Venti di guerra

Le vicende che stanno avvenendo nel Nord Africa sono entrate nel dibattito del blog. Diversi compagne e compagne hanno espresso il loro punto di vista, altri hanno fatto cenno ai pronunciamenti di Fidel e di Chavez. La situazione è molto complessa, le generalizzazioni e le semplificazioni non servono. E’ già stato detto, ma giova ricordarlo, che vi è una differenza sostanziale tra quanto è successo in Tunisia ed in Egitto e quanto sta avvenendo in Libia. Nel primo caso la rivolta è stata scatenata da una condizione di miseria paurosa, oltre che dall’insopportabilità di regimi dittatoriali, mentre nel secondo caso la ribellione è principalmente contro il regime di Gheddafi.
Distinguere e approfondire le differenze che esistono non significa giustificare. Sono intollerabili e da condannare le repressioni avvenute in Egitto e Tunisia, così come quelle che stanno avvenendo il Libia. Così come sono da condannare sistemi che si reggono su dittature personali, accentramento vergognoso di ricchezza e di potere, e questo vale sia per la Libia che per l’Egitto e la Tunisia, ma anche per l’Arabia Saudita (fedele alleato Usa) e, purtroppo, molti altri Paesi, africani e non solo. Così come è giusto, e lo stiamo facendo, manifestare in questi giorni affinchè cessino i massacri in corso il Libia e si condannino inequivocabilmente i deliranti messaggi di Gheddafi.

Detto questo vorrei, però, che ragionassimo anche su un altro aspetto. Mi pare stia partendo in grande stile una operazione che ben conosciamo. L’abbiamo vista in Iraq e l’abbiamo vista nella ex-Jugoslavia. Si utilizza la giusta repulsione verso i regimi repressivi, si monta una campagna nell’opinione pubblica, non ci si fa scrupolo anche di costruire vergognose menzogne (ricordate le armi di distruzioni di massa che sono servite per scatenare la guerra in Iraq? Non solo non sono mai state trovate, ma sono state inventate di sana pianta dal governo degli Stati Uniti), per scatenare un’altra guerra, magari denominandola “intervento umanitario”.Vediamo come evolve la situazione, nel frattempo non facciamoci trovare impreparati. Dobbiamo essere al fianco dei popoli in lotta contro regimi che prima vengono spazzati via e meglio è, ma pronti, da subito, a lottare contro qualsiasi intervento militare comunque camuffato. Da questo punto di vista un ringraziamento particolare al quotidiano il manifesto che non si limita ad informarci puntualmente su quanto sta accadendo, ma con l’articolo di oggi di Tommaso Di Francesco, che qui di seguito allego poiché lo condivido completamente, ci mette in guardia su quello che sta accadendo “dietro le quinte”. Segnalo, sempre su il manifesto di oggi un interessante articolo di Manlio Dinucci che potete leggere nella rubrica “accade”, qui a fianco.

Verso un’altra guerra «umanitaria»
di Tommaso Di Francesco

Siamo ai prodromi di un’altra guerra umanitaria. Che andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La Nato dichiara che «non è all’ordine del giorno, per ora», l’Unione europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La Russa che «non è nei nostri pensieri, però…». Ma ci stanno pensando, ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali di copertura. Sanzioni, no fly zone.
Diciamo questo perché, ben al dilà del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione. Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle mille alle diecimila vittime, secondo l’americanissima televisione Al Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l’invenzione di un inesistente membro libico della Corte penale internazionale rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle vittime e dei feriti.
Quasi un déjà vu balcanico: per il Kosovo, quando ci fu poi la verifica sul campo dei medici legali del Tribunale dell’Aja risultò falso il numero delle vittime e inventata la strage di Racak. Ma fu ben utile, nell’immediato, per 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato che provocarono 3.500 vittime civili. Volute, non «effetti collaterali», denunciò un’inchiesta di Amnesty International. Dimenticate, anzi cancellate da ogni memoria. Giacché la guerra doveva essere «umanitaria». E a quell’enfasi di menzogne partecipò un’intera schiera di media.
Ci stanno pensando alla «missione». Gridando al cielo che «no, è infame bombardare i civili», si sdegnano le cancellerie occidentali. Dimenticando il massacro dei civili e degli insorti se sono iracheni o afghani. Già l’amministrazione Usa parla di una delega all’Italia e alla Francia, paesi ex coloniali che dovrebbero guidare l’eventuale «missione». Del resto lo strumento militare operativo di Africom della Nato è già pronto, come da mandato, per l’intervento proprio in quell’area. E tutti sono avvertiti della presenza sul campo non di Al Qaeda che soffia sul fuoco, ma di un integralismo islamico reale e storico in Cirenaica.
Eppure non sanno ancora come motivarlo l’intervento. Se avessero a cuore davvero la vicenda umanitaria, non avrebbero dovuto sottoscrivere accordi di compravendita di armi con il Colonnello. E se l’Italia è davvero attenta all’umanità non avrebbe dovuto ratificare in modo bipartisan un Trattato che, pur riconoscendo finalmente le nostre malefatte coloniali, ha chiesto a Gheddafi di istituire campi di concentramento per fermare la fuga dei migranti disperati dalla grande miseria dell’Africa dell’interno e del Maghreb.
Non lo dicono, né lo diranno mai. Ma come per l’enfasi e la falsificazione sul numero delle vittime, c’è l’esagerazione interessata sui «milioni di profughi» dalla Libia e dalla Tunisia, «250mila» ha detto il gommoso Frattini, senza alcuna vergogna.
Non lo dicono, ma sono terrorizzati davvero per il pericolo che corrono gli approvvigionamenti di petrolio e metano. Per i nostri consumi, il nostro intoccabile modello di vita.
Per questo alla fine interverranno. Non per un ruolo umanitario da subito degli organismi delle Nazioni unite, non per un corridoio umanitario che porti soccorso a chiunque, insisto chiunque, soffra – giacché la crisi libica si rappresenta più come guerra civile che come rivolta secondo il modello di Tunisi e del Cairo. Interverranno perché, qualsiasi sia il potere che arriverà dopo Gheddafi, svolga per noi la stessa funzione del Colonnello: elargire petrolio per i consumi dell’Occidente e impedire l’arrivo dei disperati relegandoli in un nuovo sistema concentrazionario.

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221 commenti to “Venti di guerra”

  1. Anonimo scrive:

    … beh dalle leaderismo di Vendola quello di De Magistris!!!
    No cambia nulla per la FdS!
    E noi che facciamo?Ancora a chiedere a Bersani di fare il “Fronte Democratico”!
    Ma ancora non hanno capito che a Bersani di unirsi con la FdS non gli passa neanche per la testa?
    Avete letto oggi che dice a “Repubblica”?
    Io insisto siamo ancora in tempo per prendere le contromisure.
    Si votera’ tra un anno,c’e tutto il tempo per prepararsi,rafforzare un SOLO Partito Comunista e cercare alleanza anche con Sinistra Critica,Rete dei Comunisti e Csp di Rizzo e il Pcl.
    Con un buon candidato tutti insieme non prenderemo il 4%?
    Secondo me si!

    • Marco scrive:

      Pensiamo a noi invece di andare dietro a gruppi e gruppettini che non hanno la forza neppure di presentarsi alle elezioni.
      E’ stato una grande conquista presentarsi con un unica falce e martello alle europee e regionali

    • Francesco Bertolini scrive:

      Anonimo, è corretto che il PD non guardi la FDS, così come è logico che neppure Vendola possa guardare la FDS. Sono progetti differenti, che potrebbero lottare su fronti comuni, ma che non possono permettersi di affrontare una sfida elettorale insieme.
      La FDS che fa? quello che sta facendo da quando è nata.. ossia nulla.
      Ma non per la composizione della FDS, per il vuoto di politica che l’ha colpita.
      Unità dei comunisti? quali? come puoi osservare ci sono differenti anime di comunismo e non ci può essere un progetto comune perchè ci sono delle differenze che minano addiritura la stessa idea di comunismo. Un partito comunista unitario, potrebbe esistere (ahimè) con delle derive burocratiche e verticistiche e non sarebbe adatto alla società di oggi, ma sarebbe una riproposizione di qualche vecchia struttura. Sarebbe un partito destinato a sparire nel giro di pochi anni…
      Caro anonimo,o si capice che si deve ricostruire dal nulla tutto senza alchimie politiche per racimolare qualche punto percentuale,oppure non ci saranno partiti che possano rilanciare una idea di comunismo, ma solo dei partiti che utilizzeranno quella idea per pura propaganda elettorale.
      Felice di sbagliarmi…

  2. silvio scrive:

    Non cita neppure la FdS tra l’altro, ma pare davvero un altro messia ecco un altro unto del signore… Lugi DeMagistris
    ma quando contrasteremo seriamente questo leaderismo che orami dilaga e se non lo facciamo come FdS saremo davvero schiacciati da questo ultrapersonalismo…

    • Giuseppe scrive:

      E li mette tutti insieme. L’Idv, Fed, Fiom, centri sociali, ambientalisti, operatori del terzo settore, intellettuali, lavoratori della cultura al fianco dell’ex pm, Sel e Verdi che prendono tempo, mentre il Pd e il suo sistema partitico decidono di presentarsi con una coalizione spaccata alle elezioni di maggio, pur non avendo ancora un nome forte da spendere e sapendo di andare incontro a una sconfitta.
      NON E’ UNA COSA DA POCO E C’ENTRA BEN POCO IL LEADERISMO

      • silvio scrive:

        Giuseppe ma lo vuoi capire che è la società del leader poi vedremo questo tutti dietro dove sarà, quali programmi, ma anche la questione metodo no? noi siamo come canne al vento.. magari Saviano si candida a presidente del Consiglio e noi dietro e via, sai quanti ne porta dietro Saviano? ma che modo di far politica è questo uno si alza (anche se molto In come DeMagistris e si candida) e noi subiamo senza sapere cosa propone cosa vuole! ieri ascoltavo DiPietro che dichiarava in Tv “noi siamo per il libero mercato punto”
        vogliamo dismettere questo modo di far politica? solo per un calcolo ci accodiamo a LdM ma siamo sicuri che pagherà o invece prosciugherà il già nostro labile consenso?

  3. silvio scrive:

    Luigi DeMagistris: “Io sono il candidato della citta’” De Magistris spiega di essere al lavoro “per costruire non solo la tradizionale allenanza di centrosinistra, con Pd, Sel, Verdi, Idv, ma anche, e questo e’ la vera novita’, per fare una grande e importante lista civica con movimenti e cittadinanza attiva”. Per questo, anticipa, “la prossima settimana sara’ importantissima per chiudere le alleanze”. Ma, assicura, “io non faro’ trattative. Le trattative non le fa il candidato, e io sono il candidato della citta’. Le trattative le fanno i partiti. Io, comunque, da domani avro’ una serie di incontri con personalita’ dei partiti, dei movimenti, della societa’ civile. Sono al lavoro”.

    AVANTI CON LA PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA….

  4. silvio scrive:

    E’ impressionante come si cambi idea secondo le convenienze,
    leggendo i post sull’iniziativa di DeMagistris e già l’entusiasmo di Sodano e la FdS mi viene da pensare a quanto letto in questi giorni: critica al leaderismo, al bipolarismo, alla singola persona come personalizzazione, come taumaturgica, e giù articoli di Tronti, di Liberazione e critiche a Vendola. Poi improvvisamente per tornaconti di posizionamenti si esalta appunto il leader “QUELLO GIUSTO” cui delegare la nostra proposta politica, mi spiace quante contraddizioni e il bello che da TIFOSI non ci accorgiamo di questa scelta. Anzi ci buttiamo a fare il tifo, questa volta con L.D.M. magari un altra con un altro “BEL CANDIDATO”…
    con il rischio reale comunque che alla fine schiaccandoci sulla sua figura, il voto si concentrerà sull’IDV realizzando un altra sconfitta politica…

  5. lorenzo scrive:

    La «spaccanapoli» di De Magistris

    Democratici allo sbando e vendoliani assenti.

    Francesca Pilla

    «Il centrosinistra invece di cambiare preferisce perdere». Luigi De Magistris commenta così – in poche battute e nel giorno dell’inizio della sua campagna elettorale – il fronte che si potrebbe aprire già domani sul futuro dell’amministrazione napoletana.
    E li mette tutti insieme. L’Idv, Fed, Fiom, centri sociali, ambientalisti, operatori del terzo settore, intellettuali, lavoratori della cultura al fianco dell’ex pm, Sel e Verdi che prendono tempo, mentre il Pd e il suo sistema partitico decidono di presentarsi con una coalizione spaccata alle elezioni di maggio, pur non avendo ancora un nome forte da spendere e sapendo di andare incontro a una sconfitta. Forse aspettano ancora l’Udc, ma Ciriaco De Mita è come sempre a dondolo sull’altalena tra democratici e cosentiniani e deciderà all’ultimo dove giocare le sue carte.
    Il prefetto Mario Morcone, che doveva essere il candidato di tutti ora potrebbe anche ritirarsi, anche perché Luigi De Magistris ieri ha spiazzato la politica napoletana con una manifestazione riuscita oltre ogni aspettativa. Seicento persone riunite in un multisala del centro storico, altre 300 fuori, sotto l’acqua, instancabili con gli ombrelli gocciolanti ad attendere per oltre due ore perché il cinema ha superato la capienza disponibile. Hanno applaudito e incitato il candidato, che si è affacciato alla finestra promettendo una nuovo incontro in settimana.
    Eppure proprio tutto questo entusiasmo non è piaciuto a quelli che venerdì sera erano al tavolo delle trattative con un filo di speranza che l’europarlamentare tornasse sui suoi passi. Il magistrato dell’inchiesta «Why not», che parte dei democratici ancora ritengono responsabile della caduta del governo Prodi dopo aver indagato Clemente Mastella, ha invece detto di essere convinto di farcela: «Solo voi e nessun altro può farmi diventare il vostro sindaco». Nel suo intervento l’esponente dell’Idv ha pronunciato più volte le parole rivoluzione e sogno, ha detto no agli inceneritori («non hanno voluto trovare una soluzione alla crisi rifiuti perché avrebbe rotto il sistema»), ha sostenuto il valore dell’acqua e dei trasporti pubblici («Napoli deve essere una città aperta»), ha sottolineato l’importanza della legalità («è il sindaco che deve rappresentare l’etica pubblica»), nonché la centralità della comunità e delle scelte condivise con la popolazione («non mi chiedete ‘puoi fare questo’ venite a farlo con me»). Poi al Pd ha domandato ancora una volta qual è il motivo che impedisce di correre insieme e ha rinnovato la sua offerta di dialogo.
    Asciutta e dura la risposta del segretario regionale Enzo Amendola e del commissario provinciale Andrea Orlando: «Prendiamo atto che il partito di Antonio Di Pietro preferisce andare avanti con atti unilaterali, proponendo candidati che procedono fuori dall’alleanza. Per noi la parola data è un valore su cui costruire un lavoro comune. Ci siamo accorti che per altri non è così».
    Ora non resta che aspettare la posizione di Sel. De Magistris è stato molto chiaro in proposito: «Faccio un appello a Nichi Vendola – ha detto dal palco – perché non ci mette la faccia? Noi parliamo la stessa lingua, non capisco perché non sia qua». E in effetti i vendoliani erano pochi, mischiati tra la folla e a titolo personale, mentre nel pomeriggio dalla segreteria regionale Arturo Scotto precisava: «Siamo convinti che la priorità resti l’unità della coalizione e i passi in avanti che pure erano stati compiuti. De Magistris è una risorsa del centrosinistra, ritorniamo a dialogare».
    Ma Vendola e i suoi restano per il momento indietro, sanno bene che al tavolo si dovrebbe tornare solo per poter trovare un nome nuovo o unirsi su Morcone. Così come è avvenuto nelle ultime settimane, dopo lo sconquasso delle primarie e le denunce sui presunti brogli, ognuno è sempre rimasto fermo sulle sue posizioni: perché la situazione dovrebbe mutare ora? Tanto più che De Magistris ha portato a casa una manifestazione partecipata e animata proprio dall’elettorato di riferimento di Fed e Sel. Dal palco, per esempio, si sono avvicendati l’avvocato Gerardo Marotta, la penalista che difende i diritti delle donne Elena Coccia, l’ex assessore al bilancio «indipendente» Riccardo Realfonzo. E ancora Antonio Musella dei comitati antidiscarica e il musicista Enzo Avitabile. In platea tutti i dirigenti di Fed, Legambiente, i rappresentanti del «Welfare non è un lusso», la Fiom cittadina. Nel pomeriggio Antonio Di Pietro ha ripetuto a Bersani e Vendola di convergere su De Magistris, mentre dall’altro lato appare scontata la candidatura del presidente degli industriali Gianni Lettieri. «So che è stato presentato da Nicola Cosentino – ha concluso De Magistris – uno che per la magistratura è il referente politico della casalesi. Significa che sarà una bella campagna elettorale».

  6. claudio grassi scrive:

    Riflessioni e informazioni utili, quanto allarmati!

    LA CIRENAICA FOTOCOPIA DEL KOSOVO

    di Stefano Isola

    I media stanno inneggiando da settimane alle presunte “novità” provenienti dal Mondo arabo, novità che consisterebbero in quelle inedite esperienze che sono i colpi di Stato militari. Ma, più di tutte, la situazione della Libia ha assunto i contorni del déjà vu, di una vicenda già vissuta nei minimi dettagli.

    Vari commentatori hanno ipotizzato che, dietro l’ondata di rivolte nei paesi arabi, vi sia un’unica strategia di destabilizzazione di marca statunitense. Vi sono certamente degli indizi che possono conferire qualche fondatezza a questa ipotesi, come, per esempio, il ruolo di personaggi ambigui come El Baradei in Egitto. In effetti, nel caso della Tunisia e dell’Egitto è anche possibile che gli Usa stiano mettendo in atto operazioni di recupero riguardo a una situazione che cominciava a sfuggire di mano per una serie di tensioni sociali e istituzionali direttamente provocate dalle privatizzazioni selvagge imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (Wto). Sta di fatto, invece, che il caso libico assume dei contorni davvero singolari rispetto a quelli della Tunisia e dell’Egitto, perciò per la Libia non si può piú parlare di semplici indizi e sospetti, ma di una serie di marchiane evidenze.

    Alcuni giorni fa, un articolo su «Militant-Blog», a proposito degli eventi libici, parlava di “puzza di Kosovo”, ma ora sembra addirittura di ripercorrere passo per passo lo schema dell’“emergenza umanitaria” in Kosovo del 1999, che costituì il pretesto per l’aggressione della Nato contro la Serbia, una serie di bombardamenti a tappeto spacciati dai media come “ingerenza umanitaria”. Novello Milosevic, anche Gheddafi si trova colpito contemporaneamente dalla secessione unilaterale di una parte del paese e da una campagna di criminalizzazione internazionale, che già si è concretizzata in sanzioni economiche dell’Onu e dell’Ue con tanto di sequestro dei beni libici, fatti passare tout-court dai media come beni della “famiglia Gheddafi”. Il “congelamento” dei suoi presunti beni si configura perciò come una rapina coloniale in grande stile ai danni dello Stato libico. Ma in queste ore pare che la Nato stia anche allestendo una no fly zone sulla Libia, utilizzando ovviamente le basi militari italiane, che Berlusconi sta concedendo esattamente come D’Alema nel 1999; cosa che, si spera, dovrebbe almeno liquidare le residue fiabe circa il Berlusconi in conflitto con i poteri forti internazionali.

    La no fly zone della Nato implica un’aggressione in piena regola, poiché imporla significherà abbattere gli aerei libici, magari con il contorno di qualche bombardamento vero sulla popolazione civile, che dovrebbe supplire a quelli immaginari di Gheddafi. Nel 1999 le operazioni Nato furono ispirate e dirette dal presidente Clinton, adesso dal segretario di Stato Clinton, quindi ci siamo quasi.

    A rafforzare la sensazione di già visto, c’è persino l’onnipresenza mediatica di Emma Bonino, la quale, dopo essere stata eletta nel 1999 nemica ufficiale di Milosevic, ora è diventata anche colei che detta la linea ufficiale per ciò che concerne le operazioni anti-Gheddafi. La deputata radicale ha potuto ancora una volta esibirsi nelle sue mirabolanti capacità logiche in un intervento su «Repubblica Radio-Tv», allorché, auspicando le sanzioni Onu e Ue contro Gheddafi, ha poi aggiunto che occorrerà poi trovare le prove dei suoi crimini contro l’umanità, con ciò implicitamente ammettendo, in un colpo solo, sia che tali prove adesso non esistono, sia che le sanzioni Onu e Ue sono state imposte d’arbitrio, senza alcuna inchiesta preventiva.

    In compenso ci sono le inchieste e le prove contro gli Usa sia per Guantanamo che per il massacro di civili in Iraq ed Afghanistan, ma ciò non impedisce a Obama e alla Clinton di ergersi a giudici, sbirri e boia in materia di difesa dei diritti umani, e di essere accettati in questo ruolo dalla sedicente “Comunità Internazionale” (pseudonimo degli stessi Stati Uniti). La Bonino dovrebbe essere a sua volta imputata per crimini contro il buon senso, da lei commessi in nome della provocazione/disinformazione occidentalista, dato che, allo stato attuale, non soltanto non esiste il supporto di prove alle notizie di atrocità commesse dal regime libico contro i rivoltosi, ma non ci sono neppure le fonti delle presunte notizie. Si tratta infatti di notizie orfane, di cui è stato possibile accertare il diffusore – le emittenti arabe come Al Jazeera, la stessa che aveva dato per certa la fuga di Gheddafi in Venezuela – ma non l’origine. Al contrario, le smentite a queste notizie provenivano da testimoni ben individuati, come il vescovo di Tripoli e gli italiani sfollati dalla Libia, ma la comunicazione ufficiale non ha ritenuto di prenderle in considerazione. Dato che non confermavano la linea ufficiale, una giornalista di «Repubblica Radio-Tv» ha infatti liquidato come “confuse” le affermazioni degli italiani appena giunti da Tripoli.

    Le analogie non finiscono qui, dato che anche nel 1999 gli Stati Uniti dettarono la linea al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ottenendone, come oggi, una pronta obbedienza, che ha visto, come allora, la sottomissione anche di Russia e Cina. Putin è sembrato addirittura fra i più ansiosi di scaricare Gheddafi, come del resto fece con Milosevic, sebbene sia risaputo che si sta preparando una nuova operazione della Nato e che stavolta le Forze Armate russe difficilmente saranno disposte a passarci sopra. Chissà se la prossima vittima di un colpo di Stato militare non sia proprio Putin, che si oppone all’aggressività militare Usa non in chiave globale, ma solo quando pressa i suoi confini; una strategia strettamente difensiva che sta cominciando a logorare i suoi rapporti con i generali russi. Anche la Cina non dovrebbe essere troppo felice di questa penetrazione militare Usa in Africa, che certamente va a disturbare la penetrazione affaristica cinese in quel continente; eppure la Cina non ha fatto opposizione, segno che forse, a dispetto di tutti i tentativi ideologici di rendere astratto e impersonale il concetto di “Impero”, il vero e solo imperialismo rimane quello americano.

    Intanto la Cirenaica si configura già come un altro Kosovo, uno staterello etnico fantoccio della Nato, e probabilmente nel territorio strappato al tiranno di Tripoli già si sta dissodando il terreno per impiantare una base militare Usa, una nuova Bondsteel, a guardia dei pozzi di petrolio e di gas sottratti manu militari alle cure amorevoli dell’Eni. Rispetto al Kosovo c’è infatti qualcosa in più, e riguarda la variabile delle imprese italiane che sono state non solo spiazzate dalla secessione, ma anche dalle sanzioni economiche alla Libia. Le quote azionarie libiche nell’Eni, in Finmeccanica e in UniCredit si trovano adesso in una sorta di limbo giuridico che consegna il manico del coltello a chi controlla e ispira le sanzioni stesse, e cioè gli Stati Uniti. L’Eni e la sua cordata imprenditoriale si trovano quindi doppiamente sotto scacco, ma l’unica cosa che ha saputo dire a riguardo il presidente di Finmeccanica, Guadagnini, è stata che i nuovi padroni della Libia avranno pur sempre bisogno dei prodotti di Finmeccanica. Forse, ma non è detto che per allora il presidente sia ancora Guadagnini.

    Le multinazionali anglo-americane hanno quindi allestito una duplice operazione coloniale, centrando in un colpo solo la Libia e l’Italia, tutto ciò nel gaudio dei media italiani, a riprova che gli attuali dirigenti dell’Eni non hanno seguito le orme di Enrico Mattei, il quale si premurava di avere a disposizione le proprie armi nella guerra dell’informazione/disinformazione. L’amministratore delegato dell’Eni, Scaroni, dovrebbe anche chiedersi a cosa siano servite tutte le mazzette che ha elargito per decenni ai servizi segreti italiani, dato che gli Stati Uniti hanno colto alla sprovvista sia lui che Gheddafi. In questi giorni l’Eni si sta giocando la sua sopravvivenza, poiché, se si lascia sottrarre senza reagire i giacimenti libici, perderà anche la faccia con ogni possibile interlocutore nei paesi del terzo mondo.

    • buran scrive:

      Condivido la valutazione generale e gran parte dell’articolo, ma ci sono comunque alcune inesattezze piuttosto importanti. Durante la guerra del Kossovo Putin non era presidente, come c’è scritto nell’articolo, ma il presidente era ancora Eltsin. Il primo ministro era Primakov che entrò in rotta di collisione con Eltsin proprio sulla questione dell’atteggiamento da tenere con gli USA. Si formò un governo di coalizione con i comunisti i quali, fra l’altro, avevano in corso un procedimento di impeachement proprio verso Eltsin. Primakov appoggiò la Jugoslavia con determinazione, pose il veto al consiglio di sicurezza sull’intervento militare internazionale (infatti fu un’operazione esclusivamente NATO senza l’egida ONU), e quando alla fine ci fu la tregua tentò di realizzare un ponte aereo con Belgrado per dislocare su almeno metà del Kossovo truppe russe bene armate (già pronte a partire) con mezzi corazzati e antiaerei, contando sull’effetto sorpresa. Purtroppo nè Bulgaria, nè Romania nè Ungheria dettero l’autorizzazione allo spazio aereo, e l’operazione fallì, anche se a Pristina furono posizionati i reparti russi presenti in Bosnia (comunque insufficienti) che riuscirono a precedere le truppe NATO. Qualche mese dopo la fine della guerra Primakov fu destituito da Eltsin perchè si era rifiutato di espellere dal governo i ministri comunisti. Alla Fine dell’anno Eltsin lasciò e venne nominato presidente Putin. Tornando all’oggi va detto che la Cina si è espressa ufficialmente e pubblicamente contro la no-fly zone e contro qualsiasi intervento

  7. fulvia scrive:

    Gian Guido Naldi (Sel)

    25 febbraio 2011. Visita al CIE di Bologna

    Nel Cie di Bologna ci sono in questo momento 91 persone, metà uomini
    e metà donne. La quasi totalità degli uomini rinchiusi è composta
    da tunisini sfuggiti ai disordini del Nord Africa e approdati a
    Lampedusa. Non vogliono richiedere asilo politico perchè non vogliono
    fermarsi in Italia, ma spostarsi in altre parti d’Europa,
    soprattutto in Francia.

    La consapevolezza crescente della situazione in cui sono capitati li
    sta facendo precipitare nella disperazione. Erano pieni di speranze di
    una vita migliore e adesso si trovano privati della libertà per non
    si sa quanto e senza capire bene il perchè.

    Con la legge attuale, questi tunisini rischiano di passare dentro il
    Cie fino a 6 mesi per poi essere rilasciati con foglio di via, e se
    non riescono a scappare potrebbero paradossalmente essere rinchiusi
    nella struttura per altri 6 mesi.

    Questo è un grosso problema per una struttura pensata per brevi
    permanenze in attesa del rimpatrio forzato. I rinchiusi non sanno come
    passare il tempo, si muovono tra le camere e i cortili, senza poter
    svolgere attività di nessun tipo. In questo caso in cui, molti
    tunisini dovranno passare molto tempo nella struttura, si potrebbero
    creare forti tensioni.

    Questo problema è sentito anche da chi è al Cie per altri motivi:
    un rinchiuso che arriva da un carcere, dove ha scontato parte della
    sua pena, ha chiesto di poter rientrare nella struttura che lo
    ospitava precedentemente, perchè almeno poteva partecipare a corsi di
    formazione per passare il tempo.

    Con la legge Bossi-Fini che ha creato il reato di clandestinità,
    molti immigrati, circa il 20%, sono rinchiusi al Cie con l’unica
    colpa di aver perso il posto di lavoro e con questo il loro permesso
    di soggiorno, ha sottolineato il consigliere.

    In questo momento è anche scaduta la convenzione tra Comune e Cie
    che garantiva l’apertura di uno sportello legale per tre giorni a
    settimana, e in alcuni periodi, anche per 5 giorni. Bisogna risolvere
    prima possibile questa situazione, perchè la possibilità di porre
    domande a un legale e chiedere chiarimenti sulla propria situazione
    giuridica, in questa situazione di limbo in cui gli immigrati
    clandestini si trovano, è necessaria.

  8. Matteo scrive:

    … certo che Airaudo lascia molto perplessi!
    Come si potra’ fare una campagna contro Fassino e il csx?
    Puntare sulla questione Marchionne-Fiat?
    E come si fa’ se tutto lo stato maggiore della Fiom.da Landini a Airaudo sono per votare Fassino e SEL(almeno nel caso di Landini,ma alla fine credo che anche Airaudo sia vicino a Sel) … bah!

  9. Anonimo scrive:

    Dopo la botta di Airaudo un altra perla!!
    Rafael Rossi e’ intervenuto alla manifestazione di De Magistris a Napoli
    Pure questo va via?

    • Giuseppe scrive:

      La FdS a Napoli appoggia giusta,mente De Magistris in alternativa molto probabilmente al Pd e SeL che faranno la loro corsa.
      Ero presente al teatro per la presentazione di De Magistris presenti:Idv-FdS comitati contro gli inceneritori,comitati dei disoccupati,associazioni e movimenti vari,molto del lavoro vedi Fiom,docenti universitari.
      Penso che faremo bene,molto bene e spero che Pd e SeL si adeguino

  10. Anonimo scrive:

    Che succede a Torino?
    il no di Cremaschi e’ definitivo,Fassino intanto ha aperto alla Fds … e tutto tace!
    Ennesimo dietrofront in vista?
    E’ POSSIBILE AVERE UN REPORT SULLO STATO DELLE ALLEANZE,COALIZIONI E SCELTE DEL PRC E DELLA FDS IN GIRO PER L’ITALIA?
    UN BLOG DOVREBBE SERVIRE ANCHE(SOPRATTUTTO)A QUESTO … I LUNGHI COPIA E INCOLLA DI MOLTI NON SONO MOLTO INTERESSANTI!

    • Romeo Cerri scrive:

      Comincio io. Al comune di Desio (MB) ci sarà una lista unica comprendente FDS, SEL e parte di Alternativa Verde per Desio che prenderà il nome: La Sinistra per Desio. La coalizione è: PD, IDV, lista civica Desio Viva, La SINISTRA per Desio. Il candidato sindaco è Roberto Corti.
      Contento?

      • claudio grassi scrive:

        per quel che ne so a torino la federazione della sinistra presenterà un proprio candidato a sindaco. i candidati possibili sono il prof. angelo d’orsi oppure yuri bossuto del prc consigliere regionale nella scorsa legislatura. ne stanno discutendo le compagne e i compagni di torino.

        • vincenzo scrive:

          Meglio così. Se fossi a Torino non voterei per Marchionne, pardon Fassino, neanche sotto tortura. Chissà che la coerenza non possa pagare. Non dimenicare il risultato di Grillo alle recenti elezioni

          • enrico scrive:

            Riprovare a volare/2

            Roberto Fabio Cappellini

            ”Dopo la bella vittoria ottenuta alle primarie, Piero Fassino deve raccogliere il meglio di quanto si espresso nella partecipazione al voto, sopratutto guardando al lavoro e ai giovani, e rappresentarlo nel programma e nella coalizione che dovra’ battere il centro destra all’appuntamento elettorale di maggio”. Con queste parole Giorgio Airaudo, responsabile auto della FIOM, ha commentato la vittoria di Fassino alle primarie torinesi. Nulla di strano se, durante la vertenza Mirafiori l’ex segretario PD non avesse esplicitamente dato il suo sostegno alla linea Marchionne e se Airaudo non fosse stato l’uomo simbolo dell’opposizione della Fiom e dei lavoratori a quella linea. E poi, dopo il voto a Mirafiori, se lo stesso Giorgio Airaudo non fosse stato reclamato a gran voce, dalla sinistra anti-Marchionne, quale candidato alle primarie per la scelta del candidato di centrosinistra nella città della Mole.

            E’ chiaro a tutti che la dichiarazione di un personaggio come Airaudo ripropone, per la Federazione della Sinistra, l’eterno, mortale dilemma: mantenere la propria coerenza rimanendo stritolati nelle morse del voto utile (ora che palesemente non ci sarà spazio apprezabile per un candidato a sindaco “anti-dottina Marchionne”; ora che, palesemente, anche l”unico baluardo “apprezzabile” contro tale dottrina, la FIOM, si è schierata con Fassino), oppure “adeguarsi” al centro-sinistra pro-Marchionne provando a vivacchiare, suscitando (come minimo) lo sconcerto del nostro elettorato e dei nostri militanti e rischiando, quindi, di scomparire comunque (A quel punto si potrà votare SEL o direttamente PD…). Posso anche dire che una simile dichiarazione di Airaudo va nella direzione dei timori che avevo espresso in un precedente post (Come reagiremo a Mirafiori?), ma questa è una ben misera “consolazione”.
            Quello che mi chiedo è come si coniugherà questa “reazione” all’ennesima sconfitta del movimento dei lavoratori alla situazione di emergenza (per usare un eufemismo) sociale che da qui e un paio d’anni (se l’economia non ripartirà) si aprirà: anche nella nostra realtà i periodi di cassa integrazione stanno esaurendosi uno ad uno e si sta entrando nella fase delle mobilità. In qualche anno finiranno anche le mobilità. Che ne sarà dei mutui per la casa accesi da questi lavoratori? che ne sarà della scolarizzazione dei loro figli? che ne sarà della loro vita? Non voglio neppure pensare alle risposte.
            E allora che faranno questi lavoratori disoccupati? Avranno una sponda politica credibile o la sinistra che ha provato a difenderli sarà assorbita da candidati “marchionnizzati” o rifluita nel residualismo? E in questo caso, faranno “come in Egitto” oppure semplicemente si autoespelleranno da qualsiasi partecipazione alla vita pubblica (voto compreso), tutti presi nel loro difficilissimo “tirare a campare”?
            Una forza di sinistra, alternativa, anticapitalista e (diciamolo, non ci vergognamo!) comunista che non tenga conto di questo quadro drammatico a mio avviso perde l’ultima possibilità di esistere. Una forza come la FDS che non provi, già da ora, a dare una risposta politica a questo futuro nero, sarà destinata alla scomparsa. Mi permetto quindi di reiterare le proposte che ho già scritto un un precedente post su questo blog (lo so che non lo legge nessuno… ma altri “mezzi” non ce li ho!): referendum sulla legge 30, riproposizione delle proposte di legge regionali sul lavoro già presentate in alcune Regioni (es. Toscana), messa in discussione dell’apertura indiscriminata dei mercati, apertura delle nostre liste già dalle prossime amministrative a realtà dei lavoratori in lotta. Riprovare a volare, insomma. Se non ora, quando?

        • marco pi. scrive:

          Il problema non è il primo turno, al quale ci presenteremo autonomamente. Il problema sarà il che fare se si arriva al ballottaggio: votare “a gratis” Fassino o astenersi e magari permettere (della serie “l’uno o l’altro pari sono”) l’elezione del candidato della destra?

  11. Io provo a continuare a stare nel merito del post del compagno Grassi. Ma avete notato che tra i politici che vanno in TV (quindi non i nostri) le cose più sensate sulla Libia le dice Giovanardi mentre l’opposizione di “sinistra” (Pd,Idv), così come i media di “sinistra” (AnnoZero, Tg La7, Tg3) tifano apertamente per l’intervento militare?
    Ieri a Tg3 Linea Notte Giovanardi ha sostenuto la seguente tesi: 1) la stampa ha dato notizie false come quella delle fosse comuni 2) in Libia c’è una guerra civile 3) Gheddafi ha dalla sua una parte consistente della popolazione e se si vuole una soluzione pacifica bisogna mediare tra lui ed i rivoltosi. Altrimenti sarà guerra.
    Se vogliamo è un altro esempio che ci spiega come non sia possibile un accordo di governo con il centrosinistra ma solo l’alleanza democratica.

    • buran scrive:

      Brigante, per amor di verità va detto che il TGla7 ha sollevato (timidi) dubbi sulle “fosse comuni” e sui bombardamenti. Mi meraviglio comunque di uno come Santoro, che faceva le trasmissioni da Belgrado. In ogni caso si ripete la situazione del Kossovo: il centrosinistra sostiene con entusiasmo la guerra purchè a farla sia un presidente USA “democratico”. In questo caso l’art. 11 non vale, vale solo se c’è George W. Bush. Se leggi gli articoli non solo di Repubblica e Corriere, ma soprattutto del Fatto Quotidiano, sembrano i commenti dei cinegiornali LUCE. Come si possa votare questa gentaglia non lo so, anche nel quadro di una “alleanza democratica”. Io, personalmente, non ho lo stomaco per farlo. Si può fare qualsiasi ragionamento “razionale”, ma la mano si rifiuterebbe di obbedire agli ordini del cervello.

      • Buran mi riferivo in particolare al tifo per l’intervento militare, ieri, ad esempio, Mentana ha detto che bisogna fare presto.
        P.S. scusate se ho postato lo stesso commento 2 volte ma non so perché prima non apparivano.

    • vincenzo scrive:

      La Perla. Maroni: “Gli USA si diano una calmata sull’intervento militare: non vorremmo che la LIbia diventasse un altro Afghanistan”.
      Il dubbio. Una dichiarazione del genere è di destra o di sinistra? Io mi sento di sinistra, ma la condivido. Alla faccia di tuti gli interventisti che dovrebbero essere nostri alleati politici.
      Sia chiaro, tolta questa dichiarazione della lega non me ne frega niente. Però la politica è strana e complicata.

    • Anonimo scrive:

      in una puntata della settimana passata di porta a porta addirittura vespa ha smentito le fosse comuni, commentando l’ormai celebre foto, dicendo di sapere -da fonti certe- che si tratta del cimitero di tripoli. alla dichiarazione di vespa, è seguito il siparietto di di pietro, che ha detto più o meno: che c’azzecca se questa non è la foto le fosse comuni ci sono eccome

  12. Io continuo a provare a stare nel merito del post del compagno Grassi. Ma avete notato che tra i politici che vanno in TV (quindi non i nostri) le cose più sensate sulla Libia le dice Giovanardi mentre l’opposizione di “sinistra” (Pd,Idv), così come i media di “sinistra” (AnnoZero, Tg La7, Tg3) tifano apertamente per l’intervento militare?
    Ieri a Tg3 Linea Notte Giovanardi ha sostenuto la seguente tesi: 1) la stampa ha dato notizie false come quella delle fosse comuni 2) in Libia c’è una guerra civile 3) Gheddafi ha dalla sua una parte consistente della popolazione e se si vuole una soluzione pacifica bisogna mediare tra lui ed i rivoltosi. Altrimenti sarà guerra.
    Se vogliamo è un altro esempio che ci spiega come non sia possibile un accordo di governo con il centrosinistra ma solo l’alleanza democratica.

  13. Anonimo scrive:

    Lorien Consulting – sondaggio condotto tra il 24 e il 27 febbraio
    Le variazioni sono rispetto all’identico sondaggio svolto a Novembre

    ELEZIONI COMUNALI MILANO

    INTENZIONI DI VOTO PARTITI

    PDL 26,5% (-3,6%)
    LEGA NORD 15,1% (+2,7%)
    Altri di cdx 4% (+4%)
    Totale cdx 45,6% (+3,1%)

    FLI 3,5% (-1,3%)
    UDC 3,6% (-0,6%)
    API 1% (+0,7%)
    Totale centro 8,1% (-1,2%)

    PD 26,1% (-1,4%)
    SEL 6.8% (+1,4%)
    IDV 5% (-0,1%)
    RAD 1,5% (+0,5%)
    FED.SIN. 1,9% (-0,6%)
    Altri di csx 0,5% (+0,5%)
    Totale Csx 41,8% (+0,3%)

    M5S 2,8% (-0,7%)

    Altri 1,9% (-1,3%)

    totale Rispondenti: 73,6% (+7,5%)

    Ora i candidati:
    Letizia Moratti (cdx): 44-46%
    Giulian Pisapia (csx): 42-44%
    Manfredi Palmieri (terzo Polo): 6-8%
    Altri candidati e liste: 4-6%

  14. filippo scrive:

    Antonio La Rosa

    Segretario Prc Reggio Calabria

    Reggio Calabria, 4 Marzo 2011.

    Alla c.a.
    Aldo Varano
    Direttore zoomsud.it

    Gentile Direttore,
    come mia personale consuetudine, ho letto con grande attenzione il Suo editoriale su zoomsud.it (La
    crisi del centro sinistra. Pd, Sel, Rc, Idv: la sindrome di Sansone che uccise tutti i filistei ), provando a
    carpirne il significato più profondo, finanche le sfumature sottese. Sono righe pesanti, nel senso che
    impongono una riflessione attenta, non possono piegarsi ad una prima lettura ma richiedono spazio e
    tempo di valutazione supplementari. Perciò stesso, voglio cimentarmi nell’interlocuzione con le Sue
    analisi, persuaso che esse siano importanti ancor più nelle contestazioni da muovere che nelle asserzioni
    da condividere.
    È vero, il popolo di centrosinistra – inteso nella sua vasta articolazione – è semplicemente smarrito. Non
    capisce quanto di grottesco sta avvenendo nel sempre più sguarnito assembramento del centrosinistra
    politico e partitico, e se lo capisce ne rifiuta la logica e la prospettiva. È un disagio vero, che viene da
    lontano, un disagio che produce disaffezione alla politica, lontananza dai partiti e dai suoi (pseudo)
    dirigenti, fino al rigetto vero e proprio dell’impegno e della militanza pubblica. Chi scrive, con tutta la
    consapevolezza e tutta l’umiltà dei limiti che ne caratterizzano il protagonismo sulla scena politica, ha
    più volte espresso la sua opinione fortemente critica sulla situazione del centrosinistra reggino. Sulle sue
    ipocrisie strumentali. Sui suoi opportunismi senza respiro politico. Sulla sua sconnessione rispetto al
    vissuto della società. Di più, chi scrive ha anche contestato – apertamente e pubblicamente – i “giochi
    pericolosi” di molti dei suoi (potenziali) alleati, accusandoli di propensione alla sconfitta piuttosto che
    di miseri interessi di bottega piuttosto ancora che di connivenza con l’avversario.
    Su questo sfondo, con l’obiettivo di dare una scossa sostanziale al centrosinistra e di costruire una nuova
    e matura alternativa politica, abbiamo deciso – sono quasi dieci mesi, ormai – di proporre una
    candidatura a sindaco per Reggio Calabria, un progetto politico ed elettorale innovativo, un’idea di città
    fattibile. Lo abbiamo fatto in maniera quasi irrituale, fuori dalle logiche usurate ed inutili della stanca
    liturgia partitica, lo abbiamo fatto puntando sulla trasparenza e sul dialogo aperto con la città, senza rete
    alcuna di protezione, esaltando e sublimando la partecipazione come valore in sé, come antidoto ai
    vecchi schemi e alle vecchie logiche di potere. La candidatura di Massimo Canale rientrava (e rientra
    ancora) nell’idea di un centrosinistra che deve mettere a valore tutte le sue esperienze e le sue pluralità,
    che deve perseguire l’unità di tutte le sue energie nella politica come nella società, che deve delineare e
    condividere una visione della nuova Reggio Calabria. In nessun caso, per quel che riguarda la mia
    comunità e la mia organizzazione politica, Massimo Canale è stato strumento di battaglia interna alla
    coalizione, pedina da muovere per meglio posizionarsi nei futuri assetti di potere del centrosinistra
    reggino: sarebbe offensivo nei confronti della verità del nostro impegno degli ultimi mesi, sarebbe ancor
    più offensivo riguardo l’intelligenza e l’autonomia di Canale stesso.
    Non tutto il centrosinistra reggino è uguale, e le responsabilità meritano di essere ripartite in maniera
    equa e proporzionale. Noi non abbiamo pensato, pregiudizialmente, che la partita per le amministrative
    fosse completamente perduta: difficile e complicata sì, ma non impossibile. Ci siamo messi a lavorare
    per tempo, con ampio anticipo, nel tentativo di aprire un dialogo vero con tanta parte della città di
    Reggio Calabria, per recuperare alla nostra ragione pezzi di società e di comunità che – nelle scadenze
    elettorali precedenti – avevano rifiutato il centrosinistra in quanto tale. Canale, e noi con lui, ha
    perseguito un’interlocuzione vera con associazioni e organizzazioni sociali, con vertenze e realtà di
    conflitto, con periferie e situazioni marginali, mettendo al centro della sua discussione pubblica il merito
    dei problemi e la partecipazione dal basso. I programmi, il mito da tutti declamato e da (quasi) nessuno
    sostanziato, Canale li ha esaltati come non mai, facendosi contaminare – di più: guidare – dal merito
    delle questioni, dalle proposte per il futuro, dall’inclusione delle energie della società civile. Non tutto il
    centrosinistra è uguale: noi abbiamo parlato e stiamo parlando della Reggio futura, noi abbiamo
    praticato e pratichiamo la partecipazione democratica e l’apertura, noi abbiamo avuto e abbiamo
    posizioni politiche coerenti e lineari. Canale, pur con tutti i limiti e le contraddizioni di un’esperienza
    come la sua, ha saputo suscitare entusiasmi nascosti, ha saputo destare disponibilità e volontà a dir poco
    intorpidite, e ne avremo dimostrazione con le liste che lo supporteranno nella sua sempre più probabile
    competizione elettorale da candidato sindaco.
    Ancora, non abbiamo avuto (e non abbiamo) alcuna presunzione di autosufficienza, alcuna arroganza
    settaria. Non abbiamo mai inteso imporre la nostra candidatura e il nostro progetto, al contrario abbiamo
    sempre parlato della costruzione di una coalizione la più ampia e plurale possibile. Perché nostro
    obiettivo è essere in tanti, un gruppo forte e competitivo, il nostro obiettivo è battere gli avversari del
    centrodestra, non certo vincere la battaglia al nostro interno (che orizzonte assai mediocre!). La nostra
    richiesta di primarie, più volte manifestata, a questo serviva (e servirebbe ancora, eventualmente):
    coinvolgere tutte le energie positive del centrosinistra, non imporre alcun passo indietro a nessuna di
    queste energie, costruire una candidatura e un’alleanza unitarie e legittimate dal consenso del popolo di
    centrosinistra. Sono stati altri, forse più interessati ai loro equilibri interni e alle dinamiche di potere
    futuro, ad opporre rifiuti, reticenze, rinvii, chiusure, pregiudizi. Con il risultato che, ad oggi, Massimo
    Canale è l’unica vera candidatura in campo e una coalizione unitaria di centrosinistra – di fatto – non
    esiste.
    Anche alla Provincia, ne faccio un passaggio rapido, abbiamo sostenuto e ribadito la necessità di
    riproporre la candidatura del Presidente Morabito, affiancandolo con una squadra di centrosinistra
    compatta e qualificata che fosse in grado di valorizzare il buon lavoro svolto negli ultimi anni a Palazzo
    Foti e di proporre le giuste ipotesi di sviluppo per il futuro della provincia reggina e dei suoi tanti
    territori. Nessun calcolo interno, nessun opportunismo particolare, nessun trasformismo di sorta:
    soltanto la chiarezza dinanzi agli elettori e la volontà di parlare di questioni concrete. Responsabilità
    nostra se, ancora oggi, la candidatura del presidente Morabito non è stata ufficializzata, se ancora oggi
    non si conoscono le reali volontà di alcune forze politiche in merito all’alleanza di centrosinistra alla
    Provincia? Ancora, ripetiamo, non tutto il centrosinistra è uguale.
    E vengo alle conclusioni, Direttore. È pienamente legittimo, da parte Sua, pensare che tutti – nel
    centrosinistra – soffrano della “sindrome di Sansone” e, stante la partita persa con il centrodestra,
    preferiscano dedicarsi integralmente alla guerra interna per ottenere futuri guadagni dal punto di vista
    elettorale. Così come è nella Sua facoltà parlare di una generale e generalizzata “fiera delle furbizie e
    della vanità”, nella quale qualcuno è affetto dalla sindrome del candidato (abbia o meno le possibilità di
    sostenere economicamente questa sua presunta sindrome, non è dato per noi preminente) o si dimostri
    così ingenuo da sacrificarsi oggi per ipotetiche future compensazioni elettorali (come diceva il poeta, del
    “diman non v’è certezza”). Tuttavia, però, occorre anche dimostrare che così è, occorre anche portare a
    proprio supporto dati di fatto e situazioni reali, riconoscere che quanto è stato detto e fatto e proposto da
    alcuni piuttosto che da altri sia in fondo parte della stessa responsabilità. A mio avviso, modesto ma
    fermo avviso, così non è, perché vi è stato chi ha proposto una seria prospettiva politica e chi, al
    contrario, è rimasto chiuso nel suo bozzolo senza alcun slancio verso la società. Ci sentiamo, perciò
    stesso, sollevati? Godiamo, perciò stesso, di una consolatoria auto-assoluzione? Niente di tutto ciò,
    l’esatto contrario, semmai: avvertiamo su di noi comunque il peso di una sconfitta, quella di non poter
    offrire al nostro popolo la prospettiva politica che pure si meriterebbe. La stessa per la quale abbiamo
    lavorato tenacemente, a partire dalla candidatura di Massimo Canale e dalla riproposizione del
    Presidente Morabito. Ma, e questo lo pretendiamo, la realtà non è mai così rigidamente binaria e
    manichea, del tipo o bianco o nero: vi sono sfumature varie, vi sono piegature le più diverse, e
    vorremmo che fossero riconosciute per dare ad ognuno la sua giusta parte.
    Con stima immutata.

  15. Speriamo che mi sbagli .... scrive:

    Manca ancora molto alle elezioni,ma un po’ meno alla presentazione delle liste,candidature e coalizioni.
    inziamo una sorta di giro d’italia da nord a sud

    -BOLOGNA
    Inutile negarlo ma l’entusiasmo con cui si e’ accolta l’apertura di Fassino ha fatto inkazzare molto la base del Prc(non credo quella del Pdci).
    Ma passare dall’entusiasmo ad un accordo ci passa … come finira?
    Una corsa solitaria contro Fassino e il CSX sarebbe dura,dopo la sconfitta alle regionali il popolo del CSX credo abbia voglia di vincere e sconfiggere il CDX.
    Credo ci sarebbe molto voto utile,alle scorse regionali,la FdS ottenne il 3,7% a Torino citta’,con una divisione della FdS(Pdci con Fassino) o solo voto utile potrebbe andare molto male.
    Ricordiamoci i precedenti.
    Elezioni 2001,Prc da solo contro il CSX e Chiamparino … risultato 3%
    Elezioni 2006,Prc in coalizione e alleato di Chiamparino .. risultato 7%
    Beh abbastanza chiaro no?

    -MILANO
    Qui’ c’e una situazione un po’ piu’ favorevole.La FdS e’ tranquilla i coalizione,
    ma sembra senza ne’ arte ne’ parte.
    Mi spiego,si fara’ una lista che non sara’ la FdS ma “Sinistra con Pisapia”.
    Il rimpicciolimento della Falce e Martello e la scritta Pisapia a caratteri cubitali non e’ proprio il massimo.
    Comunque la perdita’ piu’ grave e’ quella dell’ex-consigliere regionale Mulluhaber(votatissimo e stimato)che con mesi di anticipo ha detto che non si candidera’.
    Gravissima defezione che potrebbe costare molto caro.Qualche piccolo smottamento dal Prc a Sel c’e’ stato(complice ovviamente Pisapia).
    Alle scorse regionali si ottenne a Milano citta’ il 2,7% … buon punto di partenza ma senza Mullhauber e senza gli appelli che ci furono per Agnoletto di Fo’,Ovadia e altri potrebbe andare un po’ meno bene dell’anno scorso.
    Il quorum(in caso di non vittoria di Pisapia)potrebbe essere a rischio(sarebbe sopra il 3% .. in caso di vittoria di Pisapia con meno del 3% forse ci daranno l’assessorato alle varie ed eventuali.

    -BOLOGNA
    L’intervento del segr. Prc-Bologna dice tutto.
    La Frascaroli fara’ con la sua lista in tandem con Sel.
    Per entrare in consiglio ci vuole il 2,4%,alle scorse regionali si e’ preso il 2% mentre alle comunali 09 l’1,8% ….. credo abbia detto tutto!
    A Bologna sara’ una caporetto … poi se a sinistra della FdS ci sara’ anche una lista che riunira’ tutti i partitini comunisti(che rischia di prendere a occhi chiusi piu dell’1%)allora sara la Waterloo del Prc-Pdci!

    -NAPOLI
    La FdS fara’ quello che decidera’ l’Idv,inutile negarlo.
    Ora dicono peste e corna del CSX(come Torino)ma se L’Idv fara’ un passo indietro e trovera’ l’accordo con Pd e Sel …. che fara’ la FdS secondo voi?
    Comunque c’e’ un dato su cui riflettere.
    L’anno scorso si decise di non appoggirare De Luca e fini’ in quel modo mentre l’Idv sostenne De Luca
    Ora Morcone non e’ un impresentabile come De Luca,come si giustifichera’ eventualmente quest scelta?
    Se De Magistris andra’ bene credo ne beneficera’ solo l’Idv e non la FdS.
    Risultati? …. tra un 2,5%/3,insomma almeno un consigliere in ogni caso lo dovrebbe essere eletto.
    Ma attualmente Prc e Pdci hanno 4 consiglieri e nel 2006 ne elessero ben 6!
    Insomma

    -REGGIO CALABRIA
    Il buco nero della FdS!!!
    Dopo l’ottimo risultato delle regionali(7,5%)Prc e Pdci sono partiti subito con la candidatura del segretario Pdci Canale,tanto consenso per lui.
    Ottima partenza e poi?
    Il Pdci lo scarica,l’Idv anche e che succede ora?
    Canale e’ rimasto senza il suo ex-Pdci e con lui ci saranno solo Prc e Verdi.
    Mentre invece Pdci-Idv e Sel dovrebbero convergere su Barilla’(esterno in quota Sel)che prese il 37% alle scorse primarie.
    E’ stato un buon ass. nella giunta Falcomata’ e drenara’ molto da Canale.
    Risultato?
    Canale con Prc e Verdi non faranno una figuraccia certo ma si andra’ lontanissimo dai risultati auspicabili di qualche mese fa’ …
    Mentre Barilla’ con Sel-Idv-Pdci prenderanno sicuramente di piu’.
    PECCATO!

    Per il resto delle elezioni … Veneto,Emilia,Toscana e Sardegna alla prossima!

    • Giuseppe scrive:

      Sono di Reggio Calabria:la situazione da te descritta è sostanzialmente giusta tranne l’ultima parte:non è assolutamente vero,almeno per adesso,che Barillà sarà candidato a sindaco di SeL e Idv.
      Per altro volevo sottolineare la meschinità del Pdci che rompe la FdS non appoggiando un candidato a sindaco della FdS stessa e facente parte del suo partito (segreteraio provinciale Pdci) preferendo un candidato del Pd se si decideranno a metterlo in campo ma stanno brancolando nel buoi più profondo.
      Mie previsioni alla fine Canale sarà appoggiato:da una sua Lista (Lista del Sindaco),Prc,Verdi,Idv,SeL,Rete nuovo Municipio,Ethos,A Testa Alta (movimento nato da una scissione nel Pd).
      Il Pd sosterrà un proprio candidato facendo due liste distinte (le due anime di un partito che è molto debole,penso non prenderà più del 6-7%) accompagnato dal Pdci

  16. Credo sia utile per provare a comprendere la situazione vedere le diverse posizioni espresse ieri da Obama e Chavez.

    http://www.ilbriganterosso.info/2011/03/04/il-nobel-per-la-pace-ed-il-dittatore/

  17. gilberto scrive:

    Relazione introduttiva di Francesco Garofalo segreteria prc di bologna al CPF del 28 febbraio

    Vorrei cominciare rivolgendo un saluto ed un augurio affettuoso alla nostra segretaria, Rossella, che in queste settimane ha ripreso l’attività politica nei limiti del consentito dalla sua condizione di madre – ciò che le ha impedito di essere con noi stasera. Il fatto che si impegni con tutte le proprie energie è per tutti noi di esempio. A lei va tutta la mia personale ammirazione e gratitudine. Le considerazioni che vi presenterò per il dibattito di questa sera sono naturalmente condivise da tutta la segreteria.
    Ringrazio anche il compagno Pegolo, che ormai per tradizione conclude i nostri comitati politici sulle elezioni, e che non ci ha mai fatto mancare la propria competenza sulle problematiche degli enti locali.

    1. Situazione internazionale

    1.1 La crisi ed il mondo arabo
    Ha ragione Foucault: per apprezzare la vera natura delle strutture di potere, occorre guardare alle periferie, dove i fenomeni di assoggettamento e di dominio si apprezzano nei loro aspetti più crudi e violenti. Allo stesso modo, per comprendere la vera natura della crisi capitalista, occorre guardare alle insurrezioni popolari nei paesi a nord del mediterraneo; insurrezioni scatenate in principio dall’aumento del prezzo del pane, ma il cui repentino e vasto incendio parla dell’età del bosco e dice a che punto fosse secco.
    Quel che è evidente soprattutto è l’ipocrisia dei paesi occidentali che in passato hanno preteso di esportare la democrazia mentre appoggiavano i dittatori e mentre concludevano grandi affari alle spalle di quei popoli. L’imperialismo coloniale che ha segnato gli ultimi secoli non si è mai concluso realmente, si è solo evoluto in forme di assoggettamento più economiche ed efficienti. Non si sono cercate soluzioni rispettose del diritto di autodeterminazione dei popoli mediterranei, il loro diritto di autogestione delle loro risorse; ogni volta ha prevalso la paura che ciò avvenisse a danno degli interessi economici più squallidi del capitale, che sulla propria bilancia pesa barili di petrolio contro cadaveri. Ma in questo modo si è solo ritardato il crollo dell’edificio.
    Vorrei ricordare che nel 1991 in Algeria il Fronte islamico di salvezza aveva vinto le elezioni. Con grande sollievo dell’occidente, esse furono invalidate, salvando una dittatura amica. Prima o poi queste scelte si pagano, e ora temiamo l’ira dei popoli. Non la violenza o l’integralismo: temiamo che per la prima volta quelle nazioni possano scegliere, perché sceglieranno nel proprio interesse e non nel nostro.

    1.2 La politica estera italiana e i compiti di Rifondazione
    La politica estera di Berlusconi dimostra la grettezza degli interessi in gioco. Appoggiando regimi che intascano i proventi del petrolio e non li ridistribuiscono, siamo proprio noi occidentali a creare le masse di poveri e diseredati, i disperati che tentano l’avventura in mare e che fanno rotta verso le nostre coste. E per tenerli lontani, invece di cercare soluzioni, noi italiani abbiamo preferito pagare a Gheddafi la metà delle spese di vigilanza alle frontiere, “da affidare – recita il trattato – a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”. Tutto questo, in nome della democrazia e della lotta al terrorismo. E, a riprova della nostra grande lungimiranza, il Parlamento ha ratificato questo accordo venti giorni prima che la Libia andasse in pezzi, e ora già c’è chi si lamenta del fatto che quell’accordo ci vincola – cito – a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica” della Libia. Ma oggi un intervento nel nostro scatolone di sabbia che trasuda petrolio è quanto mai appetibile. Con preoccupazione apprendiamo, da una fonte vicina ai servizi segreti israeliani, che consiglieri militari statunitensi ed inglesi sono già sul posto. Allora, occorre opporci fin d’ora a qualunque forma di intervento statunitense, europeo o italiano normalizzatore in quella regione; dobbiamo essere solidali con il popolo libico, non col loro petrolio. Se le insurrezioni in atto non restituiranno alla gente il controllo sull’economia, se a gestire quelle ricchezze saranno ancora una volta aziende occidentali e commercianti che fanno i nostri interessi, saremo presto daccapo, perché quelle regioni resteranno semplici dominion del capitalismo neocoloniale. Con Charlie Chaplin vorrei dire agli egiziani, ai libici, ai tunisini, e a quanti altri si sono sollevati: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

    2. La politica interna

    2.1 Il conflitto di classe e l’attacco all’articolo 41
    Dunque la crisi crea fame e rivolte alla periferia dell’impero. E anche in Italia certamente l’occupazione non cresce, la crisi non passa. Nonostante sia parzialmente oscurata dai guai giudiziari del Premier, la lotta di classe in Italia conosce una delle fasi più acute di sempre, con l’attacco di Marchionne ai diritti dei lavoratori, col quale duetta l’attacco di Berlusconi e di Tremonti al cuore stesso della costituzione, l’articolo 41.
    Se gli economisti sottolineano l’inefficacia di una riforma costituzionale ai fini del miglioramento dell’economia, i principali costituzionalisti denunciano il vero scopo di Tremonti: un attacco rivolto all’impianto stesso della costituzione italiana. Leggiamo insieme l’articolo 41: <>. Quel che Tremonti vuole cancellare davvero è dunque qualsiasi riferimento ai valori dell’utilità sociale, della libertà e della dignità umana. Questo è il vero, feroce punto di vista dei cosiddetti liberali sui diritti dei lavoratori, lo stesso dei proprietari terrieri americani nei confronti degli schiavi negri, quello dei superuomini nei confronti dei subumani. Bene fa il nostro Partito ad appoggiare la FIOM, l’unica organizzazione che in Italia porti avanti con coraggio e determinazione la lotta di classe; bene abbiamo fatto anche a Bologna, appoggiando lo sciopero del 27 gennaio e intervenendo nei giorni precedenti al presidio in piazza del Nettuno, discutendo nei dibattiti con i lavoratori e organizzando anche quest’anno l’iniziativa “Arancia metalmeccanica” grazie al gruppo del GAP. La settimana scorsa la CGIL ha finalmente dichiarato che si terrà uno sciopero generale. E anche se non è ancora chiara la data, dobbiamo approfittare del ruolo trainante e positivo svolto dai metalmeccanici in questa fase e trasformare con le nostre parole d’ordine quella giornata in una mobilitazione di critica al capitalismo italiano e internazionale.

    2.2 Questione femminile e questione maschile
    Un altro appuntamento importante, nazionale e locale, è stata la manifestazione delle donne del 13 febbraio. Ringrazio la Commissione pari opportunità per il lavoro che ha svolto nel connettere il nostro Partito con le organizzazioni delle donne in questa ed in altre occasioni. Ringrazio anche tutte le compagne e i compagni che hanno partecipato ad una manifestazione che aveva lo scopo di farci pensare, donne e uomini, sullo stato delle relazioni tra i generi nella nostra cultura, uno stato non buono, e sulla degenerazione ulteriore comportata dal berlusconismo.
    C’è una coerenza profonda tra la giornata degli stati vegetatvi, promossa nel giorno della morte della povera Eluana Englaro – la quale, secondo il nostro premier, era ancora in grado di procreare – tra la proposta di impedire i testamenti biologici, rimandata a marzo, e le relazioni di potere che il premier esibisce nei confronti delle sue donne, ministri, parlamentari, consiglieri regionali, delle quali dispone come delle sue proprietà. Entrambe le vicende rappresentano una gerarchia che vede il capobranco decidere del futuro delle proprie donne. La donna è ideologicamente relegata al suo ruolo “naturale” di essere inferiore e subordinato.
    I comportamenti di Berlusconi dimostrano che negli scorsi anni il problema dell’assoggettamento femminile non è stato superato, tutt’al più rimosso. Le compagne chiedono a noi uomini la nostra opinione sulle pratiche di potere dell’uomo sulla donna incarnate in Berlusconi e sulle logiche inconfessabili dietro il desiderio maschile. Dirò la mia, senza pretesa di rappresentare nessuno. Secondo gli antropologi, l’impiego della donna come moneta di scambio per costituire relazioni di potere è il fondamento del matrimonio e spiega il tabù dell’incesto in tutte le società: il matrimonio tra consanguinei impedirebbe la formazione di strutture di potere tra gruppi sociali, famiglie, clan. Anche nel caso di Berlusconi, abbiamo donne scambiate per stabilire relazioni di potere: è questa la funzione di Fede e Lele Mora, o di Tarantini, ma anche – a Bologna – di chi riempiva il misterioso bancomat di Cinzia Cracchi, amante di Del Bono.
    Noi uomini siamo al tempo stesso i terminali delle relazioni di potere e le vittime. Perché, in quanto istituzione, il potere è allo stesso tempo sociale e mentale. Così le relazioni di potere della fabbrica – il direttore, il capoufficio, il colletto bianco, il capo-reparto, la tuta blu, il precario – sono interiorizzate ed impresse nelle menti dei lavoratori come un marchio ideologico; allo stesso modo l’equazione tra donna ed oggetto di valore e moneta di scambio ci è stata imposta fin da bambini. Ne parlai direttamente con Julia Kristeva, qualche anno fa, quando venne a Bologna a presentare i suoi lavori sul genio femminile: mi spiegò che maschile e femminile non sono due categorie biologiche, ma linguistiche, psicanalitiche e culturali. Dunque, anche noi uomini possiamo e dobbiamo combattere le gerarchie entro cui il potere vorrebbe relegarci stereotipicamente.
    E’ in questo contesto che occorre leggere le dichiarazioni del premier contro l’adozione per i single, il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, la scuola pubblica, accusata di “inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”. Berlusconi vuole legittimare il proprio operato a partire dalla “natura delle cose”, con la benedizione della chiesa, che da sempre propugna una saldatura metafisica tra verità e morale.

    2.3 Limiti soggettivi ed oggettivi delle forze di sinistra
    Il fatto è, compagni, che – come sempre – alle crisi della destra non corrisponde una sinistra credibile e pronta a vincere grazie ad un progetto alternativo. Così, abbiamo assistito alla corte che Bersani ha rivolto per mesi a Casini e Fini. Per una volta sono d’accordo con Casini: la grande coalizione antiberlusconiana è perdente. Immaginate un elettore di destra, che sia intellettualmente onesto e coerente: gli si dice che l’alternativa è tra Berlusconi ed una coalizione tra altri partiti di destra ed il PD. Secondo me questo elettore finirà per turarsi il naso e votare Berlusconi oppure non votare affatto. Sono anche queste le contraddizioni che hanno affossato il progetto di Fini, oltre al calciomercato dei parlamentari. Ma non contento di aver inseguito per mesi il mito di una Große Koalition che anche in Germania si è ritorta contro la socialdemocrazia, Bersani è giunto a fare proposte perfino alla Lega, attirandosi le maledizioni e le pernacchie degli ascoltatori di Radio Padania. Tatticismi? Forse. Ma il PD dà davvero l’impressione di un partito ridotto ad una improvvisazione quotidiana e continua.
    Il problema dell’inconsistenza politica non riguarda solo il PD, ma tutta la sinistra. Negli stessi giorni in cui il partito di Fini si scioglieva come neve al sole, Vendola ha riproposto la grande coalizione e ha affidato la sua guida a Rosi Bindi, che – non si sa bene perché – dovrebbe rappresentare una garanzia per tutti. Una proposta incredibile anche per la sua inattualità. E’ come se nel ’20 i socialisti avessero proposto un’alleanza a Mussolini contro il quinto governo Giolitti. Questo accade quando la connessione tra popolo e leader carismatico non passa per un confronto attraverso le istanze democratiche di un partito: il leader non rende conto a nessuno della propria futilità.
    Ma sbaglierei a liquidare Sel in questo modo. Al contrario, è interessante la critica che Alfonso Gianni ha rivolto al proprio capo. E’ interessante perché mostra una dialettica interna a Sel. Ecco perché non dobbiamo mai rinunciare ad incalzare Sel, a far leva sulle sue contraddizioni, sottolineando la necessità di un dialogo e di invertire i processi di frammentazione a sinistra. Io credo, compagni, che la responsabilità principale di questo stato di cose è un sistema politico ingessato e bloccato dal bipolarismo, un sistema che negli ultimi venti anni ha impedito lo sviluppo di un’offerta politica e progettuale ampia e variegata, e che al contrario ha spinto le diverse forze verso una posizione di massima entropia politica, verso compromessi programmatici che hanno impedito qualunque riforma. Quello stesso sistema ci ha condannati a scegliere tra una radicalità votata all’auto-estromissione e alleanze in cui abbiamo avuto ben poco peso. Ma con l’approssimarsi della fine di Berlusconi non è affatto detto che il sistema politico rimanga inalterato. Proprio come per i terremoti, noi non siamo in grado di sapere precisamente quando si presenteranno, e ciononostante li presagiamo a partire dalle scosse premonitrici. Così non è detto che nel prossimo futuro non sia l’intero sistema dei partiti a crollare e riconfigurarsi secondo rapporti di forza differenti, come accadde ai tempi di tangentopoli. A maggior ragione però, dato che la condizione necessaria per il domani è il nostro presente, dobbiamo avere la maturità di riconoscere che non c’è più tempo da perdere in risse, fratture, guerre tra bande.

    3. Le elezioni a Bologna

    E vengo alla situazione politica bolognese, che è l’ordine del giorno della discussione di questa sera. Partirò da un bilancio delle primarie. In termini di voti assoluti, Merola è stato preferito da 16.000 bolognesi, mentre la Frascaroli ha avuto ben 10.000 voti. Si tratta di un ottimo risultato, se paragoniamo gli elettori del PD alle scorse elezioni comunali (86.000) e quelli di SD, FdS e Verdi (10.000).

    3.1 La crisi nel PD
    Parto dal risultato di Merola, che a mio parere non è buono, se confrontato con la consueta ampiezza dell’elettorato del PD. Merola si è affermato soprattutto nei quartieri dove l’organizzazione del suo partito è ancora forte e radicata. Questo deve farci riflettere sui nostri limiti, ma anche sulle crepe evidenti che quel partito manifesta; la sfiducia che ispira; la sua incapacità di prospettare un futuro qualunque per Bologna. E’ un PD privo di progetto, vecchio, diviso e indebolito dagli scandali. Penso alla condanna a Del Bono e agli altri processi in corso. Penso ai dossier su Merola e su altri dirigenti del PD, penso all’inchiesta in corso sulle case popolari e sul concorso per dirigenti vinto dalla moglie dell’ex presidente del Quartiere Navile Mazzanti. Questo personaggio, la cui famiglia si tramanda un alloggio popolare per diritto ereditario dal 1920, qualche tempo fa attaccava Rossella e le nostre scelte politiche: questo mi pare il segno che siamo nel giusto.
    Certo, nessuno di noi ha potuto leggere i dossier, e troverei sciocco oltre che scorretto condannare qualcuno a partire dal chiacchiericcio di certi giornali. Ma sappiamo bene che esiste oggi in Italia una domanda di etica ch va al di là del rispetto formale dei regolamenti. E’ una domanda di rigore rispetto ai tanti abusi che la politica compie quando può contare sull’impunità. Dallo scandalo dell’affittopoli milanese alla condanna del governatore Fazio nella vicenda dei furbetti del quartierino, che coinvolge anche Unipol ed il risorto Consorte per cui è stata chiesta una condanna a 3 anni di galera; dai giri di minorenni organizzati per il premier alla parentopoli Romana, i cittadini non chiedono ai politici di limitarsi al rispetto formale delle regole. Ci chiedono di non impiegare il denaro pubblico per assumere i parenti, o per dare consulenze agli amici; di non assegnare alloggi popolari a se stessi e di non costituire gruppi di interessi occulti e logge p3 o p4. Così, le forze della sinistra che entreranno in consiglio comunale sono chiamate non solo a presentare le proprie proposte politiche, a determinare le soluzioni ai problemi del domani, a chiedere un progetto diverso, ma anche a chiedere una autoriforma della politica, a vigilare sugli abusi di potere e – sottolineo – a dare l’esempio. Possiamo farlo: la nostra scommessa è che il PD non disponga affatto di quella larga maggioranza che in passato gli permetteva di considerare Bologna come il proprio feudo.

    3.2 Il voto alla Frascaroli e le prospettive a sinistra
    Ma veniamo ai 10.000 cittadini che hanno votato la Frascaroli: è lo stesso numero di elettori che alle scorse elezioni comunali ha votato a sinistra del PD. E’ una pura coincidenza, naturalmente: non credo affatto che siamo riusciti nell’incredibile risultato di mobilitare tutto il nostro elettorato. Devo perciò riconoscere che Amelia Frascaroli ci ha dato l’opportunità di entrare in contatto con persone che normalmente non siamo in grado di raggiungere. Certamente, tra coloro che l’hanno votata ci saranno molti elettori scontenti del PD. Ma credo che vi sia anche una sinistra diversa, che aveva rinunciato a votare o che non si riconosce in uno schieramento particolare, che ha espresso due bisogni fondamentali: un bisogno di unità a sinistra e un bisogno di progettualità e radicalità per una Bologna diversa; un bisogno di innovazione; un bisogno di valori forti come il rispetto del lavoro, il tema della casa e dei servizi sociali, la laicità. Abbiamo avuto l’opportunità di raggiungere queste persone. Non dobbiamo sprecarla.

    4. I compiti del Partito

    Le prossime elezioni non saranno una passeggiata: tutti noi dobbiamo esserne consapevoli. Occorre, per eleggere, raccogliere il 2,4% dei voti. Si tratta di crescere, crescere, crescere. E da questo punto di vista sono molto preoccupato, perché vedo un partito ancora seduto, quando quella che dobbiamo compiere è una vera impresa. Certamente, vi sono dei segnali incoraggianti. La costituzione di un circolo sui luoghi di lavoro; l’attività continuativa della commissione lavoro; l’impegno costante di compagni come Andrea Caselli nei comitati contro la privatizzazione dell’acqua, che sarà un tema importante anche nella nostra campagna elettorale
    Ma per raggiungere questo obiettivo, occorre innanzitutto non tradire le aspettative del popolo di sinistra che si sono manifestate alle primarie. Prospettive che passano attraverso l’unità e la progettualità. Per questo, non dobbiamo smettere di incalzare SEL e i Verdi sul tema dell’unità a sinistra, sul tema di una lista unica che sviluppi il progetto che ci ha riuniti alle primarie: devono essere loro a prendersi la responsabilità di dirci di no, di dichiarare che preferiscono la conta a sinistra. Contemporaneamente, in coerenza con quello che ci siamo detti allo scorso CPF, dobbiamo procedere al confronto programmatico con il tavolo della coalizione, e lottare per le proposte che abbiamo elaborato durante questi mesi. Ma i nostri temi non devono rimanere noti solo agli addetti ai lavori: devono raggiungere il popolo che alle primarie ha votato a sinistra, o l’elettorato deluso che non vota più, e far loro sapere che esistiamo e lottiamo ancora per affermare i nostri valori e principi. In terzo luogo, noi dobbiamo dare la parola direttamente al nostro popolo, ai lavoratori cassintegrati, alle madri con figli nella scuola dell’infanzia, alle giovani precarie, perché raccontino le loro storie – possiamo farlo con messaggi radiofonici, o con video su Youtube. Noi dobbiamo mobilitare il nostro popolo sul “fare politica” e non sempre solo chiedendogli un giudizio passivo rispetto a decisioni prese altrove da qualcun altro. Abbiamo tante buone idee, ma le idee non sono sufficienti. Occorre soprattutto mobilitare ancora una volta i compagni nei nostri circoli, quei compagni che costituiscono la reale differenza tra un partito vero ed un movimento di opinione qualunque, uno stato maggiore senza esercito. Dobbiamo solo ed esclusivamente ai militanti la nostra esistenza in vita, è merito di quei compagni se siamo ancora qui a disquisire. Ripartiamo insieme, promuoviamo una cena di autofinanziamento della campagna elettorale per ritrovare lo spirito di comunità e ritemprare le energie, riuniamo la zona città, e chiamiamo alla lotta anche i circoli della provincia, per ottenere un risultato politico che sia di tutte e di tutti.

    4.1 Rapporti tra le aree e appelli alla scissione
    Per questo c’è bisogno di unità anche al nostro interno. Giocare a scacchi è faticoso; spazzar via i pezzi con una manata è semplice. A rompere un partito e mandare tutto al diavolo ci vuole pochissimo. E’ la mediazione, compagni, la vera fatica. Per affrontare la campagna elettorale con serenità, io non chiedo ai compagni in disaccordo di imbavagliarsi da sé, ma di trovare modi più opportuni per esprimere il proprio disaccordo, senza ricorrere al sabotaggio o all’offesa gratuita.
    In questi mesi abbiamo assistito a Bologna all’avvicinamento dell’area dell’Ernesto alla linea espressa dalla maggioranza della federazione, un percorso che si è concretizzato in atti e dichiarazioni. La segreteria ha registrato favorevolmente questo percorso. Io personalmente giudico un atteggiamento responsabile quello di rafforzare l’intero partito. Penso che il punto di vista di un compagno come Felice Naselli, che questa sera proponiamo a questo CPF ad integrazione della segreteria, non possa che arricchire le nostre scelte e contribuire positivamente al progetto in cui tutti noi abbiamo creduto e ci siamo spesi in questi mesi: rafforzare la FdS è rafforzare Rifondazione, e rafforzare Rifondazione è rafforzare la FdS.
    In questo contesto, inatteso come un temporale estivo, è giunto l’appello per un nuovo partito comunista, proposto e firmato solo da alcuni dirigenti e sostenitori dell’Ernesto. Un appello che giudica esaurita la spinta propulsiva di Rifondazione comunista, e che vede al contrario nel PdCI le premesse per la creazione di un partito comunista forte, radicato, ideologicamente omogeneo. Non è dichiaratamente un appello alla scissione, ma nei fatti ha già avviato una scissione, e certamente non aiuta ma danneggia Rifondazione. Non voglio giudicare chi oggi decide di uscire da uno dei partiti della Federazione per entrare in un altro partito della stessa Federazione, pur non comprendendo questa scelta. Mi limito a ripetere quel che dissi allo scorso congresso ai compagni che non sono usciti, sono incerti, o attendono di vedere quel che succede.
    Compagni, non possiamo continuare a vedere in Rifondazione comunista una forza transitoria che un giorno verrà superata da un Partito ideale: un autobus dal quale scendere alla fermata giusta. Questa sfiducia in Rifondazione comunista, e cioè in noi stessi, è stata la nostra debolezza, e ha determinato il cristallizzarsi del Partito in correnti ed una serie infinita di scissioni. Alcune tra queste scissioni sono state tragedie, altre farse, ma nessuna può dirsi una vittoria per Rifondazione: sono tutte sconfitte della politica dei comunisti, sono altrettante mine per la nostra credibilità, e infine non aiutano neppure quei lavoratori organizzati che in questa fase lottano per i propri diritti, e che vedono squagliarsi le forze che si propongono come principali interlocutori.
    Quello che facciamo è negare e rimuovere il Partito reale nel nome dell’ideale. Piuttosto che guardare al reale, che costa fatica, litigi, scoramenti, ci si rifugia nel partito ideale, in cui saremo d’accordo marciando compatti verso il sole dell’avvenire. Come se la politica non coincidesse precisamente con il lavoro quotidiano improntato a fare sintesi, nella speranza che il contributo di tutti sia qualitativamente superiore al contributo di ciascuno. E’ questo il segreto del Partito come intellettuale collettivo di cui parlava Gramsci, e che noi non siamo mai stati in grado di far vivere. Allora, la costruzione del partito ideale deve partire dal partito reale e non dalla sua distruzione, così come la costruzione del futuro parte dal presente, e non dalla sua negazione. E’ per questo che non abbiamo rinunciato a far entrare il compagno Naselli in segreteria, perché su questo siamo senz’altro d’accordo; è su questo che chiediamo a tutti i compagni di confrontarsi ed esprimersi non solo questa sera, ma anche in futuro. Gli obiettivi politici che perseguiremo insieme, saranno vittorie di tutti. Noi aiuteremo questo partito, noi aiuteremo la costruzione della federazione della sinistra, noi aiuteremo i nostri compagni.

  18. gilberto scrive:

    Odg, approvato dal cpf del prc di bologna

    L’esito delle elezioni primarie bolognesi si è indubbiamente caratterizzato per una ampia partecipazione e per il buon risultato di Amelia Frascaroli. Frascaroli ha raccolto il sostegno e il consenso di tante e tanti che chiedono – in gran parte da sinistra – un cambiamento e una discontinuità nel governo della città. Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra hanno fatto bene ad esserci e a sostenere tale opzione, pur confermando una forte perplessità sullo strumento delle primarie e continuando a mantenere una critica forte al tentativo di ridurre la dialettica tra le forze politiche del centrosinistra bolognese – e tra le forze politiche e la città – alla competizione tra candidature. Per questo siamo stati – a partire dal minuto dopo la chiusura dei seggi delle primarie – la forza politica che con più determinazione e nettezza ha riproposto la necessità di un percorso unitario della sinistra – a partire da Amelia Frascaroli – che desse continuità al 35% raccolto alle primarie. Riscontriamo ad oggi il prevalere di tatticismi e resistenze in questa direzione. Rifondazione e la Federazione della Sinistra attiveranno nei prossimi giorni ulteriori iniziative per proseguire la propria iniziativa unitaria.
    In continuità con quanto stabilito dal Comitato Politico Federale nelle scorse riunioni, Rifondazione Comunista e la Fds approfondiranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane il confronto programmatico con il vincitore delle primarie Virginio Merola e le forze del centrosinistra bolognese. Il nostro obiettivo è verificare la possibilità, muovendosi in sintonia anche sul terreno del confronto programmatico con le altre forze della sinistra, di introdurre elementi di discontinuità e avanzati rispetto alle politiche praticate in questi anni dal centrosinistra bolognese.
    Per quanto ci riguarda, le priorità nel confronto sono:

    - questione morale e rinnovamento;
    - politiche pubbliche contro la crisi;
    - beni comuni, politiche ambientali e energetiche, modello locale di sviluppo;
    - difesa e rilancio del welfare comunale e della scuola pubblica e statale;
    - laicità.

    Il Cpf verrà riconvocato a breve per illustrare l’esito del confronto programmatico. Rifondazione Comunista deve continuare a lavorare – anche in occasione delle prossime elezioni comunali – per qualificare la sinistra di alternativa nella direzione dell’apertura, del dialogo e del lavoro comune con i movimenti e con i conflitti, della riunificazione delle comuniste e dei comunisti, delle anticapitaliste e degli anticapitalisti – evitando ripiegamenti autoreferenziali, conservatori e identitari.

  19. giulio scrive:

    Contributo al dibattito politico in SEL della Campania e della Provincia di Napoli

    Giovanni Lamagna

    22 febbraio 2011

    La giornata di venerdì 18 u. s. e quella di sabato 19 u. s. segnano (o, perlomeno, dovrebbero segnare) per Sinistra Ecologia e Libertà qui a Napoli e in Campania la chiusura di una fase e l’apertura di una nuova.
    Il 18 si è svolta all’Hotel Oriente l’Assemblea Provinciale di Napoli che ha eletto la Segreteria e il Direttivo Provinciali.
    Il giorno dopo a Salerno si è tenuto il Congresso Regionale, che si è concluso con la elezione dell’Assemblea Regionale e del Coordinatore Regionale.

    La fase che si chiude è stata caratterizzata da luci ed ombre.
    A dire la verità più da ombre che da luci.
    Le luci, purtroppo, qui in Campania, sono venute soprattutto da fuori.
    Il Partito, anche qui, come mi sembra del resto un po’ in tutta Italia, è cresciuto in consensi e simpatie più per la presa mediatica di Vendola che per le azioni che ha saputo autonomamente realizzare.
    Le ombre sono legate all’empasse che ha caratterizzato per lunghi mesi il gruppo dirigente apicale. Che è stato impegnato più nelle discussioni e nelle trattative (estenuanti) per assegnare le diverse cariche al suo interno, che in azioni tese a rendere riconoscibile e visibile all’esterno la presenza del partito con iniziative politiche significative.

    Con le giornate del 18 e del 19 io spero che questa fase si sia definitivamente chiusa e che se ne possa aprire un’altra, maggiormente proiettata all’esterno.
    Perché questo avvenga però sono indispensabili, a mio modo di vedere, alcune condizioni, senza le quali il partito potrà forse ancora continuare per un po’ a vivere di rendita, utilizzando la luce riflessa di Vendola, ma vivrà, secondo me, su un consenso fragile, destinato ad eclissarsi prima o poi inevitabilmente.
    Quali sono queste condizioni? Ne vedo soprattutto cinque.

    1) Sinistra Ecologia e Libertà dovrà essere capace di rimescolare le culture politiche di provenienza, che l’hanno concepita e generata, e farne una sintesi nuova ed originale.
    Queste culture politiche sono essenzialmente tre:
    - la cultura ambientalista dei Verdi;
    - la cultura radicale del Movimento politico della Sinistra;
    - la cultura riformista di Sinistra Democratica.

    Sinistra Ecologia e Libertà dovrà dimostrare, quindi, di essere un soggetto politico che ha nel suo dna l’idea di un nuovo modello di società e di sviluppo eco/compatibile.
    E non solo nelle questioni che attengono direttamente al rapporto con la natura.
    Anche nella sua visione economica e dell’occupazione questa visione dovrà essere incidente, caratterizzante, decisiva.
    E senza più le oscillazioni, le incertezze, le ambiguità, che hanno spesso caratterizzato nella loro storia le forze politiche della sinistra.
    Questo è il contributo che ci attendiamo soprattutto dai compagni/amici che provengono dalla cultura dei Verdi.

    Sinistra Ecologia e Libertà dovrà restare una forza radicale.
    Come lo .è stata per lungo tempo Rifondazione Comunista. Rappresentando un pungolo positivo nello scenario politico italiano, caratterizzato negli ultimi vent’anni da una deriva moderata e dal prevalere del cosiddetto pensiero unico.
    Non era certo la radicalità il punto debole di Rifondazione!
    Radicale, infatti, non vuol dire necessariamente estremista. Il radicalismo non è l’incapacità di trovare mediazioni e compromessi.
    Radicalità è però la capacità di andare alla radice dei problemi e di individuare soluzioni all’altezza.
    E’ la capacità di conservare la vision dell’obiettivo da raggiungere, mentre si fanno le necessarie mediazioni per raggiungerlo. Non la rinuncia all’obiettivo, per fare mediazioni e compromessi.
    E questo è il contributo che ci attendiamo soprattutto dai compagni che vengono da Rifondazione.

    Sinistra Ecologia e Libertà, allo stesso tempo, dovrà essere un soggetto politico dichiaratamente riformista.
    E tuttavia riformista non è sinonimo di moderato. Per cui noi dovremo dare dimostrazione che fare una scelta riformista non significa scivolare progressivamente ma inevitabilmente verso l’accettazione dell’esistente e della cultura dominante (come troppe volte è avvenuto in passato; pensiamo all’esempio del Partito Socialista o del PCI diventato prima PDS e poi DS).
    Avere una cultura politica riformista significa che puntiamo a riforme graduali, democratiche, da realizzare attraverso necessarie mediazioni e inevitabili compromessi, senza più nessuna nostalgia per illusorie scorciatoie di altro tipo.
    E senza nemmeno l’ombra di progetti millenaristici ed escatologici di mitiche società future che prima o poi si realizzerebbero secondo un processo già inscritto nella Storia.
    Ma questo non significa che accettiamo sostanzialmente la società attuale così come essa è e che rinunciamo ad una sua riforma radicale nel senso di una sempre maggiore eguaglianza e sempre maggiore libertà.
    Significa solo che i progetti di riforma della società su cui dovrà misurarsi il nostro partito dovranno essere progetti politici, da realizzarsi in tempi politici, cioè storici, e non millenaristici, men che mai escatologici.
    E questo è il contributo che ci attendiamo soprattutto dai compagni che provengono da Sinistra Democratica.

    Il rimescolamento di queste culture, però, sia chiaro, non si realizza semplicemente distribuendo i vari incarichi di direzione politica secondo il manuale Cencelli delle componenti di appartenenza precedenti alla costituzione di SEL.
    Questa sarebbe la parodia del rimescolamento e della osmosi delle culture di provenienza. Anzi, per certi aspetti, forse, ne è la sua negazione. Perché chiude quelle culture in steccati cristallizzati, ossificati. Ne impedisce, appunto, il rimescolamento.
    Per avere il vero rimescolamento delle culture di provenienza, la vera osmosi e la loro sintesi occorrono il dibattito culturale e politico, magari anche lo scontro, l’apertura mentale e il dialogo.
    Non basta (anzi non serve) la divisione degli incarichi per componenti.

    2) In secondo luogo occorre che Sinistra Ecologia e Libertà incroci i movimenti che in questi ultimi mesi (specialmente) si sono affacciati con prepotenza alla ribalta della società italiana.
    Tre in modo particolare:
    - il movimento dei giovani e degli studenti;
    - il movimento degli operai (soprattutto quello dei metalmeccanici);
    - il movimento delle donne.

    Il movimento degli studenti segnala alla società italiana (e alla sua politica) qualcosa di più della insufficienza e negatività di una riforma (o pseudoriforma) dell’Università.
    Esso significa, secondo me, ancora di più la protesta contro il futuro di precarietà e di insicurezza che i giovani vedono davanti a sé.
    E’ la ribellione contro i miti della flessibilità e della meritocrazia che vent’anni di pensiero unico ci hanno propinato a piene mani. E che oggi svelano tutta la loro mistificante infondatezza.

    Il movimento dei lavoratori è tornato prepotentemente sulla scena, grazie alla FIOM e si potrebbe dire anche grazie (paradossalmente) alle scelte della Fiat e dei sindacati aziendalisti.
    Esso ha dimostrato con forza che gli operai esistono ancora. A smentire in maniera clamorosa una certa opinione diffusa e interessata che da tempo ne aveva proclamato la scomparsa.
    E pone un problema di diritti irrinunciabili, che costituiscono lo spirito fondante della Costituzione Italiana, prima ancora che della legislazione.

    Il movimento delle donne, pur nelle sue varie articolazioni, che ha dato vita ad un dibattito estremamente acceso nelle settimane scorse, è tornato anch’esso con forza a dire la sua.
    In modo clamoroso e plateale con le manifestazioni del 13 febbraio, che hanno riempito decine di piazze italiane con centinaia di migliaia di persone.
    Esso è sceso in piazza per manifestare innanzitutto contro Berlusconi bunga bunga.
    Ma ha posto problemi che vanno ben al di là della questione specifica. Che riguardano i rapporti secolari, anzi millenari, tra gli uomini e le donne, l’etica, la sessualità, l’immaginario…
    Questioni estremamente complesse, che non possono essere ridotte alla piattaforma di una singola (per quanto importante e significativa) manifestazione. Ma investono processi culturali, prima che politici. E che, tuttavia, vanno affrontati. Dagli uomini, forse ancor prima che dalle donne. O, comunque, dagli uomini e dalle donne insieme. Non possono più essere evasi o rinviati.

    Questi tre movimenti oggi non hanno ancora un’adeguata rappresentanza politica.
    O Sinistra Ecologia e Libertà sarà capace (senza avere la presunzione di essere la sola) di dar loro voce e rappresentanza oppure verrà meno ad uno dei compiti storici a cui essa, per me, è chiamata in questo momento.
    In questo secondo caso sarà destinata a ripiegare su se stessa e fatalmente ad appassire.
    Dunque (per parafrasare il nome di un’Associazione a noi molto vicina): Sinistra Ecologia e Libertà, svegliati!

    3) La terza condizione è che Sinistra Ecologia e Libertà trovi e stabilisca un rapporto organico con il mondo della cultura.
    Che diventi allo stesso livello il partito dei lavoratori e il partito degli intellettuali.
    Che trovi nel mondo del lavoro, soprattutto dei lavori più bassi nella scala sociale, la sua base di insediamento strutturale.
    Ma che sappia allo stesso tempo trovare le parole, per dare voce a questo mondo, anche attraverso (pur se non solo) le figure di intellettuali, che sappiano e vogliano (come si diceva una volta) mettersi al servizio della classe lavoratrice.
    Questo non vuol dire che gli intellettuali dovranno diventare (automaticamente) i dirigenti di questo partito. Significa, però, che questo partito non solo non dovrà snobbare gli intellettuali, ma dovrà assegnare loro un ruolo strategico nella definizione della sua linea politica.
    Va sconfitto, quindi, l’atteggiamento dei praticoni della politica (presenti pure nel nostro partito), i quali pensano che essa sia innanzitutto, se non esclusivamente, azione e movimento, tessere e proselitismo.
    Deve vincere, invece, la concezione secondo la quale non c’è niente di più pratico che una buona e sana teoria, che si fondi su analisi attente, approfondite, frutto di inchieste e di studio.
    Nella migliore tradizione storica della Sinistra.
    Non tutto ciò che appartiene al passato, infatti, va perciò stesso rifiutato. Ma del passato va salvato tutto quanto era positivo ed efficace. Quindi anche il rapporto tra intellettualità ed azione politica.

    4) La quarta condizione è che Sinistra Ecologia e Libertà si dia finalmente una organizzazione.
    Flessibile, leggera, elastica, innovativa (chiamatela come volete), ma o-r-g-a-n-i-z-z-a-z-i-o-n-e.
    Finora essa è stata soprattutto una suggestione e (ancora di più) un leader.
    Adesso è necessario che la “suggestione” diventi solida linea politica e che “il partito del leader” diventi “il partito con un leader”.
    Questo passaggio non è affatto scontato né automatico.
    Bisogna lavorarci, volerlo. E, per volerlo, occorre ritenerlo utile, anzi necessario.
    Per quanto mi riguarda esso non è utile. E’ necessario!

    Personalmente ritengo la figura di Nichi Vendola con la sua cultura politica una grandissima risorsa per SEL. Ritengo però allo stesso tempo che SEL non possa fare affidamento unicamente su Vendola.
    Il Partito del leader va bene per la destra, che ha una congenita tendenza alla concentrazione dei poteri, se non all’autoritarismo. Non può andare bene per la Sinistra, che deve avere (se no non è Sinistra) un’intrinseca vocazione alla diffusione dei poteri, alla democrazia.
    Il fatto che oggi siano di moda il leader e il partito del leader non ci assolve, non deve essere per noi una giustificazione, né deve spingerci ad una sorta di adeguamento conformistico.

    Questo ragionamento per me significa che il partito deve dotarsi di strutture organizzative e deve far funzionare i suoi organi dirigenti.
    Non deve ad esempio accadere (come spesso è successo finora) che certe scelte politiche le si apprenda sui giornali o attraverso la televisione.
    Non voglio neanche che siano piccoli gruppi a decidere.
    I piccoli gruppi, se sono delle segreterie, hanno il compito di eseguire le decisioni, non di prenderle.
    Le decisioni (soprattutto quando non c’è l’urgenza di prenderle e quando riguardano la linea politica) devono essere discusse e deliberate negli organi direttivi, il più possibile allargati.
    Questo è il partito che voglio: il partito della partecipazione e della discussione.
    Non il partito del capo, dei vicecapi e dei capetti.

    5) La quinta condizione è che ci siano da parte dei compagni, che decidono di partecipare a questa “avventura”, assoluto disinteresse personale e una forte passione politica.
    Sento ogni tanto parlare di “legittime ambizioni personali”. A proposito delle aspirazioni di questi o quest’altro a ricoprire determinati incarichi, siano essi del partito o di una istituzione.
    Trovo questa espressione assolutamente non condivisibile.
    Io penso che chi fa politica, chi dedica il suo tempo e le sue energie alla vita politica (soprattutto se lo fa in una formazione di sinistra) lo deve fare esclusivamente per passione. Quindi non può avere “ambizioni personali”. E, se le ha, queste non sono affatto “legittime”.

    Il disinteresse personale e la passione politica sono le basi per avere all’interno del partito rapporti sereni, aperti, trasparenti, collaborativi, (una volta si diceva addirittura) fraterni.
    Al contrario, le “legittime ambizioni personali” provocano gli arrivismi e fomentano le cordate, le lotte intestine, che corrodono l’unità del partito e, alla lunga (ma neanche tanto alla lunga) ne indeboliscono e ne fiaccano la tenuta e l’azione politica.

    Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, qual è il mio giudizio sull’ultima Assemblea Provinciale all’Hotel Oriente e sul Congresso Regionale di Salerno?
    Francamente non è esaltante, né rispetto alla prima né rispetto al secondo.
    Ma siamo ancora in tempo per raddrizzare la barra.
    Spero che queste mie riflessioni possano costituire un contributo utile a farlo.

  20. diego scrive:

    Ancora sulla Libia

    Alessandro Leoni

    Nelle precedenti riflessioni/ricostruzioni della vicenda libica ho appena accennato al duro, brutale confronto militare fra Senussia e Italia. In realtà quest’ importante, traumatico, scontro è relativamente estraneo all’argomento trattato, ovvero le reali motivazioni della presente crisi libica ! Tuttavia alcuni riferimenti a quella sanguinosa vicenda, ormai storica, vale la pena di fare.

    Come ho avuto modo di ricordare l’Italia occupò i territori della “Berberia Tripolitana” e della “Cirenaica Barcide” con la guerra del 1911 / 1912 combattuta contro l’Impero Ottomano turco. Ma il Trattato di Pace ( ottobre 1912 ) non pose fine alle attività belliche, infatti l’Italia occupava essenzialmente la fascia costiera dei territori, mentre l’interno continuò ad essere sostanzialmente fuori dall’effettivo controllo delle autorità coloniali.

    Già nel 1913/1914 gli italiani subirono pesanti e sanguinosi rovesci nel loro tentativo di concretizzare l’occupazione/amministrazione dei territori del Fezzan ( sud-ovest della Libia ). Lo scoppio della Grande guerra ( 1915 per l’Italia ) fece precipitare la situazione relegando la presenza italiana a solo poche città costiere ( Tripoli, ecc… ). Addirittura Misurata divenne una base operativa per gli U-Boot tedeschi operanti nel Mediterraneo ! Alla fine del conflitto mondiale ( 1918 ) il governo di Roma si trovò per tanto a dover affrontare la questione della riconquista della così detta “quarta sponda” ( Libia ). Ho accennato all’interessante, razionale ed illuminato tentativo messo in opera dal Ministro AMENDOLA ( padre di Giorgio Amendola, dirigente storico del PCI )

    relativo al progetto di associare la popolazione ( cioè le elites indigene ) al governo del territorio. Le vicende interne italiane cioè l’avvento del governo Mussolini ( 1922 ) e conseguente instaurazione del regime fascista ( 1926 ) liquidò il progetto associativo e, invece, scatenò una vera e propria “guerra coloniale” durata fino al 1933. Guerra coloniale non a caso spesso ricordata proprio dal leader libico M. Gheddafy .

    Protagonista della “riconquista” fu il noto generale, fascista, R. Graziani il quale sperimentò le tecniche più feroci e brutali della guerra coloniale : deportazioni di civili, terra bruciata, esecuzioni, rastrellamenti, tortura, rappresaglie, ecc…

    L’uso sistematico dell’aeronautica, delle truppe mercenarie ( ascari eritrei, dubat somali, meharisti berberi ) e delle moderne armi automatiche nonché la costruzione di vere e proprie reti metalliche elettrificate ( soprattutto fra la Cirenaica e l’Egitto ) finirono per costringere la resa dei resistenti locali.

    Soprattutto la Senussia venne sistematicamente perseguitata costringendola a rifugiarsi fuori dal paese e più precisamente nelle oasi egiziane di Siwa.

    Particolare, quest’ultimo, non secondario nel motivare il ruolo, appunto, della Senussia nel secondo dopo guerra quando gl’inglesi sponsorizzarono Idris hel Senussi quale sovrano del neo-costituito Regno di Libia ( 1951 ).

    Alessandro Leoni

    • buran scrive:

      Il metodo divide et impera è sempre stato un classico delle dominazioni coloniali: l’Italia (come le altre potenze) ha sempre fomentato le divisioni. I berberi sono stati usati a suo tempo contro i patrioti libici, così come gli ascari eritrei e somali. A sua volta ascari libici, insieme a somali ed eritrei sono stati usati in Etiopia durante la dominazione italiana. Per tornare ai giorni nostri, non è la prima volta che la Jamayria si trova a dover affrontare conflitti armati all’interno del proprio territorio. Chi segue un po’ la situazione ricorderà che sia negli anni 80 che negli anni 90 si sono avuti combattimenti di una certa consistenza nelle zone al confine con l’Egitto, soprattutto nella parte sud della Cirenaica, fra truppe libiche e bande bene armate e numericamente consistenti provenienti da oltrefrontiera. Teniamo presente che il Deserto Libico (geograficamente è così definito il deserto che si estende ad ovest del Nilo) è sempre stato difficile da controllare per le sue ovvie caratteristiche, e lì la frontiera non è proprio ferrea. Può passare di tutto, armi, uomini etc..

    • buran scrive:

      Una curiosità: l’”erede al trono” di Libia principe Idris El Senussi (jr.) e Fausto Bertinotti bazzicano gli stessi salotti romani della nobiltà e dell’alta borghesia e fanno parte del ciarpame umano sempre presente in tutte le occasioni. Non è raro che sul sito Dagospia appaiano fotografati insieme.

  21. marco scrive:

    SINTESI relazione al comitato regionale lombardo
    2 marzo

    Ugo Boghetta

    A fronte di una situazione politica in stallo i conflitti sono particolarmente virulenti.
    Berlusconi alza il tiro sulle istituzioni e sui temi: vedi scuola.
    Nel frattempo si aggiunge un altro accordo separato: il commercio.
    cresce però l’insofferenza; nell’ultimo anno ci sono stati grandi sommovimenti: raccolta firme acqua, manifestazioni/scioperi Fiom, Cgil, USB, Studenti, ricercatori fino alla manifestazione del 13 febbraio.
    Sono movimenti inevitabilmente eterogenei con direzioni interne plurime.
    Questi movimenti non hanno una prospettiva, un progetto, un programma; la rappresentanza è frammentata; questo è lo spazio politico e sociale in cui agire.
    Dentro vi è anche dell’antipolitica, tuttavia, dobbiamo distinguere un’antipolitica di sinistra contro Berlusconi ed il potere, la corruzione, l’illegalità, dall’antipolitica agita contro i partiti che invece viene portata avanti da soggetti specifici: grillini, gruppi vari, settori di società civile.
    Due sono, a questo proposito, le questioni che ci riguardano:
    1)la nostra difficoltà a prendere in mano fino in fondo la questione della legalità, illegalità, corruzione; questa difficoltà è un lascito del bertinottismo che risale alla denuncia di piccoli borghesi ai girotondini ed all’ abbandonato del tem; questa è una tematica di sinistra: quasi inutile scomodare Berlinguer, che si allarga all’uso privato delle istituzioni, della politica ecc ecc, all’Italia che non vogliamo;
    2)l’altro aspetto è la battaglia politica che dobbiamo fare contro gli errori della “seconda Repubblica”, uno dei quali è stato lo scioglimento dei partiti per approdare, a destra quanto a sinistra, ai partiti proprietà personale del capo o del leader, la personalizzazione della politica e quindi una democrazia dall’alto verso il basso (populista), che è tutt’altro dalla democrazia partecipata che ha bisogno di corpi intermedi attivi: partiti, sindacati, associazioni (non lobby); anche il sindacato, non a caso è sottoposto allo stesso attacco: i cittadini, quanto i lavoratori soli dinnanzi al potere sono “solo un povero pirla”;
    La situazione ci offre la possibilità per la prima volta di attaccare la Lega Nord sul suo terreno: il federalismo. Ora che il federalismo sta andando in porto si può riscontare la distanza fra le parole e i fatti: la scarsa autonomia degli enti locali, la non vicinanza fra uso delle risorse e cittadini e, soprattutto, chi paga. Appare evidente, infatti, che a pagare sono sempre lavoratori e pensionati ed il lavoro in generale. In particolare è possibile attaccare la Lega Nord attraverso un discorso di classe: ricchi contro lavoratori/pensionati per scardinare l’interclassismo leghista: la comunità locale. A questo proposito rimandiamo alla discussione sul tema tenutasi come Federazione della Sinistra.
    Una riflessione complessiva va fatta sugli avvenimenti del Nord Africa per contrastare qualsiasi intervento militare e l’imposizione di assetti di potere guidati dagli stati capitalisti.
    Si tratta anche di comprendere le dinamiche di fondo di queste mobilitazioni, gli insegnamenti da trarre, l’evoluzione progressiva che queste società possono avere, le possibili involuzioni. Non secondario è affrontare la questione dei profughi su cui la Lega sta già blaterando. Tuttavia, se per un verso i profughi da una guerra sono tutelati dalle leggi internazionali e quindi non c’è nessuna discussione da fare, va altresì affrontato il nesso fra i cambiamenti in atto e la possibilità di avere una vita dignitosa in patria e non attraverso la migrazione. Se non ora, quando?

    La campagna sociale della Direzione

    La Direzione ha deciso quattro campagne sociali di cui a breve arriverà il materiale. La campagna è impostata su quattro temi:
    1)aumento di salari attraverso la scontro su patrimoniale e evasione fiscale;
    2)scuola pubblica contro spese militare e presenza in Afghanistan;
    3)contro le de-localizzazioni;
    4)proposte di nuovo lavoro sulla green economy.

    questa campagna deve attraversare le numerose e importanti manifestazioni del prossimo periodo e le stesse amministrative;

    a)il prossimo otto marzo sarà diverso dal solito per evidenti motivi; le compagne ed il partito tutto deve affrontarlo con la dovuta attenzione; il 4 marzo ci sarà l’attivo regionale delle compagne della federazione;
    b)11 marzo sciopero generale dell’USB con manifestazione a Roma;
    c)17 marzo ci saranno iniziative sul 150° dell’Unità d’Italia; la proposta dell’Istituzione della Festa della Lombardia ci dice ulteriormente che non dobbiamo sottovalutare l’evento che cade in un momento particolare: il federalismo che divide (e non su basi di classe), la putrescenza della cosiddetta “seconda repubblica”; in sintesi i tentativi vari di fare dell’Italia una nazione progressiva-sta si sono scontrati con vari fallimenti: il Risorgimento, l’Italia Repubblicana, la Costituzione inattuata; la Resistenza; ed ultima Tangentopoli che invece di risanare l’Italia l’ha ricacciata nel peggio di se stessa attraverso Berlusconi ed il Berlusconismo, il tutto consentito dal trasformismo di gran parte delle sinistra;
    d)25 marzo sciopero FI e FLC- Cgil che per altro ripropone il tema della scuola;
    e)Dobbiamo altresì far convergere iniziative per la fissazione dello sciopero generale (6 maggio) e per una piattaforma avanzata dello sciopero medesimo sui temi del lavoro, del fisco, della precarietà;
    f)Si stanno attivando i comitati per il referendum sull’acqua (e nucleare); il referendum riviste per noi una grande importanza e dobbiamo caratterizzarci per un ragionamento generale sui beni comuni (tutti), la de-mercificazione, un nuovo e diverso modello di gestione pubblica, un ruolo della democrazia partecipata in materia di indirizzo e controllo delle aziende pubbliche (la solo gestione pubblica non è sufficiente a determinare un bene comune); Nella formazione dei Comitati Promotori, cui si aderisce individualmente, dobbiamo indicare un nostro compagno/a affinchè siamo presenti dove si prendono le decisioni, mentre aderendo come partito/federazione siamo liberi di impostare la propaganda come preferiamo;

    §§§§§§§§§§§
    L’indicazione è che questa campagna e questa fase passi attraverso la convocazione di tutti i comitati Politici Federali.

    L’Ernesto
    La scissione dell’Ernesto non è tanto importante per i numeri, assolutamente limitati, tanto più che non tutti i firmatari dell’appello sono iscritti al Prc e quelli iscritti non tutti se ne sono andati.
    Questa scissione, tuttavia, ci dice alcune cose. In primo luogo non posiamo non denunciare gli aspetti contradditori, ad esempio, nel Prc si criticava da sinistra le alleanze poi si finisce nel PDCI che è alleantista per nascita. In secondo luogo la scissione si caratterizza in modo fortemente ideologico: la ricostruzione di un partito comunista sostanzialmente continuista (e nemmeno e non tanto con la storia del PCI).
    È stata una scissione contro Rifondazione e contro la Rifondazione.
    Siamo nati 20 anni fa per rimetterci all’altezza delle sfide che il capitalismo neoliberista vincente e superare criticamente la sconfitta epocale del movimento comunista. È ciò che hanno fatto i grandi rivoluzionari. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione.
    Questo percorso dobbiamo riprendere. In questo senso il Regionale organizzerà un incontro per il 20° del Partito con la presentazione di contributi per ragionare sul futuro dei comunisti, sui nodi teorici da sciogliere, sulla cultura politica necessaria oggi, sull’organizzazione, sulle proposte che i comunisti devono avanzare alle classi popolari e progressiste del paese.

    Federazione della Sinistra

    L’11 marzo si terrà la riunione dei coordinamenti della Federazione in cui si farà un programma di lavoro e nominato il coordinamento.
    La delegazione proposta dal PRC è composta da: Boghetta, Loveci, Tedesco.

    Ultima nota
    Come sempre c’è un problema di partecipazione ai CPR. Ci sono stati alcuni disguidi organizzativi ma, alla verifica, questi sono risultati marginali.
    In realtà, in assenza della rappresentanza in Regione Lombardia, il ruolo del Regionale ne risulta depotenziato. Si tratta ripensare il ruolo che può e deve avere il regionale in modo da rendere le riunioni utili e non general-generiche.

  22. Leonardo Masella scrive:

    ALCUNE BREVI RIFLESSIONI SU CUBA, DEMOCRAZIA E SOCIALISMO

    Dopo le affermazioni di Vendola su Cuba, si è sviluppato un dibattito fra comunisti su democrazia, libertà e socialismo. Alcuni compagni hanno risposto a Vendola con improperi assolutamente sbagliati e controproducenti. Altri gli hanno dato ragione ricordando Berlinguer e la sua critica all’Urss e alla stessa Cuba sulla inscindibilità fra socialismo e democrazia. Altri ancora hanno risposto con un po’ di propaganda. Pochi hanno risposto sviluppando un ragionamento sui concetti di socialismo e di democrazia, anche in relazione alla crisi del socialismo reale dell’Urss della fine del secolo scorso (da cui non si può prescindere come se nulla fosse successo) e alla crisi del capitalismo dei nostri giorni.

    In premessa, dico subito che io penso che si possa criticare Cuba, evitando – anche dopo l’esperienza dell’Urss – nuovi miti e fari di socialismo, tentando di mantenere sempre spirito critico, senza fideismi acritici nei confronti di nessuno ma senza neppure presunzioni o cattedre da cui bacchettare altri paesi, visto anche lo stato disastroso delle forze comuniste e della sinistra del nostro Paese. Noi, dal nostro pulpito italiano e soprattutto da ruoli di compartecipazione ai governi del capitalismo e della Nato del nostro Paese che hanno contribuito a generare guerre “umanitarie” e mostri di anti-democrazia come Berlusconi e Marchionne, dovremmo evitare di dare lezioni di democrazia a chicchessia, come ha fatto Vendola. Altra cosa è una discussione fraterna fra compagni, anche con pareri diversi per migliorare la navigazione comune nella stessa direzione che è quella opposta al capitalismo del nostro tempo.

    Nel merito, io penso che socialismo e democrazia non siano solo “inscindibili”. Per i comunisti, cioè per i rivoluzionari la democrazia e la libertà sono ancora più importanti della sola inscindibilità col socialismo. Per noi marxisti il socialismo e il comunismo sono democrazia e libertà al massimo livello, e viceversa. Per questo io penso che la polemica che il Pci di Berlinguer faceva con l’Urss e anche con Cuba sulla inscindibilità fra socialismo e democrazia, pur avendo molte buone ragioni nel criticare lo stato del socialismo reale dell’epoca (ragioni che si sono infatti viste alcuni anni dopo con ciò che è successo all’Urss e ai paesi del Patto di Varsavia), fosse però una critica fortemente improntata da una impostazione socialdemocratica, perché tendeva a coniugare al socialismo la democrazia di tipo liberale, occidentale. Non è un caso che questa involuzione socialdemocratica del Pci avvenne quando il Pci entrò nella prospettiva e nella “cultura” di governo, con la politica del compromesso storico con la Dc, schiacciandosi sulle cosiddette istituzioni “democratiche” (cosa diversa dalla Costituzione), dando continue patenti di legittimità “democratica” ai grandi centri del capitalismo, compreso (ricorderete) il “ci sentiamo più sicuri sotto l’ombrello della Nato”. Da lì, peraltro, secondo me, è cominciata la involuzione del Pci che ha portato alla Bolognina e alla attuale tragedia della sinistra italiana. Intendiamoci, la democrazia liberale, con le sue forme istituzionali, i suoi garantismi giuridici, i suoi equilibri fra poteri, non è tout court da gettare a mare, anzi, i comunisti e i rivoluzionari farebbero bene a prendere il meglio di questa esperienza nella gestione del potere della classe lavoratrice. Tuttavia, il limite evidente di questa esperienza è l’incapacità – voluta – di mettere in discussione la proprietà privata dell’economia e il tabù dello sfruttamento dell’uomo-donna sull’uomo-donna, che sono i principali ostacoli al compimento della libertà e della democrazia integrali.

    Scandalizzerò, ma se si vuole evitare di fare propaganda fra noi, il punto vero che in pochi colgono è che a Cuba, così come in Urss fino a quando è esistita, così come in Cina (pur essendo situazioni molto diverse fra di loro), non c’è democrazia e libertà, nella loro vera e massima espressione, e ciò innanzitutto perché non c’è il socialismo. Se si continua a dire che in Urss c’era il socialismo (e i detrattori di parte capitalistica dicono addirittura che c’era il comunismo), che a Cuba c’è il socialismo, che la Cina è il nuovo faro del socialismo, si commette un grave errore di analisi e di prospettiva. A Cuba si sta costruendo una strada verso il socialismo, che sarà appunto, quando e se ci sarà, una realizzazione piena e superiore di libertà e democrazia, peraltro in un paese, come è avvenuto per la Russia e per la Cina, che non ha mai conosciuto né il capitalismo sviluppato (secondo le previsioni di Marx) né le forme della democrazia liberal-borghese. Ma questo è un percorso mondiale, lungo e irto di ostacoli, di battute di arresto, di ritorni indietro, a partire dal fatto che questo processo avviene in presenza ancora di una gran parte del mondo che è capitalistica, il cui centro mondiale imperialistico, gli Usa, fanno una guerra continua a Cuba come, per esempio, con l’infame embargo commerciale, così come l’hanno fatta all’Urss e la stanno facendo alla Cina e ad ogni popolo o paese, impostato verso il socialismo oppure no, che tenti di essere indipendente dal loro dominio economico e militare. Se noi non ci convinciamo, anche rileggendo Marx e Lenin, che il socialismo è un processo mondiale, non capiamo che finchè sarà un processo in un paese solo o in alcuni paesi, non si potrà parlare di socialismo realizzato e quindi, di conseguenza, neanche di piena e superiore libertà e democrazia.

    Tuttavia, Cuba ha già realizzato, come lo aveva realizzato anche l’Urss prima del crollo, una prima importante qualità della libertà, che non è solo diritto di parola e il diritto di voto ogni 5 anni (cose pure importantissime, da non sottovalutare o persino disprezzare, come spesso fanno alcuni compagni), ma è la libertà dal bisogno (http://www.senzasoste.it/anniversari/unicef-cuba-unico-paese-dellamerica-latina-ad-aver-eliminato-la-malnutrizione-infantile). Perché non è libero chi è povero, chi non ha lavoro, chi è sfruttato e oppresso dal capitale. Libertà e democrazia non significano solo votare ogni 5 anni, ma per esempio significano far decidere ai lavoratori, per fare un esempio eclatante di casa nostra, cosa deve fare la Fiat. Socialismo è più libertà, non meno. Ed è una qualità diversa e superiore di libertà. Socialismo è più democrazia non meno. E’ socializzazione e democratizzazione, non solo statalizzazione, dei grandi mezzi di produzione (cosa che non hanno ancora realizzato né Cuba, né nessun altro paese che si è definito o che si definisce “socialista”), mentre un sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione è in realtà una dittatura di pochissimi sull’intera economia e società, come si vede dall’esempio Fiat e Marchionne, su cui non conta niente neppure il parlamento eletto “democraticamente” e persino il governo di Berlusconi. Con la crisi verticale del capitalismo finanziario e imperialistico dell’inizio del nostro secolo questo iato fra capitalismo e democrazia tenderà ad aumentare, non solo nel rapporto fra le potenze imperialistiche (Usa e Ue) e il resto del mondo (la stragrande maggioranza), ma anche all’interno degli stessi paesi imperialisti, come si vede dalla torsione antidemocratica sia delle elezioni e delle istituzioni (sempre più maggioritarie e presidenzialiste, per non parlare della antidemocraticità della Ue) che di tutte le forme di partecipazione popolare, e persino in alcune strette repressive e securitarie.

    E’ sufficiente la libertà dai bisogni essenziali ? No. Né per la democrazia né per il socialismo, come si è visto per il crollo dell’Urss della fine del secolo scorso. Per questo a Cuba si sono avviate, non senza lentezze e difficoltà anche dovute a un grande dibattito popolare e democratico promosso dal partito comunista e dal governo cubano, riforme economiche per accrescere il livello di benessere della popolazione. Ma di socialismo si potrà parlare quando ci sarà il passaggio – che è un passaggio storico difficilissimo, dalle forme inedite ed oggi imprevedibili – dalla statalizzazione (che ha i rischi di burocratizzazione e di involuzione) alla socializzazione e democratizzazione popolare dei settori strategici dell’economia e dei grandi mezzi di produzione. Certo potranno essere utili anche le esperienze migliori di democrazia liberale, ma soprattutto sarebbe bene riprendere gli esperimenti di democrazia proletaria e socialista come, per esempio, quella grande invenzione di Lenin, i Soviet, da cui trae origine la stessa denominazione del nuovo Stato proletario (Unione Sovietica), svuotati e cancellati dopo la morte del grande dirigente della Rivoluzione d’Ottobre, cosa questa all’origine, assieme alla stagnazione economica degli ultimi tempi, della crisi e del crollo dell’Urss. Ma quel passaggio sarà possibile, secondo me, non in un solo paese o in alcuni paesi, ma solo su scala mondiale, quando sarà sconfitto il capitalismo imperialistico.

  23. Anonimo scrive:

    Mi sento al 100% della FdS!
    E mi permetto di dire che la democrazia,la liberta’ a Cuba non ci sono!
    Punto!
    Il tasso di mortalita’ infantile non e’ un parametro di liberta’ ma di efficienza sanitaria!Che banalita’ dite!Anche i peggiori regimi militari avevano qualche tasso di sanita’ eccelso … e che vuol dire che pure quelli andavano bene!
    Ma che banalita’!
    Provate a mandare Cremaschi a fare il sindacalista a Cuba … se dicesse solo la meta’ di quello che dice alla Camusso e Bersani lo arresterebbero un minuto dopo!
    E Salvi e Patta?Che dicono secondo voi?
    Le stesse identiche cose di Vendola(e Cremaschi!perche’ provate a chiedere a lui cosa pensa di Castro!)
    Castro …. il socialismo familiare … ieri io,domani tu caro fratello!
    Ma dai!
    E quanto e’ misero il passaggio sul rispetto dei diritti umani ….
    “puoi cambiare sesso facilmente e …. ”
    “si sono fatti passi in avanti notevoli”
    Ma perche’ in un sistema plurale e multipartitico non si possono fare?
    Poi con molta onesta avreste dovute ricordare le tante cose pessime che si sono fatte negli anni passati!
    “Internet nei prossimi anni sara’ 3000 volte piu’ potente!”
    Ammazza’! il socialismo realizzato con internet che viaggera’ ad una velocita’ di connessione come noi l’avevamo gia’ 5 anni fa’!Che culo i miei coetani cubani!
    E poi che se ne faranno di internet?
    Facebook,se mai dovesse essere LIBERO sara’ censurato.
    Provi un coetaneo di Oggionni a fare un profilo su Fb tipo …
    “Quelli che pensano che Raul e’ un fantoccio di Fidel” o “Castro dimettiti”!
    Li sbatterebbero in galera un minuto dopo!
    Oggionni e’ libero di fare e aderire a “Berlusconi dimettiti” o “Bersani fantoccio di D’Alema” “Vendola parolaio” e altro!
    Ma perfavore!
    Cuba non e’ un paese libero e democratico!
    Cuba e’ un paese dove vige una monarchia pseudosocialista familiare!
    E poi qualche parolina sulla Cina e Corea?
    vi invito a organizzare un dibattito tra Salvi,Patta e Cremaschi e Giannini,Diliberto e Oggionni …

    • Bandiera Rossa scrive:

      Anonimo, se ti senti della Federazione al 100% e pensi quello che hai asserito su Cuba forse soffri di autismo…. consiglio un medico.
      Almeno una visitina…
      ….sarebbe bello che le persone che sputano merda sulla rivoluzione cubana si sforzassero quantomeno di conoscerla… molto più semplice sentenziare in pieno stile piccolo borghese… anche perchè d’altronde è quello che stiamo diventando…. non vedo l’ora che la classe lavoratrice si riorganizzi e ci spazzi tutti via… siamo i dinosauri della politica… dei inconsapevoli reazionari… o dei berlusconiani mancati… per fortuna la rivoluzione cubana non dipende da noi sennò sarebbe spacciata…

      • Anonimo scrive:

        E allora vuol dire che sono autisti anche l’ex-portavoce FdS Salvi,il leader di chi aveva il 10% dei delegati della FdS cioe’ Patta,e uno dei “papabali” futuri leader Cremaschi …
        Buon autismo a tutti!
        Sono in ottima compagnia!

  24. La svolta di Vendola.... scrive:

    La svolta di Vendola: «Dopo la Libia, neanche Cuba ha più alibi»

    «La storia comincia a correre. Cambia l’epoca e si rompe il vecchio mappamondo e il Mediterraneo torna al centro della scena del mondo. I giovani libici chiedono la cacciata del rais Gheddafi che è stato un despota per molti anni a disposizione dell’Occidente per il lavoro sporco». Lo dice il leader di Sel Nichi Vendola a Radio Anch’io commentando la rivolta nel Maghreb. «Questo- aggiunge Vendola- rende davvero visibile la meschinità delle classi dirigenti dell’Europa che di fronte a un popolo che scende in marcia e guadagna la propria libertà, si mostra turbata invece di brindare. Ma questo- osserva Vendola- è un cammino che dovrà riguardare anche l’Iran e la Cina. E dico alla gente mia, a chi ha amato come me Ernesto Guevara detto il Che, che questa evoluzione verso la democrazia e la libertà riguarda anche Cuba: non c’è più alibi e giustificazione al mondo».

    http://www.unita.it/italia/la-svolta-di-vendola-dopo-br-la-libia-neanche-cuba-ha-piu-alibi-1.275000

    3 marzo 2011

  25. Ex lavoratore scrive:

    Nord Africa: il punto di vista di Forumsinistra
    http://forumsinistra.info/discussione-nord-africa-il-punto-di-vista-di-forumsinistra

    Nell’epoca dell’informazione tecnologica (o disinformazione), la velocità e l’alto numero di informazioni e “notizie” creano più confusione che chiarezza e non permettono la rielaborazione e l’analisi a milioni di persone che vedono catapultata la propria attenzione verso Paesi di cui si sa poco o nulla.
    L’indifferenza si alterna ad ondate di allarmismo emotivo, alimentate nel nostro caso da un governo xenofobo e populista (come quando viene gonfiato a dismisura il numero dei possibili profughi).

    Proviamo a fare una base di chiarezza.

    Oggi il mondo è multipolare, è finita un’ epoca, quella del ventennio neoliberale e del potere unilaterale degli usa. Lo sviluppo di diverse aree del mondo porta alla nascita di nuovi rapporti. Gli Usa non possono più fare il bello e il cattivo tempo.
    Le sollevazioni in Nord Africa sono per il pane, la libertà e la dignità.
    Le società arabe non sono immobili, non sono ferme al 1300 come i propagandisti andavano raccontando.

    La situazione in Libia non è però uguale a quella di Algeria,Tunisia, Egitto, ed ogni Paese a sua volta ha una sua specificità.

    Cominciamo dai regimi
    In Libia Gheddafi è da tempo un dittatore in preda alla follia che incita al massacro degli oppositori e che negli ultimi anni si è reso responsabile del trattamento disumano nei confronti degli immigrati.
    Se negli altri Paesi i dittatori sono apparsi ben presto isolati ed hanno ceduto, Gheddafi appare intenzionato a tutto per mantenere il potere (anche se altri fonti dicono che uno dei suoi figli sta portando avanti delle trattative).

    Le opposizioni
    In Paesi come Algeria e Tunisia si conoscono le varie identità politiche e culturali delle opposizioni e le rivoluzioni hanno avuto un chiaro orientamento democratico, progressista e laico. Anche in Egitto si sono riviste le bandiere rosse.
    Dell’opposizione libica si sa molto meno, l’unica bandiera vista nelle manifestazioni è quella della Libia pre-Gheddafi, la bandiera della monarchia filo-occidentale di re Idris, anche se ogni interpretazione troppo marcata può essere fuorviante. Come negli altri Paesi la rivolta esprime una volontà democratica, ma senza un esplicito orientamento.
    Da quel poco che si vede, s’intuisce che nella capitale la rivolta è pressochè spontanea e disarmata, mentre in altre zone del paese è portata avanti da gruppi organizzati e armati (questo spiega anche la fuga dei profughi, per lo più lavoratori immigrati da altri paesi africani, verso le frontiere con Tunisia ed Egitto). Rispetto agli altri Paesi infatti la rivolta ha anche una connottazione territoriale.
    Inoltre, le “opposizioni” in Libia comprendono numerose figure istituzionali che, fino a pochi giorni prima, erano dalla parte di Gheddafi – inclusi i ministri dell’interno e della giustizia. In Tunisia ed Egitto, invece, imponenti manifestazioni popolari hanno chiesto (e ottenuto) l’allontanamento delle figure legate ai governi di Mubarak e Ben Ali.

    Altra differenza è il comportamento degli Usa
    Gli Usa appoggiavano i dittatori in Tunisia, Algeria e Egitto, ed hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco di fronte alla loro caduta, vista l’imponenza delle sollevazioni che ha visto convergere studenti, operai, ceti medi, partiti, militari fino alle più alte cariche (in Egitto infatti gli ufficiali hanno messo in piedi un governo di transizione).
    Per quanto riguarda la Libia, invece, gli Usa hanno assunto una posizione interventista per abbattere Gheddafi, nonostante questi ormai controllerebbe solo una parte della capitale, inoltre molti ministri e ufficiali sono passati dalla parte della rivolta così come quasi tutti i diplomatici libici sparsi per il mondo.

    Una quarta differenza riguarda le donne
    Per esempio in Egitto si è visto come donne e uomini manifestavano insieme. In Libia invece, almeno da quel che si può vedere, sia nelle (poche) immagini che abbiamo dell’opposizione sia della piazza di Gheddafi del 26 febbraio, non si vede la presenza delle donne.

    Le condizioni economiche
    Le condizioni economiche tra la Libia e gli altri Paesi sono profondamente diverse. La Libia è un Paese ricco di petrolio, con un reddito procapite più alto rispetto ai suoi vicini, ma con una disoccuopazione (soprattutto giovanile) altissima.
    Negli altri Paesi le rivolte hanno inizio per gli aumenti dei prezzi di prodotti alimentari di largo consumo, delle vere e proprie rivolte per il pane, al quale si unisce la volontà di democrazia e libertà.

    La sinistra nel mondo
    La complicata situazione in Libia ha portato la sinistra e vari governi progressisti nel mondo ad adottare valutazioni diverse. Tutti sostengono le legittime aspirazioni democratiche del popolo libico, ma le posizioni nel merito della crisi di queste settimane vanno dal pieno sostegno delle manifestazioni contro il regime di Gheddafi, alla cautela, alla totale condanna di quella che è considerata una guerra civile reazionaria ed eterodiretta. Nei diversi orientamenti incidono senza dubbio anche valutazioni economiche e geopolitiche.

    Conclusioni
    Forumsinistra sostiene tutti gli sforzi della popolazione libica per uno stato democratico, laico, unito e indipendente. E allo stesso tempo, invita alla massima mobilitazione contro ogni tentativo di intervento e occupazione militare in Libia, e contro il sostegno occidentale a governi regressivi e autocratici, che non rappresenterebbero certo un passo avanti rispetto al regime di Gheddafi.

    Forumsinistra invita quindi a seguire giorno per giorno l’evoluzione della crisi libica, con particolare attenzione per le notizie poco diffuse dai media, e per i passaggi poco chiari.

    La Libia si trova oggi ad un bivio: può entrare nel percorso progressivo della primavera dei popoli arabi, apportando un contributo fondamentale anche in termini di risorse energetiche ed economiche; oppure può trasformarsi in uno stato frammentato, colonizzato, pesantemente influenzato da potenze straniere e nemico dei popoli che hanno deciso di risollevare la testa. Ogni militante e simpatizzante della sinistra nei paesi occidentali può contribuire col suo impegno ad evitare l’ennesima guerra di occupazione, e costruire un futuro di vera pace e vera democrazia per l’area del Mediterraneo, e per il mondo.

    A cura di
    http://www.forumsinistra.info
    Comunisti nella Federazione della sinistra

  26. Anonimo scrive:

    «La storia comincia a correre. Cambia l’epoca e si rompe il vecchio mappamondo e il Mediterraneo torna al centro della scena del mondo. I giovani libici chiedono la cacciata del rais Gheddafi che è stato un despota per molti anni a disposizione dell’Occidente per il lavoro sporco». Lo dice il leader di Sel Nichi Vendola a Radio Anch’io commentando la rivolta nel Maghreb. «Questo- aggiunge Vendola- rende davvero visibile la meschinità delle classi dirigenti dell’Europa che di fronte a un popolo che scende in marcia e guadagna la propria libertà, si mostra turbata invece di brindare. Ma questo- osserva Vendola- è un cammino che dovrà riguardare anche l’Iran e la Cina. E dico alla gente mia, a chi ha amato come me Ernesto Guevara detto il Che, che questa evoluzione verso la democrazia e la libertà riguarda anche Cuba: non c’è più alibi e giustificazione al mondo».

  27. Anonimo scrive:

    Mi sento al 100% della FdS!
    E mi permetto di dire che la democrazia,la liberta’ a Cuba non ci sono!
    Punto!
    Il tasso di mortalita’ infantile non e’ un parametro di liberta’ ma di efficienza sanitaria!Che banalita’ dite!Anche i peggiori regimi militari avevano qualche tasso di sanita’ eccelso … e che vuol dire che pure quelli andavano bene!
    Ma che banalita’!
    Provate a mandare Cremaschi a fare il sindacalista a Cuba … se dicesse solo la meta’ di quello che dice alla Camusso e Bersani lo arresterebbero un minuto dopo!
    E Salvi e Patta?Che dicono secondo voi?
    Le stesse identiche cose di Vendola(e Cremaschi!perche’ provate a chiedere a lui cosa pensa di Castro!)
    Castro …. il socialismo familiare … ieri io,domani tu caro fratello!
    Ma dai!
    E quanto e’ misero il passaggio sul rispetto dei diritti umani ….
    “puoi cambiare sesso facilmente e …. ”
    “si sono fatti passi in avanti notevoli”
    Ma perche’ in un sistema plurale e multipartitico non si possono fare?
    Poi con molta onesta avreste dovute ricordare le tante cose pessime che si sono fatte negli anni passati!
    “Internet nei prossimi anni sara’ 3000 volte piu’ potente!”
    Ammazza’! il socialismo realizzato con internet che viaggera’ ad una velocita’ di connessione come noi l’avevamo gia’ 5 anni fa’!Che culo i miei coetani cubani!
    E poi che se ne faranno di internet?
    Facebook,se mai dovesse essere LIBERO sara’ censurato.
    Provi un coetaneo di Oggionni a fare un profilo su Fb tipo …
    “Quelli che pensano che Raul e’ un fantoccio di Fidel” o “Castro dimettiti”!
    Li sbatterebbero in galera un minuto dopo!
    Oggionni e’ libero di fare e aderire a “Berlusconi dimettiti” o “Bersani fantoccio di D’Alema” “Vendola parolaio” e altro!
    Ma perfavore!
    Cuba non e’ un paese libero e democratico!
    Cuba e’ un paese dove vige una monarchia pseudosocialista familiare!
    E poi qualche parolina sulla Cina e Corea?
    vi invito a organizzare un dibattito tra Salvi,Patta e Cremaschi e Giannini,Diliberto e Oggionni …

  28. marco scrive:

    Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

    Valerio Evangelisti

    Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
    Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

    Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
    Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
    Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
    Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
    Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.

    Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
    Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
    Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
    Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
    Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
    E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
    CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?
    (1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni.

    • anonimo scrive:

      Ecco la predica dell’eretico… non mi dilungo oltre, basta confrontare quello che scrive questo tizio con gli altri articoli postati e si commenta da solo.
      Aggiungo solo che mi sembra ridicolo che a disquisire del monetarismo sia un tizio che pubblica per Mondadori (alla faccia del pagliaccio che governa l’Italia, vero?), ha la casetta a Puerto Escondido (fonte wikipedia) ma ci tiene però a bacchettare a destra e manca.

      • Leonardo Masella scrive:

        Con questo ragionamento anche Marx, Engels e Lenin non avrebbero potuto criticare il capitalismo ! Questa modalità di discutere e questi continui attacchi personali (peraltro anonimi) screditano le ragioni di una critica di merito magari corretta.

        • anonimo scrive:

          Se denunciamo di ipocrisia i fautori del family day che poi difendono il bunga bunga, se critichiamo Berlusconi di fare discorsi da sagrestano coi cattolici per poi divertirsi con le ragazzine non vedo perché non criticare uno che fa l’antagonista però poi pubblica con Berlusconi e non con qualche editore di sinistra / alternativo.

          Infelice, estremamente, il paragone con Marx, Engels e Lenin i quali, pur avendo origini borghesi, non mi risulta che abbiano predicato bene e razzolato male.

  29. marco scrive:

    Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

    Valerio Evangelisti

    Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
    Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

    Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
    Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
    Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
    Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
    Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.

    Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
    Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
    Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
    Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
    Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
    E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
    CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?
    (1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni.

  30. claudio grassi scrive:

    Con Cuba: con il cuore e con la ragione

    Simone Oggionni

    La politica estera, si sa, è materia importante e delicata. È spesso lo specchio della cultura politica e della identità di chi la attua o la propugna ed è rilevatrice, più in generale, della propria visione del mondo.

    Basti pensare alla discussione di questi giorni sulla Libia. Una discussione certamente complessa e rispetto alla quale vanno evitati gli slogan e le posizioni semplicistiche. Il recente ordine del giorno approvato dalla Direzione nazionale del Prc è positivo ed equilibrato, al pari della nota firmata dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (tradotta su questo blog), nella quale si riconosce l’esistenza all’interno della Libia di un conflitto non omogeneo (e non paragonabile per questo alle rivolte di Egitto e Tunisia), si condannano la repressione e le violenze inaccettabili delle forze governative e ci si schiera nettamente contro qualsiasi ingerenza esterna e contro qualsiasi ipotesi di intervento militare, fosse esso promosso dalla Nato, dagli Stati Uniti d’America, dall’Unione Europea o da qualunque Stato ex colonialista.

    Ma c’è stato un altro Paese che negli ultimi giorni ha, almeno a sinistra, attirato l’attenzione e suscitato un dibattito. Ci riferiamo a Cuba, oggetto di un passaggio dell’intervento che Nichi Vendola ha pronunciato lunedì a Roma nel corso dell’assemblea nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. Vendola ha affermato che libertà e democrazia a Cuba non ci sono e ha indirizzato retoricamente a Cuba la domanda tanto cara ai movimenti («se non ora quando?»).

    Nulla di nuovo, conoscendo non da oggi le posizioni di Nichi Vendola, simili a quelle espresse nel corso degli ultimi anni da Fausto Bertinotti e rispetto alle quali occorre ricordare – in spirito di onestà – che non vi fu in Rifondazione comunista negli anni passati la stessa reazione che oggi si è giustamente sollevata contro le parole di Vendola.

    Ma torniamo al punto e al merito, perché la querelle che si è aperta ci consente più che di polemizzare, di parlare della realtà di Cuba.

    Sin dal 1° gennaio 1959, quando il popolo cubano mise fine alla pagina tragica del colonialismo e delle dittature, Cuba combatte una vera e propria guerra contro l’imperialismo statunitense, che nel corso di tutti questi anni e indistintamente rispetto al colore politico della sue amministrazioni ha tentato di riprendere il controllo dell’isola sia con interventi economici di embargo (condannati ripetutamente ma senza esito dalle Nazioni Unite) sia con interventi diretti e indiretti di sabotaggio e di terrorismo che sono costati a Cuba più di 5000 vittime tra uccisi e feriti.

    E pur tuttavia, in un contesto così drammatico e che avrebbe schiantato in pochi mesi qualsiasi altra esperienza di governo, Cuba resiste e resiste garantendo livelli di libertà, benessere e democrazia difficilmente eguagliabili nel contesto dell’America Latina.

    Prendiamo il tema della libertà da due versanti solitamente utilizzati per screditare Cuba: la libertà della comunicazione e i diritti civili. Si deve sapere, allora, che il governo cubano ha recentemente varato, di concerto con il Venezuela di Chavez, un piano di sviluppo tecnologico che consentirà a tutti i cittadini cubani di essere raggiunti nei prossimi mesi dalla fibra ottica e cioè di entrare in comunicazione con il mondo attraverso Internet con una velocità di connessione 3000 volte superiore a quella attuale. Quanto ai diritti individuali, pochi anni fa è stata varata una legge che consente a chi abbia iniziato un percorso di cambiamento del proprio sesso di ottenere il nuovo documento d’identità ancora prima di effettuare l’operazione (al contrario di quel che avviene, come è noto, in Italia). E ciò, possiamo dirlo, se non è il simbolo di una grandissima attenzione ai diritti individuali, è certo un segnale molto incoraggiante.

    Per non parlare della libertà dal bisogno, dalla miseria e dalla povertà a cui non solo i cittadini cubani erano condannati prima della Rivoluzione ma a cui sarebbero ancora condannati qualora lo Stato cubano avesse un governo simile a quelli che gli Stati Uniti d’America hanno imposto in questi decenni nel proprio «cortile di casa». Lo dimostrano i dati relativi alla mortalità infantile, alle aspettative di vita, alla disoccupazione, i tassi di povertà, di alfabetizzazione, il rapporto tra popolazione e medici, gli indici di sostenibilità ambientale. In breve, tutti quei dati statistici che registrano il grado di civiltà e di giustizia di un sistema sociale.

    La democrazia, infine. Questo è il terreno più scivoloso, e su cui tante volte infatti siamo scivolati. Non è possibile contrapporre banalmente la democrazia borghese alla democrazia socialista. Questo perché i modelli più avanzati di «potere del popolo» (la democrazia consiliare, la democrazia progressiva) non hanno mai avuto applicazione integrale, come del resto l’idealtipo della democrazia liberale. Inoltre, il punto più alto di riflessione intorno alla democrazia nel nostro Paese ha coinciso con l’idea di coinvolgere le masse popolari in un processo di estensione delle garanzie democratiche, delle tutele e del pluralismo e non nella loro rozza rimozione. Tuttavia, analizzando non i modelli astratti ma i risultati concreti, possiamo dire che, al contrario di ciò che avviene nelle moderne democrazie liberali, a Cuba ogni cittadino ha il diritto di partecipare direttamente alla scelta (composizione delle liste) e al controllo dell’operato dei propri rappresentanti istituzionali. Non una delega passiva ai partiti (neppure al partito comunista cubano, che in quanto tale non partecipa alle elezioni) ma una forma di democrazia partecipata che coinvolge la società cubana sin nel più piccolo quartiere.

    E ciò avviene senza che la politica possa essere né fonte di arricchimento economico (tutti gli eletti continuano a percepire lo stesso stipendio) né fonte di scalata sociale né forma di ulteriore dominio maschile sulla società né strumento di passivizzazione dell’elettorato. Al contrario di ciò che avviene in Italia, con stipendi elevatissimi, soprattutto per gli incarichi pubblici, una percentuale di partecipazione al voto sempre più bassa e una partecipazione delle donne alla politica semplicemente indecente.

    Ci sono dei limiti a Cuba, delle contraddizioni? Ce ne sono, per esempio, sul terreno del funzionamento concreto della macchina democratica? Certo, come in tutte le esperienze politiche, come in tutte le cose umane.

    Ma nessuno ci può impedire di guardare a Cuba con rispetto profondo e solidarietà.

    Anche perché noi, donne e uomini di quest’Europa malata proprio di democrazia, di libertà e di benessere, faremmo davvero fatica a salire in cattedra, con il peso di una storia secolare di colonialismo, guerre e profondissime diseguaglianze sociali. Che, non a caso, vorrebbe rimanere coerente con se stessa anche nei confronti della Libia, aggredendo la sua sovranità e rapinando le sue risorse.

    E allora, forse, dovremmo andare più a fondo e chiederci cos’è oggi la libertà e cos’è oggi la democrazia. E interrogarci su quale sia la libertà e la democrazia alle quali aspiriamo. Nella nostra parte del mondo, sicuramente una libertà e una democrazia diverse da quelle cubane. Ma senza dubbio distanti anni luce da questo sistema ingiusto e cattivo con i più deboli e servo e docile con i potenti. Forse è proprio questa la sfida: ricostruire, a partire dalle parole e dal loro significato, un nuovo orizzonte di senso, un nuovo immaginario, una prospettiva e una speranza.

  31. diego scrive:

    Alessandro Leoni

    Nel giro di poche settimane la situazione politica dei paesi arabi ( dall’Africa Settentrionale al Vicino Oriente ) si è ulteriormente manifestata quale crisi verticale ed irreversibile degli equilibri che hanno, sostanzialmente, retto questa vasta e strategica regione sud-mediterranea dalla seconda metà degli anni settanta del ‘900 ad oggi .

    In tale contesto emerge, ulteriormente, l’abissale debolezza politico-culturale delle forze ( ? … sic ! ) che si vogliono collocare in una prospettiva di “sinistra anticapitalista alternativa” ! Debolezza che emerge sia dalla dipendenza pressoché totale dalle fonti d’informazione ed elaborazione legate ai centri di potere “occidentali”, sia dall’ormai altrettanto diffusa inconsistenza qualitativa del bagaglio teorico con il quale osservare e giudicare gli avvenimenti, i processi in corso.

    Da quanto sopra discende la relativa facilità con la quale il potere capitalistico internazionale riesce ad orientare la così detta opinione pubblica … compresa quella che si vuole, appunto, radicale, alternativa cioè di sinistra !

    Ciò che sta avvenendo in Libia è emblematico dell’ormai sempre più palese difficoltà d’orientamento da parte anche di quei soggetti che pure continuano a fare riferimento, esplicito, all’antimperialismo !

    Così in tale confusione e fragilità teorico-ideologica emerge l’attitudine più irrazionale, antidialettica, impolitica ovvero ciò che possiamo definire “tifoseria” .

    Gheddafi diviene o l’ennesimo “mostro” da abbattere ad ogni costo oppure la vittima della perfidia imperialista che tutto può attraverso i suoi diabolici complotti ! Da tale quadro ciò che scompare è, semplicemente, la realtà con le sue contraddizioni, con la sua complessità.

    - Ritengo che l’insieme politico che si definisce “Sinistra” ( escludo per tanto il “P°.D°.” che, correttamente, non si colloca a “sinistra” ! ) comprendendovi, perciò, anche i “Comunisti” ( … cioè chi pubblicamente si proclama tale ! … ) siano giunti ad un livello di consapevolezza ipotizzabile solo per “lobotomizzati” ! ( … evidentemente con qualche eccezione che, appunto, conferma la regola ! … ) Nel senso proprio del termine tecnico : ovvero impossibilitati ad una attività celebrale conseguente all’evoluzione della specie fino ad oggi nota ! Mi rendo conto della pesantezza del giudizio e non ho remore ad assumere il dubbio che sia proprio io, personalmente, ad essere, ormai, come si suol dire, “de fora” ! … Possibile … anzi auspicabile !!! ( meglio un pazzo che una collettività di coglioni ! … anche per il “pazzo” ! )

    Mi riferisco al dibattito ( … si fa per dire ! … ) in corso sulla crisi del mondo arabo ( Africa settentrionale e Vicino Oriente ) e in particolare sulla vicenda “libica” ! I giudizi che emergano oscillano fra una impropria “difesa” del leader M. Gheddafy e l’assunzione, idiota, della propaganda reazionario-imperialista ! Il tutto, evidentemente, condito dalla più profonda “i g n o r a n z a” della realtà di quel paese … tanto a noi italiani vicino non solo geograficamente ma anche storicamente !

    Proverò a dire qual’cosa a riguardo :

    1°)- la Libia è una creazione del colonialismo italiano, a differenza degli altri paesi nord-africani. A parte l’ Egitto che possiede una propria identità statuale ( forse il “primo” stato costituitosi nel bacino del Mediterraneo ! )

    plurisecolare anche Marocco, Algeria e Tunisia hanno, sia pure in termini relativamente rozzi/abbozzati, una loro “storia” d’insieme territoriale ! Non la Libia ! Tanto è vero che lo stesso nome fu coniato dal governo italiano, dopo la guerra italo-turca del 1911 / 1912 , nei primi anni ’20 ( del ‘900 ) quando il fascismo ormai al governo e in procinto di diventare “regime” unificò i due territori ottenuti con il Trattato di Ouschy che erano la Tripolitania ( a ovest ) e la Cirenaica ( a est ).
    Tripolitania e Cirenaica che pur essendo sottoposti ambedue al potere della “Sublime Porta” ( così si chiamava il potere imperiale ottomano-turco ) dal XVI secolo erano amministrati in due distinte prefetture … quella della Berberia tripolitina ( Tripolitania ) e quella della Cirenaica Barcide !

    Del resto i due territori erano sempre stati divisi politicamente … fin dai più remoti tempi. Infatti mentre l’attuale Tripolitania era stata influenzata e controllata dai Fenici di Cartagine l’attuale Cirenaica era stata oggetto d’intensa colonizzazione greca ed infine era entrata nell’orbita dei vari potentati egizi ! Quando nel II secolo avanti Cristo giunse l’influenza romana non mutò questa distinzione ! Infatti la Tripolitania venne incorporata nella Provincia dell’ “Africa Proconsolare” mentre la Cirenaica divenne Provincia a se stante unita all’isola di Creta !

    Questa rapida carrellata sulla storia più antica dell’attuale Libia è importante per comprendere come non sia assolutamente strana che l’attuale crisi abbia rimesso in evidenza la natura duale dello stato libico contemporaneo !

    Precisato quanto sopra vorrei tornare ad illustrare alcune questioni inerenti la realtà libica. Non è un caso che la “rivolta” abbia proprio nella Cirenaica il suo fulcro infatti questa regione a oriente di Tripoli è la “patria” della SENUSSIA cioè di una storica “confraternita” islamica che dalla prima metà dell’800 in poi esercitò un notevole ruolo politico-sociale in buona parte dell’Africa settentrionale . Lo stesso Impero Ottomano-turco riconobbe “de facto” l’influenza e il potere di questa realtà accettando che fosse la “Senussia” ad amministrare/controllare vaste zone dell’interno dei suoi domini africani. I rapporti con le potenze coloniali ( Francia, Italia, Gran Bretagna ) furono molto più conflittuali sia per l’estraneità religiosa ( il Sultano turco era anche Califfo … cioè ufficialmente “successore” di Maometto ) sia, anzi soprattutto, per il carattere del controllo esercitato da queste potenze europee sul territorio, sulla mobilità, sull’economia ! Emblematica è la vicenda delle relazioni fra Italia e Senussia. Durante la guerra italo-turca ( 1911 1912 ) i Senussi pur non estraneandosi completamente dal conflitto tesero, soprattutto, a mantenere il controllo sulle proprie zone di diretto dominio ( Dgjalo, Dgjarabub, Hel Dgjof/Kufra, ecc… ) al termine della guerra il governo italiano per volontà ed impegno dell’allora Ministro per le colonie AMENDOLA ( padre di Giorgio Amendola ) esponente della corrente costituzional-liberal-progressista, mise in campo un interessante progetto teso ad associare le popolazioni locali nel governo della colonia. Ciò avvenne con precise intese stipulate con i potentati locali, fra i quali, evidentemente, il più influente ed importante, la Senussia appunto. Gli “Statuti” prevedevano ampia autonomia e partecipazione attraverso vere e proprie espressioni istituzionali parlamentari. Del resto l’esperienza costituzional-parlamentare non era del tutto estranea alla realtà della
    Tripolitania e della Cirenaica in quanto dopo il 1906 l’Impero Ottomano aveva rinnovato la pratica costituzional-parlamentare ( dopo la “prima” rivoluzione del 1877 … in seguito naufragata ) conseguentemente anche le due prefetture africane ( Tripolitania e Cirenaica ) avevano partecipato ad eleggere propri rappresentanti al Parlamento d’Istambul.

    Con questa Nota vorrei concludere la riflessione avviata sulla questione “libica” . Riprendo dal concetto fondamentale della mia proposta d’interpretazione della odierna vicenda in corso in questo importante paese nord-africano ovvero che la rivolta “libica” non affondi le proprie motivazioni, reali, in sostanziale assonanza con quelle scoppiate in Tunisia, Egitto, Yemen, ecc…

    Voglio affermare che a differenza delle rivolte negli altri paesi arabi la motivazione brutalmente economico-sociale in Libia non sussiste … infatti la capacità di consumo dell’insieme della popolazione è, senza ombra di dubbio, nettamente superiore a quella delle popolazioni dei paesi limitrofi. Non sono solo le statistiche a dircelo ma anche la semplice osservazione relativa al dato di fatto che non esiste, praticamente, un fenomeno emigratorio libico ( .. salvo le poche eccezioni di matrice politica ! … ). Non solo … notoriamente in Libia hanno lavorato e lavorano migliaia di africani provenienti dai disastrati paesi del Sahel e dagli altri paesi arabi. Dunque dobbiamo avere presente, nel giudizio, questo non certamente marginale elemento di valutazione. Così come non ci devono essere dubbi sulla natura del regime … cioè un tipico sistema di potere basato sull’autoritaria personalità del leader quale punto di raccordo e di mediazione fra le varie genuine espressioni della società libica che non è
    proprio del tutto simile a quella scandinava ! Clan, famiglie allargate, vincoli comunitario-tribali sono gli effettivi legami attraverso i quali si esprime la società di questo come di molti altri paesi limitrofi.

    Tornando agli avvenimenti in corso va notato un fatto rilevante quale la simbologia utilizzata dai ribelli, mi riferisco alla bandiera pre-rivoluzione del 1969 che portò il gruppo di militari nasseriani al potere a Tripoli.
    Quella bandiera più che evocare l’istituto monarchico ( la Libia era una monarchia fino al 1969 ) ripropone il simbolo della “Senussia” di cui ho già parlato nelle precedenti Note. Infatti Idris hel Senussi era sovrano della Libia ma soprattutto il capo di questa, storica, confraternita islamica. Potremmo dire che al di là dei riferimenti ideologico-politici moderni ( repubblica e monarchia, pan-arabismo, socialismo arabo, antimperialismo, ecc… ) la rivoluzione del settembre 1969 che aprì la strada al potere di M. Gheddafy la potremo giudicare come la rivincita della Tripolitania sull’egemonia cirenaica determinatasi, quest’ultima, con la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale e la conseguente influenza britannica sui destini di quel territorio. Il territorio libico dal 1942/1943 si trovò sotto occupazione/amministrazione militare inglese ( Tripolitania e Cirenaica ) e francese ( territori del sud-ovest cioè il Fezzan ). Quando le potenze vincitrici, attraverso le Nazioni Unite, decisero l’ “indipendenza” e conseguente costituzione del Regno libico affidarono appunto alla Senussia il potere sia per la collaborazione di questa contro l’ASSE durante la campagna d’Africa ( 1940 / 1943 ), sia per l’assenza di forti alternative locali. Il regime monarchico-senussita si distinse per affidabilità nei confronti dell’ ”occidente” accettando sul proprio territorio basi USA ( vicino a Tripoli ) e inglesi ( a Tobruk ) … successivamente chiuse/liquidate dal nuovo regime filo-nasseriano impostosi nel settembre 1969.

    Per ultimo una considerazione sul regime di Gheddafy ! Per dare un giudizio serio ed equilibrato ( respingendo cioè sia la faziosità reazionario-imperialista sia la, sciocca, tifoseria filo-Gheddafy ! ) si deve, a mio personale giudizio, tenere presente alcune caratteristiche oggettive
    della realtà libica e del contesto storico-politico determinatosi dal 1969 ad oggi. 1°)- voler giudicare paesi come la Libia con il metro dell’Europa occidentale è, risulta una emerita cazzata !
    2° )- così come risulterebbe superficiale e strumentale una posizione acritica che motivandosi con la specificità antropologica delle società protocapitalistiche giustificasse tutto e il suo contrario.
    3° )- inoltre nel giudizio su Gheddafy si deve tener presente che al di là dell’indole del personaggio il contesto storico-politico nel quale si è trovato si è caratterizzato per l’evaporazione, progressiva, di tutti i principali punti di riferimento iniziali ( Nasser, nasserismo, panarabismo, antimperialismo, URSS e comunità socialista internazionale ! ).

    Tutto ciò non può non aver influenzato, oggettivamente e soggettivamente, il personaggio, il quale però ha mantenuto alcune essenziali caratteristiche proprie quali l’espressione di una “dignità” del proprio paese, un’attenzione, sia pure autoritario-paternalistica, alle condizioni materiali della popolazione, l’impegno effettivo per un reale sviluppo economico del paese finalizzato ad assicurare un futuro alla Libia oltre l’epoca, attuale, segnata dal “salario petrolifero” … mi riferisco, in particolare, alla gigantesca opera idraulica di recupero delle acque fossili profonde presenti nel territorio desertico e semidesertico del paese.

    In sintesi ritengo demenziale che la “sinistra” e anche buona parte dei comunisti abbiano abboccato, come merluzzi, all’ennesima campagna/crociata antiGheddafy … così come finirono per interpretare il ruolo d’ “utili idioti” all’epoca del complotto NATO contro la Yugoslavia.

    Prudenza, informazione qualificata e autonoma, equilibrio e capacità critica dovrebbero essere caratteristiche consolidate delle forze della sinistra anticapitalista e in particolare di coloro che si definiscano comunisti !

    Alessandro LEONI

  32. Franco Astengo scrive:

    COALIZIONI, PARTITI, ELETTORI
    Una analisi di Ilvo Diamanti sul “fattore coalizione” apparsa lunedì 28 Febbraio sulle colonne di “Repubblica” e l’esito delle primarie per il candidato del centrosinistra al comune di Torino che hanno fatto registrare un’alta percentuale di votanti (superiore a quella verificatasi in analoghe circostanze, qualche settimana fa, a Napoli e Milano) possono rappresentare due interessanti elementi di discussione, intorno ai temi della modificazione in corso nella qualità dell’agire politico da parte dei partiti e, nello stesso tempo, sulla percezione che settori di militanti e di elettori ricavano proprio da questo cambiamento.
    Si sta consolidando, infatti, in particolare sul versante del centrosinistra un mutamento di fondo nel rapporto tra strutture politiche, opinione pubblica, orientamenti di voto.
    Un mutamento che si colloca al di là della generica constatazione del “distacco” tra politica e società, così come questo è stato denunciato dalla vulgata corrente nel corso di questi anni, e della trasformazione dei partiti, così come questa si è realizzata almeno a partire dall’avvio della lunga “transizione italiana” a cavallo degli anni’90, dovuta alla caduta del muro di Berlino, alla necessità di applicare il trattato di Maastricht, a “Tangentopoli”, alla modifica del sistema elettorale avvenuta – è bene sempre ricordarlo – per via referendaria .
    Una via, quella referendaria, ci sia consentito affermarlo per l’ennesima volta del tutto surrettizia, perché il suo utilizzo, nella fattispecie, ha imposto una “torsione” decisiva al sistema spostandolo sul terreno ritenuto, forzatamente, prioritario della governabilità quale fine considerato esaustivo dell’azione politica e mettendo in secondo piano quello della “rappresentatività”.
    A questo modo si sono così poste le premesse per l’affermazione di quella “Costituzione materiale” oggi invocata per affermare una presunta supremazia dell’ “unto del signore” non solo rispetto al ruolo del Parlamento, ma anche rispetto alla “classica” divisione dei poteri , alla stessa Costituzione Repubblicana, al ruolo dello stesso Presidente della Repubblica.
    Andando per ordine: l’analisi di Diamanti individua una volontà forte, espressa in particolare da elettori del centrosinistra da tempo delusi, emarginati, tentati dall’astensione, di votare, anziché un partito una coalizione ( nell’articolo si accenna al fatto che : i partiti di opposizione riescono ad essere competitivi quando si presentano in “coalizione”. Se interpretano, cioè, le elezioni in modo “semi” maggioritario); l’esito delle “primarie” del centrosinistra a Torino dovrebbe, invece, dimostrare come sia forte la volontà di partecipare soprattutto, ed essenzialmente, alla funzione di “governo” in luogo della articolazione della rappresentanza politica (una funzione di “governo” oltretutto rivolta ad una figura monocratica, con specifici poteri, come nel caso di un Sindaco eletto direttamente dai cittadini).
    Sulla base di questa analisi i partiti oggi risulterebbero basati su di un “mix” di tre elementi: la personalizzazione della politica, il prevalere del principio ( e dell’obiettivo) della governabilità, la riduzione del confronto politico ad un profilo di semplificazione diremmo di tipo “bipolare”.
    Escludendo così la partecipazione di base e il concorso degli iscritti alla costruzione degli organismi dirigenti (questo avviene anche, e in particolare, a sinistra, laddove la “costituzione materiale appare già imperante da tempo: nell’ultimo congresso di SeL non era consentito presentare mozioni alternative; nel congresso della FdS i delegati sono stati nominati “dall’alto”).
    Emerge, così, l’ennesima anomalia italiana (una anomalia molto diversa da quella che si registrava quando nel nostro Paese agiva il più grande partito comunista d’Occidente, impedito ad accedere al governo da una tacita ma ben operante “conventio ad excludendum”): l’elettore risponde al profilo bipolare con un forte coinvolgimento sul terreno della personalizzazione della politica, nello stesso momento in cui le forze politiche se ne allontanano (è nato il “terzo polo”; a sinistra ci sono forti incertezze sullo schema di alleanze e le “primarie” sono invocate da chi pensa, non tanto proprio al profilo bipolare, ma soprattutto a “sparigliare” il proprio campo).
    Insomma: personalizzazione e bipolarismo che pareva dovessero fondersi in una sola proposta politica, adesso tendono a divaricarsi e a contrapporsi nell’azione delle forze politiche e nel rapporto che queste cercando di stabilire con l’elettorato, al riguardo del quale sempre meno agisce la forza di un soggetto intermedio, un partito radicato sul territorio.
    Questo dato pone un interrogativo di fondo, quello relativo alla costruzione di un impianto coalizionale coerente con le aspettative di larga parte dell’elettorato, tenendo conto della necessità di presentare programmi adeguati e non rischiare di finire nella fossa delle contraddizioni operative e del confronto stridente tra personalità.
    Se, a destra, è possibile colmare questo divario che è andato formandosi attraverso la leadership personale che rappresenta il punto più efficace di saldatura in quell’ambito, a sinistra le cose si fanno più complicate: a patto che non si voglia tentare, come pure pare qualcuno intenda fare, di muoversi proprio sul terreno dell’avversario.
    Tutto ciò avviene in un quadro reso ulteriormente complicato dalla crisi economica, che porta a contrapposizioni molto forti non riducibili all’interno di una omogeneizzazione sociale fondata, semplicisticamente, sull’individualismo consumistico e sull’adesione complessiva al liberismo, in una fase di abbassamento complessivo del tenore di vita per grandi masse di cittadini ( teniamo fuori da questo punti di analisi tantissime altre questioni pur tutte decisive, in particolare in riferimento al ruolo dello Stato, dell’Europa e della politica internazionale).
    Per quel che riguarda i soggetti politici esistenti appare evidente che PD e SeL saranno costretti ad adeguarsi a questa omogenizzazione nei rapporti sociali (scontando anche evidenti contraddizioni, ad esempio, sui temi etici vista l’articolazione culturale delle loro rispettive basi di riferimento) andando ad una alleanza fondata (come sta accadendo già nelle primarie per le amministrazioni locali) sulla competizione di leadership all’interno di un meccanismo maggioritario che costringerà comunque i loro esponenti all’alleanza con il centro.
    Rimane aperto un grade spazio (ed in politica, si sa, il vuoto viene sempre, bene o male, riempito comunque): quello di una forza di sinistra autonoma, che prima costruisce la propria identità sui contenuti, afferma la sua autonomia, offre alla propria base sociale di riferimento un’idea di non “omogenizzazione” anche attraverso una proposta di agire politico fondata sul collettivo e sull’esaltazione della rappresentatività e, di conseguenza, strutturata la propria soggettività valuta la prospettiva di una coalizione, finalizzata a seconda dei casi a contrastare l’avversario principale oppure a costruire una ipotesi di governo alternativo (nel suo articolo già citato Diamanti ricorda che le coalizioni possono essere costruite per tempi ed obiettivi limitati).
    Esistono, nel portato storico della vicenda politica italiana, punti importanti di riferimento sotto questo aspetto; emerge la possibilità concreta di un divario secco tra offerta e domanda politica (come abbiamo cercato di analizzare descrivendo il meccanismo di coalizioni omogeneizzate politicamente e tenute assieme soltanto dal confronto sulla personalizzazione della politica); si aprono spazi diversi da quelli ristretti tra la scelta dell’adeguamento o del populismo.
    Potrebbe essere il caso di cominciare a pensarci.
    Savona, li 28 Febbraio 2011 Franco Astengo

    • Anonimo scrive:

      come faceva Craxi insomma, mani libere ( poi ci pensarono le manette) di lotta e di governo…
      Ma a savona ti sei favorevole all’alleanza con UDC e la FdS? ma via..

      • Franco Astengo scrive:

        Sono spiacente di deludere anonimo, ma non ho rapporti di qualsiasi sorta con gli esponenti del quadro politico savonese e non ho opinioni al proposito. Grazie per l’attenzione Franco Astengo

  33. michelangelo scrive:

    Vendola e Cremaschi. Due sinistre?

    Jacopo Venier

    Nello scorso fine settimana si sono tenuti due importanti appuntamenti a Roma. Sabato c’è stata l‘Assemblea nazionale autoconvocata di delegate/i, Rsu e Rsa per uno sciopero generale e generalizzato contro Governo e Confindustria mentre domenica si è tenuta la manifestazione nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà dal titolo ” Cambia l’Italia”. Si è trattato di due inziative certamente riuscite anche oltre le più ottimistiche previsioni degli organizzatori e che hanno mostrato una diffusa voglia di reagire di una sinistra tutt’altro che scomparsa.

    Anche se la natura dei due eventi non era identica (soprattutto sindacale la prima ed eminentemente politica la seconda) al centro di entrambi gli appuntamenti c’era l’eterna questione del “Che fare?”. L’intervento di Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della FIOM, da un lato e di Nichi Vendola dall’altro hanno fornito alle due platee risposte se non opposte platealmente divergenti in primo luogo sul terreno che da almeno quindici anni ha diviso la sinistra : le alleanze politiche.

    Se Cremaschi infatti afferma categoricamente che la “pregiudiziale Marchionne” deve avere la stessa forza di quella su Berlusconi e quindi indica la necessità di escludere a premessa ogni accordo con chi sostiene o non si oppone al progetto della FIAT, Vendola invece pur di battere Berlusconi difende la propria decisione di aprire persino ad un accordo elettorale con il terzo polo di Fini e Casini.

    il video di Libera.tv

    Altra questione decisamente significativa che indica una divaricazione profonda tra Cremaschi e Vendola riguarda il rapporto con il conflitto sociale in corso e con la dinamica sindacale. Se Cremaschi per spingere verso lo Sciopero Generale valorizza il rapporto anche con i sindacati di base (cosa non affatto scontata da parte di un dirigente anche della FIOM) Vendola non cita nemmeno il tema nel suo lunghissimo discorso eludendo la questione dello Sciopero Generale e non citando nemmeno Marchionne e la FIAT. Abbiamo quindi un sindacalista che, in nome del conflitto, si spinge ben oltre il presunto limite di sovranità della politica ed un politico che si ferma sulla soglia di quella sovranità sindacale così dimostrando per lo meno una grave sottovalutazione di una questione che questa sì che “Cambia l’Italia”.

    Ovviamente nessuno può affermare che Cremaschi non voglia battere Berlusconi o che Vendola sia tenero con Marchionne. Dai contenuti dei discorsi appare però evidente una diversa scala di priorità se non una profonda divergenza strategica.

    Come direttore di Libera.tv ho quindi deciso di pubblicare entrambi gli interventi per dare l’occasione ad ognuno di trovare una risposta alla domanda che sorge spontanea: ” Vendola e Cremaschi: due sinistre?”

    il video di Libera.tv

    L’inventore della teoria delle “due sinistre” è stato Fausto Bertinotti che la invocò per rompere con Prodi nel 1998. Oggi Bertinotti è accreditato come il principale ispiratore di Vendola che comunque è nei fatti (e nei piani) il suo erede politico. Eppure Nichi Vendola, invoca una “sinistra che vuole vincere”, “un nuovo centrosinistra” e “la contaminazione delle culture politiche” in una logica bipolarista classica di prodiana memoria che risulta un poco stantia ma molto funzionale a fare rientrare nell’immediato la sinsitra nel gioco elettorale e parlamentare.

    Giorgio Cremaschi invece, a sostegno della propria continua “provocazione” verso una sinistra “di palazzo” ormai incapace di praticare nuovamente con coerenza e partecipazione la radicalità ed il conflitto sociale e politico, sostiene che Berlusconi in realtà sia già il passato mentre la vera partita in corso è quella con Marchionne ed il suo progetto di dominio della società.

    Mentre Vendola propone uno schema ben noto dentro una gestione tattica efficace Cremaschi guarda oltre l’immediato indicando il terreno più avanzato dello scontro ed anticipando il ciclo politico.

    Le “due sinistre” sembrano quindi riproporre, attualizzandola, una divergenza strategica anche se, per ora, si muovono su piani non direttamente confliggenti. Se Vendola infatti ha il suo un partito che agisce sul terreno eminentemente politico occupando con forza crescente tutto lo spazio della “sinistra del centrosinistra” Cremaschi parla, con crescente autorevolezza, ad una galassia di soggetti politici e sindacali ancora incerta su come “dare rappresentanza” a quella nuova dimensione un conflitto di classe che oggi imporrebbe la rottura delle compatibilità politiche imposte dal bipolarismo e dal maggioritario.

    L’evoluzione della politica dirà se ciò che oggi appare più “nuovo” non sia nei fatti solo l’ultima riproposizione del conosciuto, e ciò che può apparire più “antico” non sia in realtà uno squarcio di futuro.

    L’unico errore che non dobbiamo commettere, comunque la pensiamo, é di credere che sia solo l’ennesimo gioco delle parti. A differenza del recente passato la società sta cambiando velocemente e nel profondo portando alla luce confiltti drammatici che non permettono più le ambiguità del gioco politicista, tanto caro alle caste autoreferenziali di ogni colore, ma impongono scelte nette e coraggiose.

    Jacopo Venier

    direttore Libera.tv

    • giuseppe prc roma scrive:

      ecco! ci mancava questa nuova teoria! a parte che l’autore – jacopo venier – ha condiviso tutto, ma proprio tutto quello che ha fatto il pdci, anzi diliberto, sperando di diventare parlamentare europeo. gli è andata male ed ecco che, come rizzo, diventa grande rivoluzionario!
      ma la cosa più incredibile è l’ipotesi di cremaschi a leader della sinistra “antagonista”!!! ricordo che ero alla conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici a treviso, quando cremaschi annunciò la sua adesione al Prc! eravamo nel ’98 o nel ’99 non ricordo esattamente. ricordo però due cose: che prima di allora cremaschi non solo non si oppose alla svolta di occhetto, ma aderì al pds. volete una controprova? chiedetegli cosa pensa di cuba, così ci divertiamo!!! la seconda cosa sono le parole che usò per annunciare la sua iscrizione! ” Caro Fausto, mi iscrivo al Prc solo perché ci sei tu e per quello che rappresenti….”
      sapete qual’è la mia opinione? che cremaschi è molto peggio di bertinotti, perchè come lui è un narciso totale, ma, a differenza di bertinotti, ha un livello culturale di gran lunga inferiore. forse è meglio cercare qualcunaltro.

      • Anonimo scrive:

        Bravo prc roma aggiungo una cosa vista con i miei occhi, ma sapete che Cremaschi salvo all’ultimo congresso CGIL è sempre stato uno che a parole si dichiarava contro al comitato centrale CGIL, salvo poi (avendo il posto garantito dalla maggioranza) non votare quasi mai, usciva dalla sala! in FIOM ridevano tutti di lui ma se non lo conoscete informatevi!! mazza che rivoluzionario è proprio così un personaggio istrionico pensa a se… se questo è il futuro dei comunisti siamo fritti un bertinotti in diciottesimi…

        • piero scrive:

          concordo su cremaschi, ottimo compagno ma abbastanza confuso e un po opportunista, aderi al pds con occhetto.. entro nel prc… con la prospettiva di fare il segretario nazionale post bertinotti…. al congresso di venezia non si schierò con nessuno poichè la pensava come d’angeli, turigliatto, malabarba etc ma questo non gli garantiva poi… un futuro roseo…nel prc… al punto che nelle liste bloccate..per gli organismi dirigenti non sapevano a chi accollarlo….

          decida che fare da grande….poichè tolta la confusione mentale e un po di opportunismo è molto ma molto bravo.

        • Leonardo Masella scrive:

          Certo, sempre meglio Cossutta in diciottesimi !
          Cari compagni, queste denigrazioni personali, nei confronti di chicchessia, denontano paura e totale debolezza di argomenti.

  34. mauro scrive:

    Sulla Libia

    Partito Comunista dell’India (Marxista)

    Il Partito Comunista dell’India (Marxista) esprime la sua ferma opposizione alle mosse che preludono l’intervento militare in Libia da parte degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della NATO. Gli USA hanno posizionato le loro navi da guerra al largo delle coste della Libia. C’è l’intenzione di imporre una “no fly zone” sulla Libia. I leader del governo USA e di quello britannico si sono dichiarati d’accordo sull’uso di ogni tipo di opzione per mettere fine alla crisi in Libia.

    Spetta al popolo della Libia decidere come risolvere i propri problemi e quale tipo di sistema politico scegliere. Gli USA e i loro alleati non hanno alcun diritto di violare la sovranità della Libia in nome di un intervento umanitario. Proprio come in precedenza è avvenuto in Iraq, le potenze occidentali sono interessate esclusivamente alle risorse petrolifere della Libia e cercano di utilizzare la rivolta contro Gheddafi per garantire i propri interessi.

    Il governo dell’India deve dichiarare senza ambiguità che nessun intervento militare di qualsiasi tipo deve essere attuato dagli USA o dalla NATO. Il governo dell’India deve piuttosto concentrare i propri sforzi per assicurare l’evacuazione di tutti i cittadini indiani dalla Libia.

  35. Francesco Bertolini scrive:

    PER VNCENZO :
    Caro Vincenzo, rimango deluso da quanto tu scrivi.
    Ma la mia delusione non deriva dalla tua posizione, ma da una posizione ormai diffusa che la sinistra, anche quella “comunista” prende nei confronti di certi personaggi.
    Tu parli di meriti storici , tu parli della liberazione – da parte di gheddaffi – della libia dalla monarchia feudale e rimpoveri alla sinistra di essersi dimenticata di tutto ciò , proprio quella sinistra che , come tu affermi ha visto in lui un campione di libertà e di indipendenza nazionale…
    L’oscenità non è che la sinistra si sia dimenticata di tutto ciò, ma bensi che in passato sostenuto certe politiche totalitarie.
    Come si fa a professarsi comunisti ed appoggiare certi regimi? Come si fa a passare sopra la violazione dei diritti umani?
    Ma la liberazione di cui tu parli , che liberazione è stata? non si può liberare qualcuno sottoponendolo poi ad un regime autoritario !
    Ma vi rendete conto che stiamo sempre a disquisire sul fatto che certi regimi siano o meno accettabili!!!!
    Ci sono compagni che parlano della Cina, della Bielorussia e di altre realtà come capisaldi contro l’imperialismo USA, non rendendosi conto che la loro posizione avvalla certe politiche totalitarie e reazionarie.
    Non siamo più capaci di una analisi critica e basata su principi comunisti, tutto quello che elaboriamo è solo in funzione dell’antiimperialismo USA. Che differenza c’è tra l’imperialismo USA e le politiche reazionarie , dittatoriali di certi regimi quando si parla di libertà ?
    Si parla di rifondare un partito comunista in Italia, ma penso che oggi sia impossibile per la mancanza di una cultura e di una idea comunista che si rifaccia a certi principi fondamentali di uguaglianza e libertà.

    • buran scrive:

      Ma secondo te tutto il mondo deve applicare la cosiddetta democrazia parlamentare coi partiti, magari il bipolarismo, le coalizioni etc. pena la scomunica? Può essere che la partecipazione possa avere anche altre forme? In Libia c’era l’organizzazione di tipo tribale con il Re a capo di tutto, quando arrivò Gheddafi si procedette ad un ridimensionamento di questa struttura di clan, giudicata troppo particolarista, funzionale al modo di produzione feudale e vulnerabile alla tattica del “divide et impera” propria del colonialismo. Ci ha provato con i comitati popolari, anche se con le tribù ci deve sempre fare i conti. Prova a imporre, magari dall’esterno, in questa situazione un sistema parlamentare all’occidentale, poi mi racconti. M’immagino le compravendite di deputati, con le varie compagnie petrolifere che fanno a gara…

      • Francesco Bertolini scrive:

        Tu ci viveresti in Libia?

        • buran scrive:

          Sono nato in Italia, sono italiano e mi piace vivere qui, nonostante tutto, ma qualche paese arabo e del Medio Oriente lo conosco discretamente. Non sono mai stato in Libia, per cui non so, ma in una situazione ordinaria ci andrei tranquillamente a lavorare. Per quanto ho visto direttamente non ho difficoltà a dirti che in Siria o in Iran ci si può tranquillamente stare bene. Anzi, se non lasci affetti, non hai lavoro e hai un po’ di soldi da parte, una gelateria italiana a Damasco, nella città vecchia, a mio avviso farebbe furore. Anche in Iran, a Isfahan, sul lato dove c’è l’entrata del bazar, c’ è qualche bel fondo vuoto che si presterebbe. Successo per me assicurato.

          • Francesco Bertolini scrive:

            Buran, la mia era una domanda provocatoria. So che tu andresti tranquillamente a vivere in libia, in Cina ,ma ti posso dire anche Cuba o Venenzuela (cone le debite differenze). Penso tuttavia che saresti il primo a criticare certe scelte di quei governi, magari in modo costruttivo ma sicuramente non apprezzeresti certe limitazioni di libertà. Così come fa giustamente in italia.
            Quello che volgio sottolineare che ci si debbe sempre battere per la libertà..

      • Francesco Bertolini scrive:

        Tu ci vivresti in libia ?

    • anonimo scrive:

      Bertolini, allora fai una cosa coerente: prendi la bandierina americana e vai a manifestare sotto l’ambasciata cubana oppure vai sotto l’ambasciata cinese con la bandierina del Tibet. Ma lascia stare concetti evidentemente per te complessi come “imperialismo”.
      Rileggiti un qualche libro di Lenin, del Che o di Mao sull’imperialismo e sui paesi non allineati, sulla lotta anticoloniale. Se per te anche questi tre comunisti sono esponenti di regimi autoritari, allora faresti meglio tu e i “comunisti” come te a definirvi altrimenti.

      • Francesco Bertolini scrive:

        Prima di tutto leggi quello che scrivo!
        Ho solo detto che si può essere antiimpaerialisti e allo stesso tempo contro qualsiasi forma di dittatura e di regime totalitario.
        Tu evidentemente la pensi diversamente…

        • claudio grassi scrive:

          caro anonimo il tuo modo di ragionare è inaccetabile e ti squalifica. sai benissimo che sulle stesse posizioni di francesco bertolini vi sono numerosi movimemnti e partiti comunisti sparsi in tutto il mondo. non voglio dire che la sua tesi sia giusta e la tua sbagliata. voglio dire che il dibattito non solo è legittimo, ma è aperto. siamo tutti figli di una sconfitta di proporzioni colossali (vedi il 1989), sarebbe logico attendersi da parte di tutti un po più di umiltà!

          • anonimo scrive:

            caro Claudio, appunto perché siamo “figli di una sconfitta”, appunto perché dovremmo avere UMILTA’, dovremmo sciacquarci la bocca ogni volta che parliamo di Cina, Cuba, Corea, Vietnam perchè in situazioni molto dififcili sono riusciti a mantenere in piedi e sviluppare il socialismo. Discorso analogo per la vituperata Bielorussia, che aveva intrapreso la via del liberismo sfrenato e che poi ha fatto una importante inversione di rotta grazie a Lukascenko. Da quale pulpito possiamo permetterci di dare lezioni?

            • Leonardo Masella scrive:

              Con questa logica non dovremmo più parlare, ma solo insultare compagni e persone italiane, che non capiscono, che sono stupide, che sono proviciali, ignoranti, quando non agenti dell’imperialismo. Io non so come si faccia a non capire che non si va da nessuna parte con questo approccio. Si fa al più una setta ideologica. Fra l’altro si dimentica una cosuccia: che 20 anni fa c’è stato il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia (che ha aperto discussioni e legittimi dubbi su tutto un impianto ideologico), da cui pian piano ci si sta riprendendo e che tutt’ora i partiti comunisti e rivoluzionari hanno posizioni diverse, anche molto diverse e contrastanti, su tantissime cose, sulla Libia, come sulle riforme economiche in Cina, in Vietnam e anche a Cuba. Non capisco perchè i comunisti nel mondo possano discutere e noi qui in Italia no. Con questo approccio rimarremo sempre dei nani seduti sui giganti della storia o di altri paesi del mondo.

    • vincenzo scrive:

      Per Francesco Bertolini.
      ” You can’t please everyone”. Per un Buran che ritiene l’intervento un ottimo contributo c’è un Bertolini che è deluso. Però, caro Francesco, vorrei farti notare che: 1) Non so se sono comunista; francamente con tutti questi comunismi mi domando sempre più spesso chi sono; 2) ho detto in premessa che si trattava di un personalissimo contributo, frutto di riflessioni su fatti e vicende, visti con l’occhio del lettore, senza pretesa di rigore storico e/o scientifico (ammesso che esista in questo campo); 3) ti invito a leggere il “Project for the America of the XXI Century”, magari in originale per evitare traduzioni interessate, e poi dirmi se l’imperialismo è un’ ossessione degli assatanati antiamericani, e perciò cantori di tutte le dittature, o non è iscritto nel genoma della politica estera statunitennse rappresentato da quel documento; 4) mi hai profondamente deluso quando hai rivolto la solita banale richiesta, non all’altezza di una persona di buon livello culturale come tu sembri essere” tu vivresti in Libia?”, così come i fascisti dicevano ai comunisti “va a vivere in Russia”; 5) non ho esaltato il Geddafi del poi, capo di un regime autoritario, tanto più sanguinaro quanto più si poneva al servizio del liberismo (vedi immigranti massacrati per compiacere l’Italia razzista), ho solo detto che occorre l’onestà di riconoscere i meriti storici del leader libico per aver dato dignità a un popolo; 6) ho notato che nei tuoi interventi ti limiti a giocare di rimessa, attaccando- anche se con garbo- quasi tutti. Di grazia, puoi venire allo scoperto e dirci qual’è il tuo modello di società? Può servire per arricchire tanti poveri ignoranti come me che non sanno più a che santo votarsi.

  36. dario scrive:

    Memoria/archivio/racconto – 8 – Da una scissione all’altra: 1998.

    Nino Cuffaro, ovvero le disavventure della terza forza.

    Severino Galante

    Tra marzo e settembre del 1998 ebbi modo di partecipare a numerose riunioni – alcune ufficiali, di Partito; alcune altre ufficiose, di componente – che si svolsero sia a livello locale sia a livello nazionale. Gli argomenti, gli orientamenti e i toni erano più o meno quelli già noti sicché ritengo che non sia utile, in questa sede, riferirne nel dettaglio. Tra le riunioni alle quali partecipai fu di notevole importanza il Comitato Politico Nazionale dei primi di giugno. Ma di quella discussione sono già state pubblicate, oltre alla relazione e alle conclusioni di Bertinotti, anche le sintesi degli interventi, primo fra tutti quello di Cossutta: e tutto ciò fornisce già un quadro relativamente ampio delle divergenze benché purgato, ai fini della comunicazione pubblica, di molti aspetti rilevanti. Viceversa, per una migliore comprensione proprio di questi aspetti, mi pare più interessante riferire su un incontro promosso a Roma da Nino Cuffaro il 16 giugno, cioè due settimane dopo il CPN e in vista di una nuova convocazione dello stesso organismo, prevista per i primi giorni di luglio. Cuffaro era stato inizialmente il candidato di Cossutta alla sostituzione di Sergio Garavini. In seguito però il Presidente gli aveva preferito Fausto Bertinotti, iscrivendolo non più giovanissimo (per parafrasare Giancarlo Pajetta) direttamente alla Segreteria del Partito, attraverso e dopo una spaccatura verticale della componente cossuttiana della Direzione nazionale. Essendo stato tra i pochissimi che avevano sostenuto fino in fondo Cuffaro, anche votando in Direzione contro la candidatura di Bertinotti, mi recai all’incontro con molta curiosità e con qualche aspettativa.

    Vi trovai, oltre a Cuffaro, Leonardo Caponi (Perugia), Girolamo Tripodi (Reggio Calabria) e un nucleo di romani: Ottavio Mancini, Gabriella Pistone, Franco Proietti, Francesco Speranza e Walter Tucci. Non molti, dunque. Ma Cuffaro ci spiegò che vari altri compagni erano assenti giustificati, citando nominativamente Gian Paolo Patta e il deputato sassarese Giovanni Meloni, e valutando che sull’insieme del CPN le sue posizioni avrebbero potuto raccogliere circa 45 adesioni.

    Questi numeri suggerivano a Cuffaro un moderato ottimismo. Egli riteneva, infatti, che l’intenzione dei bertinottiani di andare alla “conta” fosse venuta meno “perché hanno fatto i conti, persona per persona, e non gli tornano”. Era dunque possibile che al CPN si facesse “una discussione seria”. Tuttavia la contrapposizione interna rimaneva molto forte, sulla gestione del Partito non meno che sulla politica.

    Quanto al Partito e alla sua gestione, Cuffaro giudicava che l’obbiettivo principale di Bertinotti e, soprattutto, dei suoi principali collaboratori, fosse quello di “mettere fuori chi dissente dalle posizioni dei pasdaran”, nella convinzione che liberandosi dei dissenzienti e del peso politico della partecipazione alla maggioranza, fosse possibile far decollare il Partito e superarne le difficoltà. Ovviamente, Cuffaro contestava questa “spiegazione” e ne contrapponeva una diversa: “l’impronta del Partito è assai lontana da quella che volevamo dargli. Nessuna iniziativa unitaria alla base; nessun confronto con gli altri; solo verità apodittiche”. Quello era un Partito che seguiva una “politica altalenante”, e con un pessimo livello dell’intervento centrale sulla periferia: “non vanno per capire e per aiutare, ma a tranciare giudizi con la spada, e per schierare”; ed era un Partito che usava in modo fazioso le “risorse umane”, come dimostrava anche la campagna elettorale per le amministrative nella quale erano stati impiegati soltanto i “fedelissimi” del Segretario.

    Quanto alla politica, Cuffaro constatò che nell’assemblea del Partito svoltasi a Napoli il precedente fine settimana si era “ripetuta la solita posizione sul governo”, come se non si fosse mai svolta la recente riunione della Direzione nella quale, invece, sembrava essersi raggiunto un qualche accordo. Nessuno sottovalutava i contrasti col governo, che erano numerosi e rilevanti (Nato; scuola; Agenzia Sud; occupazione…) ma, secondo Cuffaro, non si dovevano sottovalutare neppure i tentativi di riavvicinamento promossi da Massimo D’Alema. Infatti, egli giudicava che la critica dei comunisti al governo fosse “ampiamente condivisa” anche da una parte del PDS. Le differenze, e gli autentici contrasti, si manifestavano invece sul come atteggiarsi in concreto nei confronti del governo stesso: “c’è chi punta a incalzarlo, per imprimergli una svolta (Cossutta); chi punta a un rimpasto, per sostituire gli incapaci o per dare spazio a alcuni notabili del PDS (Angius e altri…); chi, infine, vuole accumulare un contenzioso, fino a sganciarsi nel Semestre bianco (Bertinotti), proponendo un programma non realistico per avere [un] pretesto per rompere”.

    Alla luce di questa analisi, Cuffaro ipotizzò alcuni posssibili scenari in vista del prossimo CPN. Il primo scenario prevedeva un andamento “tranquillo” in continuità con l’ultima Direzione, con la presentazione di un documento “ampiamente condivisibile” che contenesse una critica al governo, e che esprimesse una forte preoccupazione per i risultati elettorali della recente tornata amministrativa (negativi nel loro insieme, per il nostro risultato e per il cresciuto astensionismo) facendone discendere la richiesta di un governo “di svolta”. Il secondo scenario prevedeva invece un’acuta drammatizzazione esterna e interna: in primo luogo con una “forte critica” al governo; poi con un documento che ponesse “l’accento sulla minaccia di rottura” non per farla subito ma “per preordinarsi l’avallo del CPN alla rottura di autunno”, quando grazie a questa sorta di delega in bianco il CPN non sarebbe più stato riconvocato; infine con una “aspra contrapposizione” nel Partito e conseguente resa dei conti dominata, tra l’altro, dalla “modifica negli apparati”. Il terzo scenario prevedeva la “prova di forza immediata”.

    Cuffaro riteneva “probabile” il secondo scenario, nel quale i “pasdaran” avrebbero puntato a isolare il Presidente, dimostrando invece la forza del Segretario, eventualmente anche lanciando la sfida del Congresso anticipato. Dal canto suo, Cossutta puntava a una “larga astensione” per dimostrare che il Segretario non poteva fare quello che voleva, e poi per ottenere una modifica nella gestione, in particolare allontanando Crippa dalla Segreteria.

    Per quanto riguardava i presenti, Cuffaro propose di assumere la seguenta posizione: “se c’è un documento, che sia chiaro, senza introduzione di posizioni che possano poi essere usate per rotture surrettizie. Stare in contatto con Cossutta, ma senza appiattirci: ci sono compagni non disponibili a questo. Essere pronti a preparare sia emendamenti sia documenti alternativi, essendo in grado di affiancarci a Cossutta; ma, se fosse necessario, a convergere con lui, contro chi punta alla crisi” .

    Quella che veniva così proposta era un’idea di terza forza molto sui generis, alquanto diversa da quella che, facendo di necessità virtù, aveva indirizzato la mia condotta nei circa quattro anni precedenti. Per altro, quel che avevo sentito dire da Cossutta e da Luigi Marino [rinvio alla nota sull'incontro di via Bocca di Leone], era già stato significativo. E, comunque, tra le posizioni in campo essa era la meno lontana dalla mia concreta situazione, come apparve chiaro dalla discussione dove si espressero giudizi e furono formulate proposte molto più autonome di quelle di Cuffaro.

    Cossutta fu criticato per “eccessivo tatticismo” (Caponi e Proietti); sulla responsabilità per la cattiva gestione del Partito egli fu accomunato a Bertinotti (Tucci); l’esigenza di caratterizzarci come una autentica terza forza, o almeno come “area cuscinetto” (Proietti), fu sottolineata da più d’uno (Tripodi, Galante, Pistone). Ciò che tuttavia avvicinava tutti i presenti alle posizioni del Presidente allontanandoli simmetricamente da quelle del Segretario era la concezione del Partito e il giudizio totalmente negativo sulle culture bertinottiane che lo stavano permeando e trasformando. Ecco una antologia delle opinioni espresse.

    “Rincorsa a chi la spara più grossa. […] toni da testimoni di Geova. Immagine della disperazione sociale assunta a dato prevalente; e da affrontare con la denuncia morale anziché con l’intervento politico, le alleanze ecc.” (Caponi). “Sta entrando una cultura devastante (Gagliardi; Gianni; Santinelli)” (Tucci). “Stanno funzionando due partiti, in realtà: in tutti i settori. Non può continuare così, senza che ci sia un tracollo elettorale ed organizzativo. Errori di linea gravissimi (barricadieri) che avremmo pagato apertamente in una consultazione politica generale. O si corregge rapidamente la linea, o si va allo sfascio” (Speranza). “Contrastare l’eliminazione della ‘parte comunista’ del Partito” (Tripodi). “Siamo nati con il proposito di occupare lo spazio del vecchio PCI (abbandonato). Invece stiamo viaggiando tra protestarismo e minoritarismo sindacale: altro che ‘rifondazione comunista’!” (Mancini). “Non facciamo politica. Un giorno minacciamo la crisi, l’altro proponiamo l’accordo. Non sappiamo neppure valorizzare le scelte positive fatte da questo governo come frutto del nostro apporto (obbiezione di coscienza; legge sulle carceri; …). Non ci sono più sedi dove si possa parlare liberamente, se no si viene discriminati.[...] Avvilente l’obbligo di schierarsi” (Pistone).

    La totale sintonia di giudizi che emergeva da una rappresentazione dello stato del Partito così desolante e allarmante consentì a Cuffaro di recuperare le posizioni più autonomistiche all’interno della sua linea originaria: “Siamo per l’unità del Partito, ma non su una linea politica sbagliata; né, poi, con una gestione non democratica che emargina i non allineati come hanno fatto sia Bertinotti sia Cossutta”. Ma?… “Ma Cossutta ha ripreso vaste relazioni con tutto il Partito”. Perciò “al CPN bisogna che le valutazioni siano congiunte, tra il Presidente e noi”.

    Chiaro? Sì, chiaro: fine delle mie aspettative. Addio illusioni di terza forza.

  37. vincenzo scrive:

    LIBIA E DINTORNI
    Non sono studioso di niente né sono un esperto di relazioni internazionali. Eppure vorrei provare ad esprimere una personale idea su quanto sta avvenendo in Nordafrica, soprattutto in Libia, riflettendo su alcuni fatti oggettivi- la crisi della globalizzazione capitalistica- e alcuni dati che spesso vengono obliati quando si affrontano temi di portata globale, rischiando così di fornire approcci e visioni parziali.
    Partirei dal “Progetto per l’America del XXI secolo”( Project for the America of the XXI Century) elaborato dalla destra americana e che ha tra i suoi estensori Bush, Cheney più altri e include tutta l’intellighenzia repubblicana statunitense. Il punto centrale di quel progetto è che gli USA hanno il diritto di intervenire militarmente ovunque nel mondo quando e se, a loro insindacabile parere, vengono intaccati gli interessi americani. Si parla di “interessi”, non di democrazia e diritti umani. Non credo ci voglia molta fantasia per capire chi stabilisce quali sono gli interessi degli USA o bisogna esplicitare che le multinazionali dettano l’agenda della politica dei governi. Per inciso vorrei ricordare che nell’antivigilia delle ultime elezioni presidenziali americane fu chiesto ad Al Gore, all’apice della notorietà mondiale per aver vinto il Nobel per il suo impegno a favore dell’ambiente, testimoniato dal suo bel documentario Una Verità Scomoda, dicevo, fu chiesto a Gore come mai non si candidasse per le presidenziali, né come presidente né come vicepresidente. L’uomo ebbe l’onestà di dire che essendo stato vicepresidente aveva constatato come fosse impossibile operare cambiamenti dall’interno dell’amministrazione in considerazione dei condizionamenti operati dalle lobbies degli affari, dell’economia e soprattutto dell’industria bellica. Bisogna aspettare qualche rivelazione di Wikileaks per capire che Obama non si discosta di un millimetro dalla filosofia di quel progetto? Tutto può cambiare nella politica americana, tanto per dire, tranne che in politica estera. Anche Obama è stato onesto quando ha detto che non si aspettava il premio Nobel per la Pace. In effetti non c’era e non c’è ragione fondata per una tale attribuzione. Difatti la politica americana di espansione imperialistica non si è fermata sotto alcun governo. Sembra inutile richiamare le guerre in Iraq e Afghanistan e le interferenze in Africa ed Europa (Somalia, Sudan, Egitto; Georgia, Bielorussia e tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia), per non parlare delle intromissioni in Asia.
    Altro tassello del mosaico è la NATO( North Atlantic Treaty Organization). Come dice l’acronimo.si tratterebbe- si trattava- di un organismo sorto per difendere i paesi del Nord Atlantico, dagli USA e Canada ai paesi dell’Europa occidentale, dalle minacce del Patto di Varsavia. Un patto difensivo, dunque. Non si capisce che c’entra la sua presenza in Afghanistan, ed ora la minaccia di un suo intervento in Libia, se non si accetta la verità non dichiarata che questo organismo è mutato geneticamente, passando da patto difensivo a patto aggressivo a disposizione del “progetto” americano e dei suoi alleati-sudditi per difendere gli “interessi” americani e quelli dei suoi alleati nel mondo, in parole più semplici si tratta del braccio armato della volontà imperialistica dell’occidente.
    Un ulteriore tassello è costituito dalla prepotente espansione commerciale della Cina in Africa, frutto di una politica di cooperazione con gli stati africani che non si è servita della strategia di secessioni e colpi di stato per coltivare i propri interessi. E’ lecito domandarsi se il capitalismo in crisi può accettare, senza reagire, che un potenziale immenso mercato come quello africano possa essere lasciato nella mani dei cinesi, i quali si avviano a diventare la prima potenza economica del mondo, dopo aver già superato il Giappone come seconda potenza? Agli occhi di un comune osservatore, non asservito, in qualità di esperto o consulente, ai desiderata del proprio committente, il boccheggiante capitalismo globale non può accettare una simile prospettiva, pena il rischio della sua scomparsa Ha disperato e urgente bisogno di collocare al centro del Nord Africa, costi quel che costi, una testa di ponte politico-militare che gli consenta di controllare e condizionare non solo almeno tutta l’area africana al di sopra dell’Equatore ma l’intero Medio Oriente. E non è da escludere che una presenza occidentale così diretta nel cuore del Mediterraneo possa facilitarle il compito di interloquire in prima persona con il mondo arabo e il popolo palestinese, affrancandosi per questa via dalla necessità di appaltare l’incarico ad Israele, divenuto ormai un ostacolo alla presenza strutturata ed organica dell’Occidente nell’area mediorientale.
    Infine Gheddafi. Di colpo sono stati dimenticati i suoi meriti storici. Aver liberato la Libia da una monarchia feudale e dalla sudditanza coloniale pare non importare più a nessuno, neanche a quella sinistra che per decenni ha visto in lui un campione della libertà e dell’indipendenza nazionale. Ora è solo un assassino. Mi viene da pensare- come ieri Saddam stava distruggendo l’intero pianeta con le sue armi di distruzione di massa. Certo le degenerazioni connesse alla gestione personalistica e familiare del potere sono presenti anche nel caso Libia. Da questo a rimanere indifferenti dinnanzi al tentativo dei sobillatori occidentali di sgretolare l’integrità nazionale- per l’ennesima volta- e scatenare una guerra di aggressione in nome della democrazia e della libertà ne corre parecchio. Non sono pro rais, ma non sono così stupido da pensare come i media di loro signori vogliono che pensi. .

    • buran scrive:

      Un ottimo contributo, che sostanzialmente condivido

    • Francesco Bertolini scrive:

      Caro Vincenzo, rimango deluso da quanto tu scrivi.
      Ma la mia delusione non deriva dalla tua posizione, ma da una posizione ormai diffusa che la sinistra, anche quella “comunista” prende nei confronti di certi personaggi.
      Tu parli di meriti storici , tu parli della liberazione – da parte di gheddaffi – della libia dalla monarchia feudale e rimpoveri alla sinistra di essersi dimenticata di tutto ciò , proprio quella sinistra che , come tu affermi ha visto in lui un campione di libertà e di indipendenza nazionale…
      L’oscenità non è che la sinistra si sia dimenticata di tutto ciò, ma bensi che in passato sostenuto certe politiche totalitarie.
      Come si fa a professarsi comunisti ed appoggiare certi regimi? Come si fa a passare sopra la violazione dei diritti umani?
      Ma la liberazione di cui tu parli , che liberazione è stata? non si può liberare qualcuno sottoponendolo poi ad un regime autoritario !
      Ma vi rendete conto che stiamo sempre a disquisire sul fatto che certi regimi siano o meno accettabili!!!!
      Ci sono compagni che parlano della Cina, della Bielorussia e di altre realtà come capisaldi contro l’imperialismo USA, non rendendosi conto che la loro posizione avvalla certe politiche totalitarie e reazionarie.
      Non siamo più capaci di una analisi critica e basata su principi comunisti, tutto quello che elaboriamo è solo in funzione dell’antiimperialismo USA. Che differenza c’è tra l’imperialismo USA e le politiche reazionarie , dittatoriali di certi regimi quando si parla di libertà ?
      Si parla di rifondare un partito comunista in Italia, ma penso che oggi sia impossibile per la mancanza di una cultura e di una idea comunista che si rifaccia a certi principi fondamentali di uguaglianza e libertà.

    • fausto sorini scrive:

      Caro Vincenzo,
      spero di non danneggiare la tua reputazione dicendoti che sono molto d’accordo con quello che scrivi. Mi piacerebbe corrispondere con te.
      Il mio email: fausto.sorini@fastwebnet.it

    • Gilberto Volta scrive:

      Tu,caro Vincenzo, dici:
      “Altro tassello del mosaico è la NATO( North Atlantic Treaty Organization). Come dice l’acronimo.si tratterebbe- si trattava- di un organismo sorto per difendere i paesi del Nord Atlantico, dagli USA e Canada ai paesi dell’Europa occidentale, dalle minacce del Patto di Varsavia. Un patto difensivo, dunque…”
      Vorrei dire che questa opinione è data per vera da quasi tutti, ma essa è il contrario della verità: basti ricordare che la Nato si è costituita nel 1949 (sulla spinta di Churchill, che il 5 marzo del 1946 davanti a Truman- quel Presidente americano che sganciò due bombe atomiche sul Giappone ormai vinto – a Fulton, negli Usa auspicò l’aggressione all’Urss profittando del suo stato di prostrazione dovuto all’enorme peso della seconda guerra mondiale per distruggere il comunismo)e il Patto di Varsavia sorse nel 1955, ben 6 anni dopo (dopo che l’Urss cercò in tutti i modi di ricostituire l’alleanza antifascista).
      Il patto difensivo era quello di Varsavia, mentre la Nato era millantato come difensivo, ma in realtà era, almeno potenzialmente, aggressivo. La realtà, poi, si è incaricata di far vedere la Nato intervenire militarmente dovunque ci fossero interessi imperialistici da salvaguardare o da conquistare e, soprattutto, perchè la guerra è indispensabile al capitalismo per poter funzionare…

  38. Anonimo scrive:

    Addio mia cara(?)FDS!!!
    A Reggio Calabria verso una lacerante divisione!
    Sel-Idv-Pdci da una parte e Prc-Verdi dall’altra …. il Pdci sosterra’ in candidato di Sel contro il canidato del Prc …..

  39. roberto scrive:

    mentre la rivoluzione egiziana andava crescendo, illary la moglie dell’assasino della federazione jugoslava, si preoccupava che il despota mubarak venisse travolto; altra musica invece per quanto concerne la libia, con la quale l’occidente e in modo particolare l’italia ha mercanteggiato in armi, ottenendo in cambio fra le altre cose, la repressione fino alla soppressione fisica dei poveri africani che tentavano di raggiungere l’europa per trovare lavoro; gheddafi anche per questo è indifendibile; non ha saputo e voluto, davvero, unificare la libia con una effettiva democrazia, egualitaria a tutto vantaggio del suo sistema di potere nepotista rinnegando le motivazioni del golpe che misero fine alla monarchia; da qui le ragioni della rivolta, che ci si augura diretta dalle masse popolari, per un governo che effettivamente governi negli interessi del popolo il quale sappia respingere le ingerenze falsamente umanitarie dell’imperialismo che della democrazia in libia non si preoccupa affatto, ma del petrolio si; gli sviluppi futuri testimonieranno se i sommovimenti popolari, sacrosanti e doverosi comunque e qualunque sarà il loro sbocco, saranno rivoluzione che verrà tradita in quanto scaturiti dagli accordi, di notabili con le forze imperiali yankees e britanniche, con i quali si è già concordato un governo capitalista subalterno all’impero.

    • Armando scrive:

      Dispiace, caro Roberto ma purtoppo la Libia è un’altra cosa rispetto i tuoi sogni. Nessuna rivolta popolare c’è stata, nessun popolo è sceso in piazza. La Libia non è mai stata una nazione ma un puzzle tribale che ha mantenuto sino ad oggi integre tutte le sue caratteristiche. E’ la tribù l’unità di potere territoriale, è la tribù ad essersi ribellata al potere centrale con un’azione che ha più a che vedere con le congiure di palazzo che altro. Nell’establishment come nell’esercito vi era una vera e propria ripartizione dei ruoli in base al peso politico e numerico della tribù d’appartenenza… approposito anche militarmente è la tribù che conta, sono le milizie tribali le unità meglio addestrate, l’esercito libico non ha mai contato un cazzo fatta eccezione per l’aviazione e la guardia presidenziale non a caso voluta dallo stesso “Rais”. La rivolta si è aperta proteste a base di lanciarazzi RPG contro gli edifici del potere centrale a Bengasi e non è un caso che delle 280 vittime circa di Bengasi quasi la metà siano militari e poliziotti “lealisti”… Non credere che sia un fan del rais, al contrario, ma non sopporto le balle e la propaganda falsificata funzionale a giustificare intervento militare interessato ai 44 miliardi di barili di petrolio. Propaganda che purtroppo ha sposato anche la sinistra, scioccamente… perchè l’informazione se uno la cerca la trova, forse costa fatica ma lat trova anche se temo che la fatica che la nostra sinistra non voleva fare è quella di andare contro la propaganda mediatica, per paura… paura di pagare scelte impopolari anche se giuste; e visto che tutto ormai im Italia viene fatto in termini elettorali…… meglio dire ciò che le masse vogliono sentirsi dire…. così le foto di un cimitero sono divenute fosse comuni (peraltro vietatissime dall’islam, si seppelisce in unica tomba con volto girato verso nord). Gheddafi no cade e non cadrà se non con l’intervento statunitense e inglese. La sua tribù e quelle alleate non l’hanno abbandonato, l’avrebbero anche potuto fare, ma non di certo di fronte alla minaccia di un’invasione… comunque ci sono già 500 soldati inglesi e statunitensi a Bengasi arrivati via Egitto, altri ne arriverranno e la guerra si avvicina… e la Libia combatterà, forse perderà in pochi giorni, ma solo con l’intervento massiccio di bomardamenti statunitensi, però l’intervento di terra voglio vedere come andrà a finire… il popolo libico sa combattere per la propria terra e ti sbagli se pensi che lo faccia per il rais.

    • buran scrive:

      Ma quale “rivolta popolare”, è un golpe ben orchestrato, supportato da tutto l’apparato mediatico internazionale. Ma le balle sull’Iraq e la Jugoslavia non ci hanno insegnato nulla? Com’è che tutti i lavoratori italiani che tornano dicono che non c’è stato alcun bombardamento? Ma le esecuzioni degli immigrati da parte degli “insorti” con la scusa dei “mercenari”, quelle non commuovono nessuno? C’è una guerra mondiale senza esclusione di colpi per il controllo delle risorse petrolifere, per tagliare fuori le potenze emergenti, soprattutto la Cina. Anche l’Italia, fino ad oggi in buona posizione, dovrà adeguarsi e passare in seconda fila. Questa è la realtà: meglio Gheddafi piuttosto che uno stato diviso e basato sul tribalismo e la monarchia sotto controllo USA-GB-Francia, perchè queste sono le due alternative. Fra parentesi: mi fa solo schifo il filoamericanismo ottuso e in malafede del PD e di tutto il ciarpame centro-sinistro. Fateci caso: a loro le guerre e le aggressioni vanno benissimo, basta che a farle sia possibilmente un presidente democratico, ieri Clinton oggi Obama.

  40. Valerio scrive:

    Caro Grassi, spiacente ma ogni tuo intervento risulat debole e “tutto dentro” agli umori della gente che frequenta questo e altri simili blog. Oramai anche le tue analisi e le tue “difese” rispondono a questo pizzico di platea. Oserei dirti che ti/ci è rimasto solo uno o qualche blog. Tu stesso enfatizzi l’aumento dei contatti salvo poi dimenaticare che molti di questi contatti fanno spallucce o ironizzano sull’aumento di consensi (fisici) di Vendola e SEL. Parli spesso di organizzazione, ti intruppi come tanti nell’esercizio delle previsioni sulla durata del fenomeno Vendola. Difendi con orgoglio stupido scelte e posizioni che non hanno condivisione. Non riesci (l’avresti già fatto) a spiegare come paradossalmente la litigiosità e il settarismo sono aumentati proprio con l’abbandono di Vendola e Bertinotti rei di scelte e strategie sbagliate. Insomma, non se ne azzecca una. E poi mi sembra doveroso ricordare la stravaganza dei tuoi compagnii di viaggio che vorrebebro rifare il PCI come se dipendesse da loro e come se con lor fosse possibile. Anche su questo occorrerebbe essere seri e fare chiarezza: 1) il PCI non si puoò rifare per il semplice motivo che la maggioranza di quelli che erano il PCI hanno deciso di scioglierlo (a meno che non si pensa meschinamente di recuperare un simbolo elettorale). 2) anche coloro che fecero nascere Rifondazione (i più) erano convinti di non poter rifare il PCI ma di dare vita ad una rielaborazione e sviluppo del comunismo italiano fino ad allora conosciuto 3) non può pretendere di rifare il PCI senza coloro che erano il PCI e soprattutto non può rifarlo chi non è mai stato nel PCI, o chi era contro 4) mi preoccupa molto, poi, l’atteggiamento “egocentrico” assunto da compagni del tutto fuori da ogni legittimazione popolare o di opinione. Se ci fosse un grande partito di sinistra o se ci fosse ancora il PCI certi compagni e certe posizioni sarebbero assolutamente meno che minoritarie, del tutto insignificanti.
    Ora a cosa è servito e a cosa serve osteggiare un percorso, nuovo e con tanti limiti, certo, avviato da Vendola. A chi deve piacere? Penso debba piacere ed interpretare problemi ed esigenze e soprattutto “rompere” il centro sinistra per come lo abbiamo conosciuto. E’ una sfida importante, ambiziosa……se questo non va bene cosa concretamente si propone? Badate, non quello che piace…cosa si propone in termini di efficacia politica.
    Possibile che nemmeno il disastro in casa vostra vi faccia parlare di voi e meno degli altri? Insomma a chi pensate di interessare o non è più questo un presupposto politico?

    Dispiaciuto ed incazzato….

    • marco pi. scrive:

      Mi pare che si stia parlando non di rifare il PCI ma di rifare un (il) Partito Comunista in Italia. Che non può essere il PCI, o quantomeno l’ultimo PCI che, quasi naturalmente, si è trasformato in PDS-DS-PD

      • Andrea Bracciali scrive:

        Caro Claudio, non faccio riferimento a questo specifico post ma prendo spunto da questo per stabilire delle regole per la gestione di questo blog. Ovvio che decidi tu visto che e’ il tuo, ma ritengo che per correttezza di tutti e qualita’ che necessiti di un “moderatore” (si chiama cosi in rete) che puoi essere tu stesso o qualcuno di tua fiducia che “filtri” gli interventi ed elimini tutti quelli volutamente offensivi (non mi sembri sadico). Questo blog ritengo che non debba essere uno sfogatoio di 20 anni di malumori ma uno spazio per un dibattito costruttivo. Saluti comunisti Andrea Bracciali

  41. Anonimo scrive:

    PER CLAUDIO GRASSI

    Ovviamente mi scuso per l’irruenza del post.
    il “vaffa” era generico!Comunque anche il resto non era simpatico e me ne scuso …
    Ma torno,sperando di avere segnato un armistizio al punto della questione.
    Tu dici “….. a parte che trovo ridicolo stabilire il tasso di coerenza e di alternatività di una forza politica sulla base del fatto che faccia o meno accordi elettorali …”
    Beh come non si puo’?E quali strumenti dovrebbero usare elettori e militanti?
    Se la coerenza e l’alternativita’ non si stabiliscono,in primo luogo dalle dichiarazioni e poi dai successivi accordi,da cosa si stabilisce?
    Questo davvero non lo capisco

    Poi tu affermi
    “e informazioni che ho io sono di segno opposto rispetto alle vostre illazioni. Stabilito che la decisione finale spetta, come sempre alle strutture locali, l’ipotesi di gran lunga più probabile è quella di una candidatura autonoma della Federazione della Sinistra.”
    Beh,mi auguro che accada questo,che la FdS vada da sola(non credo che Cremaschi si candidera’)pero’ Claudio dovrai convenire con me che se alla fine la soluzione dovesse essere un accordo con Fassino …. crolla tutto o no?!

    Poi permettimi un altra considerazione ma quello che ha fatto piu’ indignare me e credo gli altri e’ stato il “senso” del comunicato!
    Un sorta di sollevazione nel capire che non c’era piu’ il diniego alla FdS da parte del Pd-Torino!
    Poi se vuoi anche una previsione su come andra’ a finire ….
    Ferrero chiedera’ di essere candidato,la FdS si spacchera’ con il Pdci( o se non il tutto il partito ma pezzi di Pdci)che seguiranno Passoni in Sel
    In fondo si e’ candidato per narcisismo in Campania figuriamoci se non lo fara’ a Torino.

  42. bandiera rossa scrive:

    Secondo me a Torino finirà con la spaccatura della FdS. Fassino ritengo abbia aperto al dialogo con la FdS per spaccarla. Ha bisogno di blindare il voto ma ha anche bisogno di un qualcosa a sinistra fuori dalla coalizione che lo legittimi per quel centrista che è. (aggiungo pure filosionista che purtroppo è vero).
    Se accadrà la spaccatura a Torino, in linea con altre situazioni locali mi auguro che PRC in questo caso punti su Ferrero. Quando il partito lo candidò a Napoli mi venne un’accidente, ma su Torino sarebbe un’altra musica, indipendentemente dal risultato elettorale sarebbe un’occasione per tornare a ricostruire il partito, con l’autonomia e l’autorevolezza necessaria. Penso ciò che ho scritto quì sopra perchè non credo che Fassino agisca in buona fede, se ha aperto è pechè sa di trovare terreno fertile sul quale arare e spaccare: i buoni governisti con me e i cattivi irriducibili fuori….. presto vedremo come finisce….

    Anzi entro 20-25 marzo si chiuderanno i giochi per le amministrative, vedremo dove finirà la FdS, in quante realtà rimarrà in piedi… ritengo molto poche….

  43. claudio grassi scrive:

    Caro anonimo, è facile in un blog completamente libero come questo, infilarsi e scrivere qualsiasi cosa. Lo hai fatto tu e lo hanno fatto diversi altri. Pazienza. Ciò non mi farà cambiare idea sulla modalidatà di gestione di questo spazio libero. Continuerò a non filtrare nessun commento. Ci penseranno i visitatori del blog medesimo a valutare la fondatezza di quello che viene scritto e quello che val la pena di tenere in considerazione. A me basta sapere, lo vedo dai dati, che i visitatori del blog continuano ad aumentare e che, oltre alle intrusioni provocatorie, ci sono anche numerosi commenti interessanti, anche se critici, e informazioni utili.
    Detto questo e facendo finta di non aver letto gli insulti e le volgarità che scrivi, rispondo sul punto politico che tu ed altri avete sollevato negli ultimi commenti: il sostegno alla candidatura di Fassino da parte della Federazione della Sinistra alle elezioni comunali di Torino. A parte che trovo ridicolo stabilire il tasso di coerenza e di alternatività di una forza politica sulla base del fatto che faccia o meno accordi elettorali, vorrei sapere in quale luogo sarebbe stato deciso che la Fds appoggia Fassino! Nel comunicato che qui è stato postato dei segretari del Pdci e del Pr di Torino non c’è affatto scritto questo. C’è semplicemente scritto che se qualcuno ti invita ad un incontro ci vai.
    Detto questo caro anonimo, e altri che avete scritto su questo argomento, le informazioni che ho io sono di segno opposto rispetto alle vostre illazioni. Stabilito che la decisione finale spetta, come sempre alle strutture locali, l’ipotesi di gran lunga più probabile è quella di una candidatura autonoma della Federazione della Sinistra.

  44. Michele Caruso scrive:

    Il pezzo di Di Francesco è un esempio quasi scolastico di come NON si fa giornalismo. Un articolo di illazioni inverificate, di interpretazioni surrettizie del pensiero altrui, condito da amenità come: “Non lo dicono ma ci pensano”, “lo negano ma si stanno preparando”, “per questo alla fine interverranno”.

    • Se il pezzo di Di Francesco è un esempio di come non si fa giornalismo, i presunti bombardamenti aerei sulla folla inerme, le truppe mercenarie intente a sparare sui manifestanti, la morte di oltre diecimila persone e la bufala delle fosse comuni di cui tutti i giornali, compresi quelli di “sinistra”, hanno parlato come se fossero certezze, che tipo di giornalismo è?

      • Michele Caruso scrive:

        Anche quello è pessimo giornalismo, intendiamoci. Al Arabiya non è nuova a sparate e patacche. Detto ciò è surreale costruire un articolo a partire da supposizioni su cosa i leader occidentali “stanno pensando”.

  45. Genova come albergo trivulzio? scrive:

    Non solo a Milano con il Pio albergo triulzio ma pure Genova con Istituto dei Poveri si profila una vendita di case a politici e amici degli amici con sconti altissimi ma la sapete che questa bufera riguarderà anche il PRC? leggetevi i nomi finalmente escono gli elenchi sui giornali, ci sono dirigenti del PRC che hanno acquistato case a prezzi stracciati, ma non siamo diversi dagli altri?? cosa dire se non tutti a casa….

  46. piero scrive:

    meno male che da parte di nostri compagni si invitavano i militanti di sel, pcl, sc ad intervenire nel blog a partire dal post di claudio….e non come contenitore per le frustrazioni…

    mi sapete dire perchè ad un invito a riflettere su ciò che sta succedendo in libia, si ci appassiona invece se è giusto o meno stare in coalizione con fassino…..?

    magari potremmo discuterne nel prossimo post se claudio ci darà un contributo…

    Piero

    • condivido… e soprattutto tutti questi anonimi che “fino a ieri ero rifondarolo convinto, ma ora fate tutti schifo e quindi vado con Vendola” mi suonano un po’ sospetti… proprio perché TUTTI anonimi… mi ricordano quelle trasmissioni di Radio Radicale di qualche anno fa, dove telefonavano continuamente personaggi che dicevano di essere ex elettori di tutti i partiti possibli ma che questa volta avevano votato radicale, assieme a amici, parenti e familiari…

    • vincenzo scrive:

      Ovviamente sono d’accordo con te, essendo stato uno di quelli che chiedeva agli anticapitalistici di illuminarci sui drammi del Nord Africa e sulle possibili conseguenze di queste ambigue manovre dirette ad esposrtare democrazia e libertà, cioè libertà assoluta per le multinazionali e i loro governi di spadroneggiare incontrastati in Africa e Medio Oriente.

  47. Anonimo scrive:

    Chiedo ufficialmente che mi vengano restituiti soldi della tessera Prc che ho rinnovato 2 settimane fa’!Mi fate pena!
    A frignare come ragazzine quando il Pd non ci vuole in coalizione a Gallarate e Rho!
    A fare i “buffoni” dicendo mai con Fassino,andremo da soli con un candidato che sara’ alternativo e poi?
    Restituitemi i soldi!Non voglio avere piu’ niente a che fare con voi!
    Se Berlusconi delira dicendo di odorare di santita’ voi puzzate di mediocrita’!
    Onestamente a piu’ dignita’ Vendola che dice di veolere fare un semplice partito di sinistra,genericamente non liberista e che e’ che sta’ nell’ ambito del csx.
    Onesto ma niente di piu’.
    Voi invece avete la presunzione di dirvi(e volere far credere)di essere ancora
    una sinistra comunista,anticapitalista e alternativa al Pd.
    Siete al massimo alternativi all’anticapitalismo,alternativi al comunismo e schiavi del Pd che vi fa’ lavorare con turni/accordi peggio di quelli di Marchionne!
    Ma pensate davvero che per essere comunisti basta scriverlo su un simbolino che sara’ stampato su una scheda elettorale?
    Quanto puzzate di mediocrita’!
    E non scherzo sulla restituzione dei soldi dell tessera!
    Mi presentero’ dal mio segretario e chiedero’ i soldi.
    In fondo me li avete chiesti con la scusa
    “MA SAI LA SINISTRA COMUNISTA E ALTERNATIVA AL PD NON SI FA’ MICA GRATIS!”
    VAFF… ACCATTONI!

    • claudio grassi scrive:

      Caro anonimo, è facile in un blog completamente libero come questo, infilarsi e scrivere qualsiasi cosa. Lo hai fatto tu e lo hanno fatto diversi altri. Pazienza. Ciò non mi farà cambiare idea sulla modalidatà di gestione di questo spazio libero. Continuerò a non filtrare nessun commento. Ci penseranno i visitatori del blog medesimo a valutare la fondatezza di quello che viene scritto e quello che val la pena di tenere in considerazione. A me basta sapere, lo vedo dai dati, che i visitatori del blog continuano ad aumentare e che, oltre alle intrusioni provocatorie, ci sono anche numerosi commenti interessanti, anche se critici, e informazioni utili.
      Detto questo e facendo finta di non aver letto gli insulti e le volgarità che scrivi, rispondo sul punto politico che tu ed altri avete sollevato negli ultimi commenti: il sostegno alla candidatura di Fassino da parte della Federazione della Sinistra alle elezioni comunali di Torino. A parte che trovo ridicolo stabilire il tasso di coerenza e di alternatività di una forza politica sulla base del fatto che faccia o meno accordi elettorali, vorrei sapere in quale luogo sarebbe stato deciso che la Fds appoggia Fassino! Nel comunicato che qui è stato postato dei segretari del Pdci e del Pr di Torino non c’è affatto scritto questo. C’è semplicemente scritto che se qualcuno ti invita ad un incontro ci vai.
      Detto questo caro anonimo, e altri che avete scritto su questo argomento, le informazioni che ho io sono di segno opposto rispetto alle vostre illazioni. Stabilito che la decisione finale spetta, come sempre alle strutture locali, l’ipotesi di gran lunga più probabile è quella di una candidatura autonoma della Federazione della Sinistra.

  48. Anonimo scrive:

    Ci stiamo avvicinado a quello che ci vuole davvero per far rinascere una vera forza comunista.
    La sparizione del Prc e del Pdci.
    A Bologna dove ci si allea,dopo Cofferati e Delbono,ancora con il Pd la FDS stara’ di nuovo sotto il 2%,anzi questa volta si andra’ anche sotto sull’1,5% e con una
    lista(certo eterogenea e confusa)come Pcl-Sc-Rete-Csp che forse prendera’ di piu’ segnera’ la fine del Prc-Pdci.
    A Torino si fa’ questo delitto!
    Con Fassino senza se e senza ma!
    A me sta’ capitando che la fiducia che vi avevo dato dopo il congresso del 08 si e’ trasformata in delusione poco dopo … ma dopo questa notizia inizio e scusate la sincerita’ a avervi sulle palle!Cari dirigenti Prc mi state proprio sulle palle!
    Per come ci trattate,per come ci prendete in giro!
    Ma per chi cazzo c’avete preso?
    Per dei dementi?

    • Carlo circolo Bianchini genova, scrive:

      condivido, e vado oltre, se a Torino dovessero, obbligarci a votare Fassino, io non misentirei rappresentato da questo partito, e fAREI CAMPAGNA PER STARSENE A CASA, anche se non sono di Torino.

  49. Dario scrive:

    Voglio fare una scommessa.
    L’accordo con Fassino la FdS lo fara’ tentando di giocare la carta dell’alleanza “antidestra”.
    Cioe’ dira’ che e’ stato fatto un accordo solo tecnico.
    La FdS non entrera’ in giunta e si allea solo per non far vincre le destre e la Lega anche a Torino.
    Ovviamente sara’ tutto falso!
    La motivazione e’ che si ha una voglia matta di poltrone!
    A LAVORARE!DIRIGENTI DEL PRC-TORINO!

    • Carlo circolo Bianchini genova, scrive:

      lo spauracchio della destra è inflazionato, si tratterebbe solo, di confessare di aver pertuto ogni decenza

  50. VERGOGNATEVI!!! scrive:

    Leggo di continuo su questo blog espressioni roboanti tipo
    “noi comunisti siamo per ..”
    “il Prc fara’ … ” e altro ancora.
    Ma vi rendete conto che siete(io non piu’ perche’ nonostante abbia rinnovato la tessera a settemmbre non mi sento piu’ un militante Prc,ma continuo ad essere comunista)letteralmente alle comiche finali?
    1)A novembre il congresso farsa della FdS
    2)A Milano la presentazione di una lista civiva con scritto a caratteri cubitali “Pisapia” e il simbolo del Prc/Fds ridotto che quasi non si vede … ma voi non eravate quelli che accusavano i Vendoliani di essere un partito che ha scritto il nome del leader e e blablabla
    3)il Pdci e il Prc alle prossime elezioni si divederanno nuovamente …. e perche’?
    Per misere questione di poltrone … vergogna!
    4)Dopo gli attacchi a Fassino,durissimi(giustamente)questo dietrofront che dire che sa’ di beffa e’ poco!
    Dicevano Ferrero,Grassi e altri piccoli,piccoli ma davvero piccoli dirigenti politici “Mai con Fassino”
    E ora?Che miserabile passo indietro!E tutto questo per un misero posticino(forse)in giunta!
    Un assessoratino alle varie e eventuali per non fare nulla di concreto!

    Lo dico con il cuore in mano … ma cari dirigenti del Prc non vi vergognate!
    Siete la peggiore classe dirigente di sinistra d’europa!
    e poi tentate di paragonarvi al KKE,al Pcp o anche alla Linke!?
    MA VERGOGNATEVI!

  51. Cosa fa la FdS scrive:

    ma come sin ora a ribadire che mai avremmo appoggiato il candidato della Fiat, che dovevamo trovare il candidato della sinistra, addirittura. “chi rappresenterà i voti FIOM?” e via così ed oggi si parla già di incontrarci con Fassino? ma andate al diavolo!!!

    “PAZZESCO PRC E PDCI VOGLIONO TORNARE CON FASSINO, L’UOMO DELLA FIAT!!! Torino, 28 feb. – (Adnkronos) – ”L’apertura di Fassino al confronto con la Fds all’indomani delle primarie torinesi rappresenta una novita’ importante da cogliere”. Lo sottolineano Mao Calliano e Renato Patrito della Federazione della Sinistra di Torino, che proseguono: ”ora incontriamoci. In questo contesto e’ per noi auspicabile accogliere l’idea del candidato Piero Fassino per misurare sul piano dei contenuti reali e del fare le reciproche opinioni”. ”La nostra disponibilita’ del resto non e’ mai venuta meno – concludono – la Fds e’ stata esclusa pregiudizialmente dal tavolo della coalizione dopo aver contribuito a scrivere il regolamento delle primarie insieme al centrosinistra, prima ancora di discutere il programma”

    • Antonio Capaldi scrive:

      Non si può fare un accordo con chi ha invitato a votare Si al referendum. Pensa un pò che qui da noi abbiamo posto e fatto approvare come punto irrinunciabile del programma del centro-sinistra (ma per la verità non c’è il PD) l’impegno a votare no qualora si tenesse il referendum (sto parlando della Fiat di Cassino). Siamo coglioni? Tra l’altro questa richiesta è stata avanzata non solo da noi ma anche da Sel con cui abbiamo sin qui tenuto posizioni comuni. O si pensa che la Fiat a Torino non sia parte del programma?!!
      Se il problema dei compagni torinesi è il quorum non credo che si sia notevolmente alzato dopo la diminuzione dei consiglieri, visto che a Torino, come le altre grandi città, era già molto basso (2 per cento?).
      E infine mi sembra che a Torino la nostra lista potrebbe avere un ottimo candidato, fuori dai giochi di potere, ossia il compagno che ha denunciato lo scandalo-mazzette nell’azienda municipalizzata, il giovane compagno Rossi, di cui ho appreso le vicende proprio su questo blog.
      Così si perde credibilità…altro che recupero dei consensi. Questa vicenda non è paragonabile alla Campania, dove eravamo isolati, perchè il movimento del no al referendum ha raccolto quasi la metà dei lavoratori, senza contare la Fiom e le altre forze di sinistra.

  52. Curiosità scrive:

    Sono un ex elettore del PRC. Mi piaceva Bertinotti. Tanti errori, tantissimi meriti…Ora quel PRC, anche litigiosissimo, sbarazzatosi del Bertinottismo e del Vendolismo sembra mostrare tutte le sue pecche e i suoi limiti di elaborazione politica, e tutti i limiti carismatici dei dirigenti. La litigiosità ora è perfino mediocre. un tempo, legittimamente, si criticava la linea e i progetti ddei due leader cmq più carismatici…oggi rimasti “soli” gli attuali dirigenti continuano a criticare chi non c’è più rimproverando (sembra un paradosso) gli stessi di aver abbandonato il partito, come se si volesse dire che sarebbero stati compagni graditi e utili se avessero “sposato” le idee di un Sorini, o di un Grassi o di un Giannini…
    Ora, questo è il punto passando da questo blog da qualche settimana….
    Ma chi è sto Giannini….di Grassi ho qualche ricordo quando era tesoriere, mi pare…ma vedo in questo blog puntare alla critica di vendola citando tali masella, perolo ecc..oppure scrivere di Libia ed esteri con facilità e saccenteria ecc….
    sONO STATO SOLO UN EX ELETTORE MA MI SONO PERSO QUALCHE COSA PERCHè LEGGENDO QUESTI POST E TROVANDO TANTI NOMI MAI SENTITI E NELLO STESSO TEMPO TANTI SCRITTI DI ECONOMIA ED ESTERI DENSI DI SICUREZZA E DIMESTICHEZZA RISPETTO ALLE TEMATICHE….MI DOMANDO: MI SONO PERSO QUALCHE COSA? SONO SOLO IO CHE NON CONOSCO QUESTI COMPAGNI COSì AUTOREVOLI?

    • ANONIMO scrive:

      I compagni citati e ahimè rimasti nel PRC non avrebbero nemmeno i consensi per di diventare amministratori del loro condominio
      Il problema vero e che quando uno non si preoccupa se le cose che dice e scrive hanno efficacia e/o sono condivise significa che siamo di fronte ad esaltati e supponenti che purtroppo nemmeno il risultato elettorale scarso potrà farli mai prendere atto che la legittima libertà di espressione è altra cosa dalla pretesa di far vivere un partito. La prima è un diritto individuale e universale, la seconda è una necessità ed uno strumento collettivo che si propone di cambiare o contribuire al governo di una comunità.
      Questo non è chiaro….e non solo a sinistra se solo pensiamo che per non dire che esisteva un monocolore DC si inventò il pentapartito di alleati fantoccio al 2%. E’ così è una questione culturale per cui ci sia alza la mattina si prende carta e biro e per fare un partito si pensa di disegnare per prima cosa un simbolo, si fa una specie di statuto, e, insomma ci si proclama….
      La nascita della FDS è pressapoco così con il risultyato che due partiti quasi scomparsi da quando hanno deciso di unirsi in FDS sono scomparsi definitivamente e la FDS raccoglierà meno voti di quelli dei due partitini. Che volete è il Grassismo…si proprio così questa nuova filosofia che prescinde dal consenso…consenso uan brutta parola che fa tremare tutti quelli (tanti nel PRC) che in un partito grande sarebbero il nulla mentre esssere il 30/40% di un partito al 1,5% da evidentemente vigore e senso di esistenza….
      Se vi piace…fate pure

    • Anonimo scrive:

      E già ti trovavi a passare, e intanto spari addosso ai dirigenti del PRC.
      Ma vai a……….., non dire fregnacce.

  53. aldo scrive:

    …PERò è DAVVERO TRISTE SENTIRE COMPAGNI CHE SUONANO MENTRE SI AFFONDA….DAVVERO, BRUTTA COSA….E NON E’ SOLO ORGOGLIO, E’ SOPRATTUTTO STUPIDITA’ INTELLETTUALE CHE FA UN MIX DI ODIO VISCERALE CONTRO VENDOLA E AMORRE IRREFRENATO DI SE STESSI CON UN PIZZICO DI SOPRAVVALUTAZIONE DI SE STESSI.

    Che fare? Nulla si attendono le elezioni, vedremo…anche se la paura di un vecchio comunista come me è che pur di difendere posizioni e scelte indifendibili si è arrivati a considerare le elezioni un elemento accessorio e quindi “secondario” che consente di sorvolare sulla perdita dei consensi. Che tristezza, pur di conservare non so cosa si rimuove il presupposto dell’esistenza e ci si tuffa (come piaceva ai gruppettari degli anni 70) nell’infinita discussione teorica e dottrinale di tutto ed il contrario di tutto. Più si è in difficoltà di consenso e di proposta politica territoriale e nazionale, più si parla di internazionalismo e massimi sistemi…che roba…..IERI NICHI HA INVECE LEGATO PERFETTAMENTE QUESTIONI INTERNAZIONALI, CON QUELLE NAZIONALI E DI PROSPETTIVA. NON PIACERA’, NON SARET D’ACCORDO….MA QUELLO CHE PROPONETE E’ IL NULLA (SPESSO UN GIà VISTO TRITO E RITRITO).

    • Anonimo scrive:

      Ma perchè racconti la panzana di essere un vecchio comunista? I comunisti sono un’altra cosa, sono comunisti, Vendola è con il vento in poppa, così sembra a sentire dai media e dalla presenza quotidiana in televisione, vedremo. I comunisti vogliono cambiare questa società, e se tu sei un vecchio comunista dovresti sapere che vendola è uscito dal Prc perchè non era comunista. E lo dice. lui pensa ad una società più buona, ma sempre capitalista, basta pensare a cosa dice su CUBA. Noi comunisti siamo in difficoltà anche per gli errori fatti in passato, innanzi tutto per aver avuto a dirigere il partito uomini che comunista non erano, come Bertinotti e appunto Vendola. Queste bravissime persone quando sono state messe in minoranza al congresso se ne sono andati.

      • Alessandro scrive:

        Concordo in pieno con quanto dice “anonimo”, aggiungerei solo un po di nomi di persone che hanno distrutto il nostro partito oltre vendola e bertinotti. Ne faccio uno per tutti, sansonetti, che ha demolito e indebitato Liberazione fino all’inverosimile. L’elenco sarebbe lungo, molto lungo, compresi quelli che dopo chianciano sono rimasti dentro e che ora piano piano abbandonano la nave per raggiungere il proprio capo….
        Avanti compagni, la strada è dura e lunga ma con l’impegno e la tenacia che ci contraddistingue riusciremo a vincere anche questa battaglia.
        Hasta la Vittoria!!!!

        Alessandro

  54. stefano scrive:

    Libia – Alcune riflessioni

    Fosco Giannini

    Non cadete nel tranello – è l’invito rivolto con parole appassionate a tutte le forze democratiche e progressiste del mondo dal padre della rivoluzione cubana, Fidel Castro – dell’ assordante campagna mediatica levatasi sul piano planetario dopo le notizie dei terribili scontri, senza risparmio di colpi tra le parti in causa, in Libia. Un conflitto giustamente definito “una guerra civile”. Che ha trascinato l’ex colonia italiana del nord Africa in una tribale resa dei conti tra fazioni della leadership libica e delle comunità territoriali che popolano la nazione araba. Una tragedia i cui veri contorni politici e ideologici sembrano poco chiari persino ai più sperimentati specialisti della storia e della politica di quella regione del mondo.

    Ed è in questo quadro che dalla leadership di Cuba socialista, dai dirigenti delle rivoluzioni latinoamericane – a cominciare da Hugo Chavez -, dalle forze più responsabili e serie della sinistra mondiale, da importanti e autorevoli partiti comunisti (come quello portoghese), da tanti paesi del terzo mondo e del movimento dei non allineati sono giunte parole improntate alla ragione, segnate da pressanti inviti a riannodare i fili del dialogo. Parole volte a preservare l’unità, l’indipendenza e la sovranità di un Paese, la Libia, che ha diritto comunque di risolvere senza ingerenze i propri conflitti interni. Riflessioni ponderate alle quali si sono aggiunti i moniti altrettanto maturi dei rappresentanti delle potenze emergenti della grande area mondiale del “Brics”, volti anch’essi a chiedere il mantenimento della calma e ad evitare inopportune strumentalizzazioni internazionali.

    Ed è rispetto a questa prova di equilibrio politico proveniente dal mondo socialista e progressista mondiale che la campagna propagandistica sollevatasi in questi giorni nel mondo occidentale e diretta all’enfatizzazione del già difficile quadro libico e – al fondo – alla demonizzazione dell’intera storia post coloniale libica, ha rivelato il proprio carattere di mera strumentalizzazione. L’enfatica e nevrotica campagna occidentale si è levata in stridente contrasto con i toni distaccati utilizzati dai media e dai rappresentanti politici nord americani ed europei in relazione alle altre vicende che stanno caratterizzando i paesi che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo e il Medio Oriente più in generale. Questo “taglio” interpretativo generale assunto dall’occidente capitalistico rispetto alla questione libica, ha spinto e legittimato i media subordinati alla cultura dominante a superare di gran lunga anche i limiti che deve avere almeno il buon senso. E abbiamo assistito, di conseguenza, al dipanarsi di un “racconto dal conflitto libico” segnato da incredibili forzature e disseminato da altrettanto inverosimili menzogne. Compresa la spericolata e sfacciata montatura, peraltro ben presto smascherata, delle presunte fosse comuni a Tripoli. E’ l’imperialismo che ci riprova – come nella Jugoslavia, come in Iraq – a costruire il demone da bombardare.

    Anche nel caso della figura di Gheddafi la montatura mediatica occidentale si è messa alacremente al lavoro. Il colonnello libico è personaggio sicuramente discutibile e deprecabile per la gestione autoritaria interna e per aver abbandonato, per molti versi, il progetto di autonomia del proprio Paese dall’imperialismo Usa e dall’occidente capitalistico. Tuttavia siamo oggi di fronte ad uno scarto impressionante tra la demonizzazione della figura di Gheddafi fatta in questi giorni, sotto le spinte dei poteri politici, dai media occidentali e la profondità e la qualità delle relazioni che gli Usa e i paesi dell’Unione europea hanno intrattenuto sino a ieri con il colonnello. Un leader che in virtù delle giravolte di cui è stato protagonista nel corso della sua lunga carriera, sino a ieri era comunque gradito ospite di tutti i paesi europei e affidabile partner d’affari e che, in un battibaleno, si è trasformato nel bersaglio di una campagna che gli addossa tutte le responsabilità del grave conflitto che si è scatenato di fronte alle nostre coste.

    Una campagna, occorre dirlo, che in Italia ha trovato i suoi più fanatici sostenitori proprio nello schieramento di “centro-sinistra”, con un ruolo di punta assolto da quel PD che, in quanto membro dell’Internazionale Socialista, fino a solo poche settimane fa non aveva avuto nulla da ridire sul fatto che i partiti di regimi screditati come quello egiziano e tunisino, travolti miseramente dall’ondata di rivolte popolari, facessero parte a pieno titolo e con tutti gli onori dell’organismo che riunisce le socialdemocrazie di tutto il mondo. Una campagna a cui si sono prestati, senza manifestare anche solo il minimo dubbio sulla sua veridicità, trasmissioni televisive di grande audience, su cui si concentra la simpatia di gran parte dell’opinione pubblica democratica del nostro Paese. Non un solo dubbio, un interrogativo sembra avere sfiorato l’intero apparato mediatico occidentale.

    E allora, in nome dell’ “ingerenza democratica e umanitaria”, di cui si arrogano il diritto l’imperialismo statunitense e quello europeo (che conta su alcune illusioni, coltivate anche a sinistra, circa un ruolo di “garante pacifico del rispetto dei diritti umani” di strutture come l’Unione europea, interessate invece cinicamente anch’esse ai processi di espansione coloniale), ecco che, rapidamente, è venuta materializzandosi la lucida previsione avanzata da Fidel Castro: “ il piano della NATO è occupare la Libia”.

    Ci si appresta così a mettere in pratica il “nuovo concetto strategico” approvato all’ultimo vertice di Lisbona dell’Alleanza Atlantica, che prevede la piena legittimazione all’interventismo di questa organizzazione militare in ogni parte del mondo. La NATO sta scaldando i motori dei suoi bombardieri, minacciando esplicitamente, per bocca dei capi delle potenze che ne hanno la guida, a cominciare da premio Nobel per la pace Barack Obama, di ripetere a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane l’impresa dell’Iraq e dell’Afghanistan. Le notizie delle ultime ore sono allarmanti. E non si tratta solo di sanzioni. Navi da guerra occidentali stazionano al largo delle coste libiche, pronte a intervenire, e c’è chi parla della presenza nella Cirenaica “liberata dagli oppositori di Gheddafi” di centinaia di consiglieri militari statunitensi, britannici e francesi (a proposito di mercenari presenti sul posto!).

    E l’Italia, attraversata da un forsennato coro bipartisan, si appresta a trovarsi in prima linea. L’obiettivo è evidente. Alle potenze occidentali non interessa assolutamente il rispetto dei diritti umani in Libia, diritti che del resto esse contribuiscono a conculcare in tantissimi altri paesi del mondo. All’occidente imperialista e all’Unione europea stanno a cuore la difesa dei propri interessi economici e strategici in quella parte del pianeta, decisiva ( in particolare) per le enormi risorse energetiche di cui dispone. In nome di questi “sacri principi”, l’occidente è disposto non solo a prolungare il bagno di sangue, evitando ogni ipotesi di soluzione negoziata del conflitto, una soluzione pacifica e rispettosa della sovranità libica. Ma è volto invece a spezzare l’integrità territoriale della Libia, dividendola in diverse entità territoriali completamente subordinate ai propri interessi, ripetendo il tragico gioco che ha portato allo smembramento della Jugoslavia. E questo progetto di “balcanizzazione” della Libia può iniziare dall’ autonomia della Cirenaica, oggi apparentemente in mano ai seguaci della monarchia feudale libica, già scalzata dalla rivoluzione antimperialista del 1969.

    Ma di tutto questo c’è consapevolezza nelle forze di progresso, nel movimento per la pace, tra tutti i comunisti del nostro Paese? L’impressione che si ricava è che tale consapevolezza non vi sia e che il rischio che si corra è quello – persino – di fornire oggettivamente sostegno ai progetti neocolonizzatori Usa e NATO. Dopo essere scese in piazza (francamente senza molto senso della misura), a fianco dei monarchici che inalberavano le bandiere dello screditato re Idris, alcune forze della sinistra “radicale” e lo stesso movimento pacifista si trovano adesso in difficoltà di fronte al precipitare della situazione, di fronte cioè allo sbocco della “guerra umanitaria”. Da tempo, del resto, il movimento pacifista italiano non sembra più in grado, non solo di suscitare le grandi mobilitazioni dell’opposizione alla guerra in Iraq; ma neppure movimenti di più modesta entità, a partire dalle questioni del coinvolgimento del nostro Paese nelle più pericolose avventure militari nel mondo. E oggi il movimento della pace, già così fortemente indebolito, rischia di essere ulteriormente “disarmato” dalla gigantesca pressione mediatica di questi giorni, che sta preparando l’opinione pubblica al consenso nei confronti della guerra.

    Spetta allora ai comunisti un compito, centrale quanto difficile. Ricordare a tutti, ad esempio, che la Libia divenne un prioritario terreno di conquista, per gli Usa e la Gran Bretagna, quando, alla fine degli anni ‘50, la compagnia statunitense “Esso” ratificò scientemente la presenza di immensi giacimenti petroliferi sul suo territorio. Da quel momento le maggiori compagnie, come la Esso e la britannica British Petroleum, ottennero vantaggiosissime concessioni di tipo colonialista, volte a garantire loro il controllo e il grosso dei profitti ricavabili dal petrolio libico. Due concessioni – è bene ricordarlo – le ottenne anche l’italiana Eni, attraverso l’Agip. E spetta ancora ai comunisti ricordare due fatti importanti: primo, che per controllare al meglio i giacimenti, venne abolita nel 1963 la forma federale di governo, eliminando le storiche regioni di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan; secondo, che fu la Repubblica Araba libica guidata dall’allora “nasseriano” Muammar Gheddafi a costringere nel 1970 le forze statunitensi e britanniche ad evacuare le basi militari e, l’anno seguente, a nazionalizzare le proprietà della British Petroleum, imponendo alle altre compagnie di versare allo stato libico quote molto più alte dei profitti.

    Il ruolo dei comunisti è quello – oggi più che mai- di diradare le nebbie politiche e ideologiche, facendo capire che le antiche mire imperialiste sul mondo arabo e sulla Libia, sui giacimenti petroliferi, trovano, in questa fase, un terreno di nuovo fertile per rilanciarsi. Occorre chiarire e divulgare senza tentennamenti (e senza farsi illusioni sul ruolo di un’ Unione europea sempre più reazionaria e atlantica) una linea di opposizione netta e intransigente alle “ingerenze umanitarie” dell’imperialismo, sotto qualsiasi forma esse possano presentarsi e mascherarsi. A partire dalla netta opposizione all’uso delle basi americane e NATO dispiegate sul nostro territorio, un’opposizione tanto forte quanto alta è la possibilità della piena e subordinata disponibilità del governo Berlusconi ad accettare le nuove richieste belliche che già vengono e ancor più verranno dall’amministrazione nord americana e dall’Unione europea. Lo diciamo anche rispetto ai pericoli che vanno già materializzandosi, come quello grave rappresentato dalla disponibilità del governo italiano a mettere a disposizione la base di Sigonella alle forze militari inglesi della NATO.

    “ No all’intervento NATO. NO all’uso delle basi italiane” debbono essere le prime parole d’ordine del movimento contro la guerra. E compito prioritario è far recuperare quella consapevolezza antimperialista che sembra essersi smarrita negli ultimi tempi. Operando invece per una soluzione pacifica della crisi libica con strumenti politico-diplomatici ed economici che non mancano, e che rispettino però il principio della non ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. Violato il quale, i pericoli per la pace non diminuiscono, bensì aumentano in modo esponenziale, come dimostrano le vicende dell’Iraq, del Kossovo e dell’Afghanistan.

    • lidia scrive:

      I comunisti devono stare dalla parte della lotta del popolo libico che vuole abbattere un governo autoritario e una oligarchia che ha accumulato enormi ricchezze a discapito del popolo stesso. Contemporaneamente i comunisti si oppongono ai tentativi dell’imperialismo americano di sfruttare la situazione per mettere le mani sulle risorse libiche e scatenare un’altra guerra umanitaria. Fra le due cose non c’è contraddizione.

  55. dario scrive:

    Memoria/archivio/racconto – 7 -

    Da una scissione all’altra: 1998.

    Il punto di vista di Paolo Ferrero

    Severino Galante

    La documentazione sulla scissione del 1998 che ho finora fornita appartiene tutta all’area neo cossuttiana e a quella ex cossuttiana, quelle cioè con le quali in passato avevo intrattenuto una qualche relazione politica, e che dunque potevano ritenermi ‘recuperabile’ invitandomi alle loro riunioni. Ciò non valeva per l’area bertinottiana (e affini) nella quale la mia critica alla cultura politica e alla gestione organizzativa del Segretario e dei suoi collaboratori era cosa ben nota. Perciò, tra le mie carte non vi è traccia riferibile alle riunioni riservate di questa componente. Tuttavia, benché allontanato dagli organismi di direzione del Partito in sede sia nazionale sia regionale, ero rimasto però presente negli organismi di rappresentanza (CPN e Comitato regionale del Veneto) ai quali partecipavo regolarmente e dove avevo modo di conoscere le posizioni degli uomini del Segretario, espresse di norma in modo più chiaro e con minori cautele che in sede pubblica e sulla stampa. Anche di queste riunioni conservo gli appunti, ed è a una di esse che si riferisce la nota seguente.

    Un paio di settimane prima degli incontri di Refrontolo e di via Bocca di Leone , il 9 marzo si era svolta a Venezia una riunione del Comitato regionale del PRC. Per la Direzione nazionale – ci informò il Segretario regionale (l’ex DP Mauro Tosi) – avrebbe dovuto partecipare Pegolo che, però, non aveva potuto venire. L’aveva perciò sostituito (l’ex DP) Paolo Ferrero col compito di concludere la discussione. In quell’occasione Ferrero espose, tra l’altro, anche qual era la sua “lettura” delle tensioni che avevano investito il Partito. Riporto una sintesi delle sue “opinioni” (così le volle definire, anziché “conclusioni”: ed in effetti era difficile concludere unitariamente una discussione alquanto tesa e con notevoli contrapposizioni), nell’ipotesi che possa risultare utile alla comprensione delle dinamiche di quei giorni riferire anche il punto di vista, manifestato in una sede non pubblica, dell’esponente di una componente organica della maggioranza bertinottiana.

    Ferrero partì da una premessa: la crisi dell’autunno precedente secondo lui aveva dimostrato che “la esistenza di un Partito comunista autonomo” non era “garantita”. Anzi, nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica questa autonomia era stata continuamente rimessa in discussione su tutti i piani: istituzionale, sociale, sindacale ecc., nel quadro di un “processo complessivo di normalizzazione che mette[va] in discussione l’esistenza autonoma del PRC”.

    Ad avviso di Ferrero la divaricazione nel Partito si era prodotta su questo punto fondamentale, contrapponendo quelli che intendevano fronteggiare la minaccia alla autonomia del PRC mediante le relazioni politiche e quelli che invece volevano farlo mediante le relazioni sociali.

    I primi puntavano a superare la “fase” sottolineando l’aspetto della unità col centro sinistra “per costruire una relazione politica stabile”, condizionando l’alleanza in modo da impedire che ci soffocasse e garantendoci una legge elettorale non penalizzante. Questa impostazione non convinceva Ferrero, che perciò si collocava tra i secondi. Riteneva, infatti, che “la fase non sarà di stabilizzazione ma di casino” perché il progetto di tagliare il debito pubblico, e gli scompensi della moneta unica, avrebbero imposto “stangate finanziarie pesanti” le quali avrebbero prodotto crescenti tensioni sociali. “Perciò sottolineare le relazioni politiche porta a tagliare i legami sociali”, a ridurre il conflitto, a “non farne occasione di crisi di governo” dato che chi privilegiava la dimensione politica preventivava la crisi soltanto nel caso di partecipazione a una guerra per la questione del Kosovo, oppure nel caso di una legge elettorale ostile. Ma in questo modo, giudicava Ferrero, si metteva in discussione la nostra sola forza, cioè “l’utilità sociale” che ci veniva riconosciuta e sulla quale si fondava la “simpatia” di cui godeva il PRC. Nella previsione di un aumento delle contraddizioni nel Paese egli riteneva quindi che l’uso della “leva” sociale offrisse al Partito maggiori chanches di quella politica, pur senza nascondersi che anche questa scelta avrebbe comportato per noi un “passaggio difficile”.

    Si trattava, infatti, di una “divaricazione vera” dentro al Partito la quale, a suo parere, doveva essere gestita “con una discussione politica vera” che andava “strutturata, evitando guerre per bande lavorando per ‘tribù’, e evitando di farla precipitare nelle questioni immediate”, le quali esigevano invece “scelte unitarie”.

    Si noterà la cautela con la quale Ferrero dichiarava la sua scelta di schieramento, spiegata non con le corpose e talvolta sanguigne motivazioni della materialità politica – ben note a tutti i presenti, se non altro nelle linee generali, e comunque con annessi nomi e cognomi – bensì con una sorta di schema politologico astratto (quasi una tardiva riedizione della contrapposizione tra ‘autonomia del politico’ e ‘autonomia del sociale’ su cui si era tanto discettato negli anni Settanta) che sublimava i dissensi reali proiettandoli verso una dimensione esclusivamente politico-ideale. Senonché, egli concluse l’esposizione del suo schema con un’osservazione di segno completamente opposto, e palesemente contraddittoria con l’impianto di tutta la restante argomentazione: nella nostra discussione interna, disse, bisognava tenere “conto che può succedere qualcosa che ci levi di torno il problema” .

    Cosa significava questa allusione? Era una speranza oppure un proposito? Egli non lo spiegò, né alcuno dei presenti lo interruppe per chiedergli di farlo. Ma un quesito sorgeva spontaneo: se il nostro “problema” fondamentale, quello sul quale era sorta secondo lui la contrapposizione interna, era la messa a rischio dell’autonomia del Partito a opera di processi storici di “fase” come quelli che aveva citati, com’era possibile che un “qualcosa”, cioè un evento contingente, ce lo levasse rapidamente “di torno”? Di fronte a questa domanda che era inevitabile porsi, lo schema apparentemente astratto di Ferrero si addensava, e lasciava intendere qual era anche per lui il nocciolo autentico sul quale la lacerazione interna poteva “precipitare”: la “questione immediata” del governo: se sostenerlo ancora o farlo cadere. Sicché la sua prudenza espositiva, anziché smussare le tensioni come forse egli sperava di fare, finiva invece per alimentare i sospetti di chi già nutriva dubbi sulle reali intenzioni della maggioranza bertinottiana. D’altro canto, la blindatura di questa e di altre consimili riunioni ottenuta affidando le conclusioni sempre ed esclusivamente a componenti della medesima area documentava una gestione del Partito talmente unilaterale da trasformare quei sospetti in quasi certezze. E anche in questo modo l’edificio comune perdeva qualcuna delle pietre che lo sostenevano.

  56. Anonimo scrive:

    Fassino ha aperto anche alla FdS!
    Siccome ci siamo sempri lamentati che il Pd ci aveva buttati fuori ora che faremo?
    Come rispondera’ la FdS-Torino?Ci sederemo al tavolo?
    Io ho una previsione,Cremaschi ovviamente non si candidera’.
    Il Pdci buttera’ il nome di Argentero(gia’ candidato dal Pdci alle provincili 09,ottenne l’1,9% mentre il candidato Prc prese l’1,8%),il Prc ovviamente non potra’ accettare.Allora il Prc rilancera’ con una candidatura istituzionale come l’Artesio e a questo punto il Pdci sara’ a rifiutare.
    Risultato?
    La FdS si spacchera’!
    Il Pdci in coalizione con il csx e il Prc da solo.
    Il candidato?
    Ferrero!Tra i tanti motivi c’e’ quello che e’ un segretario part-time(per via del lavoro in regione)e non e’ il massimo per un partito non avere a disposizione il segretario tutti i giorni della settimana.
    Se fosse eletto consigliere potrebbe riandare in aspettativa.
    Comuque al di la’ di questo aspetto credo che per Torino uno scenario Pdci-Csx e Prc da solo possa essere realistico.

  57. angelo bellotti scrive:

    Sono d’accordo con Leo Di Paolo e con Grassi,almeno su come utilizzare questo blog.
    Per questo non capisco Alessandro e il suo post con le dichiarazioni di Diliberto,sulla morte del soldato italiano in Afghanistan.
    Non poteva il portavoce della FDS e gli altri genialissimi dirigenti del pdci e del prc,,pensarci al momento in cui la sinistra radicale,eccetto Turigliatto,votarono il rifinanziamento delle missioni militari in quel paese e non solo?
    Oppure quando si e’ al governo si deve essere a favore della guerra per non fare cadere governi guerrafondi e quando si e’ all’opposizione si condanna lo stesso governo in cui si e’ stati?
    Pe r quanto riguarda la questione libica,anche in questo caso mi pare ci sia stia dividendo tra i supporter di Gheddafi e tra quelli contro,senza tentare di analizzare quello che sta succedendo.
    Io penso che la popolazione libica quella non anziana per intenderci meglio,il 30% dei giovani e’ disoccupata,abbia deciso di non vivere piu’ in un regime in cui la ricchezza viene suddivisa in modo parentale,in una situazione in cui mancano le liberta’.
    D’alte parte pur sostenendo il popolo libico,occorre mobilitarsi per impedire che gli Usa o direttamente o attraverso la Nato e qualche paese europeo,penso alla Francia o alla stessa Italia,possano intervenire e portare il loro ordine,fatto di bombe e missili.
    Questo non vale solo per la Libia,ma vale per l’Egitto e la Tunisia,la cui rivoluzione e’ appena cominciata.
    Ogni discussione che vede contrapporsi i comunisti doc,che sostengono in questo caso il rais libico,utilizzando le parole di Castro o di Chavez contro i comunisti meno doc e genericamente contro una sinistra diffusa,potranno certo essere piacevoli per acquietare le coscienze,ma assolutamente inutili per il destino di quelle popolazioni a cui invece andrebbe il nostro aiuto,anche attraverso analisi lucide e non pretestuose

  58. alessandro scrive:

    Oliviero Diliberto

    “L’elenco dei morti italiani in Afghanistan si allunga. Non se ne può più. Le condoglianze ai familiari dei ragazzi caduti in quel pantano non bastano più, serve una decisa sterzata: senza ritiro ci saranno solo altri morti e altri lutti. E’ ora che il governo italiano ritiri le truppe e porti a casa i militari. In Afghanistan si sta combattendo una vera e propria guerra e chi ancora parla di missione di pace non fa altro che prendere in giro se stesso”.

  59. claudio grassi scrive:

    Allego un articolo di Gennaro Carotenuto sulle vicende libiche e sulle prese di posizione di personalità dell’America Latina. Come sapete Carotenuto è uno studioso dell’America Latina e in questi anni tramite la rivista LatinoAmerica ci ha dato numerose informazioni che la stampa, anche quella di “sinistra”, tiene nascoste. La sua posizione sulla Libia è di netta contrarietà a qualsiasi posizione che non sia di sostegno alla rivolta in corso. In conseguenza di ciò criticasia la posizione di Fidel, che quella di Chavez. E’ una tesi che mi sembra sottovaluti quanto avviene “dietro le quinte”, tuttavia va valutata anche perché ci arriva da una fonte che non si può certo considerare a noi avversa. Spero che questo non scateni commenti insultanti. Dobbiamo imparare a discutere tra di noi e a rispettare le tesi degli altri, anche quando non le condividiamo.

    Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale
    L’America latina è lontana dal Medio oriente e non provatevi a capire cosa accade in Libia e in Medio oriente leggendo la stampa latinoamericana. Vi disorientereste e in qualche caso restereste molto delusi nel trovare notizie improbabili su manifestazioni in favore di Gheddafi, sull’ordine che regna a Tripoli o al massimo un passacarte di agenzie terziste a denti stretti. Se è corretto denunciare un possibile intervento straniero, i pericoli di frammentazione del paese, o perfino la disinformazione all’opera, il silenzio delle organizzazioni multilaterali, a partire da Unasur e Mercosur, è oramai assordante. Non meglio va con i governi, con l’eccezione del Perù e dell’Uruguay. Dal Brasile all’Argentina, da Cuba al Nicaragua al Venezuela, relazioni e alleanze storiche, preoccupazioni geopolitiche, timori e sottovalutazioni, fanno sì che l’America latina dei movimenti sociali, l’America latina altermondista e terzomondista delle relazioni Sud-Sud, sembri non comprendere e voltare le spalle alla primavera dei popoli mediorientale e non faccia una bella figura (né i suoi interessi né il suo dovere).

    di Gennaro Carotenuto

    La distanza si fa incolmabile nell’interpretazioni dei fatti libici, tutta geopolitica e ideologica. In Libia sarebbe guerra civile e non sollevazione popolare, in una forma interpretativa dove le aspirazioni dei popoli, le motivazioni dei giovani in piazza, i rapporti di forza con la repressione, non trovano spazio. In particolare media come Telesur, ma non va molto meglio con la Jornada o con Página12, ovvero la crema dell’informazione progressista latinoamericana, leggono i fatti esclusivamente in un’insufficiente ottica geoenergetica. Media che, mentre il mainstream spargeva letame disinformativo a piene mani, hanno illuminato il mondo sulla rivolta zapatista del 1994, o la caduta del regime neoliberale in Argentina nel 2001 o il golpe in Honduras nel 2009, oggi si rifugiano nella comodità di un’interpretazione del tutto riduttiva: “gli amerikani vogliono il petrolio libico”.

    Chi da cent’anni cerca di crearsi il proprio spazio nel mondo lottando contro le ripetute aggressioni statunitensi (militari, economiche, mediatiche), chi da questo deve difendere le proprie ricchezze e in particolare il proprio petrolio con le unghie e con i denti, chi vede sistematicamente finanziare dall’estero opposizioni eversive, non riesce a leggere (o non vuol leggere, anche per motivi di propaganda) gli eventi libici che in una sola ottica: Gheddafi difende il petrolio libico dall’attacco imperialista. Bastano poche frasi anticolonialiste del battutaro libico, massacratore di migranti in ossequio alle sacre direttive dell’Unione Europea e compagno di bunga bunga di Silvio Berlusconi, per infervorare a suo favore molti tra quelli che in America latina hanno una storia cristallina di lotta per l’autodeterminazione dei popoli e contro le ingerenze straniere. In particolare l’interpretazione del governo venezuelano si fa tutta realpolitika nella preoccupazione di perdere un alleato importante nello scacchiere chiave dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio che era moribonda e supina agli interessi occidentali quando Hugo Chávez andò al governo in Venezuela e che è stata fondamentale, soprattutto per merito venezuelano, nel diventare fattore di multipolarismo nel mondo attuale.

    Le preoccupazioni di intervento della NATO sono legittime ma forse esagerate e soprattutto occultano che un massacro è già in atto. In questo l’editoriale di Fidel Castro ampiamente ripubblicato e commentato in tutto il mondo è impeccabile nella prudenza e anche nel condannare la repressione. Ma l’interpretazione di Fidel è tutta per la tesi “guerra civile” scartando la possibilità di una sollevazione popolare in corso e del risveglio della società civile libica simultaneo, sull’onda della Rete, a quello di altri popoli della regione.

    Quanto stiamo vedendo in Libia sarebbe l’inizio di una “rivoluzione colorata” eterodiretta dall’Occidente o è un’altra sollevazione popolare contro autocrazie amiche dell’Occidente? Tra la speranza e la preoccupazione Fidel sceglie la chiave interpretativa della paura. Ha ragione anche Hugo Chávez a censurare la doppia morale della comunità internazionale nel condannare Gheddafi e restare zitta sui bombardamenti chimici statunitensi su Falluja, sull’assedio israeliano di Gaza e sui sistematici massacri di civili in Iraq e Afghanistan. Ha ragione Chávez e il suo cancelliere Nicolás Maduro a puntualizzare il pericolo di un intervento occidentale e della divisione del paese che in questo momento più d’uno tra quanti guardano con orrore agli eventi libici considerano auspicabile. Ma anche Chávez sceglie la chiave della “guerra civile”, nella quale si schiera purtroppo con Gheddafi, contro un’opposizione popolare che considera eterodiretta e che implicitamente assimila all’opposizione, quella sì eversiva, che fronteggia a casa sua.

    Vero è anche che alcune delle notizie di stampa appaiono schematicamente esagerate (i mercenari africani pagati 12.000 € a omicidio, i 10.000 morti, gli stupri casa per casa, perfino i video sulle fosse comuni) inducendo una volta di più alla prudenza sulla disinformazione come sempre sparsa a piene mani dal mainstream. Ma non è possibile fare come se Gheddafi non stia massacrando il proprio popolo e come se il precedente di bombardamenti su manifestazioni popolari non sia proprio quello dei gorilla argentini contro il popolo peronista nel 1955 per imporre la prima dittatura antipopolare e fondomonetarista.

    Molte delle preoccupazioni sono legittime ma è vero anche che i leader e l’informazione latinoamericana appaiono sottovalutare aspetti fondamentali di quanto accade in Libia e più in generale in Medio oriente. No, in Medio Oriente non stiamo vivendo una nuova rivoluzione colorata eterodiretta da Washington e benedetta dal Fondo Monetario Internazionale. In Medio oriente siamo all’inizio, appena all’inizio, di una “primavera dei popoli” simile a quella che l’Europa ha vissuto nel lontano 1848 quando nel giro di pochi mesi, e senza alcuna agenda predefinita, si liberò dei governi della Restaurazione imposti alla sconfitta di Napoleone I. Per quanto complicato possa sembrare è dovere dell’America latina integrazionista essere conseguente con la propria stessa genesi e appoggiare senza paura i popoli mediorientali che si stanno liberando di regimi autocratici spalleggiati spesso per decenni dall’Occidente. E’ dovere dell’America latina svelare una volta di più la menzogna dell’ “esportazione della democrazia” ed appoggiare i fuochi di ribellione che nascono nel sud del mondo.

    In queste ore i governi occidentali, in particolare il più screditato di tutti, quello italiano, stanno millantando il pericolo dell’avvento di governi basati sul fondamentalismo islamico per imporre una nuova generazione di autocrati che facciano che tutto cambi perché nulla cambi. Ma non ci sono molti barbuti né burka in piazza a Bengasi come ieri al Cairo e l’altro ieri a Tunisi. E se ci sono l’obbiettivo dev’essere appoggiare quei ragazzi sbarbati e quelle ragazze dal volto scoperto perché siano in grado di esprimere una classe dirigente alternativa. Se nessuno crede nei popoli del Medio oriente l’America latina deve credere nei popoli del Medio oriente. Non c’è altra via, per l’America latina, che riconoscere nei ragazzi egiziani, tunisini, libici, domani ojalá sauditi, le stesse aspirazioni e le stesse speranze che hanno strutturato negli anni ‘90 i movimenti sociali latinoamericani che hanno saputo farsi governo. Fino a ieri le relazioni Sud-Sud erano affare (importante) dei governi. Adesso la sfida diventa far diventare popolari tali relazioni Sud-Sud.

    Per arrivare a ciò è indispensabile riconoscere in Gheddafi il nemico politico e non solo il (prescindibile) alleato geopolitico. Non possiamo più condannare i crimini commessi contro i migranti dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da governi come quello di Felipe Calderón in Messico se non riconosciamo in Muammar Gheddafi il massacratore di migranti per conto di Silvio Berlusconi e di altri governi europei. Forse sono false le fosse comuni mostrate dai media, ma non sono false le fosse comuni in Libia dove in questi anni sono finite le speranze di migliaia di migranti africani. Quando nel 2008 l’America latina tutta, Fidel, Chávez, Lula, Evo, esplose contro la vergogna delle direttive europee contro i migranti, era a Gheddafi che l’UE appaltava una parte di tali crimini ed è con Gheddafi che fanno affari il lugubre Cameron, il triste Sarkozy e l’impresentabile Berlusconi. Gli europei erano i mandanti, ma Gheddafi era il sicario di quei migranti.

    D’altra parte è innegabile che anche se in Libia non è in corso un “genocidio”, Gheddafi stia reprimendo il proprio popolo con una ferocia intollerabile, impresentabile, imperdonabile. Forse i morti non sono 10.000 come racconta il sistema disinformativo mainstream, ma sono comunque centinaia. Ed è un’onta difficilmente emendabile che per Telesur Al Jazeera sia un partner strategico quando racconta i crimini statunitensi o israeliani ma vada oscurata quando narra del popolo libico che si ribella. Vorremmo vedere anche su Telesur le immagini dei ragazzi di Bengasi che portano in piazza le immagini di Omar al Mukhtar, l’eroe della lotta contro il colonialismo italiano. E’ con loro che deve stare l’America latina!

  60. Leo Di Paolo scrive:

    Vorrei porre solo una questione di metodo:
    è possibile che pure una discussione sul tema della guerra e dei conflitti internazionali diventi una bacheca in cui appiccicare chilometrici articoli sulle grandiose manifestazioni di vendola, sulle raffinate strategie di SEL nei confronti del PD, o sulle beghe nelle elezioni amministrative di Gallarate?
    La discussione è stata aperta da due interventi di Claudio Grassi e Tommaso Di Francesco. Io li trovo interessanti, ma anche chi non è d’accordo può fare un piccolo sforzo per restare in argomento?
    L’autismo è una brutta malattia…

    • vincenzo scrive:

      Sono assolutamente d’accordo. Lasciamo perdere la cafona abitudine di una sedicente Beatrice che entra in casa d’altri per celebrare le grandiosità di casa sua, ma gli altri? Possibile che non si è in grado di attenersi al tema della discussione? Evidentmente anche sul versante della sinistra anticapitalistica il degrado ha raggiunto punte insopportabili. Io bandirei tutti gli interventi fuori tema e lascerei tutti quelli in tema, anche se asperrimi.

    • Franco di Prato scrive:

      Concordo appieno,
      io sono di SEL e leggo questo post di Grassi perchè può essere un blog aperto alla sinistra, almeno così l’intento mi pare di Claudio Grassi e lo esplicita addirittura senza censure ( cosa rara, bravo Grassi) in effetti e mi rivolgo a coloro che sono di SEL (almeno sembrano, ma attenzione che non possa essere qualcuno interessato a far casino…) d qui possiamo effettivamente dar fastidio con i nostri annunci, credo sia più utile un confronto a volte aspro, ma un confronto, spesso nei blog e su FB ci sono scritti sopra le righe nei confronti di Vendola che dovremmo far cadere, però ogni compagna/o lo vive anche in modo viscerale ed è difficile fare passi in avanti…
      pur io ero a Roma ieri, in effetti s’inizia a intravedere un partito che si struttura sul teritorio, ma fermo qui.

      Vengo al post,
      credo che la situazione in Libia diverrà incandescente più sarà bloccata tra Gheddafi e la parte di popolo a lui fedele, che sostanzialmente controlla Tripoli e il resto della popolazione la restante Libia, cosa avverrà nei prossimi giorni? stamani addirittura Frattini apre ad un intervento militare in LIbia! rischiamo altri Afghanistan è un rischio serio come se dagli errori questi dominatori dell’IMPERO non comprendessero le lezioni… però una riflessione dobbiamo porla tutti se continuasse il massacro cosa fare? è davvero fuori luogo l’ONU? almeno un tentativo di fermare la guerra in Libia è da escludere? dobbiamo (come comunità internazionale) assistere passivi agli avvenimenti? è possibile un modello come in Libano se pur qui si tratta di un territorio integro? con compiti limitati e senza occupazione di truppe ovvio riferimento all’evitare l’occupazione come in IRAK! sono domande per ora complicate ma credo per tutti.

      • Franco di Prato scrive:

        Comunque per onore del vero sono molti che vengono qui a postare oltre a SEL vedi: SC, PCL, e anche i compagni che sono andati nel PdCI come Gemma e Sorini postano spesso il problema mi pare più ampio…

    • vincenzo scrive:

      Sono assolutamente d’accordo. Lasciamo perdere l’abitudine cafona di una sedicente beatrice che entra in casa d’altri per magnificare la grandisotà di casa sua. Tipi come “lei?” evidentemente non guardano nepppure il post. Semplicemante arrivano, defecano e se ne vanno.Ma gli altri? Possibile che agli “anticapitalistici” non intressi niente di ciò che sta venendo dietro casa nostra? Io bandirei tuti gli interventi fuori tema, lasciando quelli in tema, anche se asperrimi rispetto all’input forinto dal post.
      x Grassi. Sei sicuro di poter essere orgoglioso delle migliaia di contattti sul tuo blog? Se ogni contatto è una puntura d’insetto mi sa che ti ritroverai col corpo rigonfio e inservibile

      • Franco di Prato scrive:

        vincenzo io per quello che può valere lo ritengo utile un blog libero e se vai su FB oramai molti sono aperti alle discussioni, quindi usiamo intelligenza pazienza e se qualcuno posta cose proprie se non interessano meglio andare oltre

  61. beatrice scrive:

    Grandissima assemblea oggi a Roma con Nichi Vendola

    Entusiasmo alle stelle e, soprattutto emozioni, emozioni, emozioni…

    mi dispiace per chi non c’era

    ROMA – Sinistra e Libertà “è in campo, per assumersi una responsabilità che fa tremare le gambe”, “come soggetto che punta a cambiare questo centrosinistra e creare un cantiere che possa tenere assieme la cultura di centro con quella di sinistra”. Ma ciò deve avvenire “senza veti, perchè io non li pongo, ma non li subisco. E nessuno può pensare di avere lo scettro”. Nichi Vendola lancia dal palco del pala Tendastrisce al quartiere Prenestino, periferia pasoliniana della Capitale, il manifesto programmatico e politico del suo movimento, ma anche la sua sfida al Partito Democratico.

    A cominciare dalle primarie “che non sono un capriccio ma sono forma e sostanza di una nuova stagione”. Vendola chiarisce subito di esser disponibile a dialogare, ma fissa una serie di paletti che considera ineludibili: “La crisi che abbiamo davanti non è solo economica – spiega parlando ai cinquemila simpatizzanti arrivati da diverse parti d’Italia e che lo applaudiranno molte volte – ma è una crisi di democrazia nel presente e una crisi sociale che esploderà”. Dunque, la ricetta che deve essere proposta dalla sinistra non può essere quella liberista, “perchè il liberismo non è la medicina, ma è la malattia”.

    Ed ecco perchè, ripete, se pure è pensabile una grande coalizione di forze in chiave anti-berlusconiana che va da Sel a Fini, “non sarebbe pensabile un governo di legislatura che abbia dentro Sel e anche Andrea Ronchi, che da ministro firmò il decreto sulla privatizzazione dell’acqua”. Una soluzione del genere, aggiunge, può avere l’orizzonte limitato di cambiare la legge elettorale o fare una legge sul conflitto d’interessi, ma “sarebbe strategicamente e tatticamente perdente”. No a Mario Monti, dunque, o a Luca di Montezemolo, la sinistra è altro, deve tornare ad avere un orizzonte più ampio. “Compagno Bersani – dice – possibile che levare gli occhi verso un orizzonte più ampio significa dedicarsi alla poesia..?”.

    Il leader di Sel usa parole care al suo popolo: rivendica il ritorno del pubblico nell’economia, nell’istruzione e nella sanità, dice che “ci vuole una grande sinistra per sentirsi veramente fratelli dei giovani del Cairo e di Tripoli”, sostiene che “la vita è più agra oggi perchè la nostra Costituzione è stata depotenziata”, difende il sindacato, “perchè indebolirlo significa indebolire la vita democratica e rendere più pigro il sistema delle imprese”, urla un secco ‘no’ al nucleare perchè “il futuro è dell’energia alternativa”.

    Contesta con parole durissime gli allarmi sugli sbarchi di clandestini, lanciati dagli esponenti del centrodestra, chiamamandoli “barbari amici di dittatori e mafiosi che non hanno rispetto per la vita umana e per chi fugge dalla fame e dalla guerra”. E critica la politica economica del governo che “ha introdotto la più pesante patrimoniale sui poveri e i deboli”, intaccando l’articolo 41 della Costituzione che invece è “una scultura sacra”. I toni sono altrettanto forti nei confronti di Berlusconi, a partire dal legame del premier con Gheddafi (“è stato l’ultimo a condannarlo, e lo ha fatto con voce tremante”) fino alla scuola pubblica dopo l’attacco di ieri “Un paese deve investire nella scuola pubblica 1 – dice – perchè è il cuore della crescita economica: e sono stati 15 anni di tv berlusconiane e di crisi della scuola – aggiunge – a creare una generazione narcotizzata dal trash e dalla pornocrazia”.

    Ma anche sullo scandalo Ruby, perchè “bisogna avere a cuore il destino dei coetanei di quella ragazza che non possono vedere il marciapiede o palazzo Grazioli come orizzonte della loro realizzazione personale”.
    Sinistra e Libertà è in campo, scandisce Vendola mettendo in guardia i suoi e spiegando sibillinamente che “le provocazioni continueranno”. Il governatore pugliese lascia quasi intendere di poter fare un passo indietro quando sottolinea che “il leaderismo è una malattia se comporta una delega in bianco: se anche questo leader che parla vi si ritirasse dalla scena, queste parole resterebbero come un patrimonio collettivo”.

    Ai cronisti che dietro il palco gli chiederanno una spiegazione, Vendola chiarirà che non ha nessuna intenzione di farsi da parte e che il suo messaggio era riferito a coloro che, anche dentro al Pd, lo hanno accusato di eccesso di protagonismo o di essere un fenomeno mediatico. Tema sviscerato anche dal palco, quando Vendola prende le distanze dal ‘grillismo’, e rivendica la sua “diversità cuturale da chi popola il teatrino televisivo delle anime belle”.

    Gli ultimi passaggi del discorso di Vendola sono parole d’ordine rivolte alla platea che lo applaude a lungo, poco prima che dagli altoparlanti si diffondano le note di ‘Bella Ciao’: “rifare la sinistra è possibile, non bisogna cedere sulla nostra identità ma non dobbiamo avere paura di aprirci”.

    “Il discorso fatto oggi a Roma da Nichi Vendola è largamente condivisibile. Non ci sono particolari punti di differenza. In ogni caso non esistono differenze tali da non poter essere discussi nello stesso partito. E’ del tutto auspicabile, quindi, che si apra davvero una stagione unitaria con la prospettiva di stare tutti insieme”. Così Vincenzo Vita, della sinistra interna del Pd, ha commentato le parole del leader di Sel sul “cantiere” del centrosinistra.

    Polemico invece Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: “Caro Nichi lascia ai nostri avversari politici le caricature strumentali quando fai riferimenti al Pd. Non abbiamo bisogno di lezioni sui fallimenti del liberismo. Per andare oltre il berlusconismo e avviare la ricostruzione morale, economica e sociale dell’Italia e per contribuire a correggere la rotta della politica economica europea dobbiamo superare facili slogan mettendoci invece a disposizione dell’interesse generale”.

    “Confrontati con le nostre proposte contro la precarietà e per la valorizzazione del lavoro – prosegue l’esponente Pd – per un fisco più giusto, per l’affermazione del ruolo delle donne nella società e nel lavoro, per lo sviluppo del mezzogiorno, per il rilancio della scuola pubblica, per sostenere le piccole imprese, per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per l’innovazione sostenibile, per un federalismo responsabile e per rigenerare un robusto modello sociale europeo. Soltanto così possiamo costruire la convergenza tra un ampio arco di forze della politica, dell’economia e della società e svolgere il passaggio costituente necessario all’Italia”.

    • Anonimo scrive:

      Come siamo ridotti male, come è ridotta la sinistra se è costretta a parlare sempre e solo di una persona. Non cambia più niente almeno per un lungo periodo. Si afferma sempre di più il narcisismo, altro che sinistra. Abbiamo sperimentato Bertinotti ora Vendola e gli interessi dei lavoratori dove sono? E la democrazia dov’è?

      • marco sacchi scrive:

        meglio parlare di pane ad un euro al kg?

        • RedSolidarity scrive:

          Roma, 27 feb. – (Adnkronos) – L’agenzia di stampa ufficiale venezuelana, Avn, ha diffuso il contenuto di un telegramma in cui Hugo Rafael Chávez Frías, Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, esprime la sua più ferma solidarietà a Paolo Ferrero, Segretario Nazionale del PRC, vittima di una grave provocazione poliziesca avvenuta nella cittadina di Mondovì il 26 febbraio scorso durante una azione di disubbidienza civile in cui Paolo Ferrero era impegnato a vendere pane al costo di 1 euro. Successivamente, nella trasmissione televisiva “Aló Presidente”, Chavez ha collegato la crisi del Maghreb, innescata dall’aumento dei generi alimentari di base, tra cui i farinacei e nella fattispecie gli sfilatini, all’operazione di polizia dei vigili urbani piemontesi, ipotizzando dunque anche per l’Italia un nuovo focolaio rivoluzionario nella zona mediterranea.

          • mattia scrive:

            certo che se con sti GAP continuamo a sfamare i poveri cristi non riusciremo mai a fare la rivoluzione perchè le masse hanno sempre la pancia piena.

            • bandiera rossa scrive:

              certo che se anzichè costruire il partito o provare a farlo si continua a fare dell’assistenzialismo tanto vale chiudere e aprire un gruppo d’acquisto almeno dopo facendo solo quello lo faremo pure bene… Nella mia provincia metà dei compagni èpensano solo a fare i banchettini…. politica non la si fa più…. dovrebbero votarci per le pagnotte? Occhio che ci arrestano per voto di scambio!!

          • buran scrive:

            Arregola ti sembra tanto spiritoso da postarlo due volte. L’ho riletto, ma fa ridere poco lo stesso.

        • Anonimo scrive:

          Forse e proprio meglio

      • anonifiom scrive:

        Io invece mi chiederei come mai i dirigenti nazionali della FIOM invece di aderire alla FdS hanno aderito a SEL, anch’essa senza rappresentanza parlamentare e partita dalla stessa situazione della FdS. Sarà il caso di renderci conto che Vendola non è solo un fenomeno mediatico? La maggior parte degli operai FIOM chi credete che voti? Sarà la volta buona di porci delle domande su di noi?

        • Anonimo scrive:

          Invece devi fare le proposter per i lavoratori della FIOM e delle altre categorie per migliorare le condizione di vita e di lavoro e migliorare così la situazione del nostro paese. Cosa facciamo per cacciare Berlusconi con tutto il suo codazzo, Basta con i leader e le candidature.

  62. Anonimo scrive:

    Davanti a seimila persone Vendola si rivolge a Bersani: “Le primarie non sono un capriccio”
    Anche se le indagini a suo carico nell’inchiesta che ha travolto la sanità pugliese sono state archiviate, Nichi Vendola, nel suo intervento al Teatro Tenda strisce di Roma, non ha neanche accennato allo scandalo costato la carcerazione per sei persone e la richiesta di fermo per il senatore del Pd Alberto Tedesco.

    Oggi per Vendola tira un’altra aria, quella della festa e di quell’Italia migliore più volte ricordata dal presidente di Sinistra ecologia e libertà che ha riempito un teatro di 4 mila posti. Ma i partecipanti erano molti di più: almeno seimila, solo per ascoltare le “Idee per un Paese migliore”. Rosso, blu e giallo sono i colori a fare da sfondo a una scenografia costata poco più di cento euro. I tre colori primari, un richiamo preciso alle primarie più volte menzionate dal governatore pugliese che è stato preceduto nel suo lungo discorso da una canzone composta dalla Cantante Tosca e da Massimo Venturiello: il bel Paese degli animali, ispirato a “La fattoria degli animali” di Orwell, potente dipinto satirico di una società oppressa dalla dittatura. “Il brano, composto per l’occasione, spiegano gli artisti, non ha altri obiettivi se non quello di esprimere il nostro doloroso dissenso nei confronti di chi ha messo alla berlina il nostro Bel Paese”.

    “Obiettivo della manifestazione – come spiega lo stesso Vendola quando prende la parola – è quello di aprire la fase del confronto programmatico in modo da portare in dote alla futura coalizione di centrosinistra il contributo di questo movimento”. Un contributo che certo il Pd non può permettersi di ignorare visti i molti sondaggi che accreditano sinistra e libertà tra il 6 e il 10 %. Vendola non manca infatti di ricordare, ancora una volta, l’importanza delle primarie, e si rivolge a Bersani con chiarezza: “Non sono un capriccio, ma sono forma e sostanza di una nuova stagione che vogliamo costruire. Penso a un compromesso tra la cultura di sinistra e di centro. Con il Pd non deve esserci equivoco: sul terreno del liberismo non ci avrete mai”.

    Tanti i riferimenti alla questione immigrazione e alla situazione della Libia. “Il vento di libertà debba spirare dall’Iran alla Cina senza distinzione alcuna, perché – si infiamma Vendola – dobbiamo guardare con attenzione alla situazione del Mediterraneo, non c’è alcun fondamentalismo islamico, non c’è alcun ricatto di Al Quaeda, la libertà cammina con le gambe dei popoli e si costruisce con la pace non con la guerra”. Con un chiaro attacco alle attuali politiche di governo sull’immigrazione e al rapporto diretto tra Berlusconi e Gheddafi ricorda: “Una parte della classe dirigente del Paese è educata alla scuola dei diritti umani in modo particolare, c’è l’abitudine a far fare il lavoro sporco a qualcun altro, a reprimere le richieste di aiuto con la forza a mettere in mano questioni così delicate a veri e propri criminali”.

    Il perché della crisi internazionale “è da ricercare in una situazione di difficoltà non solo economica, ma antropologica e ambientale”. Applicando il discorso ai guai di casa nostra, Vendola se la prende anche con il Ministro dell’Ecomonia Giulio Tremonti, colpevole di chiedere sacrifici “sempre e solo alle solite categorie, senza indicare prospettive di crescita: Falcidiare il welfare ci porta solo verso un avvitamento economico”.

    Vendola è un fiume in piena e attacca il governo anche sulla scuola: “Ci vuole un Paese che investe nella scuola pubblica perché è il cuore della crescita economica. Capisco – ha aggiunto Vendola rivolgendosi a Silvio Berlusconi – che lei sente inimicizia verso la scuola pubblica perché è stata proprio la crisi della scuola pubblica nel quindicennio delle sue televisioni a creare un’egemonia culturale che serve a questa classe dirigente ad avere una generazione narcotizzata dal trash e dalla pornografia”.

    Tra applausi e cori contro Berlusconi non poteva mancare un riferimento al caso Ruby: Vendola ricorda al premier che il destino dei coetanei delle ragazze coinvolte nelle inchieste non può essere quello del bunga bunga, ma serve una politica che finalmente dia risposte ai giovani. Parte da qui, il leader di Sinistra e libertà, per affrontare la questione morale. Vendola ha parlato del premier “che va a cospargersi il capo di cenere a un congresso semisacrestanico, per farsi perdonare il bunga bunga”. E sulle dichiarazioni di Berlusconi contro i diritti agli omosessuali, il presidente pugliese dice: “Se avesse un figlio gay che sofferenza regalerebbe a quel figlio questo suo modo di essere intollerante e di vedere la vita senza rispetto per gli altri”.

    E sorride Vendola ricordando 32 anni fa quando furono scattate quelle foto pubblicate da Il Giornale: “ Quelle foto censurate con un pecetta sul mio costume adamitico suggeriscono una ricerca di volgarità che è negli occhi di vuole vedere pruderie ed alimentare un sistema scandalistico di ricatto, una macchina del fango ormai collaudata. Ma – conclude – il nuovo soggetto per una sinistra davvero democratica è la percezione del valore aggiunto, del rispetto e dell’accettazione delle diversità come base di crescita e non di discriminazione, per un dialogo aperto è questo il messaggio che deve passare per cambiare il mondo e che deve rimanere anche se io non sarò più leader di questo partito. La manifestazione si chiude tra applausi e cori e c’è anche chi accenna al nuovo tormentone della solita Sora Cesira che spopola sul web: “Vani Nichi vai”.

  63. Solidarieta' a Paolo Ferrero scrive:

    Roma, 27 feb. – (Adnkronos) – L’agenzia di stampa ufficiale venezuelana, Avn, ha diffuso il contenuto di un telegramma in cui Hugo Rafael Chávez Frías, Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, esprime la sua più ferma solidarietà a Paolo Ferrero, Segretario Nazionale del PRC, vittima di una grave provocazione poliziesca avvenuta nella cittadina di Mondovì il 26 febbraio scorso durante una azione di disubbidienza civile in cui Paolo Ferrero era impegnato a vendere pane al costo di 1 euro. Successivamente, nella trasmissione televisiva “Aló Presidente”, Chavez ha collegato la crisi del Maghreb, innescata dall’aumento dei generi alimentari di base, tra cui i farinacei e nella fattispecie gli sfilatini, all’operazione di polizia dei vigili urbani piemontesi, ipotizzando dunque anche per l’Italia un nuovo focolaio rivoluzionario nella zona mediterranea.

  64. massimo prc milano scrive:

    siete tutti dei pazzi state ammazzando la sinistra in italia COMPLIMENTI

    • Anonimo scrive:

      Chi starebbe ammazzando la sinistra?
      Sel e Vendola?
      Il Prc e Ferrero?
      il Pdci e Diliberto?

      O anche tu come Burgio pensi che dire sinistra significa dire (ancora) Prc?

      Non ho capito bene a chi ti rivolgi,se ti spieghi meglio!

  65. Anonimo scrive:

    Nei prossimi mesi “potrebbe essere il Pd a dover confluire in Sel”.

    Il leader di Sinistra, ecologia e libertà, Nichi Vendola, in un’intervista a ‘L’Unità’, lancia una provocazione al Partito democratico definendo il futuro “un mare aperto”.

    “Il mio obiettivo è ricostruire la sinistra, il centrosinistra e l’Italia: lo dico a Bersani con rispetto” che “la sinistra si è inaridita per l’incapacità di alzare gli occhi dal Palazzo” afferma il presidente della Regione Puglia.

    Vendola, infine, parla della necessità di trovare un “compromesso necessario tra sinistra e moderati” ma “non come equilibrismo tattico o mediazione deteriore, ma mettendo al centro la fuoriuscita dalle vecchie e nuove forme di povertà”.

  66. Anonimo scrive:

    ”Le primarie sono l’anima del centrosinistra che costruiremo, non sono un capriccio”.

    Lo ha detto il leader di Sel, Nichi Vendola. Parlando con i giornalisti ha spiegato che ”il grande cantiere del centrosinistra dovra’ coinvolgere anche soggetti sociali”.

    Quindi a chi gli chiedeva a quali soggetti si riferisse: ”Penso a un compromesso tra la cultura di sinistra e di centro. Con il Pd non deve esserci equivoco: sul terreno del liberismo non ci avrete mai”.

  67. Leonardo Masella scrive:

    Nella Direzione nazionale di eri abbiamo discusso, sia pure come ultimo punto e un po’ frettolosamente, dello scenario internazionale in relazione alla situazione in Libia. E’ stato prodotto e approvato il seguente Odg, molto positivo, che peraltro riprende per la prima volta dopo il 5° congresso del 2002 il termine e il concetto di imperialismo. Chi dice che Rifondazione Comunista è ancora bertinottiana o che è finita dice il falso.

    Odg Direzione Nazionale PRC
    PIENA SOLIDARIETA’ AL POPOLO LIBICO, NO A MISSIONI MILITARI NEOIMPERIALISTE

    Il Partito della Rifondazione Comunista condanna con forza il tentativo di reprimere nel sangue la legittima aspirazione del popolo libico alla libertà e alla giustizia sociale. Ritiene necessario operare per far cessare il massacro e per dare tutto l’aiuto umanitario alla popolazione garantendo la protezione e l’asilo politico ai disertori e ai profughi . Ritiene intollerabile che il dibattito politico in Italia si concentri sul “pericolo” di ondate migratorie verso le nostre coste. Denuncia l’atteggiamento complice del governo italiano la cui unica preoccupazione sembra essere quella di restaurare in Libia un regime che prosegua la politica dei respingimenti degli immigrati fino ad oggi garantita, spesso in violazione dei più elementari diritti umani, dal regime di Gheddafi. Chiede l’apertura di una inchiesta sui traffici di armi italiane triangolate in questi anni al regime libico, armi che in queste ore vengono usate per reprimere le manifestazioni popolari. Ritiene intollerabile la campagna stampa tesa a sollecitare e giustificare un intervento armato esterno . Sarebbe infatti l’ennesima tragedia sulla pelle del popolo libico. In alcun modo un intervento militare guidato dalla Nato, dagli Usa o da potenze ex coloniali come quelle europee , avrebbe finalità umanitarie ma rappresenterebbe solo un tentativo di ricolonizzazione e di occupazione . Il vero obiettivo dell’intervento militare utilizzerebbe come pretesto lo scontro in atto in Libia per rimettere le mani sul petrolio e sul gas di quel paese, rispolverando politiche imperialiste. Si tratta di un calcolo cinico e per questo inaccettabile. Rifondazione Comunista si opporrà nel modo più netto a qualsiasi tentativo di giustificare nuove guerre e avventure militari. Il nostro sostegno va ad una Libia unita, indipendente, repubblicana e democratica sola alternativa ai progetti di spartizione e balcanizzazione che la renderebbero facile preda della voracità delle multinazionali e delle potenze straniere. La direzione nazionale del Prc impegna le sue strutture centrali e territoriali a far crescere nel Paese un forte movimento di solidarietà con il popolo libico e con tutti i popoli del mondo arabo in rivolta.

  68. Vito scrive:

    Ho letto delle proposte per risollevare le sorti di “Liberazione”.
    Posso dire che le trovo ancora sbagliate?Mi sembra una ostinata incapacita’ di capire la realta’!
    Leggo che la soluzione e’ in una diminuizione delle pagine e addirittura delle uscite settimanali.
    Liberazione gia’ non esce il lunedi’,un altra diminuizione delle uscite che significa?
    Che il martedi’ o la domenica non esce?E che senso ha?Come si fa’ a fidelizzare i lettori?
    Pagine in meno?Bene ma dipende da quali si tolgono!
    Oggi Liberazione “spreca” pagine di interviste/servizi su tv/musica/teatro/cinema e un altra pagina dedicata ai banchetti e iniziative varie del Partito.
    Ora ma quando capirete che tutto questo deve stare nel sito?
    Quando capirete che la cronaca sull’attualita’ politica e’ sostanzialmente sprecata?

    Cosa fare?
    Un giornale semplice,8 pagine possono bastare.
    Una prima pagina,forte come ora e che e’ il solo richiamo alla attualita’.
    Poi per il resto niente o poche foto(a che servono?)e interviste,saggi anche a economisti,sociologi e altro.
    Un giornale noioso e pesante?
    Si’!Pensare di potere fare un giornale che viene comprato per “leggerezza” non ha senso.
    Ma ribadisco che scegliere di elimanre una giornata di uscita sarebbe un suicidio!

    • Michele Caruso scrive:

      Non hai capito che se non si elimina la giornata di uscita il giornale semplicemente chiude? Ma lo sai quanti debiti ha la mrc? E lo sai che stanno mettendo 25 giornalisti in cassa integrazione e che non pagano gli stipendi da oltre un mese?

  69. danilo scrive:

    Odg Direzione Nazionale PRC

    PIENA SOLIDARIETA’ AL POPOLO LIBICO, NO A MISSIONI MILITARI NEOIMPERIALISTE

    Il Partito della Rifondazione Comunista condanna con forza il tentativo di reprimere nel sangue la legittima aspirazione del popolo libico alla libertà e alla giustizia sociale. Ritiene necessario operare per far cessare il massacro e per dare tutto l’aiuto umanitario alla popolazione garantendo la protezione e l’asilo politico ai disertori e ai profughi . Ritiene intollerabile che il dibattito politico in Italia si concentri sul “pericolo” di ondate migratorie verso le nostre coste. Denuncia l’atteggiamento complice del governo italiano la cui unica preoccupazione sembra essere quella di restaurare in Libia un regime che prosegua la politica dei respingimenti degli immigrati fino ad oggi garantita, spesso in violazione dei più elementari diritti umani, dal regime di Gheddafi. Chiede l’apertura di una inchiesta sui traffici di armi italiane triangolate in questi anni al regime libico, armi che in queste ore vengono usate per reprimere le manifestazioni popolari. Ritiene intollerabile la campagna stampa tesa a sollecitare e giustificare un intervento armato esterno . Sarebbe infatti l’ennesima tragedia sulla pelle del popolo libico. In alcun modo un intervento militare guidato dalla Nato, dagli Usa o da potenze ex coloniali come quelle europee , avrebbe finalità umanitarie ma rappresenterebbe solo un tentativo di ricolonizzazione e di occupazione . Il vero obiettivo dell’intervento militare utilizzerebbe come pretesto lo scontro in atto in Libia per rimettere le mani sul petrolio e sul gas di quel paese, rispolverando politiche imperialiste. Si tratta di un calcolo cinico e per questo inaccettabile. Rifondazione Comunista si opporrà nel modo più netto a qualsiasi tentativo di giustificare nuove guerre e avventure militari. Il nostro sostegno va ad una Libia unita, indipendente, repubblicana e democratica sola alternativa ai progetti di spartizione e balcanizzazione che la renderebbero facile preda della voracità delle multinazionali e delle potenze straniere. La direzione nazionale del Prc impegna le sue strutture centrali e territoriali a far crescere nel Paese un forte movimento di solidarietà con il popolo libico e con tutti i popoli del mondo arabo in rivolta.

  70. Federico scrive:

    Quello che accade a Rho,Gallarate,Torino e tante altre realta’(chi e’ a conoscenza di altri episodi li racconti)e’ quello che accadra’ anche per le politiche!
    Ma ci vuole cosi’ tanto a capirlo?
    Davvero credete che la FdS avra’ il posto assicurato(con tanto di relativo quorum solo al 2%)in una coalizione di csx?
    Cari compagni,forse non ve ne rendete conto ma la FdS e’ a un passo dalla sparizione!
    Le prossime amministrative dove inevitabilmente con la riduzione del numero dei consiglieri la FdS sparira’ da tanti consigli comunali sono solo l’inizio!
    io lo dico da mesi,ma in questo blog qualche “sprovveduto” che mi ha scambiato per uno di Sel e mi invitava ad andare a …… nessuno mi ha risposto!

    • mara (non di sel) scrive:

      Una cosa certa è che spariranno i consiglieri di rifondazione. Spesso dove e quando la fds non ha una presenza tale da poterli rimpiazzare.
      Ci sono luoghi dove il pdci non esiste, altri dove non ha ancora deciso con chi stare, altri dove prc e pdci non fanno niente insieme ma poi sono costretti ad accordarsi sulla magra divisione di posti.
      Senza dimenticare il progetto tutto interno di nuova costituente comunista. che memore di esperienze passate qualcuno chiama scissione-annessione-tradimento.

  71. simpatia scrive:

    Caramanico passa a SEL

    il consigliere regionale Franco Caramanico ha detto addio al Partito Democratico per entrare a far parte della squadra di Nichi Vendola, Sinistra ecologia e libertà. Ad ufficializzare il passaggio e a spiegare le motivazioni della scelta politica è stato lo stesso Caramanico, questa mattina nel corso di una conferenza stampa.

    “Mi chiedo se io possa essere utile ad un partito – ha dichiarato il consigliere – che non ritiene di farmi parte integrante del suo progetto politico e che giudica spesso sommariamente la mia esperienza”. Caramanico ha inoltre specificato di nutrire alcun risentimento, né desiderio di rivalsa nei confronti del suo ex schieramento politico, ma “il maggiore sostegno – ha aggiunto il nuovo esponente di Sel – in ogni angolo della Provincia, è arrivato proprio dai compagni di sinistra, dagli ex DS, da quelle persone che oggi si aspettano da me comportamenti e scelte autenticamente di sinistra”.

  72. alfredo scrive:

    ELEZIONI A GALLARATE: LA SINISTRA ESCLUSA.

    DOPO MESI DI LAVORO PER IL PROGRAMMA COMUNE CONDIVISO DA TUTTI, LA SINISTRA GALLARATESE CACCIATA DALLA COALIZIONE PERCHE’ COMUNISTA…. COSI’ LA COALIZIONE AVRA’ UN NOME PIU’ CORTO “CENTRO” ANZICHE’ “CENTRO-SINISTRA”

    Federazione della Sinistra – Gallarate

    È con profondo sconcerto ed amarezza che la Federazione della Sinistra apprende di essere stata esclusa da parte di Edoardo Guenzani, Partito Democratico, Sinistra e Libertà e Partito Socialista dalla coalizione che si presenterà alla prossime scadenze amministrative a Gallarate.
    Tanto più considerando che proprio la Federazione della Sinistra è stata una delle componenti che hanno operato attivamente e propositivamente per avviare ormai quasi sette mesi fa quel percorso che avrebbe dovuto portare ad una visione forte, condivisa e alternativa della città di Gallarate.
    Abbiamo naturalmente seguito con attenzione la situazione ed i commenti a livello mediatico dell’ultima settimana e siamo letteralmente sbigottiti di fronte alle motivazioni addotte a giustificazione della nostra esclusione: “mancanza di condizioni” si dice. Ma quali condizioni? Chi le ha decise? Dove e quando? Preoccupazione sulla “serenità del lavoro da compiere, il tutto con la massima trasparenza”: ma quale trasparenza? È stata una decisione, per così dire, privata, presa al termine di una riunione conclusa (positivamente) e notificata telefonicamente l’indomani mattina. C’è arroganza e anche una certa dose di ipocrisia in queste parole, accompagnate da attestazioni di dispiacere e solidarietà, come se la decisione, irrilevante, rispondesse a una necessità intrinseca.
    Ma quale necessità intrinseca? La questione di base, che ovviamente non è mai stata direttamente espressa agli esponenti della Federazione durante i numerosissimi incontri avuti, è tutta politica e risiede nel nostro simbolo: la falce e il martello, il simbolo del lavoro e delle lotte degli sfruttati contro gli sfruttatori e che in Italia è stato parte integrante della Lotta di Liberazione dal nazi-fascismo, della nostra Costituzione repubblicana, della democrazia, delle battaglie per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, di quelle per i diritti delle donne e per le pari opportunità, per il diritto allo studio e che, senza tema di smentita, ha contribuito in modo importante alla fondazione dello stato democratico così come lo conosciamo.
    Parte dello stupore e dell’amarezza deriva anche dal fatto che, non più di un paio di mesi fa, a seguito di un attacco al nostro simbolo da parte del Partito Socialista (probabilmente veicolato da altri, gli stessi che oggi sono riusciti a portare a compimento la nostra esclusione), Edoardo Guenzani stesso e tutti i partiti che lavoravano al progetto di coalizione (Partito Democratico, Sinistra e Libertà ed Italia dei Valori, allora ancora con l’ottimo ex-segretario provinciale Marco Bertoldo) hanno dichiarato unanimemente che nessun limite era posto alla coalizione, nessuno “steccato” che riguardasse i simboli dei partiti. Il vero limite era la costruzione di un programma e di una visione di città condivisi. Ebbene il programma è stato scritto e condiviso. Esponenti della Federazione della Sinistra hanno contribuito con dedizione, tempo, costanza e spirito costruttivo alla compilazione delle linee guida, prima, e alla declinazione più dettagliata del programma elettorale poi che vedeva in Edoardo Guenzani il suo garante. Ce lo riconosce lui stesso in conferenza stampa. Ci si chiede come si possa oggi pensare di utilizzare per la campagna elettorale un programma scritto con il forte e continuo contributo di una forza politica cacciata solo per motivi di carattere ideologico. Sarebbe una scorrettezza, perfino controproducente.
    Ma allora qual è la vera ragione dell’accelerazione che ha portato a questa esclusione? Crediamo che diversi elementi siano intercorsi, due sopra tutti. Sinistra e Libertà, Partito Democratico, Partito Socialista e Guenzani, mossi da motivi di convenienza, una convenienza per altro del tutto presunta, cercano a tutti i costi legami, contatti, alleanze – attraverso la Lista Civica del candidato sindaco – con forze politiche e aree di centro e centro-destra che hanno chiesto la testa della Federazione in cambio del sostegno elettorale.
    In secondo luogo la nostra presenza all’interno della coalizione, così come è accaduto nei tavoli di costruzione del programma, era stata in grado, su diversi temi, di mantenere l’asse dell’intera coalizione davvero a sinistra. Dati gli ultimi sviluppi e sapendo bene che il Partito Democratico, che da sempre sente il dolce prurito di per altro improbabili accordi con la Lega, da tempo ha abdicato al ruolo di autentica forza di sinistra e che Sinistra e Libertà, pur di ottenere uno spazio in Consiglio Comunale, si rivela nei fatti rinunciataria su temi e contenuti che dovrebbero caratterizzare un partito che ha il termine ‘sinistra’ nel proprio simbolo, ci chiediamo cosa avrà di sinistra questa coalizione, quali saranno gli aggiustamenti in corso d’opera per rendere conto a quegli esponenti e simpatizzanti di destra che hanno chiesto la testa della Federazione in cambio del sostegno politico, quale sarà davvero l’alternativa ai governi Mucci-Caianiello.
    La risposta è che inevitabilmente il nostro cancellamento cancella allo stesso tempo ogni vera anima di sinistra all’interno della coalizione, spostando pesantemente l’asse verso il centro e verso destra.
    A fronte di tutto questo la Federazione della Sinistra correrà alle prossime elezioni a Gallarate da sola, con il proprio Candidato Sindaco Non avrebbe voluto farlo, ci è stata costretta. Non avrebbe voluto farlo perché ripetere divisioni e separazioni a sinistra oggi è un gesto suicida, perché il centro-destra gallaratese è spezzato ed in grande difficoltà, perché davvero c’era la possibilità di dare una svolta al pluridecennale regime delle destre. Ed è per questo che gli sforzi della Federazione sono sempre stati propositivi, mai però scordando la nostra storia, mai svendendo i nostri temi, mai barattando i nostri contenuti, la nostra anima di sinistra, in cambio di posti a sedere in amministrazione, come altri stanno facendo.
    Ma ci siamo costretti. Dopo sette mesi di lavoro continuo e proficuo, dopo essere stati in grado di porci con serietà come rappresentati di una forte sensibilità di sinistra, veniamo cacciati dalla coalizione.
    La Federazione della Sinistra chiede agli elettori di sinistra di Gallarate (da quelli di Sinistra e Libertà a quelli dei Socialisti e del Partito Democratico) di aprire gli occhi: non bastano le parole, i blog, i volantini, una finta visibilità per essere di sinistra, occorrono anche fatti e comportamenti. Mai come in casi come questo la forma è sostanza. Se Guenzani e le forze politiche che lo sostengono vogliono così pervicacemente i voti della destra, lasciate allora che sia soltanto la destra a votarli e a segnare la chiara continuità con il centro-destra che negli ultimi anni ha governato Gallarate.

    A sinistra si accredita la Federazione, che è e vuole essere di sinistra e vuole parlare al suo popolo.

  73. Leonardo Masella scrive:

    Condivido l’impostazione del pezzo di Claudio, impostazione equilibrata e seria, senza sbandamenti in un senso e/o in quello opposto, che non si è fatta travolgere nè dall’onda mass-mediatica volta a creare il mostro contro cui scatenare una nuova guerra imperialista, magari nascosta da missione umanitaria della Ue, nè dalla logica di difendere Gheddafi eroe anti-imperialista, come se fosse Fidel. Questo ci viene dalla nostra esperienza migliore di Rifondazione Comunista, quando per esempio, senza mai difendere acriticamente Milosevic, abbiamo combattuto strenuamente, da soli, controcorrente, contro la “guerra umanitaria” in Kosovo, guerra montata mediaticamente dai mass-media americani e italiani a giustificazione dei bombardamenti che partivano dalle basi Usa e Nato presenti sul nostro territorio col consenso del governo D’Alema.

    • umberto scrive:

      Vorrei ricordare al comp. Masella che il PRC e il PDCI non furono soli nel condannare l’intervento in Kossovo operato dal governo di M. D’Alema, ma che in tutte le votazioni parlamentari che riguardavano la guerra i deputati ed i senatori che appartenevano alla sinistra dei DS e che poi in larga parte sono passati con SD (ad eccezione di Salvi che è ora nella FdS) votarono contro con il rischio di essere espulsi dal loro partito.
      Quei parlamentari non caddero nel tranello dell’intervento umanitario come sta succedendo con Oliviero Diliberto, portavoce della FdS, a riprova che la Falce ed il Martello non mettono al riparo nessuno da proposte indecenti.
      Non vorrei polemizzare ma sembra che nessuno dei dirigenti di SEL, provenienti come sapete dai Verdi, dal PRC, da SD e qualcuno anche dal PSI abbia chiesto l’intervento “umanitario” con aerei “umanitari” e navi con cannoni “umanitari” da parte dell’ Unione Europea.

      • Leonardo Masella scrive:

        Mi risulta che nel 1999 il Prc era all’opposizione – da solo, controcorrente, ed anche in un forte isolamento e contrapposizione col centro-sinistra – al governo D’Alema che autorizzava i bombardamenti che partivano dalle basi militari presenti sul nostro territorio, giustificati dal governo e dalla sua maggioranza parlamentare come “guerra umanitaria”, alla faccia dell’articolo 11 della Costituzione.

  74. Franco Astengo scrive:

    CADUTA DELLE DITTATURE E ASSALTO ALLA DEMOCRAZIA: UN PARADOSSO SUL TEMA DEL POTERE
    Questo abbozzo di riflessione, limitata al terreno teorico – politico, ci è stata suggerita dal presentarsi, nella stretta attualità, da un apparente paradosso: mentre nel Nord-Africa cadono le dittature, tra rivoluzioni di “velluto” e incredibili bagni di sangue, in Italia si sta preparando l’ennesimo assalto alla democrazia, principalmente sul terreno della divisioni dei poteri, quella storica individuata dall’Illuminismo.
    Questo perché, davvero, nella settimana prossima il tema della giustizia sarà affrontato, proprio nel nostro Paese, in quella direzione tentando di completare un antico sogno: l’immunità per “l’unto del signore” (perfezionando così un meccanismo di detenzione del potere in forma “personale”, quasi mutuato da quel tipo di forma del potere che sta crollando – appunto – in Nord Africa e che rimane in piedi nei paesi dell’ex-URSS) e la soggezione del potere giudiziario a quello politico.
    L’assenza di una riflessione su questi punti, proprio dal versante teorico, appare come una grave lacuna, in particolare a sinistra, laddove i soggetti politici esistenti paiono aver rinunciato ad un qualsiasi ruolo in questo senso, affidandosi, da un lato, ad una sorta di pragmatismo spicciolo sul modello dettato dalla politologia e dalla sociologia statunitense (compreso il discorso delle primarie) e dall’altro muovendosi su di un terreno di “narrazione” quasi millenaristica, imperniata su di una sorta di salvifica “personalizzazione” (salvo improvvise scivolate nel più deteriore politicismo): una personalizzazione, alla fine, non molto diversa nei suoi risvolti fattuali da quella esercitata dall’Avversario con la A maiuscola (ricordando sempre che gli originali normalmente prevalgono sulle imitazioni).
    Riprendiamo, però, il tema centrale del discorso e, cioè quello del potere, partendo dalle origini della sua concezione.
    Nel lessico corrente potere è la capacità di produrre effetti da parte di una forza in un ambiente.
    In senso politico, il potere è sempre potere dell’uomo sull’uomo, vale a dire la capacità di condizionare il comportamento di altri uomini.
    Aristotele, distingue, nella “Politica” tre tipi di potere in base all’ambito su cui si esercita: il potere dei padri sui figli, il potere dei padroni sugli schiavi, il potere dei governanti sui governati, vale a dire il potere politico in senso stretto.
    In età moderna Locke riprende questa classificazione quando apre il secondo dei suoi “Trattati sul governo” distinguendo il potere del padre sui figli, dal capitano di una galera sui galeotti ( la forma moderna di perpetuazione della schiavitù, a fini economici) e del governante sui sudditi.
    Ma ancora Max Weber, in una pagina di “Economia e Società”, dopo aver distinto il potere “costituito in virtù di una costellazione di interessi”, dunque il potere specificatamente economico, e il potere “costituito in virtù dell’Autorità” precisa che quest’ultimo è rappresentato dal “potere del padre di famiglia o dal potere di ufficio o dal potere del principe”.
    Il potere d’ufficio è la tipica forma del potere burocratico, è il potere rappresentato dalla grande impresa o dalla pubblica amministrazione, la “famiglia pubblica” come anche è stata chiamata.
    Nello Stato, come si è sviluppato in Europa tra il XVII ed il XIX secolo, giunge a compimento il processo di istituzionalizzazione del potere avviato nei secoli precedenti.
    In questo processo vengono a sintetizzarsi tre tendenze, che convergono nel garantire un consolidamento del sistema statale: a)la crescente”spersonalizzazione” dei rapporti di potere: il potere coincide sempre meno con le singole persone a cui è attribuita facoltà di prendere decisioni vincolanti e sempre più attraverso la macchina normativa; b) la crescente “formalizzazione”; l’esercizio del potere si orienta sempre più nettamente a regole, procedimenti rituali; c) la crescente “integrazione” dei rapporti di potere in un ordinamento onnicomprensivo: il potere si cementa con una struttura sociale che lo sostiene e ne viene sostenuta.
    Solo su questa base potrà svilupparsi quella forma di potere estraneo alla sovranità che è, secondo Foucault, il potere “disciplinare”.
    Se, agli albori della modernità. Hobbes (il filosofo nel quale, come rileva Levi Strauss, “potentia” fisica e “potestas” giuridica vengono a coincidere) teorizzava ancora l’indivisibilità del potere sovrano e dunque la permanenza nelle stesse mani della spada della guerra e della spada della giustizia, rivendicando al sovrano secolare anche le tradizionali prerogative della Chiesa, quali la convocazione delle assemblee, la nomina dei pastori e la remissione dei peccati, con Locke, Montesquieu e Sieyès matura, invece, la dottrina della separazione dei poteri, destinata a diventare il cardine dello Stato di diritto liberale.
    In particolare l’abate Sieyès, con la sua teorizzazione dei rapporti tra potere costituente e poteri costituiti, pone le basi per la teoria moderna della Costituzione come atto normativo mirante a definire e disciplinare la titolarità e l’esercizio del potere sovrano.
    Al potere viene riconosciuta sia la funzione costitutiva della società politica (potere costituente) sia quella regolativa della società civile (potere costituito).
    Per la sua duplice natura di prima fonte del diritto e di decisione fondamentale sulla forma da dare all’unità di un popolo, il potere costituente è un potere onnipotente: all’origine dell’ordine costituzionale sta un atto di rottura rivoluzionaria, che si iscrive ancora nel codice dell’assolutismo politico.
    Questi capisaldi della teoria costituzionale del potere entrano in crisi nel corso del XX secolo.
    A perdere presa sulla realtà sono tanto l’idea del potere costituente, quanto quello della classica divisione dei poteri.
    Pare essersi strutturato un “dualismo” del potere che ha soppiantato la centralità del Parlamento, riproponendo lo schema che vede, da una parte, lo stato governativo che ha prevalso sullo stato legislativo (con l’inflazione dei decreti e delle decisioni particolaristiche) e dall’altro la modifica dei poteri, con una contrapposizione diretta tra potere esecutivo e potere giudiziario, senza alcuna possibilità di intermediazione da parte dei cosiddetti “corpi intermedi”.
    L’età contemporanea è inoltre l’epoca in cui i confini del potere politico tornano a confondersi: l’età delle ideocrazie totalitarie e l’età della colonizzazione del potere politico da parte di quello economico.
    E’ l’età della politicizzazione e della proliferazione dei poteri sociali: anche la società dei diritti è, in fondo, una società di micropoteri.
    Il potere diventa quindi una risorsa che non si divide tra coloro che lo detengono come proprietà esclusiva e coloro che lo subiscono, è piuttosto una risorsa che circola attraverso un’organizzazione reticolare.
    Il potere non si concentra al vertice ma si disperde nella società transitando attraverso gli individui, questo è anche il senso della tesi dell’inflazione del potere sviluppata da Luhmann, in conseguenza della quale non solo nella sua variante totalitaria, ma anche in quella democratica la società contemporanea è dunque una società nella quale il potere politico appare problematico.
    La grande finzione della modernità, l’assunzione di confini netti tra potere economico, politico, ideologico, tra potere costituente e poteri costituiti oppure ancora tra esecutivo, legislativo, giudiziario sembra proprio essere venuta meno.
    Ritorniamo, quindi, al punto di partenza: quale risposta possibile, nel quadro di questa modificazione profonda della realtà del potere, alla richiesta di superamento dell’autocrazia che viene dal Nord Africa e quale opposizione da portare avanti, in Italia, al tentativo di riunificare gli incerti confini delle forme del potere proprio in una nuova autocrazia?
    Si tratta di temi da non sottovalutare, principalmente da parte delle forze che intendono richiamarsi a “storici” concetti di esercizio della democrazia, in particolare in un rapporto equilibrato e positivo tra rappresentatività politica e governabilità.
    La sola strada,a questo punto, appare essere quella di tornare ad essere rigorosi interpreti delle distinzione tra “potere costituente” e “potere costituito”, respingendo l’idea di una sopraffazione dell’economico e del sociale nei riguardi del “politico”.
    Una nuova teoria dell’ “autonomia del politico”? No, piuttosto, una sorta di “ritorno allo Statuto”.
    Nel caso italiano la Costituzione del 1948 ha rappresentato un momento di superbo equilibrio nel mantenimento della classica divisione dei poteri e di costruzione di rapporti sociali misurati sul raccordo tra diritti e doveri.
    La difesa e l’affermazione della democrazia, laddove essa è reclamata quasi come “nuova frontiera” e laddove essa è attaccata in nome di una ritorno alla “modernità” del principato (o “sultanato” che dir si voglia) passa attraverso l’affermazione del dettato Costituzionale nella sua interezza: un punto sul quale poggiare per una iniziativa politica conseguente ,partendo proprio dall’idea della “centralità” del Parlamento e delle assemblee elettive ed il ritorno al concetto di rappresentatività politica e di separazione dei poteri, rifiutando l’idea di una presunta “post-modernità” che altro non sarebbe che un brusco ritorno al passato.
    Savona, li 26 Febbraio 2011 Franco Astengo

  75. lorenzo scrive:

    dal manifesto di oggi:

    Il ripensamento di Vendola: «Primarie, il Pd si rassegni»
    di Sara Menafra

    Rilanciare la «strada maestra» delle primarie nazionali, dopo la proposta di un accordo sulla Santa alleanza immediatamente seguito dal «no grazie» di Casini. Nichi Vendola arriva domani mattina a Roma, al Tendastrisce di via Perlasca, con l’obiettivo di raddrizzare la linea sua e di Sinistra ecologia e libertà. Riproponendo il tema delle primarie nazionali e mettendo a margine la candidatura di Rosy Bindi, avanzata appena due settimane fa in aria di santa alleanza, ma poi cestinata dall’Udc e dallo sfaldamento di Futuro e libertà.
    L’occasione dovrebbe servire pure a ristabilire la giusta distanza con i vertici del Pd. Che nelle scorse settimane hanno dato per fatto il passo indietro di Vendola, accogliendolo con freddezza artica. D’Alema che sul nome da porre al vertice dell’alleanza ha detto che le decisioni si sarebbero prese altrove. E prima ancora Bersani, con quella battuta mai digerita: «Vendola carismatico? Io non racconto favole».
    Vendola e Bersani nelle scorse settimane hanno già avuto un incontro, durante il quale il governatore della Puglia aveva accennato alla possibilità che Sel lanciasse iniziative rivolte alla sinistra – o addirittura convocasse le primarie autonomamente – se il Pd avesse continuato a snobbarlo. Poi, l’idea di candidare Bindi per la santa alleanza, suggerita direttamente da Fausto Bertinotti e poco gradita alla base, se è vero che i sondaggi mandati in onda in settimana hanno registrato una piccola frenata attorno alla rispettabile quota 9%. Tanto più che le elezioni sembrano allontanarsi, meglio riposizionarsi sulla linea «niente passi indietro». Mantenendo l’ipotesi di accordo «sulle regole persino con Gianfranco Fini», come spiegava ieri sera a Rainews24. Ma cercando di evitare che l’apertura a Bindi, finisca per diventare la scusa su cui il Pd potrebbe provare ad incastrarlo. «Il pragmatismo noioso di Bersani ha poco a che fare con la concretezza di cui l’Italia avrebbe bisogno», attacca sul punto Franco Giordano, della segreteria di Sel: «Dire che una idea alternativa di società è una favola vuol dire avere le idee poco chiare su quale debba essere l’orizzonte in cui si muove il centrosinistra».
    In attesa della kermesse, Vendola ha passato la giornata di ieri a chiarire la propria posizione sull’indagine sanitaria in Puglia che ha coinvolto l’ex assessore e oggi senatore Alberto Tedesco (martedì il senato voterà sull’autorizzazione alla custodia cautelare). Ha concesso due interviste, oggi sul Fatto e Repubblica, rivendicando l’archiviazione dell’indagine a suo nome, già circolata informalmente nei giorni scorsi e anticipata dal manifesto. Dopo le polemiche a inizio indagine nei confronti dei pm baresi, ieri ha tenuto un profilo moderatissimo: «Credo – ha detto solo che il potere politico non debba avere paura della trasparenza, del controllo di legalità».

    • Romeo Cerri scrive:

      Uno come Vendola, qualche anno orsono, sarebbe stato definito “mosca cocchiera” e spiaccicato (metaforicamente, si intende) alla prima occasione adesso invece “concede (concede!!!) interviste”.

  76. danilo scrive:

    Nelle analisi lette in questi giorni sulla situazione in Libia si sovrappongono due piani di discussione. Enunciarli separatamente può aiutare a dissipare dubbi e a dissolvere ambiguità. Il primo piano riguarda il giudizio sul regime di Gheddafi.

    Come ha giustamente messo in evidenza nei giorni scorsi Luciana Castellina, bisogna tra noi essere onesti. La storia del Gheddafi anti-colonialista e anti-imperialista non si cancella e non si riscrive sulla base della cronaca degli ultimi giorni. La fine del regime di re Hidriss e del sistema coloniale e la sua sostituzione con un modello progressivo di partecipazione delle masse è un dato storico difficilmente contestabile.

    Quella spinta si è però, e non da ieri, ampiamente esaurita. Gheddafi ha interrotto il processo di socializzazione delle risorse già nel 2003, introducendo elementi di forte liberalizzazione, innanzitutto in campo energetico. A questo si aggiunge la politica estera del regime, costruita nell’ultimo decennio su relazioni spregiudicate con Usa e Unione Europea (nel campo energetico e in quello della politica migratoria) e di retorica vuota e inconcludente sulla questione palestinese. Infine, a ciò si aggiunge una condizione di svilimento della democrazia e dei diritti individuali tragicamente coerente con il perdurare pluridecennale del regime personale del raìs e ben esemplificato dai massacri indiscriminati di queste ore. La nostra avversione al regime libico quindi è fondata e fuori discussione.

    Dentro questo quadro ci deve stare un giudizio ponderato sulle rivolte. Molti fattori indicano che non siamo in presenza di una sollevazione popolare omogenea. Le differenze con quanto è accaduto in Tunisia e in Egitto sono molte (in primis la condizione economica-sociale di partenza e il coinvolgimento militare diretto di settori dell’esercito e del potere libico contro altri). Tuttavia, è comune a tutte queste esperienze (per non dire dell’Algeria e dello Yemen) – e neppure questo elemento va sottovalutato – la messa in discussione di una struttura di potere sclerotizzata, corrotta e anacronistica.

    Ma una discussione seria e, soprattutto, non astratta non può fermarsi qui. L’intervento di Tommaso Di Francesco sul manifesto da questo punto di vista è impeccabile. Le parole di Fidel Castro, pronunciate tra l’altro in splendida solitudine diversi giorni fa, rischiano di rivelarsi profetiche.

    Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea stanno procedendo a tappe forzate verso un nuovo intervento militare. I primi aerei militari tedeschi sono già in Libia mentre i caccia F-16 e gli Eurofighter italiani sono stati messi in allerta nelle basi di Trapani-Birgi e Gioia del Colle. Contestualmente è partita – come già per gli interventi in Iraq, Serbia e Afghanistan – la campagna massmediatica di disinformazione, menzogna e ricostruzione ideologica della realtà, dalle fosse comuni al numero gonfiato delle vittime.

    La verità è che il rullo dei tamburi di guerra sta coprendo la voce della ragione e della lucidità, e cioè la voce di chi mette in evidenza gli interessi economici e geopolitici (dal petrolio al metano al comando strategico Africom) di quegli stessi soggetti che stanno oggi soffiando sulle rivolte e sulla guerra civile appunto per facilitare un intervento militare internazionale.

    È un film già visto e proprio per questo la sinistra non deve commettere errori già compiuti in passato. Condannare il regime di Gheddafi e denunciare la repressione e la smisurata violenza non può in alcun modo farci tentennare rispetto alla denuncia di questi propositi di guerra.

    Per questo motivo qualunque intervento militare degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, a maggior ragione nella versione di una missione guidata dal nostro Paese (e diretta da quel governo Berlusconi fino a ieri strettissimo alleato del regime), è esattamente quello che dobbiamo contrastare con tutta la forza che abbiamo.

    Su queste basi dobbiamo ricostruire i fili spezzati del movimento italiano ed internazionale contro la guerra. La nostra struttura giovanile comunista è a disposizione del movimento e del popolo della pace e mette in campo, da subito, una campagna di massa per contestare i tristi venti di guerra

  77. angelo bellotti scrive:

    Il tipo di intervento militare che chiede Diliberto e’facilmente intuibile,ed e’lo stesso tipo di intervento che Diliberto,ha votato durante il governo Prodi e che nella ex Jugoslavia ricordano bene,almeno quelli che sono scampati ai bombardamenti.
    In quanto a Ferrero e Grassi,non c’e’ dubbio che sono pronti,una volta rientrati in Parlamento,ad alzare la mano per dare il loro assenso ad un eventuale rifinanziamento ad una missione militare il LIBIA.

    • Gianni M. scrive:

      Quanto siete falsi… dal sito del PdCI:
      “Il governo italiano lavori affinchè l’Unione Europea intervenga per favorire una soluzione pacifica della situazione Libica. Gheddafi deve andarsene e le violenze debbono cessare. Serve azitutto l’apertura immediata di un canale di aiuti umanitari, perché in Libia ormai mancano farmaci e beni elementari di prima necessità.
      Nessuno pensi di scatenare l’ennesima guerra umanitaria”. Così Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania a margine di un appuntamento politico.

  78. nicola scrive:

    Concordo con i molti interventi che propongono corridoi umanitari, aiuti e soccorsi.
    NON condivido proposte MILITARI di qualsiasi tipo, per quanto “umanitarie” si possano spacciare.
    Non condivido nemmeno i giudizi di “condanna” per i dittatori, come se noi tutti fossimo giudici di un Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità. L’occidente si lavi prima di tutti i suoi crimini e genocidi.
    Mi piacerebbe – piuttosto che assistere alle geremiadi leghiste (razziste, etc) per la “minaccia” delle orde di profughi – mi piacerebbe che ‘giovani’ e auspicabili democrazie del Maghreb chiedessero loro di integrarsi in l’Europa, così come fa la Turchia. Questo risolverebbe una serie di problemi economici e geopolitici di grande momento. Ci penso perché, nonostante le differenze che sussistono fra Germania occidentale ed ex DDR, l’unificazione tedesca è un fatto acquisito senza troppe lacrime.

  79. angelo sanchini scrive:

    ho apprezzato la ricostruzione e ricordo di quanto successo intorno all’intervento in Kosovo, varrebbe la pena soprattutto per i più giovani compagni che naturalmente non possono avere memoria di quelle vicende, i comportamenti di importanti forze politiche della sinistra che votarono quell’intervento e, con le quali in alcune realtà intendiamo proporre coalizioni di governo locale; o come Emma Bonino fosse membro della Commissione Europea e diretta responsabile della diffusione della BUFALA delle fosse comuni con “200.000″ cadaveri che “giustificò” l’intervento umanitario.
    Giusto per ricordare,fraterni saluti Angelo Sanchini

  80. Max scrive:

    Segnalo questo articolo sulla Libia e su Gheddafi: http://www.sinistra.ch/?p=867

  81. bandiera rossa scrive:

    Comunque sulla Libia è evidente che siamo di fronte a un regolamento di conti interno al regime. Due eserciti che si sono confrontati di cui uno sta prevalendo anche grazie all’aiuto degli appoggi internazionali (influiscono anche le dichiarazioni non solo le armi). I vecchi della giunta rivoluzionaria sono schierati con i “ribelli” e anche buona parte dell’esercito…. alla faccia della ribellione…. questa è lotta per la successione, per il potere e all’insegna della continuità con il precedente regime… solo senza Gheddafi….

  82. danilo scrive:

    Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
    FERRERO (RIFONDAZIONE COMUNISTA – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA): CONTRO OGNI GUERRA UMANITARIA IN LIBIA
    Di fronte all’emergenza umanitaria libica chi parla di intervento militare umanitario vuole semplicemente accaparrarsi il petrolio a basso prezzo rimettendo in piedi una sorta di protettorato occidentale in Libia. E’ una prospettiva inaccettabile perché il popolo libico deve decidere del suo futuro senza ingerenze militari esterne. I paesi occidentali, l’ONU, la Croce Rossa Internazionale, invece di vagheggiare l’intervento militare devono immediatamente garantire l’afflusso in Libia di cibo e medicinali perché di questo e non di interventi militari ha bisogno il popolo libico. Così come il governo italiano e la Lega Nord invece di alimentare ad arte la paura dell’invasione dei profughi  devono impegnarsi in una solida azione di cooperazione internazionale verso i popoli del Nord Africa, invertendo la tendenza all’azzeramento dei fondi per la cooperazione internazionale che ha caratterizzato questo governo.

  83. alberto scrive:

    La sinistra araba e la rivolta in Libia

    di Franco Ferrari

    Sui siti dei partiti comunisti e di sinistra del Medio Oriente compaiono in questi giorni numerose prese di posizione che condannano senza ambiguità (a differenza di quanto sta avvenendo su qualche sito italiano) la repressione del regime libico ed esprimono solidarietà con la rivolta popolare. Molti inteventi sono in arabo, ma è possibile avere un quadro chiaro delle posizioni espresse attraverso l’utilizzo di qualche traduttore automatico. Dopo aver già segnalato gli interventi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, del Partito del Prgresso e del Socialismo marocchino, del Movimento Ettajdid tunisino (disponibili in francese o in inglese), ne riporto qui altri, tradotti dall’arabo.

    Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina

    Ha annunciato che il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina oggi, per quanto riguarda le opzioni per il fraterno popolo libico volte a realizzare la giustizia sociale, e l’applicazione delle trasformazioni democratiche principali sociale e politico generale.

    Il Fronte ha detto in una dichiarazione alla stampa che al momento in cui è andato a rendere omaggio al popolo libico, si chiede di porre fine alla sofferenza dell’isolamento libico cittadini di crimini e massacri e l’uso della violenza e l’uso della forza aerea per reprimere la rivoluzione popolare per il cambiamento e trasformazione democratica.

    Lei democrazia di stare dietro alla legittime richieste del popolo libico fraterno ed i popoli delle masse arabe per la libertà e la dignità umana e la patria, e di rivendicare i loro diritti alla libertà e alla giustizia sociale, la democrazia e la lotta contro la corruzione.

    E chiamato il Fronte Democratico nella sua dichiarazione di tutte le organizzazioni per i diritti umani, internazionali e liberali del mondo ad adottare urgenti e rapido per fermare il sangue che scorre per le strade di Libia, e di porre fine a ciò che sta accadendo contro i figli del popolo libico.

    E vide la democrazia che le lezioni di sommosse popolari in arabo è un avvertimento di una sollevazione grande di popoli armati con solo il sangue dei martiri, pietre e seni nudi, che Stantvd contro l’ingiustizia e la tirannia, al fine di cittadinanza dello Stato, la libertà, la dignità, e il pluralismo politico e di partito e l’alternanza del potere attraverso le urne e la separazione dei poteri, e per garantire i loro diritti sul lavoro e pane e di istruzione e sanità

    La dichiarazione di solidarietà del Partito socialista unificato, con il popolo della Libia

    Dopo il successo delle rivoluzioni di Tunisia ed Egitto, il popolo libico bloccate nella loro rivolta per la libertà e la dignità, una rivolta di fronte da parte del regime dittatoriale di Gheddafi repressione brutale e superato tutti i limiti. Prendendo saluta l’Ufficio Politico del Partito Socialista Unificato, il popolo libico per il eroica fermezza di fronte il sanguinario regime di Gheddafi, e si inchinano in omaggio ai martiri della rivoluzione eroi, si conferma quanto segue:

    _ Condanna fermamente i crimini del regime libico e le stragi in cui più di barbarie tutte le descrizioni e le chiamate verso il perseguimento dei responsabili di crimini e massacri di fronte a tribunali internazionali.

    _ Condanna fermamente l’incitamento della comunità araba in Libia (marocchini, egiziani, tunisini e palestinesi) e mercenari targeting dell’Africa e dell’Europa orientale obbedire all’ordine di carnefici del regime libico.

    _ Condanna fermamente la doppia morale delle forze internazionali in collusione degli interessi del petrolio, contro il popolo libico e la rivoluzione per la libertà e la dignità.

    Chiede che _ per tutti i popoli arabi del mondo sono liberi di fare nel più ampio forme di solidarietà con il popolo libico fraterno sostenuto la rivoluzione e la condanna del sanguinario regime di Gheddafi.

    _ Rifiutato di rimanere sospettoso silenzio dello Stato del Marocco su quanto sta accadendo in Libia, e li invita ad adottare misure urgenti per salvare la comunità marocchina in Libia, che è sotto il processo di stimolazione e l’ampio e mirato da parte degli organi del regime libico mercenari crollato e professionale di uccidere.

    Politburo

    Il Partito Comunista Libanese condanna il massacro di rivolta della gente contro la Libia di Gheddafi

    E invita il Libano e gli arabi per le posizioni di solidarietà militante e di Hall in forma del delitto

    Non solo il tiranno Muammar Gheddafi di tutte le uccisioni, detenzioni e torture commessi durante 42 anni contro il popolo libico, se, oggi, dopo i massacri degli ultimi due giorni, commette un grave crimine contro l’umanità, si riferisce alla sua aerei da guerra e artiglieria scatenata contro i propri cittadini, sostenendo che la morte e la distruzione senza scrupoli.

    Ha già minacciato Muammar Gheddafi, attraverso uno dei suoi figli ei suoi partecipanti con i delitti, che la Libia “per tornare al all’età della pietra” se avesse continuato a muovere i propri figli, chiedendo di abbattere il sistema appollaiato sul petto in quattro decenni. E suo figlio ha aggiunto, il saggio del regime del dittatore e di suo padre si batterà fino all’ultimo uomo, donna e anche i bambini, che cross-sventolando guerra civile pitting le tribù libiche contro l’altra, o attraverso la sanguinosa repressione senza limiti, che non era trascurare solo e sospetto silenzio da parte del funzionario arabo e la cosiddetta “comunità internazionale “, a cominciare dalle Nazioni Unite e l’accesso alle grandi nazioni degli Stati Uniti in Italia e Francia in particolare, che ha fornito l’autore del reato, con l’arma del delitto.

    Caro libanesi, arabi.

    bambini libici pianto Italbounkm la tua coscienza e una posizione coraggiosa.

    Siete invitati a muoversi rapidamente per fermare il massacro. Ascolta la voce del trasgressore e rifiutando la proposta di sperimentazione. Spostato verso le ambasciate libica e delle Nazioni Unite centri nel vostro paese.

    Fare domani una giornata di solidarietà con il Libano e la lotta del popolo arabo libico.

    Beirut il 21 febbraio 2011

    Politburo

    Partito Comunista Libanese

    Partito Comunista Operaio Tunisino

    Il fraterno popolo libico ribelle contro il sistema Gheddafi indietro

    24 febbraio

    Continua il popolo fraterno libico respingere tutti la progettazione e la persistente fino a raggiungere la domanda fondamentale il rovesciamento dei Gheddafi, il sistema, che ha governato la Libia con il ferro e il fuoco per più di quaranta anni e le persone private della loro libertà e il loro diritto a godere della ricchezza del suo paese. Non era sorprendente che di fronte a questo regime criminale di rivolta popolo libico, con la repressione e l’assassinio che viene utilizzato in vari tipi di armi, tra cui Air Force, e l’utilizzo di mercenari e criminali. Nonostante la perdita di centinaia di migliaia di martiri e dei feriti, non la macchina di Alqmavip repressione stati in grado di sedare la violenta rivolta popolare, ma è aumentato il popolo libico per rovesciare Gheddafi e spazzare regime dittatoriale ispirandosi alle esperienze di Tunisia ed Egitto.

    Il tunisino Partito Comunista dei Lavoratori saluta la fermezza del popolo fraterno libico ed esprime il suo sostegno e in piedi accanto a lui e si erge in omaggio ai martiri che caddero con le armi reato Gheddafi, e invita il popolo tunisino e tutti i popoli arabi per fornire sostegno materiale e morale per la rivolta del popolo del fratello di Libia con l’invio di convogli di supporto ed assistenza e l’organizzazione di proteste e manifestazioni di sostegno.

    D’altra parte, il Partito Laburista ha fermamente condannato i massacri perpetrati dal regime di Gheddafi contro il popolo libico e il silenzio e la complicità delle chiamate arabi e internazionali su questi massacri, e per la comunità internazionale e tutte le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni umanitarie di muoversi rapidamente per fermare lo spargimento di sangue e di adottare le misure necessarie per sottoporre la Gheddafi ei simboli del suo regime i giudici per ottenere ciò che si meritano una punizione.

    Condanna altresì la posizione del partito laburista è una vergogna per il governo Ghannouchi ciò che sta accadendo in Libia, dove si stabilì e il Ministero degli Affari Esteri ha detto in una dichiarazione in cui esprime “preoccupazione” e “un profondo dolore” per le pesanti perdite, come se questi “incidenti” causati da un disastro naturale al di là e non per i massacri commessi dal sistema criminale e folle nel diritto del popolo inerme, ed è stato imposto al governo di condannare questi massacri Ghannouchi esplicitamente in risposta alla situazione del popolo della Tunisia. Non solo è il Dipartimento di Stato, ma questo solo portato la vittima e il carnefice la stessa responsabilità in cui ha invitato “tutte le parti sono attive e influenti nello Stato e nella società libici al lavoro per fermare lo spargimento di sangue …”. In un chiaro segnale di non scaricare il regime di Gheddafi responsabili dei massacri.

    Il tunisino Partito Comunista dei Lavoratori e fiducioso nella capacità del popolo libico per rovesciare Gheddafi e la creazione di uno stato democratico al popolo libico le loro libertà e dignità, ed essere in grado di beneficiare a partire dalla data del suo paese e la ricchezza dei molti, che si riflettono positivamente sulla situazione in Tunisia e aiutare il popolo tunisino per completare la rivoluzione e il collegamento relazioni fraterne con le persone libiche.

    Viva sollevazione del popolo libico

    Abbasso il regime di Gheddafi

    Viva la lotta dei popoli arabi per il pane e la libertà e la dignità nazionale

    Tunisino Partito Comunista dei Lavoratori

    Tunisia, il 22 febbraio, 2011

  84. lidia scrive:

    Queste sono le dichiarazioni complete di Diliberto che ho letto io. Fonte: sito ufficiale PdCI. Le distorsioni e le manipolazioni di qualche cosiddetto “compagno” interessato solo alle guerre meschine in casa propria non mi interessano e si commentano da sole.

    “Il governo italiano lavori affinchè l’Unione Europea intervenga per favorire una soluzione pacifica della situazione Libica. Gheddafi deve andarsene e le violenze debbono cessare. Serve anzitutto  l’apertura immediata di un canale di aiuti umanitari, perché in Libia ormai
    mancano farmaci e beni elementari di prima necessità. (Oliviero Diliberto 24 febbraio 2011).

    “La situazione libica va drammatizzandosi e il ritardo del governo e della UE è ingiustificabile. E’ urgente un aiuto umanitario – afferma Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, soprattutto per quanto riguarda il rifornimento di farmaci che scarseggiano sempre più. Così come sono urgenti tutte quelle iniziative che consentano di fermare la violenza. Occorre che immediatamente il governo, d’intesa con regioni ed enti locali, si attivi nei confronti dell’Europa perché si agisca subito e senza incertezze. E le emergenze che dovessero provocarsi, compresa quella migratoria, vanno gestite con il massimo della solidarietà”. (Diliberto 25 febbraio 2011)

    • Gianni M. scrive:

      Cara Lidia, la distorsione voluta di quanto dice Diliberto, sin dai tempi in cui gli mettevano in bocca cose del tipo alleanze di governo anche con l’UDC, non è secondo me sono uno sport di qualche sprovveduto in malafede.
      A mio avviso è chiaro che dei settori interni alla FdS, riconducibili ad alcune correnti di Rifondazione, stanno mettendo le mani avanti per giustificare il prossimo sabotaggio alle elezioni amministrative, quando faranno come fecero nel giugno 2009.
      La differenza è che all’epoca vennero presi con le mani nella marmellata, adesso probabilmente vorranno dare al loro sabotaggio una caratterizzazione di tipo politico.
      Non è un caso che queste provocazioni vengano non solo da qualche militante, ma addirittura da esponenti della Direzione nazionale del PRC.

  85. Luca Esposito scrive:

    La cosa strana secondo me è questa. Gheddafi continua a urlare che a guidare la rivolta in Libia sia Al Qaeda. Dunque è d’obbligo porsi la seguente domanda: perchè mai Al Qaeda dovrebbe abbattere il regime libico che, senza ombra di dubbio, vede gli USA come fumo negli occhi?
    Se fosse vero quello che dice Gheddafi, Al Qaeda lavorerebbe per tutelare gli interessi USA.
    In verità questa associazione terroristica, che a chiacchiere dice di voler distruggere l’occidente, è una vera e propria manna dal cielo per gli USA e soprattutto per l’industria bellica made in USA. Grazie ad Al Qaeda l’esercito americano ha installato basi in Afghanistan e poi in Irak. Ora è arrivata nei pressi del colonnello…

  86. giuseppe prc roma scrive:

    LIBIA: DILIBERTO (FDS), ITALIA LAVORI PER INTERVENTO UE =

    Roma, 24 feb. (Adnkronos) – “Un intervento dell’Unione europea e’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo”. Ad affermarlo e’ il portavoce nazionale della Federazione della sinistra Oliviero Diliberto, secondo il quale “cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’Ue rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”.

    (Pol/Col/Adnkronos) 24-FEB-11 14:40

    LIBIA, PALERMI: SILENZIO BERLUSCONI INDEGNO DI QUALSIASI UOMO

    (9Colonne) Roma, 24 feb – “Ma il grande amico di Gheddafi, il cavalier Berlusconi, che dice, che fa per evitare che continui la mattanza in Libia?” lo scrive Manuela Palermi della Federazione della Sinistra sul suo profilo facebook. “Gli unici che parlano sono i leghisti e solo per dire che loro gli immigrati libici non li vogliono, che non si ripeta l’errore del Kosovo ecc.
    Ignobiltà, gentaglia. Quello che è intollerabile è il silenzio di Berlusconi.
    Con Gheddafi ci ha fatto accordi, gli ha dato soldi, gli ha dato e gli dà armi, gli ha baciato la mano, gli ha fornito hostess compiacenti, ha dichiarato a tutto il mondo che erano amici dell’anima. Parli, allora, perché il suo silenzio è vergognoso. Indegno non solo di un leader, ma di qualsiasi uomo”. (PO / red)

    241448 FEB 11

    LIBIA: SENATORI PD, LA RUSSA SMENTISCA GIUDIZI SU PILOTI ANTI-GHEDDAFI =

    (ASCA) – Roma, 24 feb – ‘Secondo il quotidiano La Repubblica, il ministro La Russa avrebbe dichiarato che non bisogna dar credito ai piloti libici che si sono rifiutati di bombardare le manifestazioni di rivolta in atto in Libia, in quanto disertori, e che il governo italiano non puo’ basarsi solo su questi racconti per muoversi. Tali dichiarazioni sono gravi e sconcertanti; mentre la comunita’ internazionale condanna unanimemente la sanguinosa repressione di Gheddafi, che appare intensificarsi proprio in queste ore, il ministro della Difesa italiano intensifica la minimizzazione di quanto sta avvenendo in Libia e ribadisce l’imbarazzante posizione delle prime ore del governo, improntata ad una inaccettabile accondiscendenza verso il dittatore libico. Ci aspettiamo che il ministro La Russa voglia precisare il senso delle sue dichiarazioni’. Lo affermano in un comunicato i senatori Pd Gian Piero Scanu, capogruppo in commissione Difesa, Magda Negri e Carlo Pegorer, membri della commissione Difesa.
    red-njb/sam/alf 241454 FEB 11 NNNN

    LIBIA: ESPOSITO “NECESSARIO INTERVENTO UE PER EVITARE NUOVA SOMALIA”

    ROMA (ITALPRESS) – “Il precipitare dei tragici eventi in Libia rende di drammatica urgenza un intervento da parte dell’UE allo scopo di evitare una catastrofe umanitaria dalle devastanti ricadute economiche, e per scongiurare il pericolo della rapida trasformazione della Libia in una nuova Somalia”. Lo afferma il senatore Giuseppe Esposito del Popolo della Liberta’, vice presidente del Copasir e componente della Commissione Difesa.
    “La natura tribale della societa’ libica -spiega- potrebbe fornire il terreno ideale allo smembramento dello stato unitario con conseguenze facilmente intuibili in termini di perdita di sicurezza sulla sponda sud del Mediterraneo. Il Trattato di Lisbona, peraltro, stabilisce che la Politica di Sicurezza Comune debba ispirarsi alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE che non puo’ ignorare l’incombente esodo di massa che potrebbe abbattersi sulle nostre coste. Ecco dunque – conclude Esposito – un’occasione unica per l’Unione Europea e l’Italia come paese ‘leader’ del Mediterraneo di assumersi le responsabilita’ di attore globale come enunciato nel documento sulla Strategia di Sicurezza Europea”.
    (ITALPRESS).
    sat/com 24-Feb-11 15:06 NNNN

    LIBIA. LA RUSSA: MISSIONE INTERNAZIONALE? NON NE ABBIAMO PARLATO

    (DIRE) Roma, 24 feb. – “Al momento non ne abbiamo mai parlato, finora nessuno ha mai preso in considerazione l’ipotesi di una missione internazionale in Libia”, dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ai giornalisti che lo interpellano a Montecitorio.

    (Npe/ Dire) 15:06 24-02-11

    LIBIA, DI PIETRO: FERMIAMO IL MASSACRO

    (9Colonne) Roma, 24 feb – “Muhammar Gheddafi non è solo un dittatore e un tiranno. E’ un macellaio che non esita a massacrare e bombardare il suo popolo pur di restare al potere. Io trovo, prima che politicamente, moralmente inaccettabile che il presidente della commissione Esteri del Senato del mio paese, Lamberto Dini, affermi che ‘L’Italia non auspica la fine del Colonnello’”. Lo scrive il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro sul suo blog http://www.antoniodipietro.it. “Sono parole che aumentano la vergogna che sta ricadendo sull’Italia per colpa di chi la governa e che svelano quanto bugiarda e ipocrita sia la presa di posizione di Berlusconi contro Gheddafi, arrivata tardi e quando era ormai impossibile continuare a tacere per non disturbare il massacratore.
    Dopo quel è successo negli ultimi giorni in Libia, non è più questione di parole. Prendere le distanze non può bastare. Il governo italiano ha sottoscritto con la Libia un patto scellerato, votato con immensa cecità anche dal Pd, e bocciato solo da noi dell’Italia dei valori e dall’Udc. Con quel patto, l’Italia si è impegnata a pagare Gheddafi, a non impicciarsi degli affari interni libici e a rifornirlo di armi in abbondanza. Lui, in cambio, si incaricava di fermare gli immigrati africani che cercavano di partire dalle coste libiche. Lo ha fatto con gli stessi metodi che sta usando oggi contro chi protesta.. Ha riempito i lager, ha dato ai suoi soldati licenza di stuprare in massa le donne emigrate dagli altri paesi africani, ha cosparso il deserto di cadaveri. L’Italia ha fatto finta di non vedere. Ha dato a Gheddafi licenza di uccidere e non voleva sapere altro. Ora non possiamo più tacere e fare finta di niente. Ma per una volta la colpa di questa situazione che rende l’Italia complice di un assassinio di massa non è solo di Berlusconi e nemmeno solo della politica. L’intreccio di interessi tra l’Italia e Gheddafi è spaventoso. Oggi sul quotidiano ‘Repubblica’ c’è un prospetto degli interessi libici in Italia tale da far drizzare i capelli sulla testa. Il governo libico è il primo azionista di Unicredit. Detiene il 2% delle azioni di Finmeccanica, una percentuale uguale delle azioni Eni, il 14,8% delle azioni di Retelit, la società controllata da Telecom che si occupa della fornitura di servizi per la banda larga. Controlla anche il 7,5% della Juventus, e anche uno come me, che è tifoso juventino da tutta la vita, quando viene a saperlo si chiede come i tentacoli del dittatore libico abbiano potuto estendersi tanto nel nostro Paese. A tutto questo, poi, vanno aggiunti gli appalti delle opere in Libia, che grazie ai buoni uffici del governo sono stati affidati ad aziende italiane, e le forniture di gas, che rendono l’Italia dipendente dalla Libia per il proprio fabbisogno energetico. Ciò significa che quando si è trattato di fare affari e soldi, le aziende e la politica italiane non ci hanno pensato sopra un momento prima di ignorare i diritti umani e civili di un popolo. Cosa dobbiamo fare ora noi italiani? Dobbiamo preoccuparci di offrire il massimo aiuto umanitario alla popolazione libica. Dobbiamo inviare le nostre navi e fare il possibile per sostenere quella gente che in questo momento è esposta a tragedie di ogni tipo. Però dobbiamo fermarci agli aiuti umanitari senza nemmeno prendere in considerazione interventi militari. Sappiamo già come andrebbe a finire. Ci troveremmo impigliati in una situazione dalla quale non sapremmo più come uscire, e dopo un po’ finiremmo complici di questo o quel signore della guerra, come è successo in Afghanistan. Ma ancora prima dobbiamo annullare il patto scellerato italo-libico che ci rende a tutti gli effetti complici attivi del regime massacratore di Gheddafi. Quell’accordo deve essere stracciato subito. E ci aspettiamo che a chiederlo con noi, riconoscendo l’errore commesso votando a favore di quel patto, sia anche il Partito democratico. Intanto vi invito a firmare, come ho fatto io, l’appello “FERMIAMO IL MASSACRO IN LIBIA” lanciato da Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego e che prevede una mobilitazione oggi pomeriggio dalle 16 davanti a Montecitorio.”.

    LIBIA, ACLI: ORRORE E SGOMENTO DI FRONTE ALLA CARNEFICINA

    (9Colonne) Roma, 24 feb – “Credevamo e speravamo che quanto avvenuto sul finire dello scorso secolo in Kossovo, Serbia e Ruanda non si sarebbe più ripetuto. Siamo invece costretti ad assistere con orrore e sgomento all’ennesima carneficina. La pratica di soffocare nel sangue gli aneliti di democrazia e di libertà dei popoli è ancora drammatica cronaca dei nostri giorni”. Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani commentano con queste parole quanto sta avvenendo in Libia in queste ore e annunciano l’adesione al presidio convocato nel pomeriggio di oggi, alle ore 16.00, di fronte a Palazzo Montecitorio per invocare la fine del massacro in Libia. “Questa rivoluzione è anche la nostra” recita un appello sottoscritto dalle Acli con la Tavola della Pace, “perché crediamo nella globalizzazione dei diritti umani, della libertà e della democrazia”.
    “Quando i rapporti con i governi autoritari sono basati solo sullo scambio commerciale – constatano le Acli – senza pretendere l’adozione e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, si rischia di alimentare lo strapotere dei potenti e lo sfruttamento dei popoli”.
    “Adesso è urgente un intervento energico della comunità internazionale – affermano le Acli – che induca il governo libico e il suo presidente a cessare da subito le azioni di massacro e a lasciare che si possa costituire un nuovo ordinamento democratico condiviso dal popolo. Ma è necessaria anche una mobilitazione della società civile, italiana ed europea. Le maggiori organizzazioni sociali europee potrebbero riunirsi per delineare azioni comuni e proporre all’Unione Europea il proprio contributo per una risoluzione pacifica delle crisi che stanno attraversando i Paesi del Nord Africa e il Medio Oriente”. (red)

    241509 FEB 11

    LIBIA. DI PIETRO: GHEDDAFI UN MACELLAIO, DA DINI PAROLE IMMORALI

    STRACCIARE ACCORDO CON TRIPOLI, PD LO CHIEDA INSIEME A NOI

    (DIRE) Roma, 24 feb. – “Muhammar Gheddafi non e’ solo un dittatore e un tiranno. E’ un macellaio che non esita a massacrare e bombardare il suo popolo pur di restare al potere.
    Io trovo, prima che politicamente, moralmente inaccettabile che il presidente della commissione Esteri del Senato del mio paese, Lamberto Dini, affermi che ‘L’Italia non auspica la fine del Colonnello’”. Lo scrive sul suo blog il leader dell’Idv, Antonio di Pietro, riferendosi all’intervista di oggi su ‘Repubblica’ del senatore del Pdl.
    Quelle di Dini, spiega Di Pietro, “sono parole che aumentano la vergogna che sta ricadendo sull’Italia per colpa di chi la governa e che svelano quanto bugiarda e ipocrita sia la presa di posizione di Berlusconi contro Gheddafi, arrivata tardi e quando era ormai impossibile continuare a tacere per non disturbare il massacratore”.
    “Dopo quel e’ successo negli ultimi giorni in Libia- insiste il presidente dell’Idv- non e’ piu’ questione di parole. Prendere le distanze non puo’ bastare. Il governo italiano ha sottoscritto con la Libia un patto scellerato, votato con immensa cecita’ anche dal Pd, e bocciato solo da noi dell’Italia dei valori e dall’Udc”. Per questo, oltre agli aiuti umanitari, dobbiamo “ancor prima annullare il patto scellerato italo-libico che ci rende a tutti gli effetti complici attivi del regime massacratore di Gheddafi. Quell’accordo deve essere stracciato subito. E ci aspettiamo che a chiederlo con noi, riconoscendo l’errore commesso votando a favore di quel patto, sia anche il Partito democratico”.

    (Vid/ Dire) 15:21 24-02-11

    LIBIA: BOSSI, IO MANDEREI I CASCHI BLU DELL’ONU =

    Roma, 24 feb. (Adnkronos) – ‘Io invierei i caschi blu dell’Onu’. Cosi’ Umberto Bossi a Montecitorio risponde a chi gli chiede come uscire dalla crisi libica.

    (Pol-Leb/Col/Adnkronos) 24-FEB-11 15:26

    LIBIA, TAVOLA PACE: “QUESTA ‘RIVOLUZIONE’ E’ ANCHE LA NOSTRA” (1)

    (9Colonne) Roma, 24 feb – Di fronte alla brutale repressione di molte manifestazioni in corso in Libia e in molti paesi del mondo arabo, la Tavola della pace insieme alle Acli, Agesci, Arci, Cgil, Cisl, Articolo 21, Libera e numerose altre organizzazioni lancia un forte appello intitolato “Questa ‘rivoluzione’ è anche la nostra”. “La Tavola della pace – ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale – invita tutti i cittadini ad esporre la bandiera della pace al balcone di casa in segno di solidarietà con i giovani e i popoli in lotta per la dignità, i diritti umani, la libertà, la democrazia e lo stato di diritto nel mondo arabo”. “Ora basta con il silenzio e le connivenze – prosegue Lotti -. Basta con i proclami ansiogeni da ‘stato di emergenza’. Basta con la diffusione di paure, paranoie, allarmi e minacce.
    Basta con il pessimismo e il catastrofismo politico. L’Italia deve intervenire, senza ulteriori esitazioni, per fermare la brutale repressione delle manifestazioni in Libia e negli altri paesi del nord Africa e del Golfo.
    Allo stesso tempo – prosegue il coordinatore nazionale della Tavola della Pace – l’Italia deve agire in seno all’Europa, al sistema delle Nazioni Unite e alle altre istituzioni internazionali democratiche all’insegna della ferma difesa dei diritti umani, del dovere di proteggere, di assistere e di accogliere le vittime della repressione. Le norme giuridiche non devono essere soltanto scritte ma effettivamente applicate”. (SEGUE)

    LIBIA: FASSINO SOSPENDE CHIUSURA CAMPAGNA PRIMARIE PER SOLIDARIETA’ A POPOLAZIONE =

    SIA DEVOLUTO A INIZIATIVE UMANITARIE META’ FONDI RACCOLTI CON PRIMARIE

    Torino, 24 feb. (Adnkronos) – Il candidato alle primarie del centrosinistra per la scelta del sindaco di Torino, Piero Fassino, ha deciso di sospendere le iniziative di chiusura della sua campagna elettorale in vista delle primarie che si svolgeranno domenica prossima nel capoluogo piemontese. Lo ha annunciato lo stesso candidato: “ritengo -sottolinea in una nota- che la coscienza democratica di Torino debba far sentire la sua voce per questo propongo che domani sera si svolga una manifestazione cittadina di solidarieta’ con il popolo libico e che la meta’ dei contributi versati dagli elettori delle primarie sia devoluto ad un fondo di solidarieta’ per le iniziative umanitarie”. La manifestazione di chiusura della campagna elettorale di Piero Fassino avrebbe dovuto svolgersi domani sera in piazza Madama Cristina.

    (Abr/Gs/Adnkronos) 24-FEB-11 15:55

    LIBIA:ASS.PACIFISTE,NEL 2009 VIA MALTA 79MLN ARMI A GHEDDAFI

    (ANSA) – ROMA, 24 FEB – “Nel 2009 l’Italia ha triangolato attraverso Malta al regime del Colonnello Gheddafi armi leggere ad uso militare della ditta Beretta per una cifra di oltre 79 milioni di euro. E’ anche con queste armi che l’esercito di Gheddafi sta sparando sulla popolazione”. Questa la denuncia documentata dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla Tavola della Pace che chiedono al governo Berlusconi di rispondere urgentemente in merito.
    Si tratta di armi che, come ha confermato direttamente a Rete Disarmo un funzionario del Ministero degli Esteri di Malta, sono “di provenienza italiana, e non hanno mai toccato il suolo maltese”, dove “non son presenti fabbriche di armi e munizioni”.
    Il ministero degli Esteri maltese ha precisato poi che “come confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli, il destinatario finale della consegna era il Governo libico” e siccome nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il regime di Gheddafi “l’autorizzazione al traffico – comprese quelle doganali – sono state rilasciate senza problemi”.
    ‘Ma – precisano le due associazioni pacifiste in una nota – dalle Relazioni della Presidenza del Consiglio italiano sull’export di armamenti non risulta alcuna autorizzazione all’esportazione di quelle armi n‚ a Malta n‚ alla Libia, creando quindi un buco impressionante in termini di controllo’.
    “La notizia è certa e documentata” – afferma Giorgio Beretta di Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il ‘Rapporto dell’Unione Europea sull’esportazione di armamenti pubblicato nel gennaio scorso riporta per l’anno 2009 autorizzazioni e consegne da Malta verso la Libia di 79.689.691 di euro.
    Si tratta di armi della categoria ML 1 e cioè armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm, altre armi e armi automatiche di calibro 12,7 mm (calibro 0,50 pollici) e accessori e componenti appositamente progettati)”.
    (ANSA).

    AMBIENTE:GREENPEACE “RINNOVABILI PER RIDURRE IMPATTO CRISI GEOPOLITICHE”

    -Notiziario Ambiente- ROMA (ITALPRESS) – “La crisi in Libia e le sue ripercussioni nelle forniture di petrolio e gas al nostro Paese dimostrano, ancora una volta, quanto le energie rinnovabili siano fondamentali anche per migliorare la sicurezza negli approvvigionamenti energetici in Italia”. Lo afferma Greenpeace in una nota.
    “Le fonti rinnovabili sono le uniche in grado di aumentare l’indipendenza dall’estero e ridurre l’impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori”, sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.
    “Quasi tutto il petrolio e il gas provengono dall’estero e ancora nel 2010 la bolletta energetica ha pesato per oltre 51 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini italiani. E questo vale del resto anche per l’uranio che dovrebbe alimentare le centrali nucleari previste dal Governo”, spiega l’associazione ambientalista.
    (ITALPRESS) – (SEGUE).
    sat/com 24-Feb-11 16:01 NNNN

    Libia/ E. Letta:Ue e governo chiedano a Gheddafi fine violenze

    “Simbolo negativo” se si trasforma in una nuova Somalia

    Bologna, 24 feb. (TMNews) – L’idea che la Libia si trasformi in una nuova Somalia è “un simbolo negativo” per questo, secondo il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, l’Ue e il governo italiano devono “usare tutti gli argomenti possibili con Gheddafi” per far cessare le violenze.

    “Credo che la situazione libica – spiega Letta a margine di un incontro al festival ‘Manifutura’ a Bologna – desti grande preoccupazione innanzitutto sul lato umanitario. L’idea di una Libia che si somalizza è simbolo negativo. Bisogna far di tutto per evitarlo”. “Credo che l’Ue e l’Italia – aggiunge – debbano usare tutti gli argomenti possibili con Gheddafi per una soluzione di questa vicenda che faccia terminare le violenze e trovi una via d’uscita che non può essere l’annientamento di una parte sull’altra ma con una soluzione terza, negoziata, e la fine di qualunque ostilità”.

    Pat/Sar

    241606 feb 11

    LIBIA: DI PIETRO, FERMIAMO IL MASSACRO

    (ANSA) – ROMA, 24 FEB – “Muhammar Gheddafi non è solo un dittatore e un tiranno. E’ un macellaio che non esita a massacrare e bombardare il suo popolo pur di restare al potere.
    Io trovo, prima che politicamente, moralmente inaccettabile che il presidente della commissione Esteri del Senato del mio paese, Lamberto Dini, affermi che ‘L’Italia non auspica la fine del Colonnello’”. Lo scrive il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro sul suo blog http://www.antoniodipietro.it.
    “Sono parole – annota Di Pietro – che aumentano la vergogna che sta ricadendo sull’Italia per colpa di chi la governa e che svelano quanto bugiarda e ipocrita sia la presa di posizione di Berlusconi contro Gheddafi, arrivata tardi e quando era ormai impossibile continuare a tacere per non disturbare il massacratore. Dopo quel è successo negli ultimi giorni in Libia, non è piú questione di parole. Prendere le distanze non puó bastare. Il governo italiano ha sottoscritto con la Libia un patto scellerato, votato con immensa cecità anche dal Pd, e bocciato solo da noi dell’Italia dei valori e dall’Udc. Con quel patto, l’Italia si è impegnata a pagare Gheddafi, a non impicciarsi degli affari interni libici e a rifornirlo di armi in abbondanza. Lui, in cambio, si incaricava di fermare gli immigrati africani che cercavano di partire dalle coste libiche’.'Ha dato a Gheddafi licenza di uccidere e non voleva sapere altro. Ora non possiamo piú tacere e fare finta di niente. Ma per una volta la colpa di questa situazione che rende l’Italia complice di un assassinio di massa non è solo di Berlusconi e nemmeno solo della politica. L’intreccio di interessi tra l’Italia e Gheddafi è spaventoso’. (ANSA).

    SPA 24-FEB-11 16:35 NNNN

    LIBIA: DINI “CONDANNIAMO LE VIOLENZE”

    ROMA (ITALPRESS) – “Auspichiamo la fine di ogni violenza e persecuzione nei confronti del popolo libico. Non c’e’ giustificazione per le repressioni attuate manu militari nei confronti dei civili e siamo convinti che se Gheddafi intende continuare a ricorrere all’esercito contro il suo popolo cio’ finira’ inevitabilmente col segnare la sua fine”. Lo afferma il presidente della Commissione Esteri del Senato Lamberto Dini, in un’intervista al Predellino, quotidiano online del Pdl.
    “L’Italia, come del resto l’intera comunita’ internazionale, si e’ espressa in modo inequivocabile in questo senso. Va pero’ anche detto – sottolinea Dini – che non abbiamo nulla da rimproverarci.
    Non e’ stata certo l’Italia a portare al potere Gheddafi: dalla meta’ degli anni ’90 in poi, tuttavia, registrando il diverso atteggiamento di Gheddafi, tutti i governi a prescindere dal colore politico hanno agito nell’interesse dell’Italia cercando di instaurare relazioni positive con la Libia. Ora si vorrebbe far finta che cio’ non sia mai accaduto? Si dimentica che la Libia ha ricoperto la presidenza della commissione dei diritti dell’uomo a Ginevra e che e’ stata membro del consiglio di Sicurezza dell’Onu?
    Lo stesso Prodi, sia da presidente del Consiglio che da presidente della Commissione europea, lavoro’ per avvicinare la Libia all’Occidente”, conclude Dini.
    (ITALPRESS).
    sat/com 24-Feb-11 16:48 NNNN

    Libia/ Napolitano: Da Italia nessun veto su sanzioni

    “Ma da Ue intervento più ampio su emergenza profughi”

    Berlino, 24 feb. (TMNews) – “Io credo che non ci siano veti da parte dell’Italia sulle sanzioni” da adottare nei confronti della Libia ma non basta: “Vogliamo ci sia un intervento più ampio dell’Ue per fronteggiare l’emergenza profughi e contribuire a costruire una prospettiva per la Libia, la Tunisia e l’Egitto”.
    Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Berlino, a termine del colloquio con il presidente tedesco Christian Wulff”.

    LIBIA: NAPOLITANO, ITALIA PRONTA A SANZIONI CONTRO TRIPOLI =

    (ASCA) – Berlino, 24 feb – L’Italia dara’ il suo contributo in campo europeo qualora si dovessero definire delle sanzioni contro la Libia. Lo assicura il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella conferenza stampa seguita all’incontro oggi a Berlino con il presidente della Repubblica federale tedesca, Christian Wulff. Il Capo dello Stato sgombra il campo dagli equivoci e chiarisce che il nostro Paese non ha mai avuto alcuna intenzione di bloccare eventuali sanzioni contro Tripoli.
    ‘La situazione e’ particolarmente grave – dice Napolitano – a partire da quanto accaduto in Tunisia e in Egitto per arrivare in Libia dove assistiamo a una reazione piu’ violenta e cieca della leadership, dove assistiamo ad una spietata repressione’. Da parte dell’Italia quindi ‘non ci sara’ nessun veto in sede europea sulle sanzioni. Si potra’ discutere di questo con il nostro contributo’. Quello che pero’ ‘noi vogliamo – continua Napolitano – e’ che si arrivi ad un intervento piu’ ampio dell’Europa per affrontare l’emergenza profughi e per aprire un’operazione di sviluppo della Libia e di tutto il Nord Africa’.
    fdv/mcc/ss 241720 FEB 11 NNNN

    LIBIA: DE RITA, ADESSO CI SARA’ PARITA’ TRA NORD AFRICA ED EUROPA, NON PIU’ SUBALTERNITA’ =

    Roma, 24 feb. – (Adnkronos/Labitalia) – “Adesso, probabilmente, la prima cosa che arrivera’ sara’ una sorta di ‘nuova’ parita’ tra Nord Africa ed Europa. Finora il Nord Africa era stato subalterno, marginale rispetto all’Europa. Oggi sara’ diverso, chiunque prendera’ il potere in Egitto, Algeria o in Libia porra’ dei problemi all’Europa che non saranno quelli del freno all’immigrazione, di qualche corvetta donata purche’ non arrrivino subsahariani”. Cosi’ Giuseppe De Rita, presidente del Censis, conversando con LABITALIA, a margine del convegno della Fondazione Rete Imprese Italia ‘L’Europa e la crescita: vincoli e opportunita’, della quale e’ presidente, ha commentato l’attuale situazione in Libia e nei Paesi del Nord Africa.

    “Ci saranno dei problemi politici -ha continuato De Rita- e nella realta’ politica i nuovi governanti non saranno psichicamente subalterni. Magari Gheddafi pensava di essere non subalterno, ma eroicamente contrapposto all’Europa, ma nei fatti non era cosi’”.

    Secondo De Rita, dopo gli scontri e le rivolte, “ci sara’ un periodo, che durera’ uno o due decenni, di riassestamento dei rapporti tra queste due sponde del Mediterraneo: un paio di decenni di confronto, e scontro, politico teso, e ci vorranno tre-quattro decenni perche’ culture, costumi e modi di pensare possano cominciare a riavvicinarsi”. (segue)

    (Lab/Pn/Adnkronos) 24-FEB-11 17:10

    LIBIA. IDV: GOVERNO HA VENDUTO ARMI LEGGERE SENZA AUTORIZZAZIONE

    (DIRE) Roma, 24 feb. – “Il governo italiano deve bloccare immediatamente la fornitura di armi alla Libia. Gheddafi sta massacrando migliaia di civili inermi con le armi che gli ha venduto il nostro Paese, grazie allo scellerato trattato di amicizia italo libico voluto fortemente da Berlusconi. Questo bagno di sangue pesa come un macigno su questo esecutivo”. E’ quanto hanno affermato Fabio Evangelisti, capogruppo IdV in commissione Esteri e Leoluca Orlando, portavoce del partito, a margine del presidio ‘Fermiamo il massacro in Libia’, organizzato dall’Arci e in corso di svolgimento a piazza Montecitorio.
    “Secondo quando denuncia la ‘Rete italiana per il disarmo’ e ‘Tavola della pace’- proseguono Orlando ed Evangelisti- nel 2009 l’Italia avrebbe destinato al regime del colonnello Gheddafi, attraverso Malta, oltre 79 milioni di euro di armi leggere prodotte dalla ditta Beretta. Ma, dalle relazioni della presidenza del Consiglio italiano sull’export di armamenti, non risulta alcuna autorizzazione all’esportazione di quelle armi ne’ a Malta, ne’ alla Libia”. “Se tutto cio’ fosse confermato- proseguono i parlamentari dipietristi- sarebbe gravissimo. Abbiamo presentato un’interrogazione urgente, a prima firma Di Pietro, nella quale chiediamo al governo urgenti chiarimenti in merito a questa denuncia. Chiederemo, inoltre, l’istituzione di un’immediata commissione Europea e delle Nazioni Unite che faccia luce al piu’ presto su quest’indegno traffico che coinvolge il nostro Paese e, soprattutto, il nostro governo”concludono”.

    (Com/Vid/ Dire) 17:50 24-02-11

  87. danilo scrive:

    COMPAGNI CORAGGIOSI.

    Giuseppe Carroccia

    C’erano tantissimi giovani e giovanissimi al corteo che martedì 20 febbraio, dopo aver deposto un fiore davanti all’abitazione di via Monte bianco dove 31 anni fa Valerio Verbano fu barbaramente ucciso davanti agli occhi dei propri genitori da un manipolo di tre neofascisti, ha attraversato le strade del quartiere in cui Valerio aveva svolto la sua militanza comunista e antifascista.

    Grazie alle testimonianze rese dal padre Sardo e alla cocciuta determinazione della madre Carla la procura di Roma sta forse per individuare gli autori di uno dei più efferati crimini politici della storia d’Italia utilizzando anche i nuovi e moderni programmi di grafica informatica.

    La ricerca della verità e della giustizia è stato l’obiettivo di una lotta durata 31 anni della madre e dei compagni di Valerio che ha coinvolto l’intera città. Per questo sono stati importanti in tutti questi anni le iniziative, i cortei, i libri che alla vicenda si sono ispirati.

    Fondamentale è stata la solidarietà e la vicinanza, l’unione che le mamme di Roma città aperta hanno svolto in questi ultimi anni.

    La presenza di tantissimi giovani è inoltre anche il frutto del lavoro dei tanti circoli Anpi giovani che in questi ultimi anni sono sorti in molti quartieri della città.

    Sono proprio questi circoli che hanno organizzato per sabato 26 febbraio a piazza san giovanni bosco un presidio per ricordare l’uccisione di Roberto Scialabba che proprio in quella piazza venne assassinato da mano fascista.

    La città ribelle e mai domata, come recita una bella canzone del’antifascismo romano, non ha mai dimenticato le vittime della violenza fascista come ogni anno si può vedere il 24 marzo per la strage delle Fosse Ardeatine e il 21 aprile per il rastrellamento del Quadraro.

    Così come ricorda con iniziative e cortei l’uccisione di Walter Rossi, Piero Bruno, Renato Biagetti.

    Negli ultimi anni a villa Certosa a Torpignattara si svolge una festa popolare per ricordare Ciro Principessa. Quest’anno i giovani della Federazione della Sinistra hanno promosso un premio letterario in suo nome. I racconti ispirati alle lotte antifasciste dagli anni sessanta ai nostri giorni (massimo 30000 battute possono essere inviati entro il 20 marzo all’indirizzo mail premioc.pricipessa@tiscali.it) verranno presentati il 20 aprile giorno dell’assassinio di Ciro.

    Quel giorno, mentre Ciro veniva accoltellato davanti alla sede del Pci, Valerio Verbano veniva fermato e arrestato come spesso succedeva in quegli anni ai compagni che si opponevano allo squadrismo neofascista (spesso tollerato dalle forze dell’ordine) che cercava di fermare nelle scuole e nelle università l’avanzata del movimento studentesco.

    E’ bene ricordare questi fatti mentre al governo della capitale c’è un sindaco con la celtica al collo che sta consegnando la città nelle mani dei costruttori preparando un nuovo sacco di Roma e che in questi 3 anni di malgoverno si è reso protagonista di una occupazione clientelare dell’amministrazione pubblica promuovendo i suoi ex camerati a incarichi prestigiosi e scandalosamente ben remunerati: fascistopoli.

    Ma la Roma democratica e antifascista sta reagendo. Sabato 19 febbraio un lunghissimo corteo con tanti migranti ha attraversato il centro della città per liberare Roma nostro bene comune e per chiedere le dimissioni di Alemanno.

    Sono tantissimi i segnali che evidenziano una capacità di tenuta del tessuto democratico cittadino.

    Ogni anno ad esempio cresce la partecipazione alla corsa per Miguel, il maratoneta poeta argentino desaparecidos durante la dittatura militare. Tutta Casal Bertone ha partecipato ai funerali del partigiano Zaccaria Verrucci, un compagno umile e straordinario, amatissimo dai giovani.

    Manifestare e ricordare è importante. Fu così anche durante i decenni che seguirono la stagione della resistenza e della lotta partigiana. Uno dei più bei romanzi su quell’epopea popolare, “Il gallo rosso”, venne scritto trent’anni dopo nel 1975 da Giovanni Dusi.

    Il libro si apre coi versi di una canzone antifascista spagnola che ci danno forza ancora oggi in questi giorni difficili:

    “entrarono nell’arena i due galli, fronte a fronte: il gallo nero era forte, ma il gallo rosso era coraggioso”.

  88. Andrea Bracciali scrive:

    PROVA DI INVIO.

  89. beatrice scrive:

    BiDiMedia 25 febbraio

    PDL 27,6% (-1,2%)
    LEGA NORD 11,1% (-0,2%)
    LA DESTRA 1,3% (-0,1%)
    Altri di cdx 1% (+1%)
    Totale cdx 40,9% (-0,5%)

    FLI 4,9% (INV)
    UDC 6,3% (-0,1%)
    API 1,1% (-0,1%)
    MPA 0,8% (INV)
    Totale centro 13,1% (-0,2%)

    PD 25,1% (+0,4%)
    SEL 7,6% (+0,1%)
    IDV 5,6% (+0,2%)
    RAD 0,7% (-0,1%)
    PSI 0,7% (-0,1%)
    VERDI 0,5% (INV)
    Totale Csx 40,2% (+0,5%)

    FED.SIN. 1,8% (-0,1%)

    M5S 2,5% (+0,1%)

    Altri 1,5% (+0,2%)

  90. Amir Gorguinpour scrive:

    Senza l’intervento dell’imperialismo, la gente sta spazzando via i più sanguinari dittatori dell’Africa e il medio oriente, costerà troppo, ma è arrivato ora per liberarsi dai vari Muammar e Hosni, presto succederà anche ai bastardi dell’Arabia saudita, oggi parlavo con i compagni iraniani a Teheran al situazione è esplosiva, khamenei e Ajmadinejad hanno mesi contati, questa è la forza popolare che quando si organizza non c’è Rais che tenga.Questa volta gli americani sono stati presi di contropiedce e non hanno potuto portare un ‘altro Khomeini.
    Compagni bisogna costruire un partito comunista vero senza i vari Bertinotti e Vendola e i dirigenti del tudeh iraniano.
    Morte a Gheddafi, Mubarak,Ben ali, Khamenei, viva i popoli in lotta, viva il Marxismo leninismo.

  91. giuseppe prc roma scrive:

    ma il pdci non ha un responsabile esteri??? in un mese diliberto in politica estera ha sparato due cazzate celestiali! è andato in marocco e ha appoggiato il regime che è in guerra col fronte polisario e, adesso, sulla libia, chiede l’interveto della unione europea!!! purtroppo è anche portavoce della fds!

    • Gianni M. scrive:

      I rifondaroli sempre più impegnati nella loro guerricciola contro il PdCI.
      Incollo sotto l’articolo del Dp. Esteri del PdCI circa la questione del Marocco – evidentemente i rifondaroli continuano a prendere per buone tutte le calunnie… proprio simpatici questi compagni federati!
      Sul sito del PdCI trovi invece la dichiarazione originale di Diliberto sulla Libia, non quella tagliuzzata.

      Una domanda: state mettendo le mani avanti per poter giustificare l’ennesimo sabotaggio ai danni della lista unitaria alle prossime amministrative e alle ipotetiche politiche?

      SAHARA OCCIDENTALE E AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO SAHARAWI: REFERENDUM E AUTONOMIA PER TROVARE SOLUZIONE POLITICA
      Il Sahara occidentale non è mai stato una nazione nel senso moderno del termine. La dinastia Alawita dal 1659 governa i territori dell’attuale Marocco, controllando anche i territori meridionali del Sahara. Ciò è all’origine delle rivendicazioni del Marocco sul Sahara occidentale. Nel 1884 fu riconosciuto alla Spagna il controllo coloniale dei territori del Sahara occidentale, i cui confini furono definiti in modo arbitrario durante la conferenza di Berlino che sancì la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Quando il Marocco ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1956 reclamò anche il controllo del Sahara occidentale ancora sotto il dominio coloniale spagnolo.
      La popolazione saharawi abita, oltre che il Sahara occidentale, anche la Mauritania e l’Algeria ed è prevalentemente araba e berbera.
      Il Sahara occidentale è stato amministrato dalla Spagna fino al 1976. Sia la Mauritania che il Marocco rivendicarono il territorio, trovando l’opposizione del Fronte popolare per la liberazione di Saguia el-Hamra e del Rio de Oro (Frente Polisario). Il Marocco ha reintegrato il territorio, mentre la Mauritania ha rinunciato alle sue rivendicazioni nel 1979.
      Nel 1991 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisce la missione per il referendum nel Western Sahara (MINURSO) secondo un piano che prevede un periodo di transizione per preparare il referendum con il quale il popolo del Sahara occidentale avrebbe dovuto scegliere tra indipendenza ed integrazione con il Marocco.
      Le Nazioni Unite hanno il compito di assistere le parti per realizzare una giusta, definitiva e reciprocamente accettabile soluzione politica, secondo il principio dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale.
      L’Onu ha preso nota della proposta presentata dal Marocco l’11 aprile 2007 (autonomia per il Sahara Occidentale) e della proposta presentata dal Polisario il 10 aprile 2007 (indipendenza), considerando come seri e credibili gli sforzi del Marocco per far procedere il processo verso una soluzione.
      Nei prossimi mesi, in vista del rinnovo della missione Onu, si dovrà decidere se e come la questione dei diritti umani sarà trattata. Ci sono tre proposte in campo: i francesi vorrebbero che ad occuparsene fosse un’ONG; altri propendono per affidare la questione all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ed, infine, il Polisario vorrebbe che fosse direttamente la missione MINURSO ad occuparsi del rispetto dei diritti umani dei saharawi. Ulteriori trattative, presso l’UNHCR di Ginevra, riguarderanno anche l’intensificazione delle visite per le famiglie divise tra Sahara occidentale e Marocco, che oggi avvengono solo per via aerea. Piccoli passi, che però non sbloccano una situazione che continua ad essere di stallo.
      — — —
      Nei giorni scorsi il nostro Segretario nazionale, Oliviero Diliberto, ha svolto una positiva missione ufficiale in Marocco. Le sue dichiarazioni sul Sahara occidentale hanno avuto un largo risalto sulla stampa marocchina. Diliberto si è dichiarato favorevole ad una soluzione che preveda di sottoporre a referendum tra i saharawi la proposta di una larga autonomia al Sahara occidentale.
      Il Partito dei Comunisti Italiani ha da molto tempo positive relazioni di amicizia sia con il Fronte Polisario, che con il PPS marocchino (Partito del Progresso e del Socialismo, già partito comunista), con il quale abbiamo siglato un formale patto di cooperazione politica.
      Abbiamo sempre sostenuto, con le Nazioni Unite, che il principio di autodeterminazione del popolo saharawi si dovesse realizzare attraverso la libera espressione democratica con un referendum. Su questa linea abbiamo anche votato una mozione in Parlamento tesa, inoltre, al riconoscimento da parte dell’Italia dello status diplomatico al Fronte polisario. E moltissimi nostri compagni sostengono iniziative di solidarietà e cooperazione in Italia nei confronti del popolo saharawi. Tutto ciò l’abbiamo anche ribadito, in un fraterno incontro, al rappresentante del Fronte Polisario in Italia, Omar Mih.
      A distanza di 35 anni dalla decolonizzazione del Sahara occidentale e dopo 20 anni dall’instaurazione della missione Onu Minurso, bisogna porsi il problema di trovare una soluzione politica. Enormi ed inaccettabili sono state le sofferenze e le violenze patite dal popolo saharawi. Noi crediamo che sia giunto il momento di porre fine ad una situazione di stallo totale da muro contro muro e cercare una soluzione in tempi brevi rapida e duratura, condivisa dalle parti.
      In questo momento ci sembra una proposta dettata da una valutazione concreta della situazione reale: il Marocco non vuole l’indipendenza chiesta dal Fronte Polisario, l’Onu non riesce a far svolgere il referendum e il popolo saharawi continua ad essere sospeso nel limbo da 35 anni. Il Marocco, però, è disponibile a riconoscere una larga autonomia. Forse sarebbe il caso di andare a vedere le carte della proposta marocchina ed offrire al popolo saharawi la giusta ed agognata possibilità di autogovernarsi, di non essere più sottoposto ad abusi e violenze e di poter serenamente lavorare per il suo sviluppo economico, politico e sociale. Soprattutto sarebbe al riparo dalle violenze del conflitto e potrebbe vivere in un territorio pacificato.
      Ci sembra una posizione di buon senso per cercare una soluzione politica possibile alla annosa questione.
      Del resto, mutatis mutandis, noi non sosteniamo la cancellazione dello stato di Israele e il ritorno alla piena sovranità dei palestinesi su tutto il loro territorio pre creazione di Israele. E nemmeno sosteniamo il ritorno alla situazione del 1947. Siamo tenacemente dalla parte dei palestinesi, e conoscendo bene la situazione lavoriamo per una soluzione possibile, come fanno tutti i comunisti in tutto il mondo. Si cerca, cioè, una soluzione politica possibile alla questione palestinese. Lo stesso principio, ci sembra, possa anche valere per il caso del Sahara Occidentale, posto che il Marocco non è Israele e che la situazione del popolo saharawi non è la medesima di quello palestinese. Ci sembra che a un partito politico con solide relazioni internazionali come il nostro spetti anche di proporre soluzioni realizzabili e non solo di tenere giuste posizioni di principio, ma che rischiano di non produrre esiti positivi. Ci sembra nostro compito confrontarci con trasparenza con i nostri amici, a partire dal Fronte Polisario.
      Le vicende magrebine degli ultimi giorni, inoltre, ci dicono che la situazione del Marocco è assai diversa da quella della Tunisia, dell’Algeria ed anche dell’Egitto.
      Gli sforzi del Marocco per chiudere la stagione devastante di Hassan II sono reali. La monarchia costituzionale di Mohammed VI ha realizzato una Commissione di giustizia e riconciliazione nazionale -che ricorda quella guidata da Desmond Tutu in Sud Africa dopo la fine dell’Apartheid- per fare luce sulle pagine nere di violazione sistematica dei diritti umani nel sanguinario periodo che va dal 1956 al 1999. La Commissione è presieduta da un prigioniero politico che è stato recluso per ben 16 anni. Un atto vero e coraggioso, impensabile in altri paesi della regione, che ha aperto una stagione di riforme economiche, politiche ed istituzionali. Tanto che oggi i valorosi sforzi dei giovani tunisini, algerini ed egiziani non trovano analoga corrispondenza in Marocco, dove il sistema politico e la situazione economica non è paragonabile a quella degli altri tre paesi.
      C’è, però, un ragionamento più generale da svolgere.
      “Africa unita”, è sempre stata la parola d’ordine della sinistra. Perché i comunisti sanno che per contrastare l’imperialismo i processi di integrazione sono vitali per determinare rapporti di forza economici, politici e militari favorevoli e sufficienti a superare il colonialismo economico e il rapporto di subordinazione con i paesi ricchi del Nord.
      Così come sono da salutare positivamente tutte le ipotesi di integrazione regionale, come quella dell’unità magrebina.
      Fatto salvo il diritto dell’autodeterminazione dei popoli, tutti i processi disgregativi sono da guardare con il sospetto dovuto all’imperialismo che si mette all’opera per alimentare le contraddizioni in seno “ai popoli”.
      In questo contesto la vicenda del Sahara occidentale non può, da un lato, non tenere conto dell’interesse di paesi come la Spagna, la Francia e l’Algeria e delle ripercussioni che avrebbe sull’intera regione.
      L’imperialismo si muove con grande determinazione in Africa. Noi abbiamo denunciato con chiarezza, ad esempio, il ruolo dell’Unione Europea, che ha chiuso entrambi gli occhi sulla mancanza di democrazia e sull’assenza del rispetto dei diritti umani in paesi come l’Algeria, la Tunisia e l’Egitto barattando gli euro degli aiuti economici con la lotta al terrorismo islamico post 11 settembre e con il contrasto all’immigrazione clandestina. L’UE ha concluso grandi affari economici nella regione con gli accordi di cooperazione e associazione avviati negli anni ’90. Con queste parole d’ordine abbiamo anche partecipato alle manifestazioni che ci sono state in Italia in solidarietà con i giovani magrebini. Gli unici, insieme ad altre forze della sinistra, a denunciare le responsabilità dell’UE.
      Queste sono le dinamiche classiche dell’imperialismo, che oggi si ammanta di una doppiezza insopportabile: predica le belle parole della democrazia e dei diritti umani e pratica la sopraffazione economica, politica e militare. Sappiamo bene che quando non riesce a sfruttare economicamente un paese, con logica de facto coloniale, l’imperialismo occidentale è sempre pronto a passare alle armi, come nei casi delle guerre per il petrolio nel golfo Perisco.
      L’imperialismo, però, continua anche a seguire la classica logica del “divide et impera”. Non solo inserendosi nelle dinamiche regionali tra Stati, ma anche promuovendo direttamente la divisione degli stati nazionali.
      I processi di decolonizzazione dell’Africa hanno determinato numerosi problemi in moltissimi paesi che sono divenuti indipendenti. Il principale, non c’è bisogno di ricordarlo, ha determinato la questione palestinese. L’unico caso per il quale il principio di autodeterminazione dei popoli non sembra valere agli occhi delle potenze occidentali ed in particolare agli occhi della superpotenza imperialista degli Usa.
      In molte regioni dell’Africa, ma il ragionamento potrebbe essere anche più generale, l’imperialismo si batte per appoggiare e sostenere iniziative secessioniste di smembramento degli Stati scaturiti dai processi di decolonizzazione. La forma riguarda sempre la promozione della democrazia o ragioni umanitarie (che di certo nel continente non mancano…). La sostanza, invece, attiene sempre agli equilibri di potere e ai riassetti territoriali funzionali agli interessi delle potenze occidentali.
      Non c’è mai, da parte degli Usa o dell’UE, un appoggio gratuito o dettato dal rispetto di principii generali rispetto alle questioni internazionali. C’è sempre un secondo fine, o meglio, un primo fine: la convenienza imperialista delle grandi potenze.
      Noi siamo convinti che, così come in altri contesti hanno fatto i paesi latinoamericani, siano sempre auspicabili processi di integrazione regionali che partano dalle dinamiche Sud-Sud, spezzando la logica di negoziare, perdendo, con i paesi ricchi del Nord.
      Ci sembra insomma che bisognerebbe lavorare per favorire l’integrazione tra i paesi dell’Africa, a partire dalle aggregazioni macroregionali (come nel caso dell’unità magrebina). Da anni, inoltre, noi lavoriamo per favorire processi di cooperazione economica tra i paesi del Mediterraneo come leva per spezzare l’imperialismo economico dell’Unione Europea.
      Così come ci sembra che le relazioni economiche che la Cina sta intrattenendo con i paesi Africani rispondano ad una logica del tutto diversa a quella classica e depredatoria perpetrata dall’occidente e che il fenomeno andrebbe indagato con maggiore attenzione e minore schematica superficialità.
      Di queste cose, da sempre, parliamo con i nostri amici arabi e vogliamo continuare a farlo.
      Noi lavoriamo per sconfiggere l’imperialismo e per l’autodeterminazione dei popoli, che non è solo un fatto formale, ma sostanziale. La vera indipendenza si realizza quando si ha anche la sovranità economica e si spezzano le relazioni economiche neocoloniali promosse dalle potenze occidentali. Vogliamo in Africa e Medioriente, così come nel resto del mondo, paesi liberi dalle occupazioni militari, sovrani e in grado di autodeterminare il loro sviluppo economico, politico e sociale.
      Per questo continueremo a lavorare con i compagni del Fronte Polisario e del PPS marocchino per trovare una soluzione ad una questione che va calata nel contesto più generale dei rapporti di forza in atto nel mondo, per sconfiggere, insieme, l’imperialismo delle grandi potenze capitalistiche.

      Francesco Francescaglia
      Responsabile Esteri PdCI

      • anonimo veneziano scrive:

        Certo, che sentirsi definire sprezzantemente “i rifondaroli” non predispone al dialogo… poi non vi lamentate se i toni si alzano…

        • bandiera rossa scrive:

          Veramente il Fronte Polisario è incazzato nero con il PdCI e se leggete bene il pezzo scritto sopra, sebbene scritto fra le righe se ne comprendono bene i motivi… “vorrei ma non posso” in pratica. Nella realtà viceversa c’è stato un’incontro ufficiale tra Diliberto e il governo marocchino di tutt’altro tenore e spregiudicatezza che è rintracciabile anche su questo blog in vari link di agenzia e di giornali marocchini in lingua francese… Detto questo la prima dichiarazione di Diliberto riportata era sicuramente di indubbia interpretazione, poi che siano state le agenzie in cattiva fede, questo ci può stare…. ma prendersela con i compagni perchè mettono in discussione la figura e la buona fede di Diliberto mi pare ridicolo visto i precedenti anche recenti… quando c’è di mezzo Diliberto è bene essere sempre in campana…. Poi il commento è poi ridicolo sulle amministrative dato che nei territori è il PdCI a rompere un pò ovunque per le poltrone… vedi in Veneto che va con SeL, Calabria, Umbria… pare anche Genova…..

          • Gianni M. scrive:

            Non è proprio così.
            In Calabria Aiello e De Gaetano non hanno rispettato i patti col PdCI, Aiello è addirittura andato con SEL.
            In Umbria il PRC perde i pezzi verso SEL.
            In Veneto se c’è qualcuno in linea si faccia vivo.
            Francescaglia ha spiegato bene la posizione del PdCI in merito al Marocco, che si oppone, non a caso, ai progetti ideati da Zbigniew Brzezinski per il Maghreb.

        • Gianni M. scrive:

          Caro rondò veneziano, neanche prendere le dichiarazioni tagliuzzate con fini ben precisi predispone bene al dialogo. Questo è lo sport del signor iacopo venier che lancia il bastone, e arrivano alcuni figuri a riprenderlo.
          Siccome è una cosa che avviene dall’indomani dell’elezione di Diliberto a portavoce, è chiaro come il sole che settori della FdS (ovvero alcune correnti del PRC) stanno mettendo le mani avanti per non lavorare (ovvero sabotare) alle prossime elezioni la lista unitaria della FdS. Fantascienza? E’ già successo nel 2009 con le europee e le amministrative, e succederà di nuovo.

          • bandiera rossa scrive:

            Che c’azzecca Venier? Ma…. mi sono rotto di perdere tempo con voialtri ultras dei peggiori poltronai…. tanto stamo a discutere del nulla… il pdci è sul rompete le righe si salvi chi può… noi messi male ma almeno esistiamo.

          • anonimo veneziano scrive:

            Caro Gianni M. (metto anche il cognome?), hai ragione: la pratica di tagliuzzare le dichiarazioni è spiacevole (te ne intendi?). Ancor più spiacevole è quel venticello che si chiama calunnia. E maggiormente spiacevole è favorire incomprensibili scissioni dentro il Prc. Questo, io credo, davvero uccida sul nascere la Federazione della Sinistra, facendola divenire una Sinistra Federazione.

      • Anonimo scrive:

        A quelli che intervengono su questo blog, e sono in perfetta malafede, o offendono, sia se sono del PdCI sia se sono del PRC o di SEL o di altro, bisogna censurarli non servono alla discussione.

  92. Andrea Bracciali scrive:

    Niente è affidato al caso, soprattutto in queste situazioni.
    Condivido pienamente il pensiero di Claudio anche se mi domando come mai nel giro di poche giorni ad a scadenze regolari (si interrompe una “rivoluzione” in Tunisia, e comincia in Egitto, poi in Marocco, poi in Algeria) …adesso in Libia,… chi organizza? chi paga? chi arma? chi comanda?

    trovo troppo strano che tutto questo sia affidato al caso od allo spontaneismo popolare…

    e soprattutto a chi giova? chi comanda in questi Stati (guarda caso sempre stragonfi di petrolio) subito dopo che cade “il dittatore di turno”????

    ma come?? non era solo Castro il dittatore dei popoli?

  93. Tanto per fare chiarezza.... scrive:

    …condivido quello che scrivono Claudio Grassi e in buona parte Sergio Cararo, credo che esista una profonda diversità esistente tra quanto sta accadendo in Egitto, in Tunisia, in Algeria e in Libia e proprio per questo eviterei di mettere tutto sullo stesso piano.

    Concordo con Fausto Sorini, sul fatto che vedere le immagini delle proteste dei giorni scorsi davanti all’ambasciata libica a Roma con manifestanti che protestano sventolando le bandiere del regno di Idris insieme a quelli della FdS-PRC, Socialismo Rivoluzionario e del PCL, qualche problemino e qualche riflessione sulla “confusione sotto il cielo” lo dovrebbe sollevare o no?
    Come diceva un compagno è un po’ come se per abbattere Berlusconi ci presentassimo in piazza con le bandiere sabaude.
    Sarà forse la nostalgia per la svolta di Salerno?

  94. capire bene ciò che accade scrive:

    ….credo che quello di Cararo sia l’intervento che al momento meglio fotografa quanto sta accadendo.

    Anche la terminologia adottata dai media sta cambiando velocemente, leggetevi i giornali di oggi… Bisogna capire bene la situazione, ieri sera o stamani, Repubblica diceva che gli insorti starebbero “marciando su Tripoli” e Gheddafi, “asserragliato nel bunker”, starebbe preparando la difesa della città facendo convergere miliziani e mercenari.

    A prima vista sembrerebbe che la dinamica sia “leggermente” diversa dalla rivolta popolare e spontanea che assedia i palazzi del potere vista in Tunisia o in Egitto. Sembrerebbe evidente che ci sia quantomeno un coordinamento militare ed una direzione politica. O no?
    O la gente in corteo è partita da bengasi verso tripoli?
    Molto probabilmente Gheddafi cadrà e non staremo certo qui a rimpiangerlo solo che non chiedersi chi è come lo sta abbattendo mi pare che sia, questo si un tradimento della propria intelligenza, individuale e collettiva.

    Altrimenti dovremmo ancora credere che i talebani sono stati spodestati per togliere il burqa alle donne afghane, che il dittatore Saddam è stato giustiziato perchè aveva gli arsenali pieni di armi di distruzione di massa e che Milosevic aveva ordinato il genocidio dei kosovari di origine albanese.

  95. fausto sorini scrive:

    Trovo largamente condivisibile l’intervento del compagno Claudio Grassi.

    Starei attento alla natura delle manifestazioni che si svolgono in Italia contro il regime di Gheddafi, che non sempre sono espressione di aspirazioni progressive e democratiche, quando ad esempio avvengono all’insegna della bandiera dell’antica monarchia subalterna alle potenze coloniali che fu rovesciata nel 1968 proprio dalla rivoluzione, quella sì progressiva, guidata dal colonnello Gheddafi, come ha opportunamente ricordato Luciana Castellina nel suo editoriale sul Manifesto.

    Come contributo alla riflessione comune, allego il link di una presa di posizione del Partito comunista portoghese, che mi sembra puntuale e molto equilibrata, anche perchè si concentra sulle questioni che in questi giorni sono essenziali e prioritarie.

    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20568

  96. Marta Roma scrive:

    Ecco cosa scrive JACOPO VENIER direzione nazionale del PdCI:

    DI SEGUITO PUBBLICO CIO’ CHE TRA IERI ED OGGI E’ APPARSO SU TUTTE LE AGENZIE STAMPA E CHE E’ A DISPOSIZIONE DEI GIORNALISTI.

    Se poi il coordinatore della FdS si è spiegato meglio, o ha corretto un plateale errore, in altra sede mi fa piacere. E se questo è successo anche grazie alla mia nota mi fa piacere il doppio!

    Comunque la dichiarazione che si trova oggi sul sito del PdCI non è stata ripresa da nessuna agenzia. Strano ma vero…..

    Trovo assurdo che alcuni dirigenti della Federazione della Sinistra invece di prendersela con il loro Coordinatore che ( se non voleva dire quel che ha detto) ha per lo meno commesso un enorme leggerezza, si impegnino invece tanto ad attaccare (ed a volte insultare) chi ha semplicemente pubblicato testualmente le sue dichiarazioni pubbliche.

    Del resto mi permetto di chiedere quale intervento della UE ha in mente Diliberto?

    Come si potrebbe bloccare “una mattanza” senza mandare una missione militare?

    Cosa ci si aspetta dal Governo italiano?

    Si risponda a queste domande invece di arrampicarsi sugli specchi o cercare il nemico in casa!

    24/02/2011

    AGI

    LIBIA: DILIBERTO, SERVE INTERVENTO UE ITALIA LAVORI SU QUESTO = (AGI) – Roma, 24 feb. – “Intervento dell’Unione Europea? E’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo.

    Cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’UE rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”. Cosi’ Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania a margine di un appuntamento politico.(AGI) Red/Gim 241401 FEB 11

    IL VELINO

    Libia, Diliberto (Fds): Azione Ue auspicabile, l’Italia ci lavori Roma, 24 FEB (Il Velino) – “Intervento dell’Unione europea? E’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo. Cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’Ue rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”. Cosi’ Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania a margine di un appuntamento politico. (com/dam)

    TMNEWS

    Libia/ Diliberto: Italia lavori per intervento Ue In corso mattanza che non può restare impunita

    Roma, 24 feb. (TMNews) – “Intervento dell’Unione Europea? E’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo. Ciò che sta avvenendo in Libia è una mattanza che non può rimanere impunita. L’UE rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”. Così Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania a margine di un appuntamento politico.

    ANSA

    LIBIA: DILIBERTO, UE ROMPA INDUGI E INTERVENGA (ANSA) – ROMA, 24 FEB – ‘Intervento dell’Unione Europea? E’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo.

    Cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’Ue rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero’. Cosi’ Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania a margine di un appuntamento politico.

    (ANSA).

    DIRE

    LIBIA. DILIBERTO: E’ UNA MATTANZA, UE ROMPA GLI INDUGI (DIRE) Roma, 24 feb. – “Intervento dell’Unione Europea? E’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo.

    Cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’UE rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”. Cosi’ Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, ai giornalisti a Catania, a margine di un appuntamento politico.

    ADNKRONOS

    LIBIA: DILIBERTO (FDS), ITALIA LAVORI PER INTERVENTO UE = Roma, 24 feb. (Adnkronos) – “Un intervento dell’Unione europea e’ auspicabile, il governo italiano lavori per questo obiettivo”. Ad affermarlo e’ il portavoce nazionale della Federazione della sinistra Oliviero Diliberto, secondo il quale “cio’ che sta avvenendo in Libia e’ una mattanza che non puo’ rimanere impunita. L’Ue rompa gli indugi e intervenga, prima che Tripoli sia ridotta ad un cimitero”.

    (Pol/Col/Adnkronos)

    PS. Dato che tutte le agenzie riportano le stesse identiche parole non siamo di fronte ad un possibile fraintendimento. Questo voleva dire Diliberto o chi ha inviato la mail con la dichiarazione. Chi è causa del suo mal….

  97. Lucibello scrive:

    Grassi rimane un però, un conto se gli USA o UE vorrano sfruttare la situazione in Libia per una nuova occupazione, un conto se Gheddafi stermina il suo popolo, siamo come soldati interforze in Libano per impedire che i sodali e Israele non stermino quel popolo è giusto o no? oppure dobbiamo fare come in Darfour lascir morire centinaia di migliaia di persone sterminate senza che nessuna nazione intervenisse? e permettimi anche nei Balcani sono appurate che furono compiuti stermini non possiamo solo liquidarla con la politica imperialista USA che dovremmo respingere ma se Gheddafi che ha ancora un bell’esercito e tanti mercenari dovesse continuare a sterminare il popolo inerme cosa fare?
    Leggo che anche un figlio di Gheddafi è arraivato da Chavez e Venier del PdCI spara su Diliberto tanto per aumentare il casino

  98. Mujica Alfredo scrive:

    Caro compagno,
    sono d’accordo, ma vorrei aggiungere que rimane il pericolo che una rivolta populare nel mondo arabo sia trasformata in una nuova teocrazia. Cosa fare noi? Difficile dirlo.
    Saluti comunisti
    Alfredo Mujica, Bologna.

  99. Un interessante contributo scrive:

    un interessante quanto condivisibile contributo

    Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo
    di Sergio Cararo*

    Qualche giorno fa sulle pagine di Peacereporter, giustamente Christian Elia invitava a fare dei distinguo nelle rivolte popolari che stanno cambiando la mappa politica del Medio Oriente. Sarebbe infatti un errore non cogliere le diverse dinamiche e forze soggettive che si sono rese protagoniste di un processo storico atteso, inevitabile ma certamente imprevedibile nella velocità della sua estensione.

    Questa accortezza diventa ancora più necessaria nel valutare gli eventi in Libia e le profonde differenze con quanto accaduto negli altri paesi del Maghreb, Tunisia ed Egitto soprattutto. Non solo, occorre anche separare il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze degli eventi in corso.

    In Libia, diversamente che in Tunisia e in Egitto, dobbiamo parlare di guerra civile e non di rivolta popolare. La differenza c’è. Ad esempio i centri strategici (da quelli legati al ciclo energetico a quelli militari) parlano infatti di guerra civile e non di rivolta. L’’evacuazione del personale tecnico straniero e dei civili viene inoltre decisa quando il livello di conflitto supera di parecchio quello delle manifestazioni di piazza e degli scontri con la polizia.

    In Libia le condizioni della rivolta popolare mancavano di un aspetto non certo secondario (decisivo invece negli altri paesi arabi): quello economico-sociale. I livelli di vita dei libici erano infatti sensibilmente migliori di quelli negli altri paesi. Il 70% della forza lavoro era impiegata nello Stato, i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere molto più socializzate. (1)

    In Libia non possiamo parlare di rivolta popolare ma di una spaccatura dentro il gruppo dirigente della Jamayria che diversamente dal conflitto asimmetrico degli scontri nelle piazze tunisine ed egiziane – ha portato immediatamente ad uno scontro militare feroce ed equivalente che ha avuto nella regione storicamente ribelle della Cirenaica islamica la sua base di forza.

    Gheddafi, come ha ricordato anche Luciana Castellina su il Manifesto, è stato un valoroso combattente anticolonialista e per anni ha cercato di alimentare focolai di rivolta contro il neocolonialismo in Africa e Medio Oriente. Gli USA, la Gran Bretagna, le organizzazioni islamiche reazionarie hanno cercato spesso di fargliela pagare. Ha costruito intorno a sé un misto di innocua retorica e di verità sui crimini del colonialismo. Lontano dalle frontiere di Israele ha blaterato molto sulla Palestina ma non ha mai agito seriamente. Dopo anni di embargo (e di bombardamenti USA non dimentichiamolo) nel 1999 Gheddafi ha cercato la strada del compromesso con l’imperialismo, soprattutto dopo l’11 settembre, temendo di fare la fine dell’Iraq di Saddam Hussein (2)

    Dal 2003 ha stoppato il processo di socializzazione delle risorse ed ha avviato la liberalizzazioni in economia (sia nel settore energetico che negli altri). Ha ripreso le relazioni con gli USA e l’Unione Europea. Ha consentito a tutte le multinazionali petrolifere di ristabilirsi nel paese. Ha giocato molto sui due elementi di enorme vulnerabilità dell’Europa: il rifornimento energetico e le ondate migratorie dal sud. Su questo ha strappato accordi vantaggiosi (e vergognosi) con l’Unione Europea e soprattutto con l’Italia assicurandogli il pugno di ferro sui disperati che cercano di raggiungere le coste italiane. Non si è avveduto però che quando le cose devono cambiare cambiano, e che 41 anni al potere sono troppi comunque e per chiunque. A questo si preparavano anche i servizi segreti italiani, forse senza che il Ministro Frattini avesse del tutto chiaro come stavano andando le cose (3).

    Un corrispondente attento e “assai addentro” all’’amministrazione USA come Molinari, sottolinea su La Stampa, che gli Stati Uniti sulla Libia hanno una linea diversa da quella sugli altri paesi. “Se in occasione della crisi egiziana l’’amministrazione Obama aveva deciso di recitare un ruolo di primo piano per favorire la «transizione ordinata» verso il dopo Mubarak, di fronte alla rivolta libica la scelta è invece differente” scrive infatti Molinari (4). Che significa? Significa che dietro la guerra civile in Libia è perfettamente leggibile l’’aperta ingerenza degli Stati Uniti. Obiettivo? Non solo togliersi di torno un leader arabo odiato, odioso e imprevedibile ma mettere le mani su quello che viene definito “il tassello essenziale della cosiddetta sicurezza energetica europea” (5) ed infine trovare il posto giusto e desiderato per l’’Africom, il comando strategico statunitense per Africa e Medio Oriente la cui collocazione proprio sulla sponda sud del Mediterraneo era stata rifiutata agli USA dalla vicina Algeria. Tre risultati con un colpo solo! L’’unica incognita è rappresentata dall’’emirato islamico che i senussiti vogliono instaurare in Cirenaica. Sarà disponibile a convivere con gli interessi USA o sarà una nuova variabile indipendente come Al Qaida?

    Infine, ma non per importanza. Lo sviluppo e gli esiti della guerra civile in Libia sembrano lasciar intravedere un intervento militare delle potenze occidentali. Tre navi militari italiani già incrociano al largo della Libia. Gli Stati Uniti spingono Italia e Francia a intervenire e si preparano a farlo in prima persona qualora riescano a crearne le condizioni.
    La differenza con quanto è avvenuto in Tunisia ed Egitto appare dunque notevole. La democrazia in Libia potrebbe arrivare con le portaerei USA o quelle delle ex potenze coloniali italiana e francese. Non è certo quello per cui si sono battuti i giovani tunisini né il popolo di Tahrir e del Sinai. Se questo è lo scenario allora è meglio la guerra civile che la stabilizzazione imperialista. A meno che anche a sinistra non si voglia lavorare per il re di Prussia o per il ritorno della monarchia!

    • Molto buono, Sergio. Non abbiamo molte informazione sullo svilluppo interno en Libia gli ultimi anni, e grazie per la informazione, ma conoscemmo bene le intenzione dell’imperialismo statounitense. Qui nel stesso movimento antiguerra c’e’ forze socialdemocratice e borghese che hanno parole d’ordine per una intervenzione statunitense — no fly zone, ecc.

      He visto tu articolo sullo blog di Grassi. Spero che mi italiano sia legibile.

      http://www.workers.org/2011/editorials/libya_0303/

      il nostro editoriale

    • buran scrive:

      Articolo anche per me condivisibile

    • vincenzo scrive:

      Intervento lucido che fa strage del solito banale bla bla bla dei media ufficiali e individua, correttamente, lo zampino dell’imperialismo occidentale che vuole crerae una testa di ponte privilegiata al centro del Nord Africa per controllare, secondo me, tutto il Medio Oriente, e magari liberarsi in parte dell’ingombrante Israele, fonte di instabilità in M.O per la sua tenacia nel perseguire una politica di espansione coloniale a danno dei palestinesi. Una presenza più diretta e massiccia dell’occidente nell’area può consentire ad esso di gestire le questioni Islam e Palestina in modo più conveniente.
      Una domanda semplice semplice che qualcun altro si è già fatta: come mai non una sola bandiera americana o occidentale viene bruciata in questa “rivolta”?

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