulla crisi da esse determinate si sono ulteriormente arricchite a danno di miliardi di persone, i più deboli del pianeta. Se questo è il quadro e le cose stanno così il movimento deve cacciare a calci in culo i mestatori e gli approfittatori che hanno convissuto parassitariamente con il sistema e deve pretendere che deve essere invertita la rotta della politica, rottamando quanti hanno responsabilità nel determinare la crisi.

Allora, ascari che si sono asserviti al potente di turno, tipo Scilipoti con Berlusconi, che hanno la responsabilità primaria della crisi per quanto riguarda la Sicilia,non possono avere spazio in questo movimento che in sé esprime la giusta e sacrosanta aspirazione ad avere condizioni di vita vivibile. Voglio ricordare che il signore arruolatosi alla corte di Arcore faceva discorsi di fuoco contro la legge berlusconiana che la privatizzava, per la difesa dell’acqua pubblica, ai tempi in cui si raccoglievano le firme per la legge nazionale di iniziativa popolare(rimasta poi nei cassetti del parlamento a maggioranza scilipotiana). Lo stesso non ha mosso un dito quando il suo governo spostava i fondi FAS dalle aree sottosviluppate, quindi Sud, ai bovari di Bossi in Padania. Se il movimento non fa le dovute distinzioni e si lascia pascere dai mistificatori di professione, dai forchettoni, nella vana illusione di godere dell’appoggio dei politici “potenti” ha già fallito in partenza, come dimostra la fine dei tanti movimenti che non si sono posti l’obiettivo di un’alternativa generale dentro cui porre la specificità delle sue esigenze. In conclusione, massima comprensione e solidarietà per le ragioni della protesta che investono la possibilità della stessa esistenza quotidiana dei piccoli lavoratori autonomi; sapendo che essa può trasformarsi in avversione non appena i dirigenti e i caporioni del movimento cercheranno di, visto che siamo in Sicilia, “arruffianarisi” col potere, illudendo le migliaia di persone che in buona fede stanno facendo sacrifici immensi in questo periodo per un legittimo riscatto della loro dignità.

La protesta dei forconi di Davide Guastella
La protesta dei forconi presenta una piattaforma di problematiche condivisibile. Esiste però una strana anomalia che noi abbiamo notato sin da subito. Il profondo disagio economico che migliaia di microimprese agricole, commerciali, artigianali dell’isola vivono da oltre un decennio è stato catalizzato e organizzato dai grossi gruppi che gestiscono i trasporti (non dagli autotrasportatori) e la commercializzazione (non i commercianti) dei prodotti agricoli siciliani. In quei settori dove troppo spesso si annida quella che il procuratore Grasso è arrivato anche a definire borghesia mafiosa.
Questo movimento che di spontaneo ha ben poco ha organizzato in punti strategici fermi e blocchi con la violenza (vedi i due casi di accoltellamento) e ha imposto la chiusura dei mercati agricoli più importanti. Guarda caso la risposta, per la prima volta, è stata immediata. Cosa strana e singolare in una terra dove l’immobilismo è la regola.
Poche ore prima che iniziasse il blocco una delegazione di “forconi” si era incontrata col presidente della regione, a fronte di quell’incontro in cui il presidente Lombardo diceva che le responsabilità erano dell’Europa e da lì il blocco dell’economia siciliana. Dopo due giorni di protesta la stessa delegazione si incontrerà a breve nuovamente con il presidente Lombardo per ottenere cosa? Se tutto dipendeva da Bruxelles (risposta che Lombardo ha dato ai forconi venerdì scorso) dopo solo due giorni cosa è cambiato? Perché non si poteva trovare prima l’accordo? Perché i cittadini devono subire enormi disagi? Perché gli agricoltori dovranno subire l’ennesima mazzata, buttando decine di tonnellate di prodotto? Perché questa prova di forza ha visto schierati all’unisono tutti i network siciliani? Perché attaccare la politica in modo generico per poi rivolgersi e rivalutare sempre i soliti noti cioè i responsabili di questo sfascio economico e sociale? Cosa ci fa il presidente Zamparini (presidente del Palermo calcio) che guida un movimento che incita alla rivolta fiscale? Cosa ci fanno i dirigenti di forza nuova? Cosa fanno alcuni dirigenti regionali del PDL e dell’MPA, Grande sud mascherati da forconi? Infine ci chiediamo da dove vengono i fondi per tappezzare l’intera regione con manifesti che promuovono “forza d’urto”? Questa manifestazione intercetta il disagio, soffia sul fuoco della disperazione e alimenta il malcontento popolare che cova da tempo per le vessatorie misure economico fiscali introdotte dai governi (regionali e nazionali) di centro destra ma è di stampo reazionario e propone soluzioni corporativistiche inaccettabili.
Il fatto che sia capeggiata dal centro destra è il chiaro segnale gattopardiano che punta a mantenere le garanzie dei soliti noti.

DIBATTITO FACEBOOK

Puoi SCRIVERE UN COMMENTO, o trackback dal tuo sito.

62 commenti to “Forconi”

  1. Claudio Grassi scrive:

    Vincenzo Rosa
    Sezione Pedemontana “Peppino Impastato”, PdCI

    In questi giorni tutta la Sicilia è paralizzata dal blocco dei caselli autostradali e dei principali nodi di comunicazione da parte del “movimento dei forconi”. Dopo un primo momento di disinteresse dai principali media dell’isola e nazionali, ormai la notizia dilaga dovunque, dai social network ai giornali locali, imponendosi all’attenzione del grande pubblico. Le proteste degli autotrasportatori della cosiddetta “forza d’urto”, a cui si è unita la protesta di agricoltori e braccianti ha già messo in ginocchio dopo tre giorni di blocco i rifornimenti dell’isola, causando la mancanza di merci e generi di prima necessità, come benzina e alimenti.
    Eppure da subito questa protesta ha creato largo consenso tra la popolazione, coinvolgendo lavoratori e cittadini siciliani ad unirsi e a solidarizzare con i manifestanti, convincendoli a scendere nelle strade dove ci fosse un blocco o un presidio, a parlare, a chiedere informazioni e cercare di comprendere le cause della protesta.
     
    Oltre al largo coinvolgimento dell’opinione pubblica siciliana, il movimento dei forconi ha fatto sorgere innumerevoli dubbi e interrogativi su quali fossero le concrete motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a bloccare l’intera isola. Connivenze politiche inquietanti tra il movimento e l’estrema destra siciliana e non solo, parole d’ordine demagogiche e populiste che intendono far leva sullo stato di crisi sociale ed economica del sistema e una piattaforma rivendicativa confusa dove si ritrovano richieste di stampo corporativistico ma anche richiami all’indipendenza di un presunto stato siciliano, rendono il quadro enigmatico e difficile da affrontare.
    Occorre però procedere ordinatamente, valutando innanzitutto i dati certi, attraverso cui partire per una valutazione complessiva, lucida ed analitica, che sappia saper cogliere i reali termini della questione.
     
    Chi dirige la protesta?
    Cominciamo col capire la composizione della protesta. Lo sciopero che sta paralizzando l’economia dell’isola che porta il profetico nome delle “cinque giornate per la Sicilia”, è stato indetto dal “movimento forza d’urto” e appunto dal “movimento dei forconi”.
    Il primo riunisce attorno a sé gli autotrasportatori, vero nerbo della protesta, che con i loro tir bloccano i principali snodi viari dell’isola. Leader del movimento è tale Giuseppe Richichi, presidente della principale associazione di categoria siciliana e che in tempi recenti aveva dato vita al “Partito degli Autotrasportatori” che all’ultima tornata per la presidenza della regione ha appoggiato Raffaele Lombardo; poi Salvatore Bella, grosso imprenditore del trasporto su camion in Sicilia, che vede un passato di militanza politica attiva tra la Dc, Forza Italia e Mpa.
    Il secondo invece rappresenta la protesta degli agricoltori e dei braccianti, che da subito hanno aderito alla protesta. Tra i fondatori del movimento, nato dopo la visita nella provincia di Ragusa dell’allora ministro all’agricoltura Saverio Romano, tre soggetti dalle indubbie capacità di capipopolo ma dal nebbioso passato: Mariano Ferro ex acceso sostenitore del Mpa; Martino Morsello, segretario di “altra agricoltura sicilia” che comprende al proprio interno imprenditori e braccianti agricoli, nonché invitato fisso nei congressi regionali del partito neo-fascista Forza Nuova; Mariano Ferro, anch’egli fino a poco tempo fa, fiancheggiatore del Mpa.
    Non è effimero piacere catalogatore quello che spinge a descrivere i leader della protesta ma un tentativo per cercare di fare risaltare con chiarezza la prima e più grande forma di dubbiosità nei confronti delle pratiche, delle richieste e della vera natura del movimento. Infatti come si accennava in precedenza, appare davvero bizzarro e contraddittorio come personaggi contigui e complici della malapolitica sicula possano dar vita ad una durissima protesta nei confronti proprio di quella classe dirigente che fino a non poco tempo fa, sostenevano e spalleggiavano. Il sistema corrotto affaristico-clientelare dell’isola, che unisce con un sottile filo rosso il governatorato di Totò Cuffaro e quello di Raffaele Lombardo, è sicuramente tra le cause principali del dissesto dell’economia e dell’agricoltura siciliana. Non possiamo e non dobbiamo infatti dimenticare le responsabilità di Lombardo e del suo entourage nell’ingente sperpero di denaro, per esempio pensando alle centinaia di milioni di euro di fondi Fas ancora inutilizzati che, se correttamente impiegati, avrebbero sicuramente migliorato la drammatica situazione in cui versa l’economia siciliana. Oppure facendo riferimento ai 150 milioni di euro impiegati per costituire i famigerati corsi di formazione professionale, individuati come strumento per dare lavoro a migliaia di disoccupati, ma che in realtà si sono rivelati strumenti di clientela politica nelle mani di Lombardo, attraverso cui poter conservare e rigenerare il proprio bacino elettorale, senza considerare come ormai siano migliaia i lavoratori (per la maggior parte neo-laureati) che ancora non hanno ricevuto il becco di un quattrino. Soldi buttati, anzi meglio utilizzati per salvaguardare, mantenere e rafforzare il sistema di clientele nella nostra terra, che da sempre hanno garantito al potente di turno la possibilità di mantenere saldo il proprio potere e i propri interessi, mortificando e degradando le grandi esigenze della nostra terra.
    Senza ulteriormente dilungarci su questo punto, credo che proprio sul tema si mostrino le principali contraddizioni di un movimento che a detta dei loro leader “vuole prendere a calci tutta la politica esistente”. Sembra però incredibile come personaggi con un passato legato a doppio filo con questa, si ergano ora a baluardo degli sfruttati e degli oppressi dal sistema economico.
     
    Quali rivendicazioni?
    Passiamo dunque a valutare e le rivendicazioni della protesta. Colpisce in prima battuta l’assenza di una chiara piattaforma scritta: le richieste sono facilmente deducibili da volantini e da interventi che si riescono a leggere o sentire. Parole d’ordine semplici ma confuse, che per questo si macchiano del vizio di populismo e di demagogia: si sente parlare di defiscalizzazione del petrolio estratto nell’isola, la necessità di dichiarare indipendente il popolo siciliano [sic!] dall’oppressione dei “continentali”, la volontà di far risollevare l’agricoltura isolana, il solito ritornello della distruzione della casta. Insomma, la confusione regna sovrana sotto al cielo. Non per questo però non possiamo cercare di addentrarci nelle reali motivazioni che hanno spinto genuinamente e in buona fede molti lavoratori ad avvicinarsi alla protesta.
     
    L’agricoltura
    Senza dubbio condivisibile appare il grande malessere dei braccianti per la drammatica situazione in cui versa l’agricoltura siciliana. Merci invendute, macchinari antiquati, troppa concorrenza. Impossibile affermare che non abbiano ragione. Ma chi sono i veri responsabili di questo stato di cose? Sicuramente deve essere annoverata la programmazione di una economia continentale (europea) agricola. Sullo stesso mercato ad esempio il consumatore trova arance siciliane e spagnole, con prezzi grandemente inferiori per le seconde grazie ad una politica produttiva più capace e a grandi disuguaglianze sul piano strutturale. In questo senso, numerosissimi sono stati e continuano ad essere sussidi e forme di assistenzialismo al settore, per esempio con finanziamenti per alcuni miliardi di euro nel PSR (piano sviluppo rurale). Una pioggia di denaro di provenienza sia europea (ricordiamo che ai sensi del trattato istitutivo dell’Ue, l’agricoltura è materia di competenza esclusiva europea) che ministeriale, che evidentemente non è stata investita sapientemente da chi negli anni si è trovato seduto nelle comode poltrone di palazzo d’Orleans, ma che ha visto -bisogna dirlo- anche un cattivo (quando non criminoso) utilizzo da parte degli agricoltori beneficiari dei sussidi, con truffe e raggiri e sperperi. Questa convergenza di fattori fa sì che l’agricoltura siciliana sia una delle più depresse e improduttive dell’intero continente europeo, con la conseguente scesa in piazza dei contadini assieme agli autisti dei tir. E’ necessario considerare però che il blocco alle merci in questi giorni sta creando ancora di più ingenti danni alla economia agricola dell’isola, con tonnellate di merci pronte da consegnare che ammuffiscono nelle cassette e che impediscono il raccolto degli altri prodotti sui campi.
     
    Il prezzo del gasolio
    Le rivendicazioni degli autotrasportatori e dei pescatori hanno invece ad oggetto l’aumento del prezzo del gasolio che nel giro di pochi anni è cresciuto di circa il 30%. Una vertiginosa impennata dovuta al mercato mondiale dove le valutazioni dell’oro nero salgono di ora in ora, e dall’aumento delle accise voluto dal governo Monti. Impensabile, a detta dei manifestanti, una situazione del genere considerando che la Sicilia produce e raffina petrolio, contribuendo al fabbisogno italiano per circa il 70%. A tal proposito chiedono una non meglio precisata defiscalizzazione sulla lavorazione e sulla distribuzione del greggio siciliano, una sorta di neo-protezionismo nei confronti del petrolio estratto sull’isola. Senza considerare che la questione si riduce ad una pretesa corporativa, è necessario soffermarsi innanzitutto per capire cosa si intende per defiscalizzazione: si chiede, in sintesi, che lo Stato diminuisca la tassazione globale sul prodotto, eliminando o riducendo al minimo le accise, cosi da rimettere in moto l’economia siciliana. Non si considera però al riguardo che la necessità si un sistema fiscale omogeneo e progressivo in tutto il territorio nazionale mal si concilierebbe con la suddetta richiesta, valutando anche come siano state tante nel corso degli anni le politiche di favor tributario nei confronti dell’isola. Importantissimo citare a tal riguardo che la Sicilia è l’unica regione italiana a godere della riscossione diretta delle imposte sul reddito, tassa che permette di avere grandi introiti nelle casse della regione. Un grande flusso di denaro che però evidentemente, come per i casi precedenti, non viene gestito nel migliore dei modi dalla politica siciliana.
     
    Ci ritroviamo cosi al punto di partenza: questione per questione, ritroviamo i colpevoli del degradante e degradato stato di cose sempre nelle stesse persone, nella stessa classe dirigente che accusiamo di avere forti interessi ad appoggiare la protesta. Forse un tentativo per sviare lavoratori, lavoratrici e opinione pubblica dalle proprie responsabilità? Probabilmente si.
     
    Inoltre non si vuole volutamente fare riferimento nel discorso alle notizie riguardanti le infiltrazioni mafiose e i legami con gli ambienti dell’estrema destra sempre furba a volersi ritagliare spazi che non le appartengono. Troppo pochi i dati e le argomentazioni su questo per poter condurre una critica netta e ferma alla rivolta dei forconi, cadendo così nell’errore di chi critichiamo di essere superficiali e pressapochisti; in mancanza di dati certi non possiamo bollare le rivolte come “mafiose” o “fasciste”, anche se arrivano costanti notizie di pratiche di stampo squadrista, come quello di obbligare alla chiusura anche chi non fosse interessato alla protesta.
    Sarebbe inoltre altrettanto ingiusto e indegno non considerare nel nostro ragionamento tutti coloro i quali in buona fede e con passione sono scesi in piazza a gridare il loro malessere e a denunciare la loro condizione, che però si ritrovano ad essere strumentalizzati da un movimento che non ha ancora chiarito i suoi obiettivi politici e di mobilitazione. Troppe domande e troppi interrogativi impediscono il formarsi di una opinione consolidata sul “movimento dei forconi”, da dove è nato e dove vuole arrivare.
     
    Una sola cosa è chiara come il sole: non basta per “rivoluzionare” il sistema e l’economia, aggrapparsi alle pretese e alle rivendicazioni di una parte della popolazione, definendo in questo senso corporative molte delle richieste venute dal movimento. Mancano nelle piazze tutte le altre categorie sociali colpite dalla crisi e dalle politiche economiche italiane ed europee. Dove sono gli operai di Termini che hanno perso il proprio posto a causa delle politiche della Fiat e di Marchionne? E quelli della Cesame? E i pensionati colpiti dalle ultime manovre del governo tecnico? E i lavoratori di scuola e università, o gli studenti? Manca nella protesta quella parte di società che negli ultimi tempi ha dato vita al tessuto di mobilitazione in giro per il paese cosi come in Sicilia, protestando contro l’imperante leit-motif liberista che sta demolendo pezzo dopo pezzo non solo il welfare state, ma anche la più pallida idea sociale di mercato.
     
    E’ impensabile poter riporre le nostre speranze rivoluzionarie (utilizzo volutamente il termine con la stessa leggerezza con cui ne sentito parlare dai leader dei forconi) in questo movimento capeggiato da autotrasportatori e da imprenditori agricoli, che porta dentro di se i germi di quella politica che ha davvero rappresentato l’ostacolo più grande al progresso e alla riscossa della Sicilia. Non possiamo appiattirci su rivendicazioni che non sono ancora state chiarite e che in ogni caso non appartengono alla nostra cultura e tradizione politica. Non possiamo scendere in piazza a fianco degli organizzatori di questa protesta, affiliati e complici di quel sistema di potere responsabile maggiore dell’arretratezza sociale ed economica della Sicilia che governa da 60 anni, che denunciamo e combattiamo quotidianamente con le nostre lotte. Dovrà anzi essere nostro compito smascherare la presunta strumentalizzazione che stanno vivendo sulla pelle migliaia di lavoratori onesti, squarciando quel velo di ipocrisia e di oscurità che aleggia attorno a questa protesta.
    Ma è un punto di partenza, da leggere e analizzare con cura.
    La lotta, la protesta, la mobilitazione è possibile anche nella nostra isola, storicamente considerata una terra conservatrice e reazionaria. Tocca a noi, sapendo canalizzare ed interpretare il malessere che attraversa tutta l’Italia, da Milano a Palermo, cercare di dare un volto definito alla protesta introducendo contenuti, supporti ed analisi, che fino ad adesso, le sono stati estranei.
     
    Vincenzo Rosa
    Sezione Pedemontana “Peppino Impastato”, PdCI

  2. Vincenzo scrive:

    Forconi, la storia di Andrea Valenziani

    L’imprenditore che contesta il movimento

    Claudia Campese

    Ha 31 anni e ha studiato fuori dalla Sicilia per poi tornarvi. Ha preso in mano l’azienda agrumicola di famiglia e le ha dato una nuova impronta, attenta all’ambiente e alla legalità. Nei giorni dei blocchi, ha fatto girare le sue denunce tra gli amici e i clienti sparsi per l’Italia. Attirando le ire di partecipanti e semplici simpatizzanti della protesta. Per i quali questo strano imprenditore non esisteva davvero.

    «Quando ho assistito a quelle scene non ho avuto pace. E’ una violenza collettiva, altro che “primavera siciliana”». Gli hanno dato dell’attore. Del finto imprenditore intenzionato a screditare le proteste. Della sua telefonata a Rai News24, in cui raccontava le intimidazioni subite dai commercianti, è stato notato più l’accento che i contenuti. Troppo poco siculo per essere credibile. Della sua nota che ha fatto il giro delle bacheche su Facebook è stata sottolineata l’assenza del nome. Più uno scrupolo dei suoi amici che la sua voglia di anonimato. Andrea Valenziani, infatti, è un imprenditore agrumicolo con un’azienda a Carlentini. Metà siciliano e metà nordico – «ma io sono nato qui», sottolinea – ha studiato fuori ed è tra quelli che sono tornati. Adesso, a 31 anni, gestisce insieme al padre e alla sorella l’azienda di famiglia. Alle polemiche sollevate dalle sue parole risponde semplicemente: «Non bisogna essere certo di razza ariana per avere un po’ di sale in zucca. E, se siamo davvero contro l’omertà, dobbiamo anche essere capaci di esporci».

    Le sue parole non sono piaciute agli aderenti e ai simpatizzanti del movimento dei Forconi. «Ci sono tante persone che hanno visto e sentito le stesse cose che ho visto e sentito io – spiega – Ma non se la sentono di contraddire ad alta voce quest’onda». Che, per Andrea, è «pura demagogia». Un movimento rappresentativo di una sola categoria – di cui pure fa parte – e che, secondo lui, «prima di tirare fuori forche e forconi dovrebbe fare un po’ di autocritica». Secondo il giovane imprenditore, tra i pochi aperti contestatori, «la coperta è troppo corta: se anche riducessero il prezzo del carburante, da dove pensano che verrebbero presi i soldi mancanti? Non certo tra i privilegi dei politici». Ma a danno della collettività. Un problema politico, che ha radici lontane. «Forse era meglio non vendere il proprio voto per una ricarica telefonica – continua – quando ancora c’erano dei fondi pubblici da poter gestire». Più che nei blocchi per le strade e nelle serrate più o meno spontanee, per Andrea, il problema andrebbe risolto in cabina elettorale. «Di veri rivoluzionari in Sicilia ce ne sono da decenni – dice – Così rivoluzionari che farebbero impallidire Che Guevara». Ma non militano né tra i Forconi né tra gli autotrasportatori. E, soprattutto, non utilizzano metodi coercitivi. «Un’intimidazione può anche essere così velata da non saperla descrivere. Ma il siciliano la capisce».

    Quando è iniziato lo sciopero, Valenziani ha solo detto ai suoi clienti: «Mi dispiace, ma non avrete le arance. Voi però dovreste dispiacervi di più per quello che sta succedendo». E così l’altra faccia dei movimenti ha iniziato a fare il giro dell’Italia. Perché i clienti di Andrea sono sparsi per la penisola. Per lo più fanno parte dei gruppi di acquisto solidale, «interessati non solo al prodotto ma anche a certi valori, come la legalità o il rispetto dell’ambiente». Ma anche singoli consumatori, insieme a piccole realtà commerciali che condividono la stessa visione dell’azienda Valenziani. Nata e cresciuta con il padre, ma adesso modernizzata da Andrea. Che ha anche convinto la sorella a unirsi a loro, lasciando il suo posto alla cancelleria del tribunale minorile di Catania. Prima, però, il giovane imprenditore ha fatto esperienza fuori dalla Sicilia. «Pensavo che qui non fosse possibile vivere in un modo diverso – racconta –, in un contesto che non ti affossa. Perché in Sicilia, se tu fai un passo avanti, gli altri non cercano di farne uno in più di te ma di farti lo sgambetto».

    Eppure, adesso, i Valenziani hanno trovato la loro dimensione. Colture diversificate e raccolta su otto mesi, senza così diventare schiavi del mercato. Una «ciurma di lavoratori piccola ma costante – spiega – e che rispetta le nostre esigenze. Come non buttare i pacchetti di sigaretta per terra o mettere una certa cura nella raccolta». E poi una serie di progetti sperimentali per un’agricoltura sempre più sostenibile. Come la reintroduzione degli animali, ormai scomparsi dalle aziende agricole moderne, che per lo più importano da fuori tutti i prodotti necessari. «Io sto allevando i suini neri che ho scoperto essere degli ottimi diserbanti. E poi coltivo ai piedi degli alberi le fave. Quando crescono, concimano rilasciando azoto. Mentre a maturazione fanno da mangime per gli animali». Tutto in un unico ciclo autoprodotto.

    Troppo diversa da quella dei Forconi la visione di questo strano imprenditore agricolo. Giovane, preparato, dall’accento indefinibile anche quando dice schifìo e che non ha voglia di stare su Facebook. «Ma davvero le mie parole sono state accolte così male?», si informa. La sua nota, infatti, è stata condivisa dagli amici. E la telefonata a Rai News? «Se avessero voluto un attore, avrebbero fatto meglio a chiamare Zingaretti. Almeno lui l’accento siciliano lo sa imitare bene».

  3. Danilo scrive:

    Forconi: che roba Contessa!

    Tiziana Barillà

    Semplice constatazione o turba psichica. Eppure il fulmine del movimento siciliano – fulmine per chi ignora una terra devastata dai soprusi di ogni specie e forma, s’intende – tanto ricorda i fatti di Reggio del 70. Che fare? 
    Prendere per buone le due chiavi di lettura che sgomitano nella confusione di questi giorni: Cosa nostra e Forza nuova?
    Si potrebbe anche fare, si può restare dietro le sbarre della nostra purezza e liquidare il malessere sociale con un “tanto sono fascisti, tanto sono mafiosi”. Come a dire… “Che roba Contessa!”. Si può fare, del resto lo si è fatto 40 anni fa a Reggio, mentre morivano compagni e cittadini sotto gli occhi di altri compagni e cittadini che gridavano al pericolo fascista. 
    Il rischio è quello di lasciare un “vuoto politico”, vuoto che fanno ben presto a colmare i Ciccio Franco di turno. E rischio è forse un concetto fin troppo delicato, potremmo anche parlare di errore storico, di cecità nella lettura della realtà sociale di un Paese e di una parte di esso, il Mezzogiorno.
    Quando il popolo scende in strada, in genere, è perché asfissiato dall’impossibilità di vivere del proprio lavoro, dignitosamente. Quando il popolo disturba con il proprio rumore il silenzio dei potenti e dei parassiti, che sotto i potenti vivono delle loro briciole, forse sarebbe il caso di starlo a sentire. E non per mettere bandiere nelle mani di qualcuno, né per mettere il cappello sulla testa di qualcun altro, ma semplicemente perché di quello stesso popolo facciamo parte anche noi. Ridiventa straccio bandiera rossa e che il più povero ti sventoli.
     
    Per chi conosce solo il tuo colore,
    bandiera rossa,
    tu devi realmente esistere, perché lui esista:
    chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
    il bracciante diventa mendicante,
    il napoletano calabrese, il calabrese africano,
    l’analfabeta una bufala o un cane.
    Chi conosceva appena il tuo colore,
    bandiera rossa,
    sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
    tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
    ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.
    Pier Paolo Pasolini
     

  4. Claudio Grassi scrive:

    Il posto dei forconi

    Salvatore Cavaleri – Giovanni Di Benedetto   

    Pescatori ed agricoltori, disoccupati ed autotrasportatori, commercianti ed artigiani: in Sicilia è esplosa la protesta. Erano anni che la si auspicava e subito echeggiano i sospetti di torbidi criminali e di una jacquerie che si nutre di demagogia e populismo. Che ad accusare i manifestanti di contiguità con la mafia ci si metta pure Confindustria regionale suona quasi paradossale. Ma non era l’organizzazione degli imprenditori a esprimere gli interessi della borghesia mafiosa?

    La crisi non risparmia nessuno, lo sappiamo, e gli effetti devastanti della globalizzazione travolgono inevitabilmente anche la nostra isola. Non ci sono più spazi di mediazione ad ammortizzare il peso che si abbatte sui più esposti alla devastazione del capitalismo e, del resto, le risorse per foraggiare la gestione clientelare cominciano a scarseggiare. Sarebbe un errore, però, pensare che questa crisi sia dovuta ad un’assenza di modernità, propria della presunta condizione periferica dell’isola. Al contrario la Sicilia è al centro di un terremoto sistemico che travolge l’area del Mediterraneo e che ci costringe a guardare contemporaneamente da un lato alle rivolte e alle guerre civili dei paesi della sponda Sud e dall’altro alla stangata dell’asse franco-tedesco per rendere definitivamente subalterne, sul terreno economico e sociale, le regioni meridionali dell’Unione europea. La Sicilia è, insieme alla Grecia, a tutta l’Italia meridionale e ai paesi della penisola iberica, destinata a diventare parte del nuovo Mezzogiorno d’Europa. Essa ha già cominciato a pagare con inutili sacrifici e con controproducenti manovre all’insegna dell’austerity, l’assurda logica della costruzione di un’Europa che sottomette i suoi fondamentali macroeconomici ai cinici parametri del trattato di Maastricht.

    L’economia siciliana, agricoltura e pesca in primis, esce strangolata dalla competizione sui mercati globali. I piccoli produttori sono stabilmente costretti a vendere sotto costo i propri prodotti ai cartelli della grande distribuzione. Ed è bene ricordare che l’anello finale di questa catena di sfruttamento globale è rappresentato da quei lavoratori, migranti o siciliani, che operano permanentemente in condizioni di semi schiavitù.  

    Queste premesse minime sono la cornice necessaria per provare ad inquadrare in modo complesso il disagio ed il malcontento esplosi in questi giorni in tutta la Sicilia. Intorno a questa protesta si è, giustamente, scritto abbondantemente. Tuttavia, ci sembra che le analisi abbiano più che altro provato a semplificare o a ridurre a categorie preconfezionate quanto sta succedendo, parlando di volta in volta di protesta popolare o di rivolta dei padroncini, di indignazione spontanea o di strumentalizzazioni occulte, a seconda che si faccia il tifo pro o contro i forconi.

    Se le rivendicazioni espresse hanno vagamente agitato la richiesta di  sgravi fiscali, l’abbassamento delle accise sul carburante ed un trattamento più equo da parte della Serit (l’Equitalia di Sicilia) e degli istituti bancari, da più parti sono state decretate precise condanne rispetto al ruolo avuto dalla criminalità organizzata o dalle formazioni di estrema destra. C’è anche chi riconosce tra i manifestanti esponenti del sottobosco politico vicini al PDL, al MPA o a improvvisate sigle di ispirazione finto autonomista, e chi sottolinea la presenza di uomini di sottogoverno vicini a Palazzo dei Normanni. Per non parlare del ruolo che si è ritagliato Maurizio Zamparini, presidente del Palermo Calcio, principe della grande distribuzione e dei mega centri commerciali, reinventatosi all’improvviso capo popolo e forconaio. Del resto, sembra piuttosto curioso che la protesta scoppi proprio in un momento in cui Monti è succeduto a Berlusconi. Certo, non si tratta dello sciopero dei camionisti contro Allende, che aprì la strada alla dittatura di Pinochet nel Cile dei primi anni ’70, ma risulta inquietante osservare come la protesta abbia rivolto critiche e strali a tutti tranne che alla classe dirigente siciliana, che in questi due decenni ha spadroneggiato e furoreggiato quasi ininterrottamente. I leader della protesta hanno qualcosa da rimproverare ai Lombardo e ai Cammarata, agli Schifani e ai Cracolici?

    La verità è che in un momento di riconfigurazione del quadro politico nazionale si rimescolano le carte anche in sede regionale e locale: la borghesia mafiosa cerca di usare strumentalmente l’agitazione delle piazze per ridefinire i propri spazi di iniziativa e ricollocare i propri terminali politici dentro uno spazio di contrattazione con il governo nazionale. In primavera la Sicilia sarà teatro delle elezioni degli enti locali, più di un centinaio di comuni piccoli e grandi andranno al voto e le amministrative di Palermo si candidano ad assumere la valenza di un test nazionale ad un anno  delle elezioni politiche. È difficile pensare che la protesta degli ultimi giorni non abbia nulla a che fare con queste grandi manovre.

    Eppure, tutte queste annotazioni, se pur vere, non forniscono un quadro completo ed esaustivo. Sarebbe sbagliato snobbare il disagio e liquidare sbrigativamente questa sollevazione che, invece, ci dice molto sulle trasformazioni che la nostra regione ha subito negli ultimi tempi. Essa ci parla di agricoltori schiacciati dall’aumento del costo di sementi e fertilizzanti, di un ceto medio che nel giro di pochi anni ha visto crollare la proprie sicurezze, di piccole e medie imprese stritolate dalle dinamiche della concorrenza selvaggia internazionale. Ci mostra il precipizio che separa un’economia legata al territorio da un’economia fatta di flussi, l’acuirsi drammatico delle distanze tra il mondo della produzione e il mondo della circolazione dei grandi capitali e dei grandi marchi. Ma ci mostra, al tempo stesso, tutta la fragilità di questa economia dei flussi, capace di traballare nel giro di pochissimi giorni. Scaffali dei supermercati semivuoti, strade sgombre all’ora di punta, file chilometriche in attesa della possibile riapertura dei distributori di benzina. Fa impressione guardare  come il blocco del settore della logistica riesca, in men che non si dica, a far precipitare nella paralisi un’isola come la Sicilia.

    La storia della Sicilia è la storia del movimento antimafia, che in forme più o meno carsiche ha combattuto i crimini del potere politico-mafioso lungo tutto il secolo scorso; ma è anche la storia  delle grandi rivolte capeggiate da leader populisti che, demagogicamente, cavalcano la protesta e strumentalizzano il legittimo rifiuto per le vessazioni e i privilegi di quelle caste che lucrano parassitariamente sui bisogni dei più deboli. È qui, su questo crinale, che, a nostro avviso, si gioca la partita, una partita difficile e tuttavia per nulla scontata. Non c’è uno spazio al di fuori della crisi e affinché la nostra azione abbia una qualche efficacia è necessario situarsi dentro le sue stesse contraddizioni. Perché questa è anche la nostra crisi, delle nostre città, dei nostri territori, e dentro la generalità di queste contraddizioni siamo tutti inseriti. E se vogliamo sfuggire alle retoriche populiste e localiste dobbiamo provare a riconfigurare uno spazio di conflittualità che con queste contraddizioni dovrà pur avere a che fare.

    Di fronte alla crisi della politica, è naturale che il ricorso all’antipolitica diventi lo strumento più semplice per governare la crisi. Per le classi dirigenti politico mafiose diventa un gioco da bambini prospettare un’uscita a destra dalla crisi. Anche se, quando saltano tutti gli equilibri, probabilmente, saltano anche quelli su cui si basava la creazione del consenso attraverso una gestione privatistica e clientelare dei fondi pubblici. Se questo è vero, questa crisi della rappresentanza di interessi costituiti e di rendite consolidate delinea anche un’occasione per ricostruire una cultura politica in grado di funzionare, di fronte alle pulsioni distruttive del capitale, come spazio di regolazione e di mediazione dell’economico.

    Alla strategia che si nutre di pulsioni egoistiche e di semplici opposizioni difensive e rivendicazioni corporative, si può rispondere soltanto caricando di un senso differente e trasformatore la protesta. Si risponde, cioè, lavorando alla ricostruzione di uno spazio che possa permettere l’elaborazione di una coerente critica nei confronti delle contraddizioni laceranti della contemporaneità. La carica trasformatrice di un movimento si misura dalla sua capacità di imporre nuove priorità e nuovi ordini del discorso. A partire dal rifiuto delle strategie di austerità e disciplina sul piano del cosiddetto risanamento economico, per imporre un’agenda politica fondata innanzitutto sulla partecipazione, la gestione e il controllo democratico delle risorse economiche, sulla salvaguardia dei beni comuni, e che tuteli l’occupazione, le pensioni, la sanità e la scuola pubblica.

    Questo movimento dei forconi ci insegna, allora, che la crisi è un campo minato. Non risparmia nessuno e al tempo stesso produce delle risposte imprevedibili. Ci stiamo abituando ad avere a che fare sempre più spesso con la non linearità delle insorgenze. Accanto alla ribellione contro gli effetti della crisi sorgono di continuo anche rivendicazioni microcomunitarie, l’invenzione di nuove istanze identitarie, nuove retoriche di chiusura che cercano la disperata possibilità di sopravvivere alla spietata legge della giungla. E’ importante, allora, più che semplificare e riportare tutto al già conosciuto, provare a fare emergere tutto il portato contraddittorio di queste proteste, capire quale posto occupano le contraddizioni locali all’interno delle dinamiche globali. Proprio perché sono le contraddizioni, forse ancor più delle proteste, a rendere chiare quali siano le poste in gioco nei perversi gangli della crisi.

  5. Ferdinando scrive:

    Caro Claudio Grassi abbiamo gia’ cambiato linea politica?

    Leggo da il Manifesto che ci sarebbe una disponibilta’ al dialogo programmatico con il Pd?Leggo il solito piagnisteo nei confronti dei Vendola che nell’intervista all’Unita’ non ha citato il Prc?

    Ma basta ma finiamola!

  6. Roberto scrive:

    di Claudio Bazzocchi
     
    Domenica scorsa, 15 gennaio, Nichi Vendola rilascia un’intervista all’Unità. Commenta la situazione politica, definisce Monti «variante colta della destra europea» e rileva che nel Pd è in atto uno scontro interno in cui prevale la linea moderata contro quella del segretario Bersani: «Il Pd non può avere un’azione incisiva sulle politiche di Monti perché la sua capacità è stata annientata a monte, dalla parte più moderata del partito. I gruppi dirigenti, alcuni, hanno impedito un negoziato più stringente sulla direzione del governo Monti che finora ha evocato scenari, ma non sciolto i nodi, dalla patrimoniale alla tobin tax».
     
    Prima di tutto, va rilevato che Vendola ha cambiato il suo modo di leggere il Pd: da considerarlo partito moderato tout court, ben rappresentato secondo lui dal segretario Bersani, è passato a individuare uno scontro all’interno del partito tra una linea moderata e una linea più di sinistra, interpretata invece da Bersani e Fassina. Bene, è un passo in avanti positivo, per individuare interlocutori nel Pd, appoggiarli al fine di costruire una salda alleanza di centrosinistra. Di questo non possiamo che compiacerci. Mi permetto però di ricordare che fino all’avvento del governo Monti, quando le primarie del centrosinistra sembravano ancora all’orizzonte, Vendola ha sempre appoggiato gli esponenti moderati del Pd contro Bersani, suo avversario principale in eventuali primarie. Insomma, il gioco era quello di stare con Prodi, Parisi e Veltroni per mettere in difficoltà il segretario. Tutto questo si è visto chiaramente in occasione del referendum elettorale cosiddetto antiporcellum, varato assieme a tutti i nemici interni di Bersani, per il ritorno al maggioritario. In quell’occasione, oltre a rilevare l’impossibilità tecnica dei quesiti proposti, segnalai la stranezza di una forza di sinistra che si schiera per il maggioritario e non per il proporzionale, e di un’alleanza con la parte moderata del Pd. Ovviamente, era chiaro a tutti che tale strana alleanza si spiegava con il proposito di indebolire Bersani in vista delle primarie. Oggi Vendola dice – e non solo in quell’intervista – che i suoi riferimenti nel Pd sono Bersani e Fassina. Poteva pensarci prima. Purtroppo le primarie rappresentano una distorsione nella politica. Introducono un elemento di sfida tra leader in cui ciò che conta è lo scontro personale e non la linea politica. Così Vendola decise di contrastare Bersani alleandosi con la destra del Pd.
     
    Torniamo all’intervista di domenica scorsa. Rispondendo all’ultima domanda, Vendola mette il carico sul tavolo: «Il nostro alleato principale, il mio e di Di Pietro, non può pensare di non sciogliere mai i nodi della prospettiva, per cui ogni giorno leggiamo che Enrico Letta la legge elettorale la vuole fare in modo che definire autoritario è un eufemismo, oppure che Fioroni vuole fare la Federazione con il Terzo Polo. Ma se quello è il destino io e Di Pietro non abbiamo paura a metterci a capo di un altro polo di governo, alternativo al Pd. Non intendo più immaginare che per la sinistra ci sia soltanto un destino di testimonianza democratica».
    Si tratta evidentemente di un cambiamento di centottanta gradi rispetto al Congresso di Firenze che sancì la linea di una nuova sinistra in un nuovo centrosinistra. Si prospetta infatti la possibilità di un polo con l’Idv, definito di governo, ma in realtà residuale, una sorta di riedizione della Sinistra Arcobaleno, peraltro senza la Federazione della Sinistra.
     
    Commentando quell’intervista con qualche amico e compagno, ho detto che la cosa più inquietante era che il giorno Vendola dopo avrebbe affermato l’esatto contrario. Così, mi sono espresso anche su Facebook, aggiungendo che tale modo di fare è tipico dei partiti personali. Ebbene, dopo qualche giorno, mercoledì 18 gennaio, leggiamo sulla pagina web di Vendola la seguente dichiarazione: «Il mio atteggiamento nei confronti del Partito Democratico è chiaro: alleanza, alleanza, alleanza. La mia proposta è chiara: costruiamo il programma, apriamo il cantiere, indichiamo la prospettiva». Oggi, 20 gennaio, in un’intervista a il Manifesto, possiamo leggere ancora: «Altro che “quarto polo”. Ambisco a costruire il “primo polo”, per vincere le elezioni e portare il paese a sinistra».
     
    Bene, la previsione s’è avverata. Ovviamente, non sono un indovino e non dispongo di particolari doti da sensitivo. Semplicemente, conosco i meccanismi dei partiti personali. È insomma tipico di quei partiti – con scarso radicamento territoriale e senza un vero gruppo dirigente – il leader che saggia l’opinione pubblica tramite i media con dichiarazioni forti per vedere l’effetto che hanno nei sondaggi e sugli iscritti e i simpatizzanti. Su questo, peraltro, c’è un’ampia letteratura che riguarda i partiti americani, quelli distrutti dalle primarie nella loro capacità di essere soggetti popolari, radicati e rappresentativi. È altrettanto tipico affermare dopo pochi giorni l’esatto contrario, facendo notare che in realtà anche nell’intervista precedente non si era detto nulla di diverso. Insomma, finito l’esperimento, si torna alla normalità. L’abbiamo visto tante volte con Berlusconi.
     
    Per concludere, segnalo che in quell’intervista – come sempre del resto – Vendola parla in prima persona. Non usa mai il pronome noi o il nome del suo partito. Questo è il leaderismo di chi a parole dice di volere superare il berlusconismo, ma in realtà ha fondato un partito personale senza radicamento e senza gruppo dirigente e non ha pensato a niente di meglio che il ritorno al maggioritario per sconfiggere il leaderismo, il presidenzialismo e l’umiliazione del parlamento e delle istituzioni repubblicane. Un leader che vuole sconfiggere il berlusconismo non immette nella politica italiana dosi di presidenzialismo e leaderismo tramite il maggioritario e le primarie, né tantomeno utilizza il populismo antipolitico contro la cosiddetta “casta” e i partiti.
     
    Claudio Bazzocchi
     
    P.S.: Io voglio che la sinistra vinca e con lei il centrosinistra, ma io, Claudio Bazzocchi, faccio politica perché la politica è ciò che dà senso alla vita, che sconfigge il destino e apre uomini e donne alla deliberazione contro le pretese regolarità della natura e della storia. La politica è ciò che permette a un popolo in lotta di costruire senso, identità e farsi intellettuale collettivo che elabora poieticamente il reale per farlo proprio e quindi modificabile. Vendola è una risorsa come tutti gli altri, non è ciò che concepisco come non criticabile perché mi fa aumentare nei sondaggi. Io voglio essere parte di una storia, di un popolo in lotta, non lo spettatore in un partito personale.

  7. anonimo scrive:

    Da Livorno 1921 a oggi. Una lezione sempre attuale
    di Alexander Höbel, Coordinatore Comitato Scientifico Marx XXI

    http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/833-da-livorno-1921-a-oggi-una-lezione-sempre-attuale.html

  8. Luca scrive:

    Chiedo a Grassi di fare un post del suo articolo scritto insieme a Burgio su “Il Manifesto”.
    E’ un diritto per gli iscritti potere commentare la nuova(?) linea del Prc.

  9. La primavera napoletana e il discredito tra PRC scrive:

    Avanti così…

    Tommaso Sodano
    Napoli, rifiuti: scelte chiare e trasparenti
    Non sono intervenuto fino a oggi, ma dopo attacchi infamanti alla mia persona ritengo doveroso fare alcune precisazioni.

    Leggo di pressioni, di manovre di accerchiamento, di epurazioni. Tutto questo lo leggo riferito alla mia persona, tutto questo lo leggo in relazione all’avvicendamento di Rossi alla presidenza di Asia, tutto questo lo leggo, nello specifico, in relazione alla annosa vicenda dei lavoratori dell’ex bacino Napoli 5. E soprattutto lo leggo in rapporto al ben più vasto tema dei rifiuti e del lavoro. Allora, leggendo tutto questo, mi nasce un senso di dolore profondo e di indignazione, non tanto per me stesso quanto per la storia di cui sono figlio e che, insieme a tanti altri, ho contribuito allo stesso tempo a costruire, con il mio personale impegno.

    La storia di cui sono figlio e che ho contribuito a costruire è quella che racconta della battaglia per “un altro mondo possibile”. Una battaglia compiuta nella mia terra, la Campania, ma anche al di fuori di essa, come deve essere quando la battaglia è quella per il diritto alla salute oppure al lavoro. Ho impegnato la mia vita nella lotta alle eco-mafie per un ciclo di rifiuti alternativo e per la tutela dell’ambiente, così come l’ho impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. E’ il caso di ricordare che sono state proprio le mie denunce del 2003 ad avviare il processo, ancora in corso, sul “sistema” dei rifiuti e sulle degenerazioni delle gestioni commissariali in Campania.

    Ci tengo dunque ad affermare con chiarezza che l’avvicendamento di Rossi alla presidenza dell’Asia non ha niente a che vedere con la viceda dell’impiego dei lavoratori dell’ex bacino Napoli 5. Vicenda rispetto alla quale lo stesso Rossi non ha mai manifestato alcun dissenso nell’ambito dell’istruttoria in corso da parte del Cda di Asia. Nello specifico caso, la Giunta ha compiuto solo un atto di indirizzo in base al quale chiedeva ad Asia di verificare, sempre nel rispetto della propria competenza e potestà contrattuale, se fosse possibile procedere a un impegno dei lavoratori dell’ex bacino Napoli 5, per altro a tempo determinato e con fine specifico: il loro utilizzo nell’operazione di trasporto transfrontaliero dei rifiuti via nave verso l’Olanda. Ricordo, e ciò non è secondario, che la problematica relativa all’impiego di questi lavoratori non è stata e non è ancora, ad oggi, oggetto di alcuna determinazione né da parte di Asia né del Comune.

    E’ opportuno sottolineare che la sostituzione di Rossi è stata determinata dall’impossibilità per Rossi di realizzare compiutamente ed efficacemente gli obiettivi dell’amministrazione in materia di rifiuti e ciò anche quale conseguenza di tensioni interne all’azienda determinate da comportamenti e affermazioni pubbliche rese dallo stesso Rossi. Affermazioni e comportamenti assolutamente incompatibili con le delicate funzioni a lui assegnate perché denigratorie verso l’azienda e i dipendenti. Per tali ragioni l’amministrazione ha ritenuto opportuno, essendo l’Asia una partecipata del Comune, che fosse necessario un avvicendamento nella presidenza in modo da garantire piena attuazione ai nuovi obiettivi del piano rifiuti che ci siamo proposti di raggiungere. In questo senso, Raffaele Del Giudice rappresenta una garanzia: unisce infatti la completa condivisione degli obiettivi dell’amministrazione con l’amore sincero per la città. Ho già chiesto, infine, di essere ascoltato dai magistrati procedenti per consentire una corretta ricostruzione della vicenda.

  10. ANONIMO scrive:

    possibile mai che il compagno grassi non abbia speso una parola per sottolineare l’assenza del capogruppo(?)al comune di reggio calabria,demetrio delfino,sia al congresso che all’iniziativa con ferrero?è vera la voce che circola circa la volontà dell’ambiguo consigliere di rimanere nel prc da indipendente?è vera la lettera dell’ambiguo consigliere inviata alla segreteria nazionale?è vera la voce che l’ambiguo consigliere sia finora rimasto nel prc per poter far parte di tutte le commissioni e per nominarsi il suo fiduciario nel gruppo di rifondazione(di fatto non rappresentata più all’interno del consiglio comunale?).Una volta per tutte compagno grassi esci dal doppiopesismo e dicci la verità su come stanno le cose

  11. Leonardo Masella scrive:

    Non capisco perchè ci si meraviglia che a guidare in parte la rivolta – giusta, sacrosanta – in Sicilia e al sud ci siano forze di estrema destra. Così come non capisco perchè ci si meraviglia che a fare l’opposizione al nord contro il governo ci sia la Lega o Beppe Grillo. Questo è l’effetto della distruzione a sinistra e nel mondo sindacale prodotta da chi ha sciolto 20 anni fa il Pci e ha costruito quell’obrobrio che è il Pd. Questo è l’effetto di chi per seguire negli anni passsati il Pd ha distrutto Rifondazione Comunista nei governi di centro-sinistra. Finchè mancherà un partito comunista vero, cioè capace di essere reale avanguardia di lotta (non solo di nome e ricordo della storia passata) e di conseguenza finchè mancherà un grande sindacato di classe (che non è più la Cgil, la cui maggioranza è sottomessa al Pd), le rivolte – assolutamente giuste e sacrosante – saranno sempre guidate dalla destra o da forze qualunquiste. E’ del tutto normale. I vuoti in politica non esistono.
    A dimostrazione, fra l’altro, che non è sempre necessario stare in parlamento per dirigere le lotte. Il fatto che che quei quattro gatti di una forza nostalgica e neofascista come Forza Nuova dirigano in parte questo movimento, è la dimostrazione ulteriore dei gravissimi errori della sinistra italiana (noi compresi).
    Io spero che questo movimento si estenda in tutto il sud, e spero che i taxisti continuino la lotta contro le liberalizzazioni, e spero che i ferrovieri fermino l’Italia contro la distruzione del contratto di lavoro. Il nostro avversario principale è il governo Monti (e chi lo sostiene), un governo illegittimo di banchieri che fa solo gli interessi delle banche, principali responsabili della crisi. I comunisti o diventano una forza organizzata di avanguardia delle lotte, o non esisteranno più nella realtà, ma solo nel ricordo e in altri paesi del mondo.

    • Gianni Luci scrive:

      Ma te Masella le colpe di chi non è riuscito a far rinascere una speranza comunista dove li metti? possibile sia sempre colpa di quanti sono brutti e cattivi? abbiamo fallito è chiaro; scissioni da destra e da sinistra stanno a dimostrare tutti i limiti del PRC e continuare così è pura follia! neppure dopo la scissione di Vendola ci siamo rialzati, eppure a Chianciano abbiamo esultato inneggiato al salvataggio del PRC alla dipartita del traditore Bertinotti, eppure in quattro anni siamo messi peggio di prima, ma non doveva esserci un rilancio una nuova unità? ma se non siamo in grado neppure di unire il PRC e il PdCI ma a chi vogliamo dare la colpa? a chi…

      • Danilo scrive:

        Una testimonianza vera dalla Sicilia, non quella di un pseudorivoluzionario in pantofole

        Sono un produttore agrumicolo siciliano. In questi giorni, nel pieno della stagione delle arance, anziché a raccogliere sono al computer a mandare appelli affinché si aprano gli occhi su ciò che sta succedendo qui. Vi scrivo da Lentini, provincia di Siracusa. Eravamo al corrente dei blocchi imminenti già dalla settimana scorsa. A differenza di noi la maggior parte della popolazione era assolutamente ignara e questo ad ulteriore riprova del fatto che il fenomeno non nasce come popolare. Lunedì sono cominciati i blocchi. Qui a Lentini ne sono stati organizzati parecchi, almeno 4 sulle principali vie d’accesso del paese. Tutti i mezzi commerciali anche semplici macchie furgonate sono stati costretti a fermarsi e a dimostrare solidarietà al movimento abbandonando il mezzo. Ho passato un po’ di tempo ad osservare questi blocchi, non c’era ovviamente nessuna facoltà nel poter scegliere di aderire o meno. I toni ed i modi erano semplicemente intimidatori, in una maniera che nessun siciliano che voglia campare cent’anni potrebbe mai fraintendere.. Un ragazzo africano venditore ambulante, che evidentemente non conosce bene questi codici comportamentali è stato circondato, gli hanno aperto gli sportelli è fatto capire in maniera poco velata cosa doveva fare. La sua macchina è ancora parcheggiata lì. I blocchi non si sono limitati a sequestrare i mezzi, ma hanno fatto opera di indottrinamento. Ciascun autista veniva informato dei motivi della protesta che doveva ovviamente condividere. Mio padre ha avuto qualche piccola obbiezione da fare. Quando gli è stato detto che l’indomani avrebbero impedito anche la libera circolazione dei mezzi ad uso civile, lui ha obbiettato che mia madre avrebbe dovuto fare delle visite mediche e loro gli hanno risposto che in tal caso avrebbe dovuto esibire il certificato medico. Quando mio padre ha reagito dicendo che non solo questo sistema di protesta era sbagliato, ma semplicemente folle, è stato costretto, per punizione, ad accostare fino a nuovo ordine. Dopo mezz’ora è potuto ripartire. Da ieri squadracce di individui poco raccomandabili girano intimando a ciascun esercente, artigiano, ecc.. di chiudere l’attività pena ritorsioni. Ieri, la panettiera, quando sono entrato in panificio aveva le mani tremanti: “mi anno detto che se quando tornano trovano aperto spaccano tutto”. Idem in molti altri esercizi, “scusate , ma ci hanno fatto chiudere per sciopero”. Il fatto che le forze dell’ordine abbiano assistito passivamente a questi eventi, con i finestrini delle macchine ben chiusi per non sentire il carattere intimidatorio dei pacifici manifestanti nei confronti degli autisti dei mezzi è gravissimo. So che ovviamente le pattuglie rispondo ad ordini ricevuti, ma legittimare in questo modo queste pratiche anti democratiche, consentire la violazione dei diritti fondamentali di altri individui, crea dei precedenti molto pericolosi. Dare un simile potere a chi non ha alcun diritto di esercitarlo, è un gioco pericoloso, dal quale può essere difficile tornare indietro. Purtroppo navigando sul web vedo che questa ventata di rivoluzione crea tanto entusiasmo ed accende gli animi di chi, forse, non si rende conto di cosa sta succedendo. Gli studenti che oggi scendono in piazza, non sanno che in questo momento qualcuno sta rubando un pezzo della loro futura libertà. Questa azione non è in alcun modo fatta per dare alcun beneficio ai siciliani. Nessuno si è presentato al palazzo della regione per pretendere una migliore gestione delle risorse, una riduzione dei costi della politica siciliana, interventi economici ed infrastrutturali per ridurre gli svantaggi territoriali per meglio competere sul mercato europeo o altre delle mille cose che avremmo bisogno venissero fatte. NO! CIO CHE E’ IN CORSO E’ UNA MACRO ESTORSIONE. In Sicilia, ciò cui siamo comunemente abituati, è che qualcuno bussi alla nostra porta e ci dica “o paghi o non ti facciamo più lavorare – ti bruciamo il negozio o la macchina”. Qui quanto avviene oggi e che a ciascuna persona che lavora, almeno nel mio territorio, venga detto “o lo stato paga, o non ti facciamo più lavorare, non ti restituiamo il mezzo di trasporto, le merci, non ti diamo più il diritto di mangiare o circolare liberamente”. Tutti in ostaggio e boia chi molla. Quale sia il riscatto che dovrà essere pagato non è ben chiaro. A parte gli interessi di qualche categoria che vuole che la crisi pesi più sugli altri che su di se, qui qualcuno sta mostruosamente speculando sul disagio e l’ignoranza della gente per costruirsi un credito politico, a partire da Forza Nuova che si cela dietro il comitato forza d’urto, così come tanti altri individui di discutibile reputazione. Ciascuno cittadino e ciascuna categoria, in qualsiasi regione di Italia in questo momento è in difficoltà, ma l’uso della violenza e della prepotenza per l’accaparramento di privilegi non è ammissibile. E’ irresponsabile, non ce lo possiamo permettere più. La “rivoluzione” dovrebbe portare esattamente l’effetto opposto rispetto ciò cui stiamo assistendo. Ripristinare lo stato di diritto. Abolire i privilegi. Dare regole eque e chiare e farle rispettare a tutti! Tutto ciò e molto triste e mi amareggia tantissimo, come italiano e come siciliano.

  12. Ernesto scrive:

    FORUM MOVIMENTI PER L’ACQUA PUBBLICA
    COMUNICATO STAMPA

    La mobilitazione paga: il popolo dell’acqua ha costretto il Governo a ritirare il provvedimento che vietava la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali.
    È una vittoria dei cittadini e dei comitati che in tutto il paese hanno fatto sentire forte la loro voce in difesa del voto referendario.
    Rimane ampiamente negativo il giudizio del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sul decreto liberalizzazioni che, a dispregio voto del giugno scorso, peggiora le già pessime misure del precedente Governo sulla privatizzazione degli altri servizi pubblici locali.
    La mobilitazione del popolo dell’acqua continua per la piena attuazione del risultato referendario: avanti tutta con la ripubblicizzazione del servizio idrico e la campagna di obbedienza civile per una tariffa corretta e coerente coi referendum.
    Si scrive acqua, si legge democrazia.

  13. Anonimo scrive:

    Giorni fa’ e’ venuto Ferrero a Catanzaro e devo dire non e’ andata benissimo.C’era poco piu’ di una decina di persone(compresi i giornalisti) con un eta’ media molto over.
    So’ che dovrebbe essere stato anche a Reggio,com’e’ andata li’?

    • Anonimo scrive:

      A Reggio poche persone mancava pure l’unico consigliere comunale Demetrio Delfino pronto a passare al PD.il PRC é morto a Reggio.alla manifestazione non hanno partecipato nessuno dei dirigenti maggiori del pdci la fds a Reggio quindi ancora non é partita.auguri

    • Luca scrive:

      http://www.paoloferrero.it/2012/?p=4674

      mio dio!Imbarazzante il flop di Ferrero a Catanzaro!
      Davvero una decina di persone!

      • Matteo scrive:

        Luca sei un infimo babbeo l’iniziativa è andata benissimo altrimenti il TG3 calabria non l’avrebbe memmeno presa in considerazione…povero cuculo rassegnati a leccare il c… a niketto.

  14. anonimo scrive:

    L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e da lì dobbiamo ripartire
    di Stefano Barbieri

    http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/825-litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-lavoro-e-da-li-dobbiamo-ripartire.html

  15. Anonimo scrive:

    dal facebook di Sandro Ruotolo

    C’è forzanuova dietro al movimentodeiforconi? E’ la domanda che si pongono in tanti. Dunque, non c’è un copyright sulla sigla ed è assai probabile che fn tenti di inserirsi nella protesta. Mi dicono anche che la figlia di uno dei leader della protesta sia di fn. Il gruppo originario è composto da pastori siciliani che stava in rapporto con il movimento dei pastori sardi nato diversi anni fa. Sono stati Mariano e Giuseppe, i miei interlocutori di Caltanissetta, a coniare la parola “forconi” dopo averla sentita pronunciare da Felice, il leader del Mps, che la gridò al microfono di annozero (impugnato da me) a Carbonia l’anno scorso. E’ un movimento che non vuole “padrini” e non vuole essere strumentalizzato. Che poi Fn ed altri movimenti politici tentino di inserirsi è un altro discorso che fa comodo ai tanti che non vogliono affrontare le questioni che la gente di Sicilia pone alle caste.

  16. Anonimo scrive:

    Mi risulta che gli iscritti al Prc nel 2011 siano calati un pelino sotto i 40.000,confermate?
    Con un calo netto in alcune regioni e nelle grandi metropoli?

  17. Andrea scrive:

    Altro che ‘quarto polo’ Non molliamo Pd e Idv
    INTERVISTA a Nichi Vendola – di Daniela Preziosi (il manifesto)

    «Legge elettorale? Queste camere non moralmente all’altezza» Trivelle, acqua pubblica, «Bersani vigili bene. Se nei decreti si cancella il voto dei referendum mandi sotto il governo»

    «Innanzitutto: altro che “quarto polo”. Ambisco a costruire il “primo polo”, per vincere le elezioni e portare il paese a sinistra». Nichi Vendola risponde così alla domanda se vuole costruire un polo alternativo Sel-Idv, se se i rapporti con il Pd dovessero precipitare.

    Ma nel Pd in molti spingono per rompere con voi e allearsi con il centro.

    C’è da compiere l’opera immane della deberlusconizzazione del paese. Il berlusconismo non era una condizione di costume, un’idea di società. Ora, con il governo tecnico, c’è una messa in stand by della contesa fra programmi e valori alternativi. Ma quella di una grande sinistra di governo che rimescoli culture, radicale senza estremismi né tentazioni minoritarie, riformista e non genuflessa al mercato, non è esigenza di un ceto politico.

    Si può deberlusconizzare insieme al Pd che oggi vota con Berlusconi?

    Il nostro riferimento è il popolo del centrosinistra e la sua ben orientata domanda di cambiamento, che si è espressa nelle amministrative e nei referendum che hanno colpito al cuore le culture liberiste ovunque collocate. Mettevano al centro un’idea alternativa al modello berlusconiano: la pratica dei beni comuni. Il Pd ha subito queste vittorie. Ma io resto alle parole di Bersani, alla battaglia tentata per marcare con contenuti sociali il governo. Generosa, ma con scarsi risultati. In queste ore c’è una seria compromissione della credibilità dei tecnici sul terreno della sostenibilità ambientale, nominata ma poi violata nel concreto.

    Il decreto liberalizzazioni dà il via libera alla trivellazione delle coste. Il ministro Clini smentisce, ma così c’era scritto sul testo, fino a ieri.

    Per noi pugliesi il vero petrolio è il mare, la bellezza, i valori d’uso di un paesaggio incantato. Se servirà, daremo battaglia fino alle estreme conseguenze. Non è la prima volta che il governo fa girare notizie e poi smentisce, per vedere l’effetto. Se è vero quello che dice il ministro, vuol dire che la mobilitazione immediata ha pagato.

    Il Pd è un fan delle liberalizzazioni.

    Tutti i parlamentari pugliesi hanno aderito alla manifestazione di sabato contro le trivelle. Chiediamo coerenza.

    Chiedereste di non votarlo?

    Chiederemmo di mandare sotto il governo. E ugualmente sulle privatizzazioni, se ci fosse un aggiramento dei referendum sull’acqua. Torno alle trivelle: se fosse, sarebbe in sintonia con la liberalizzazione della trivellazione dei fondali dei mari per la ricerca di greggio che vuole la Commissione europea. L’Europa che c’è oggi è schifosa, senz’anima, corrotta. È la piccola meschina Europa di Merkel e Sarkozy.

    E ora anche di Monti.

    Monti è una variante colta e illuminata. Ma fa difficoltà a capire che non esiste crescita che non assuma l’ambiente come contenuto anziché limite. È inadeguato, a prescindere dai meriti dei singoli, dentro un europeismo che salva l’euro e uccide l’Europa. Abbiamo chiamato l’assemblea di domenica a Roma ‘per la giustizia sociale, una nuova sinistra per salvare l’Italia e l’Europa’. Oggi la sinistra deve prendere la bandiera degli Stati uniti d’Europa, rinnovando quel patto con i cittadini che ha fatto di noi dopo il nazi-fascismo il continente del progresso e dei diritti.

    Sta pensando a portare Sel fra i socialisti europei, dov’è il Pd?

    Apro una riflessione esplicita e senza sotterfugi sulla necessità di rimescolare le famiglie europee di ispirazione progressista. Se potessi, prenderei tre tessere in Europa: quella della Sinistra, che ho contribuito a costruire, quella del socialismo che oggi gioca una partita rilevante – in Francia, in Germania – per cambiare il segno al continente, e dei Verdi che su alcune questioni hanno colto in anticipo i nodi di fondo.

    Napolitano chiede ai partiti la legge elettorale. Bocciato il referendum, voi quale sistema proponete?

    Se devo essere sincero, penso che le camere che hanno salvato Cosentino non abbia la legittimazione morale per fare una nuova legge elettorale. Meglio le elezioni anticipate.
    Ma tutto il paese chiede di cambiare il Porcellum. E i partiti così vorrebbero dar un segno di ‘autoriforma’.
    A qualunque parlamento si può chiedere una buona legge elettorale. Ma stiamo parlando di questo parlamento. Di un percorso che deve passare per il consenso di Berlusconi e delle sue truppe. Per lui – l’ha detto – il Porcellum è il miglior sistema possibile. Chi può pensare che questo parlamento faccia una buona legge?

    Nel caso, quale sistema preferisce?

    Una buona legge deve salvaguardare il pluralismo e le coalizioni.
    Domenica a Roma, insomma non nascerà il Quarto Polo.

    Allora perché alla vostra assemblea nazionale avete invitato Emiliano, Borsellino, De Magistris, Zedda e Landini?

    Un’alternativa di governo non può che essere la costruzione di una rete di relazioni fra politica e società. Un’alternativa solo movimentista o solo politicista nascerebbe con la vocazione alla sconfitta. La sinistra non può rinascere per rese dei conti ideologiche ma come capacità di ricostruire un disegno per l’Italia e per l’Europa.

    Per D’Alema le alleanze si fonderanno sul giudizio positivo su Monti.

    Ma ne è sicuro? Persino gli apologeti di Monti cominciano a ridimensionarsi. Certo, non c’è paragone con Berlusconi che in Europa faceva cucù e le corna. Ma siamo sicuri che questo governo ci porterà fuori dalla crisi?

  18. Anonimo scrive:

    SI è trattato di un vero e proprio pressing. La strategia di accerchiamento ed espulsione del vice sindaco, Tommaso Sodano, nei confronti del presidente Asìa, Raphael Rossi (mandato via il 1 gennaio 2012), è nelle carte acquisite dalla Procura.

    Trenta pagine di delibere, note, comunicazioni interne, in cui da un primo approccio soft e da un linguaggio cauto, nel giro di quattro mesi, si passa all’esplicita richiesta di «assunzione urgente» dei 22 ex dipendenti del Bacino Napoli 5. Una priorità per la nuova giunta che, eletta a giugno, nella delibera del due agosto (numero 868) tenta il primo passo.

    La delibera si snoda in tre punti. I primi due riguardano il protocollo d’intesa tra Provincia e Comune per il conferimento all’estero dei rifiuti. Il terzo punto recita: «Si dispone che l’Asìa utilizzerà per la logistica gli impianti di via nuova delle Brecce e di via Brin e per la gestione degli stessi, fino al 31 dicembre 2011, i lavoratori dell’ex Bacino Napoli 5».

    A firmare l’atto sono Tommaso Sodano e il coordinatore del dipartimento Ambiente, Giuseppe Pulli. Il giorno stesso, il ragioniere generale dà parere favorevole, ma il segretario generale ricorda: «I divieti e le limitazioni delle assunzioni di personale si applicano per l’amministrazione controllante e per le società a partecipazione pubblica».

    Sette giorni dopo, il 9 agosto, l’architetto Pulli invia all’Asìa (la comunicazione è registrata con il numero di protocollo 25195/11 del giorno dopo) la delibera. Nella nota d’accompagnamento Pulli ignora i punti uno e due ma si premura di sottolineare il terzo: «Si invita, pertanto, a mettere in atto, con urgenza, tutto quanto previsto dal punto 3 della delibera e a tal fine si allega l’elenco dei dipendenti del Bacino Na5». Seguono due fogli Excel con 23 nomi, indirizzi, numeri telefonici di casa e di cellulare (uno, a volte anche due) dei dipendenti da “utilizzare”.

    Tra questi anche il nome di due donne, una sarebbe addirittura non una ex dipendente, ma la figlia di un dipendente deceduto. Il presidente Asìa, però, non vuole assumere i 23, non servono all’azienda. Si oppone. Scatta un braccio di ferro tra Sodano e Rossi, documentato da incontri e riunioni. Il 5 ottobre (nota numero 626761) interviene anche il capo di gabinetto del sindaco, Attilio Auricchio, che ribadisce al presidente di Asìa di «concludere sollecitamente la vicenda» e cambia anche la terminologia.

    L’ «utilizzazione» dei 23 lavoratori diventa «l’operazione di assorbimento» e nel passaggio successivo «l’assunzione degli ultimi 22 rimasti inoccupati (inizialmente i lavoratori sono 24, poi diventano 23 e alla fine 22 a causa di due decessi, ndr)». Perché questo cambiamento di termini? Lo spiega la nota stessa: «Perché la situazione individuata con la delibera 868 non è più praticabile, in quanto gli impianti di via Nuova delle Brecce e di via Brin serviranno per altre finalità». Insomma è passato troppo tempo, mancano due mesi al 31 dicembre e la delibera del 2 agosto non serve praticamente più. Il Comune ha fretta e accelera i tempi, andando dritto al sodo: l’assunzione.

    A novembre il braccio di ferro diventa vera e propria rottura. Raphael Rossi, infatti, chiede consiglio all’avvocato di Asìa, Giuseppe Ferraro, che il 18 novembre risponde: «Asìa potrebbe procedere ad ulteriori assunzioni soltanto nei limiti consentiti dal patto di stabilità e attraverso procedure concorsuali imparziali e selettive».

    Rossi ribadisce il suo «no» a Sodano. Un mese dopo Rossi viene mandato a casa, con la prima delibera del nuovo anno. Presidente Asìa diventa Raffaele del Giudice, vecchio compagno di barricate (ai tempi dell’opposizione) di Sodano. Tutte le carte, con la ricostruzioni di Rossi di incontri e riunioni, sono state acquisite dai pm Giuseppe Noviello, Paolo Sirleo e Ida Teresi

  19. Anonimo scrive:

    http://domenicolosurdo.blogspot.com/2012/01/un-appello-contro-i-preparativi-della.html

    Un aggiornamento delle tante firme in calce all’appello contro le minacce imperialiste a Siria e Iran

  20. Francesco Bertolini scrive:

    Dal sito http://www.sicilialibertaria.it/

    La redazione di Sicilia libertaria:
    Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia

    Mentre scriviamo è in atto in tutta la Sicilia la protesta organizzata da Movimento dei forconi, Aias ed altre associazioni minori che si sono man mano aggregate. Si tratta di una realtà eterogenea, le cui potenzialità erano note, ma la cui portata sociale si potrà cominciare a verificare a partire da questa settimana. Di fatto, dopo la protesta degli anni ottanta degli “abusivi per necessità”, non si erano più verificati movimenti così diffusi e radicali, in grado di intercettare il crescente malcontento e di dare delle risposte alla crescente voglia di protagonismo, da anni repressa nei meccanismi del clientelismo e della delega.

    Un movimento di tal fatta non poteva non destare l’attenzione di chiunque abbia interesse a creare un clima di “rivolta” per pescare nel torbido, o da parte di chi sente sia giunto il momento di portare allo scoperto le proprie rivendicazioni corporative. E’ così che la destra, da tempo attenta agli sviluppi di questo movimento, ne canta le lodi, e dove può, partecipa in maniera anonima con i suoi militanti ai blocchi stradali; è il caso di Forza Nuova e di altre sigle della galassia neofascista; è il caso dell’arcipelago indipendentista. E’ anche il caso di Zamparini, l’industriale presidente del Palermo calcio, e del suo Movimento per la gente, costituito per lottare contro Equitalia. Quest’ultimo pare abbia anche fornito risorse economiche al Movimento, ovvero a “Forza d’Urto”, la sigla unificante sotto cui si svolgono le manifestazioni di questi giorni.

    La sinistra, anche quella rivoluzionaria, aristocraticamente, ha osservato da lontano e con fastidio quanto andava nascendo in mezzo a categorie – contadine in particolare – sprofondate in una profondissima crisi, andando a cercare i peli nell’uovo. Eppure di occasioni in questi mesi ve ne sono state per incontrare i “forconi”, ad esempio nel movimento contro il Muos di Niscemi.

    Gran parte dei fondatori e degli aderenti al Movimento dei forconi (come pure all’Aias, il sindacato degli autotrasportatori), provengono dal bacino elettorale del centro-destra o dell’MPA, questo è notorio. Può bastare questo a definire i “forconi” un movimento di destra, o addirittura fascista?

    Una delle cause scatenanti del loro scendere in piazza è infatti la delusione verso i governi regionale e nazionale nei confronti delle rispettive categorie degli agricoltori, dei camionisti dei pescatori, ecc.; oggi gridano, assieme a tanta gente, contro Lombardo e contro i deputati tutti, chiedendo che se ne vadano; oggi si organizzano per consegnare le tessere elettorali, avendo perso la fiducia nella democrazia parlamentare.

    Noi dobbiamo analizzare il movimento a partire da una dichiarazione retroattiva di voto? (una exit pol molto post-datata), o a partire da quanto ne scrivono Forza Nuova e camerati?, o a partire dalle simpatie del singolo personaggio?, oppure dobbiamo dare un giusto peso a una rivolta sociale che comincia a definirsi, dopo anni che scriviamo e critichiamo la calma piatta regnante e che ci interroghiamo sul perchè la gente non si ribelli? Adesso la gente si sta ribellando; porta nei blocchi stradali tutto il suo disgusto, la sua disperazione, la sua rabbia, e le sue certezze: non ostenta un obiettivo specifico; non è la rivolta contro la discarica o la tav o i licenziamenti; non è più solo la protesta dei contadini contro la concorrenza sleale e le leggi del mercato, o quella dei camionisti contro il caro-carburanti, o dei piccoli commercianti snervati dalle tasse e dalla Serit, ma comincia a delinearsi come la protesta diffusa di tutti; una rivolta contro lo sfruttamento; contro un infame trattamento per il Sud e la Sicilia, contro lo Stato esattore della povera gente, costretta, assieme alle piccole imprese – quindi ciò che regge l’economia di intere regioni – al fallimento. Questa è la novità che non si riesce a cogliere, e che invece noi poniamo alla base del nostro ragionamento.

    Certamente siamo su un terreno scivoloso. Ma quando mai le rivolte sociali sono state linde e chiare, politicamente corrette, esenti da contraddizioni, orientate a sinistra, eccetera eccetera?

    Noi che viviamo nel profondo Sud sappiamo bene come i fascisti abbiano progressivamente occupato spazi sociali e fisici lasciati vuoti dai movimenti di sinistra, radicali e anche rivoluzionari. Sappiamo bene come le strategie del neofascismo siano improntate ad approcci formalmente non ideologici, volti a creare consensi nei quartieri e laddove regna la rabbia e l’emarginazione. Del resto non è una novità dal punto di vista storico, e non è più neanche una caratteristica del solo meridione.

    Ma sappiamo anche che il terreno perduto si riconquista metro per metro standovi sopra, non lontani; sappiamo anche che le contraddizioni della gente possono essere portate alla luce del sole se si sta in mezzo alla gente. Abbiamo fatto delle scelte che ci impongono di stare laddove il popolo soffre e soprattutto laddove si ribella e mette in discussione assetti sociali e politici, privilegi e ruberie, corruzione e meccanismi truffaldini del consenso. Avremmo dovuto farlo prima; avremmo dovuto essere stati noi a tessere le fila di questo movimento di protesta e di lotta. Non è stato così, ma questo non vuol dire che la cosa non ci riguardi.

  21. [...] [http://www.claudiograssi.org/wordpress/2012/01/forconi/...] 37.489909 14.063289 Share this:CondivisioneStampaFacebookStumbleUponTwitterDiggRedditEmailLike [...]

  22. edoardo scrive:

    E’ certo che sia più immediato essere a lottare vicini alla fiom fuori dalle fabbriche che a questo movimento che oggettivamente sembra contenere giuste aspirazioni assieme a interessi trasversali non altrettanto chiari. Le notizie sulla mafia e forza nuova non fanno che confermare questa impressione. In ogni caso c’è un però. Se liquidiamo il tutto in fretta, rischiamo di perdere un pezzo della realtà e cioè che accanto a tutte le perplessità c’è anche un disagio vero, condizioni di vita vere e una volontà vera di opporsi. E quindi ci sono infiltrazioni mafiose e fasciste, ma ci sono anche disoccupati, studenti, agricoltura in crisi e opposizione per varie motivazioni. Credo che nessuno dei due aspetti debba essere sottovalutato, pur condividendo molte delle considerazioni fatte e non credendo nello spontaneismo del movimento. Ma fa riflettere una frase presa da un post su un blog:”(…)Una cosa è certa: la sinistra si fa portatrice di istanze collettive e generali, non di egoismi di parte. La sinistra immagina un mondo diverso, non un altro capoluogo o vantaggi fiscali per Tizio a discapito di Caio. Vale per il sud e vale per il nord. Il problema, semmai, è un altro: l’incapacità della sinistra di saper spiegare queste cose alla gente e fare di sé stessa il motore di un reale e credibile progetto di cambiamento della società”.

    • Anonimo scrive:

      edoardo un pesso della realtà lo abbiamo già perso, ed è quel pezzo di realtà che riguarda agricoltori, pescatori, padroncini, artigiani, piccoli anzi piccolissimi imprenditori che invece nel contesto italiano dovrebbero essere assieme al lavoro dipendente i nostri interlocutori. invece si parla solo, e spesso a vanvera (tant’è che ci filano poco) astrattamente di operai o addirittura di proletari…

      • edoardo scrive:

        si deve parlare di operai e certamente anche di proletariato: sono temi che costantemente si vogliono cancellare dalla realtà ed è quindi giusto che ci sia chi lotta in direzione opposta (chiaramente non parlando a vanvera).ma venendo incontro al tuo ragionamento, credo anch’io nella necessità di una maggiore attenzione ai settori e ai soggetti a cui tu ti riferisci. ciò che si sta delineando, e sempre maggiormente con la crisi, è un proletariato trasversale: dall’operaio a cui chiudono la fabbrica e dal ricercatore universitario a cui tagliano i fondi, al commerciante che chiude l’attività per la nascita di un megastore e all’agricoltore che vede raddoppiate le tasse da pagare sul suo terreno e dimezzati i prezzi di vendita dei suoi prodotti. ma non credo che il problema oggi sia che non ci siamo occupati fino ad adesso di questi temi perché abbiamo guardato solo al lavoro dipendente. Ci sarà anche in parte questo aspetto,c’è sicuramente la domanda sul come funzioniamo, sulla nostra credibilità,etc., ma credo che ci sia anche, e soprattutto,il problema di cercare di portare avanti un processo basato sull’interesse collettivo in una fase di egoismi di parte. E cioè cercare di spostare il problema non su quello che si poteva fare ieri, ma su quello che dobbiamo fare oggi.

  23. Gianluca scrive:

    Pietro Ancona

    Possenti organizzazioni sociali e politiche praticano consociativismo con il potere politico da anni. Non hanno più il polso della situazione sono tagliate fuori ed oggi strillano sgomente e disorientate di fronte alla rivolta che scuote la Sicilia ( e presto contagerà l’Italia) Il movimento che sta scuotendo la Sicilia è stato criminalizzato da quanti hanno complicità e responsabilità nella terribile situazione che si è creata in Italia. Gli statali sono stati criminalizzati come fannulloni e decimati. I professori sono stati ritenuti inidonei alla scuola delle tre I e cacciati via in duecentomila. Quanti si sono ridotti a fare gli stiliti o gli “ergastolani” nell’isola dei cassiintegrati sono stati lasciati a marcire.Intanto i servizi pubblici a cominciare da quello strategico delle ferrovie vengono privatizzati diventano più costosi. La Sicilia è stata condannata all’isolamento per l’aumento vertiginoso costo dei collegamenti e dei trasporti. Anche la pesca non è in grado di reggere il costo dei carburanti mentre l’agricoltura viene messa fuori mercato. Ma la decisione sulla Sicilia è già stata presa. Le manifestazioni non avranno nessuna risposta positiva e nessuna delle rivendicazioni sarà accolta. Il movimento è stato bollato come mafioso. Dopo di che tutto sarà peggiore di quanto accade oggi. Intanto la fame ha fatto la sua comparsa nei quartieri popolari dove non è raro incontrare bambini denutriti con le alucce delle spalle che quasi bucano la pelle.

  24. Claudio Grassi scrive:

    Comunicato della segreteria regionale siciliana del Prc

    La mobilitazione avviata dal movimento dei i Forconi si fonda su una crisi economica devastante, che in Sicilia sta distruggendo da tempo interi comparti produttivi, soprattutto quello agricolo e della pesca, e che è resa ancora più drammatica dall’assenza di contrasto alle politiche comunitarie, ai provvedimenti fallimentari di Lombardo e alla manovra economica del governo Monti. L’aumento spropositato del gasolio e della benzina, dell’IVA, dei ticket autostradali e dei traghetti creano grosse difficoltà economiche alle imprese ed hanno effetti recessivi e inflazionistici che vengono scaricati sulle fasce più deboli della popolazione.
    La protesta, che vede partecipare lavoratori e disoccupati che rivendicano giustamente i loro diritti, è stata egemonizzata dagli autotrasportatori e dalle agenzie di riferimento, guidate da personaggi riferibili ad ambienti riconducibili alla criminalità organizzata, che operano con l’obiettivo di strumentalizzare il malcontento popolare a favore del disegno autonomistico di Lombardo e di quei settori del centrodestra che sono apertamente schierati per agevolare gli affari e gli interessi della borghesia mafiosa.
    Rifondazione comunista siciliana ritiene necessario costruire una piattaforma di lotta, che metta al primo posto l’opposizione alle manovre stagflazionistiche di Monti, per rivendicare invece misure per la crescita e l’occupazione, per il salario sociale, per tutelare il reddito dei produttori agricoli, per il rilancio del trasporto pubblico.
    Facciamo appello alla Cgil, ai sindacati di base, alle forze della sinistra, ai movimenti, a quei settori del Pd che si battono contro Lombardo e contro i poteri mafiosi, a volere costruire una grande mobilitazione del mondo del lavoro che, coerentemente con gli insegnamenti di Peppino Impastato, di Pio La Torre, di Danilo Dolci, crei le condizioni di una svolta e di una speranza di cambiamento per la Sicilia.

  25. Simone scrive:

    e anche questo è interessante, da Contropiano

    Sicilia. Dietro i ‘forconi’ c’è Forza Nuova?
    In evidenza
    di Redazione Contropiano

    Dimensione carattere Stampa E-mail 2 Commenti (non facebook)
    Valuta questo articolo1 2 3 4 5 (7 Voti)

    Il Governo Monti e la sua macelleria sociale, appoggiata da un arco di forze politiche che va dal centrodestra al centrosinistra, lasciano parecchio spazio alla demagogia e al populismo dell’estrema destra. E’ il caso dell’ambiguo “movimento dei forconi” siciliano…

    La crisi macina economia ed esistenza a ritmi vertiginosi e non accenna a concedere una tregua. Il governo Monti va avanti per la sua strada in nome di una modernizzazione che malgrado le apparenze lascia intatto il potere delle grandi lobby colpendo poco più che simbolicamente qualche piccolo e limitato privilegio in maniera da suscitare simpatie e consensi da rispendere nell’assalto finale ai diritti sociali, al welfare e ai salari. D’altronde i ‘banchieri di dio’ hanno un appoggio parlamentare e mediatico che nessun governo si è potuto finora neanche sognare. Nel paese il disagio e la rabbia crescono, e a volte trovano sbocchi nelle piazze e nelle strade. In assenza di una sinistra sufficientemente militante e organizzata, è sempre più la destra estrema nelle sue varie sfaccettature a infiltrarsi in mobilitazioni e proteste sacrosante di lavoratori, disoccupati, senza casa o commercianti strozzati dallo strapotere del sistema finanziario e della distruzione sistematica di ogni freno agli appetiti voraci del mercato.
    Le città italiane sono tappezzate di manifesti dei vari gruppuscoli neofascisti che se la prendono con banche, politici corrotti e feroci poteri sovranazionali. Spesso parole d’ordine condivisibili e giustificate utilizzate però in maniera strumentale da un’estrema destra che da una parte si dipinge come antisistema ma che dall’altra rimane contigua o pienamente interna al Pdl e alla Lega, al riparo dell’ombrello delle grandi organizzazioni che quelle politiche liberiste le hanno sempre sostenute e applicate.
    Il rischio che il dilagare della crisi economiche e dei suoi effetti porti ad un radicamento popolare delle destre razziste ed eversive è più che serio. Nelle prossime settimane l’agenda delle manifestazioni e delle assemblee convocate dalla destra autoritaria o neofascista è fittissima. Dal corteo leghista del 22 gennaio – in forse solo a causa della spaccatura interna al movimento di Bossi – a quello de La Destra di Roma del 4 febbraio contro il ‘governo delle banche’, dai tentativi di Forza Nuova e Casa Pound di aprire nuove sedi alle campagne contro la politica e i partiti che vede protagoniste sigle finora sconosciute e formalmente appartenenti al cosiddetto mondo dell’antipolitica dietro le quali si celano vecchi e spregiudicati arnesi dell’estremismo di destra. E’ il caso ad esempio di un movimento dei ‘forconi’ siciliano che vede tra i suoi protagonisti, oltre a ingenui e arrabbiati cittadini alle prese con problemi di sopravvivenza, soprattutto militanti di Forza Nuova e di una destra berlusconiana ora alla ricerca di nuovi approdi e nuove strade.
    In un contesto di stagnazione colpevole dell’iniziativa politica della sinistra e dei sindacati concertativi, le organizzazioni neofasciste rispolverano vecchi slogan ‘terzisti’ e li affiancono a nuove parole d’ordine contro i partiti, l’Unione Europea, il mondialismo e le banche. Facendo proseliti anche tra chi, investito dalla crisi, non si preoccupa più di tanto della matrice ideologica dei nuovi movimenti ‘apartitici’ e delle loro vere finalità. Se la rete – e i social network in particolare – sono pieni di appelli a sostenere il ‘movimento dei forconi’ anche di ingenui cittadini progressisti, i rimbrotti moralistici contro le infiltrazioni fasciste che provengono da chi questa crisi l’ha provocata rischiano di non avere nessun effetto ed anzi di concedere ancora più credibilità e agibilità politica e sociale all’estrema destra.
    Il problema è che, accanto alla denuncia circostanziata di ogni tentativo di infiltrazione neofascista nei movimenti popolari e di protesta, occorrerebbe abbinare anche indicazioni di lotta e di mobilitazione in grado di convogliare la rabbia sociale crescente verso obiettivi realmente di rottura con il ‘governo unico delle banche’.

    Ma non è che dietro ai forconi si nascondono i saluti romani?

    Dario Ronzoni – http://www.linkiesta.it

    Sono giorni agitati perla Sicilia. Daun lato, il sindaco di Palermo Diego Cammarata lascia l’incarico (dopo dieci anni e un’amministrazione che ha deluso molti cittadini), dall’altro, nel silenzio dei media, scoppia la protesta del Movimento dei Forconi, un gruppo di contadini e allevatori, nato l’anno scorso e già protagonista di proteste e manifestazioni. Stavolta sembra diverso. Insieme alle associazioni di autotrasportatori Aias camionisti, pescatori sono confluiti nel movimento “Forza d’Urto” e vogliono paralizzarela Siciliafino a venerdì 20. Indignados italiani?

    No, siciliani. Al centro di tutto la difesa dei propri interessi. Le esportazioni sono in calo, il prezzo dei prodotti agricoli sono crollati. La globalizzazione li divora, le tasse li opprimono. E il costo dei carburanti e dell’energia è diventano proibitivo. Meglio allora scendere in piazza e protestare, bloccando le strade della regione. Le richieste spaziano dalla diminuzione delle tasse sui carburanti a misure per contrastare la crisi agricola. Oltre che il blocco delle procedure della Serit,la Equitaliasiciliana. Nulla di originale, comunque.
    Al momento i nuovi vespri anti-globalizzazione stanno colpendo le strade: blocchi al porto di Palermo, ferma il primo tratto della A19 fino a Villabate. Ma anche a Gela, dove sono scesi in strada in cinquecento. Così sulla Agrigento-Caltanissetta, hanno preso la “Rotonda Giunone”, e si fanno vedere anche tra Catania e Siracusa. Il movimento, che riunisce persone come Rossella Accardo, che nel2008 ha visto scomparire il figlio e il marito Stefano Martorana, si dichiara «determinato ma pacifico» e soprattutto «apolitico», tanto da vedere scritto sulla loro pagina facebook, uno slogan come «né bianchi né neri, ma siculi pensieri». Sicuri?

    Non tanto: si chiamano Forza d’Urto, ma molto vicino a loro c’è sempre Forza Nuova. Sarà un’attrazione fisica, ma anche se il movimento dei Forconi dice di non caldeggiare particolari posizioni ideologiche, i forzanuovisti sono con loro da molto tempo. Le idee, del resto, non divergono molto. A capo del Movimento dei Forconi c’è Mariano Ferro, ex Mpa e molto vicino a Lombardo. Quindi idee anti-globali, autarchiche, tradizionali e, adesso, infastidite dall’impostazione tributaria di Serit. Se poi si va sulla pagina Facebook di FN la conferma c’è, chiarissima. I commenti di sostegno sono tanti, articolati ed entusiasti. «Forza Nuova da sempre a fianco del Movimento dei Forconi», recita un post, con tanto di filmato. E se non bastasse, c’è la benedizione di Roberto Fiore, il segretario nazionale, che pure siciliano non è: «Pieno sostegno al Movimento dei Forconi», ha dichiarato, sperando che sia con loro che possa partire «la rivolta popolare».

    Insomma, checché se ne dica, dietro al forcone siciliano si nasconde il saluto romano. Ma i contadini, gli imprenditori, i camionisti e i pescatori, che adesso protestano (e molti di loro si dicono anti-fascisti) davvero non lo sanno?

    Ecco chi sta dietro al movimento dei forconi (Fonte: violapost.wordpress.com)

    Dicono di essere “apartitici” e avvertono: chiunque si presenti alle nostre manifestazioni con bandiere di partito o di movimento “verrà preso a calci nelle natiche”. Il cosiddetto movimento dei Forconi, (promotore del fermo di quattro giorni dei trasporti in Sicilia), capeggiato da Mariano Ferro ex mpa (ha partecipato anche all’assemblea regionale del partito di Raffaele Lombardo, video), e spalleggiato dal sindacato degli autotrasportatori siciliani di Giuseppe Richichi non usa mezzi termini: calci in culo per tutti. Peccato che alla manifestazione del 15 dicembre a Catania, a rivolgersi indisturbato ai manifestanti, fosse il leader della sezione etnea di Forza Nuova, Gaetano Bonanno. E non c’è stato uno che l’abbia preso a “calci nelle natiche”. E dunque, fuori tutti i partiti e movimenti tranne Forza Nuova. Ecco il video

    Ma dietro l’operazione “Forza d’Urto” c’è un altro personaggio abbastanza tollerato, ossia il presidente del Palermo Calcio, leader del “Movimento per la gente” e uomo tra i più ricchi d’Italia, Maurizio Zamparini, invitato d’onore ad un incontro del movimento dei forconi e del sindacato autotrasportatori, lo scorso 10 gennaio, il video

    Un altro leader del movimento dei Forconi, Martino Morsello è stato tra gli ospiti speciali del recente congresso di Forza Nuova tenutosi a dicembre a Tivoli (Roma).

    Altri documenti: la benedizione del leader nazionale di Forza Nuova

    L’immediata adesione alla protesta del partito di Scilipoti

    Dibattito organizzato a Ragusa da Forza Nuova, interviene Martino Morsello, uno dei leader del Movimento dei Forconi

    Corteo Forconi a Messina con delegazione Forza Nuova

    Pagina Facebook Forza Nuova, tutti pazzi per i Forconi

    Pagina “Italia Fascista”, tutti pazzi per i Forconi

    Pagina “Fascisti d’Italia”, tutti pazzi per i Forconi

    Forconi incontrano Partito Aziende capitanato da Riccardo Sindoca appartenente a La Destra

  26. Simone scrive:

    dal Fatto di oggi…
    173
    Più informazioni su: Cosa Nostra, Forconi, Forza Nuova, Lombardo, Sicilia “Cosa nostra nel movimento dei Forconi”
    In Sicilia la protesta contro la politica La denuncia arriva dal presidente della confindustria locale Ivan Lo Bello. Al quale risponde il leader del movimento Martino Morsello: “Se è così faccia i nomi”. Manifestazioni sotto il palazzo della Regione “La mafia non lo sappiamo se c’è o non c’è. Per noi qui non esiste. Siamo solo gente che vuole lavorare. E cacciare questi politici traditori del popolo siciliano”. Davanti palazzo d’Orleans, sede del governo regionale siciliano, sono circa una cinquantina i manifestanti del Movimento dei Forconi che da quattro giorni sta mettendo in ginocchio tutta l’isola. Aspettano di capire gli esiti dell’incontro tra i loro leader e il governatore Raffaele Lombardo e nel frattempo cercano di convincere i poliziotti in tenuta antisommossa a scioperare con loro. Sono soprattutto agricoltori e autotrasportatori, ma tra di loro svetta anche qualche giovanissima testa rasata che, con la fascia del comitato “Forza d’urto” ben in vista al braccio, sottolinea come si voglia “fare passare il messaggio che tra i Forconi c’è la mafia, ma siamo in Sicilia. Questo è soprattutto un sollevamento corporativo unito.” Obbiettivo delle critiche dei manifestanti sono, manco a dirlo, i giornalisti: “Vi siete svegliati tutti ora – accusano alcuni ragazzotti in tenuta nera e occhialoni da sole – fino a ieri non esistevamo. Oggi scrivete queste scemenze. Ma chi ha scritto queste falsità dovrà renderne conto.”

    A segnalare l’inquietante presenza di alcuni esponenti legati a vario titolo a Cosa Nostra tra i manifestanti è stato il presidente regionale di Confindustria Ivan Lo Bello. “Abbiamo evidenze che in molte manifestazioni nei blocchi che stanno creando tante difficoltà in Sicilia erano presenti esponenti riconducibili a Cosa Nostra – ha detto Lo Bello – questo non significa che la mafia sia dietro le manifestazioni, ma siamo preoccupati che un disagio reale della gente dell’Isola sia cavalcato da personaggi senza credibilità e dal dubbio passato, da infiltrazioni della criminalità organizzata e da altri fenomeni che finiranno solo per aumentare un ribellismo generico che non risolverà alcun problema”. Parole quelle di Lo Bello che sono state confermate dal capo della procura palermitana Francesco Messineo: “Troviamo giustificato l’allarme lanciato da Confindustria, la situazione è della massima serietà”.

    Immediata è arrivata la risposta di Martino Morsello, leader carismatico dei Forconi, che proprio stamattina ha annunciato l’inizio dello sciopero della fame in segno di protesta per le accuse di Lo Bello. “Non siamo mafiosi, se lo dite fate i nomi. E’ proprio per rispondere a queste accusa se da oggi io inizierò lo sciopero della fame”. Morsello, ex allevatore ittico di Marsala ed ex assessore socialista negli anni ’80, è considerato vicinissimo a Forza Nuova, partito che ha appoggiato apertamente nello scorso maggio, quando ha partecipato come relatore a un convegno del partito di Roberto Fiore sull’usura bancaria. Oggi è di più larghe vedute: “Non m’interessa se chi viene a protestare è di destra o di sinistra. Se condividono le nostre ragioni sono con noi”

    A condividere le ragioni dei Forconi, almeno a parole, finora sono stati in tanti. Oltre a Forza Nuova di Fiore, si è precipitato a dare il proprio appoggio ai manifestanti anche Grande Sud, il movimento di Gianfranco Miccichè. E anche Fabio Granata di Futuro e Libertà è a favore dei Forconi: “In campo possono anche esserci personaggi poco raccomandabili e metodi che non sono d’aiuto alla crisi siciliana- li giustifica il deputato di Fli – ma la protesta va capita e, oltre alla politica, dovrebbe essere l’impresa e la grande industria a fare autocritica e a comprendere le ragioni dei siciliani”. E sono parecchi anche i manifestanti vicini al Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, il governatore a cui i Forconi chiedono le dimissioni immediate perché “ha tradito il popolo siciliano”.

    A fianco dei Forconi anche il presidente dell’Accademia Italiana Alta Scuola Equestre, il duca Onofrio Carrubba Toscano, che ieri ha manifestato marciando a cavallo con alcuni compagni da Villabate a Palermo. Il duca si è detto pronto a cavalcare addirittura verso Roma per incontrare di persona il premier Mario Monti.

    E al presidente del Consiglio si è appellato lo stesso governatore Lombardo. L’incontro di stamattina tra il presidente siciliano, i prefetti e i capi popolo della rivolta infatti non è andato bene. “Il latte deve essere trasportato subito dopo la produzione altrimenti si può buttare” ha sintetizzato ironicamente Lombardo che si è detto “fiducioso del fatto che i blocchi possano terminare domani”. Morsello però è meno sicuro: “Siamo autorizzati fino alla mezzanotte di venerdì. Dopo può succedere di tutto. Rispondiamo solo al volere del popolo. La riunione con Lombardo è stata avara. La guerra continua.”

    Nel frattempo in tutta l’isola continuano i posti di blocco per tir e mezzi pesanti agli svincoli delle autostrade. Nel capoluogo siciliano ormai non c’è più carburante. E anche nei supermercati iniziano a scarseggiare i viveri. In tutta la Sicilia sono circa cento mila i manifestanti ai posti di blocco e ai sit – in: sono soprattutto giovanissimi e ultra cinquantenni. Quasi assente invece la generazione intermedia: quella che va dai 25 ai 40 anni di età. Che poi dovrebbe essere quella che accusa maggiormente i sintomi della crisi economica. In Sicilia come nel resto d’Italia.

  27. Simone scrive:

    Dietro ai forconi c’è anche il PDA, partito delle aziende, di estrema destra. Ma che è tra i fondatori del PDA? Un certo generale CC in congedo Sivori.
    http://lituzzu.dontexist.org/blog/unitevi-alla-prostesa-sicilia-devi-svegliarti/
    Carneade, chi era costui? Era, when he was young, il capitano Sivori, che sparò e uccise un fascista a via Acca larenzia.
    Ufficialmente FN odia Sivori per Acca larenzia, cui rompe i coglioni a sangue quando si presenta pubblicamente, ma poi è suo alleato nei forconi: cosa strana molto strana che suscita profonde perplessità su cosa diavolo ci sia stato “dietro” Acca larenzia!
    http://www.linkiesta.it/acca-larentia-recchioni-sivori-partito-delle-aziende

  28. Claudio Grassi scrive:

     
    PER UNA CRITICA DELL’ANTIPOLITICA
     
    di  Vito Nocera
    Ancora non ho letto il lavoro  del mio amico Marcello Musto su Marx ( Ripensare Marx e i marxismi, Carrocci editore ) e non vedo Marcello da molto tempo. Ancora giovanissimo è oggi uno dei più apprezzati studiosi di Marx ed è attualmente docente presso la York University di Toronto ( a proposito di fuga di cervelli ).  Da alcune attente recensioni ho però intuito che Marcello Musto mette a nudo con franchezza e  in forma critica quella stagione della interpretazione dogmatica di Marx da cui, e inevitabilmente, prese il via quella successiva  contraddistinta dai molti Marx.  Tra i molti Marx indispensabili Musto ne segnala due : il critico del modo di produzione capitalistico e il teorico del socialismo ostile al socialismo di Stato. So che non c’è comparazione possibile ( e forse rischierei io stesso un pericolo di neodogmatismo ) eppure mi piacerebbe  provare a verificare che relazione c’è tra “ questo Marx “, quello che Musto recupera con eleganza e competenza, e l’azione politica  concreta di alcuni dei soggetti che  pure al marxismo si richiamano.  Qualche sera fa ho incontrato un altro mio grande e antico amico, Giovanni Russo Spena. Eravamo entrambi alla cerimonia di ricordo di uno dei magistrati più generosi e intelligenti mai conosciuti, il comunista Enzo Albano. Ironico e prestigioso giudice di Md, storico esponente dei magistrati napoletani di sinistra e, negli ultimi anni, presidente del Tribunale di Torre Annunziata.  In quella occasione conversando brevemente con Giovanni  ci siamo trovati, come ormai  ci succede da un po’, con opinioni del tutto differenti sulla politica e sul Paese. E a un certo punto, parlando della cultura politica dell’attuale gruppo dirigente del Prc e più in generale della cosiddetta sinistra radicale, Giovanni è apparso un po’ scandalizzato ( ma, devo dire, un po’ anche turbato ) da una mia affermazione. L’affermazione, della quale sono convinto ormai da tempo,  era che in quel gruppo dirigente ( e in quell’area ) non trovo più un vero impianto marxiano ( più agevole da rintracciare in alcuni esponenti del cosiddetto riformismo ) piuttosto l’abbandonarsi a culture molteplici, per lo più confuse, sostanzialmente subalterne al populismo antipolitico di sinistra oggi tanto diffuso. Inutile dire che la provocazione ha punto sul vivo il caro Giovanni, di quel gruppo dirigente, per quanto un po’ defilato, tra i più equilibrati e colti. Queste note iniziali, un po’ tra il personale e la dottrina, mi servono però per introdurre,in forme anche un po’ ruvide, un ragionamento politico che reputo in queste ore indispensabile. Il punto che mi preme sottolineare non è tanto quello di rivendicare un primato del marxismo, men che meno di quello “originale”. Il punto che intendo sollevare è che se non apriamo una stagione di critica all’antipolitica, e alle sue sottoculture di legittimazione, esporremo il Paese, e l’Europa,  al pericolo ormai concreto di una deflagrazione democratica inimmaginabile. Questo obiettivo, questa è la mia convinzione ( lo scrivo con enfasi, e anche con un briciolo di azzardo, perché a questo serve scrivere o parlare, servirebbe a ben poco commentare la routine del dibattito politico e sociale che c’è in corso ), è prioritario rispetto ad ogni altro ed è a partire da questa necessità che personalmente misuro il grado di consapevolezza dei protagonisti politici che oggi sono in campo. Intendiamoci qui non si nega ( e come si potrebbe ) la rivoluzione della comunicazione che, unitamente ai grandi cambiamenti dei modelli economici, ha trasformato in profondità la società odierna ,segnando il passaggio dal moderno al tempo nostro di una formidabile rapidità di acquisizione delle “informazioni “ e dunque modificando la percezione stessa della realtà nel punto di vista delle opinioni pubbliche mondiali. Il punto non è sottovalutare ma capire. E a questo servono le culture politiche forti, quelle, condivisibili o meno, capaci per loro natura di un approccio autenticamente critico e analitico alla realtà. Mi rendo conto che questo vuol dire andare del tutto contro corrente rispetto al flusso prevalente , la vulgata chiamiamola così, e comprendo anche che  per chi incarna una sigla e una speranza di rappresentanza questo esercizio potrebbe essere letale, autodistruttivo. Eppure non riesco a vedere cosa possa esservi di costruttivo nel concorrere a far scivolare  il Paese, parlo del caso nostro ma sappiamo che il fenomeno è ormai mondiale,  in  quel vischioso chiacchiericcio in cui sta piombando da un po’. Un chiacchiericcio del tutto inconcludente  rispetto alla capacità di incidere, ad esempio, nelle grandi scelte di politica economica e sociale che richiederebbero semmai una qualche coesione in grado di agire su scala almeno europea. Ma, di contro, un chiacchiericcio del tutto in grado di  indebolire , in forme sempre più decisive ,le istituzioni democratiche e tutti gli altri strumenti ( i partiti innanzitutto ma anche tutti gli altri possibili corpi democratici intermedi ) capaci, almeno potenzialmente, di rappresentare un elemento di regolazione  e di mediazione rispetto all’economia e agli interessi particolari e di mercato. Possiamo girarci attorno, possiamo far finta di non capire  ( e possiamo e dobbiamo fare  certo tutti gli sforzi necessari per autoriformare la politica e alcuni dei suoi vizi insostenibili ) ma è questa ormai la posta in gioco effettiva, il vero scopo della contesa in cui siamo. E’ vero che provvedimenti come quelli del governo Monti in Italia stanno producendo una sofferenza e alcuni di essi richiedono un conflitto per modificarne, anche solo in parte, il segno. Così come è vero, su scala più europea, che l’approccio ispirato al liberismo non solo non sembra in grado di risolvere né spiegare la crisi ma ne appare largamente  la causa.  Proprio su questo nodo lo scorso 12 di Gennaio l’Accademia nazionale dei Lincei ha tenuto una importante riflessione da cui è emerso che per capire questa crisi resta ancora indispensabile riferirsi a Marx e, per immaginare delle soluzioni, a Keynes.  Ma il fatto è che se non affrontiamo il problema complessivamente, cioè fuori da una logica esclusivamente economicistica, non verremo troppo facilmente a capo di nulla. Ciò che oggi “attacca” la funzione regolatrice della democrazia politica non sta solo nel reiterare, da parte dell’Europa di centro destra,  e un po’ anche da parte dell’attuale governo in Italia, le politiche che della crisi sembrano essere state causa. Questa reiterazione trova legittimazione nel discredito della funzione politica ( che alimenta leaderismo e antiparlamentarismo ) a cui concorrono in maniera decisiva le imponenti campagne mediatiche, di stampa e televisione. Una imponenza che ,se è globale, nel nostro Paese trova una acutizzazione nel fatto che qui, a differenza di altri grandi Paesi, vige la categoria dell’editore “ impuro”. Quell’editore, cioè, che piuttosto che essere interessato, pur con la sua visione, al business dell’informazione in quanto tale utilizza l’informazione come cassa di risonanza dei suoi altri molteplici e primari interessi, sovente di natura industriale ed economico – finanziaria. Si comprenderà facilmente qui che Berlusconi, con le sue campagne contro i politici di professione e simili, non è più una anomalia nel campo del circuito comunicativo del Paese e che il flusso che ha orientato  l’opinione comune dell’Italia in questi anni ( quello gestito da Mediaset come quello dei gruppi economici concorrenti, che pure hanno mezzi informativi formidabili come alcune delle grandi testate quotidiane ) è andato, al netto delle fragilità della politica che pure sono grandi, in una medesima direzione. Quella di liquidare dalla scena ogni ambizione di vincolo democratico al mercato.  Qui la perdita di autonomia critica del mondo democratico è stata, ed è, forte, direi drammatica. Da qui il riferimento ad un recupero, per quanto problematico, delle culture politiche più forti. La rincorsa all’antipolitica è diventata via via, anche a sinistra, l’unica linea politica praticata. Qui va detto con poche differenze tra le diverse forze. Anzi più erano e sono pretenziosi e forti i radicalismi più la rincorsa antipolitica si è assunta in toto. Ma lo stesso partito democratico, suo malgrado, in questo clima non ha avuto la forza di restarne immune, sia pure con più anticorpi rispetto agli altri soggetti. Ma non solo i gruppi politici ne sono rimasti influenzati. L’intero circuito informativo più democratico , e che pure in passato aveva avuto una funzione critica profonda degli assetti di potere, ne è risultato travolto con una competizione al rialzo cui hanno concorso e concorrono anche operatori e giornalisti di provata fede democratica. E dunque la stessa azienda pubblica giocoforza ha  finito per piegare se stessa, e la sua esigenza di audience, e forse l’esigenza di carriera dei suoi operatori, a quell’imperativo ormai dominante che risponde allo sterminio della politica residua in tutte le sue espressioni e le sue forme. I tanti che a sinistra sono stati ciechi o complici di ciò ( illudendosi di poterne cavalcare l’onda ) non dovrebbero oggi meravigliarsi troppo che risulti tanto difficile fare una opposizione consapevole alle misure economiche del governo Monti. L’ultimo anello di una catena perversa quanto popolare è oggi rappresentato dalla forza persuasiva della rete. Lì si riproduce quanto lanciato da alcuni organi di stampa e, in un  conflitto inconsapevole e invisibile, si svolge la contesa tra una ricerca di autonomia autenticamente critica e la forza egemonica e persuasiva della “vulgata” che invade di se il web e che si auto convince di starne determinando il segno. Ne risulta una miscela infernale in cui tutto viene triturato insieme e in cui possono di fatto convivere,  e quasi pensare di essere alleate, cose tra loro diverse e perfino antitetiche : la spinta antiprivatistica alla base dei quesiti referendari sull’acqua , l’ambiguità maggioritaria del referendum per abolire la vigente legge elettorale, la mobilitazione di opinione contro la cosiddetta casta. Tutto finisce sintetizzato dentro una sola   chiave di lettura. Da una parte ci sarebbe l’oligarchia politica nel suo insieme, dall’altra una mitica e non meglio definita società civile depositaria di ogni virtù. Possono esserci, è ovvio,  su questa mia lettura posizioni diverse. Ma è certo che se non troviamo la strada ( e il coraggio intellettuale ) per contrastare, in ogni caso, questo schema rozzo  quella di  esercitare un contrasto  efficace al liberismo economico  resterà una pura illusione e, presto, la stessa democrazia politica, così come l’abbiamo conosciuta soprattutto in Europa, diventerà un ricordo. Torna dunque per questo necessario il bisogno delle culture forti. Culture capaci, sia pur con laicità, di avere una lettura critica e omogenea della società contemporanea. Mario Tronti ha spesso sostenuto che la causa principale della “crisi della politica” non sta nella sua lontananza dalla società civile ma, al contrario, semmai nel fatto che ciò che oggi è rimasto della politica sia in realtà fin troppo intrecciato e “ dipendente “ dalla società civile. E per questa via ne è diventata un puro riflesso privandosi di quella funzione regolatrice autonoma senza la quale una società moderna non sopravvive. In realtà quel “politico di professione “ di cui parlò Max Weber oggi scarseggia piuttosto che essere, come vuole una certa vulgata, al centro del sistema. E’ difficile ma non impossibile aprire un vero dibattito su questo. Perfino il caos di linguaggi della rete sovente torna sulla differente levatura di personalità del passato ( da Moro a Berlinguer ), segno che oltre la nostalgia si avverte qualcosa d’altro, salvo poi, in assenza di un tentativo serio che orienti queste pulsioni, ( e in presenza invece di interventi dei media che orientano in tutt’altra direzione ) finire per usare le stesse figure politiche “professionali “del passato per delegittimare ulteriormente la politica odierna. Anche, e a volte soprattutto, nelle persone di quei pochi esponenti che di quella tradizione almeno conservano un’impronta.  Ma non solo di un pensiero di sinistra si tratta di recuperar la forza. “Quel sinistro prete “. Così  Mussolini definì Don Sturzo che, pur con una torsione ultra conservatrice  nella fase finale della vita, progettò la nascita del popolarismo italiano, e dunque della Dc,  su basi rigidamente parlamentariste ed antipresidenzialiste e con una inevitabile propensione al dialogo tra cattolicesimo democratico e movimento operaio. Nessuno, sia chiaro, qui pensa si possa tornare a un passato che apparteneva a un diverso stadio della storia umana. Siamo dentro una contemporaneità che a tratti ci atterrisce per le sue straordinarie ed anche , però, certo utili innovazioni. E tuttavia anche le esperienze più fresche del presente non possono crescere senza un qualche nesso con le radici più feconde da cui  comunque hanno tratto alimento. Tanto più ora che viviamo in un contesto di crisi permanente ( qualcuno con superficiale leggerezza parla di crisi finale del capitalismo ma certo questo “sistema sociale “ non sembra tanto in grado di reggere alla promessa storica di benessere che ne aveva consentito il successo ). A questa crisi  servono letture complesse, tentativi organici di uscita, proposte serie. Proposte lontane sia dalla riproposizione del credo liberista sia dalla propaganda facile, e capaci di produrre una visione possibile e plausibile del futuro.  Per questo cimento  serve una politica che abbia alle spalle più che un efficiente ufficio stampa una “cultura politica “. E dunque innanzitutto luoghi e strutture dove, e con una dimensione di massa, si possano  formare sul serio intellettuali e professionisti della politica. E dove la partecipazione, parola magica di questo tempo politico liquido,  ritrovi un senso perché mirante alla realizzazione  di crescita individuale e di obiettivi collettivi finalizzati a costruire fatti reali piuttosto che a  vibrare  nell’aria ( e nell’etere )come un sentimento di accidia verso tutto ciò che chiama verso una responsabilità. Al massimo come una spinta di consenso, e inevitabilmente di delega verticale ed esclusiva, nei confronti  del protagonista demagogico di turno.

  29. Danilo scrive:

    Martino Morsello (movimento dei forconi) al congresso di Forza Nuova

    http://m.youtube.com/watch?desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3DTZwzYbFXHfc&v=TZwzYbFXHfc&gl=GB

  30. Il consigliere regionale della Toscana Romanelli passa a SeL scrive:

    l consigliere regionale Mauro Romanelli eletto al consiglio regionale della Toscana nelle file della FdS-verdi annuncia di aderire a SeL e di condividere da oggi il medesimo percorso politico.

    • Salvatore Locci scrive:

      i comunisti non abboccano facilmente alle provocazioni.
      Cosa pensa SEL del movimento dei forconi? Questo ci interessa!

    • Davide Di Lorenzo scrive:

      Capita… Anche se nella dichiarazione non ho letto la parola dimissioni, passo che mi sembra ovvio quando si cambia partito

  31. angelina merlino scrive:

    Se i nozianti sono stati costretti a chiudere vuol dire che la “rivolta” è pilotata. Da chi ? Bisogna chiederselo ed approfondire.
    A Reggio Calabria,nel grido di “boia chi molla”partì una rivolta guidata dall’estrema destra che di mattina metteva a ferro e fuoco la città e di notte le bombe sui treni !Il disagio sociale,specialmente se di questa portata,può essere cavalcata laddove ci siano interessi consistenti e corruzione pervasiva.Bisogna essere prudenti.

  32. Raffaele Piccoli scrive:

    Proprio perchè la confusione è tanta, questo movimento ha bisogno di essere orientato. Chi lo fa? La sinistra e i comunisti dove sono? Se i comunisti sono incapaci di intercettare i bisogni della gente e di mobilitarla, è naturale che interviene la destra a strumentalizzarla. Se la sinistra e i comunisti vogliono fare il loro mestiere, non devono voltare le spalle alle lotte, anche quando queste si esprimono in modo anomalo. Se non lo fanno corrono il rischio di consegnare la piazza ai fascisti. Il movimento dei forconi è un movimento civico di protesta che si sta diffondendo a macchia d’olio in Sicilia e nel sud. Invece di scandalizzarsi su chi sta dietro il movimento o fare delle dotte analisi, i comunisti dovrebbero confrontarsi con esso per metterne a nudo le contraddizioni ed influenzarne il percorso.
    Da sempre i fascisti hanno sempre cercato di sfruttare le situazioni di crisi per guidare rivolte che fanno leva sul malcontento popolare. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Se monta una protesta spontanea dal basso (si parla di centomila siciliani) contro i provvedimenti antipopolari del governo, i comunisti e la sinistra hanno il dovere di sostenerla. Questo non significa che non si debba denunciare con fermezza la presenza insidiosa ed inquinante dei fascisti e dei provocatori di turno, che, com’è noto, sono specialisti nel pescare nel torbido e approfittano della rabbia della gente per canalizzarla su posizioni reazionarie. Film già visto.

  33. Danilo scrive:

    Attenzione a parlare di semplice sciopero in Sicilia, quello che sta accadendo è qualcosa di ben più complesso:

    La testimonianza di un produttore agricolo (con voce tremante): “Ci sono gruppi di persone che girano per i negozi, per i bar e… per i panifici e dicono ‘chiudete’. Sono stato al panificio, sono entrato subito dopo queste persone, e la panettiera era tremante e ha detto: “Mi hanno detto: se quando torniamo non hai chiuso, spacchiamo tutto”.

    mafia e fascismo dietro i forconi sicilia
    http://m.youtube.com/watch?desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3DHmw4wML6oo0&v=Hmw4wML6oo0&gl=GB

Scrivi un commento