Nichi, il tuo posto è qui

Intervista a Claudio Grassi

di Manuele Bonaccorsi su Left (26 novembre 2010)

«Il progetto di Nichi Vendola non è quello di entrare nel Pd. Mi pare evidente. Per questo dobbiamo sostenerlo nelle primarie e comunque vadano a finire dobbiamo costruire con lui un’unità di azione». Parola di Claudio Grassi, numero due – in ascesa, a quanto si dice nei corridoi di viale del Policlinico – di Rifondazione comunista. Che con la nascita della Federazione della sinistra, sancita il 21 novembre col congresso fondativo dell’Ergife di Roma (nello stesso luogo dove nel 1998 si consumò il divorzio tra Bertinotti e Cossuta) ha assunto il ruolo del pontiere: tra Diliberto e il Prc, con la proposta di unificazione dei due partiti comunisti, vista con astio dal segretario del Prc Paolo Ferrero. E tra la Fed e Sinistra e libertà, con cui Grassi è molto chiaro: «Sarebbe una follia chiudere i ponti».
Così accade che il fenomeno Vendola rimescoli le carte anche nel campo degli ex compagni di partito. Dove alle freddezze di Ferrero – che sul nostro giornale, alcune settimane fa, non si sbilanciava sul sostegno al governatore della Puglia – si è contrapposta l’apertura di Grassi. Che pure rivendica una cultura politica distante anni luce da quella del presidente pugliese. «Il quadro non è chiaro, non è sicuro che ci sia la crisi, né che si svolgano le primarie, come pure prevede lo statuto del Pd. Ma se ci saranno, appoggeremo il candidato più di sinistra. Allo stato attuale, senz’altro è Nichi».

Il quadro, per sommi capi, è questo. Se Vendola vince le primarie «le conseguenze nel Pd sarebbero profondissime. È lo scenario migliore», dice Grassi. Il rischio è un tracollo della formazione politica nata dall’incontro tra Ds e centristi, che aprirebbe praterie a sinistra. Se Vendola perdesse, difficilmente entrerebbe nei democratici per riservarsi uno spazio di minoranza, «e si riaprirebbe l’ipotesi di costruire una sinistra d’alternativa», spiega Grassi.
«È questa la più grande differenza di analisi tra noi e Vendola. Noi crediamo che esistano ancora due sinistre, quella che si batte per l’alternanza di governo, e quella che crede in una trasformazione più profonda, un’alternativa di società. La manifestazione della Fiom del 16 ottobre dimostra proprio che di una “sponda politica”, come ha detto il segretario Landini, c’è assoluto bisogno. Nichi pensa che questa distinzione tra moderati e radicali sia ormai superata. Ma il suo progetto non porta fin dentro il Pd: Nichi vuole rimescolare le carte, produrre un bing bang nella sinistra italiana, un’idea lanciata a suo tempo anche da Fausto Bertinotti. Anche Sel, secondo Vendola, è solo lo strumento per costruire una sinistra più grande» ragiona Grassi.
Ci riuscirà? «Vendola ha con sé molte persone di sinistra che individuano in lui una speranza. Io ho dei dubbi che il progetto riesca, i rapporti di forza non sono a suo vantaggio, e vediamo intorno a noi una sinistra dai grandi ideali ma che dinanzi ai rapporti di forza è costretta a passi indietro: pensiamo a Obama e Zapatero, ad esempio. Inoltre credo sia sbagliata la sua posizione contro i partiti, che rappresenti una debole scorciatoia per risolvere un problema reale. Con tutti i loro problemi, i partiti sono l’unico spazio dove la dialettica democratica può esprimesi. In ogni caso, che Vendola riesca o no nel suo ambizioso piano, la Fed deve costruire con lui e con Sel una unità di azione», spiega Grassi. «Anche perché la Federazione della sinistra (nata dall’incontro tra Prc, Pdci, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e Lavoro e solidarietà di Giampaolo Patta, ndr) è un soggetto a oggi non sufficiente, la cui ambizione dev’essere un allargamento. E nel concreto, alla manifestazione della Fiom, nella raccolta delle firme per l’acqua pubblica, nel sostenere il no di Pomigliano, è difficile notare differenze tra Sel e noi. Serve una sinistra capace di incidere. Per questo, da noi e da Vendola deve venire uno sforzo per far emergere, nel concreto, l’unità».
Quanto a Bersani, Grassi ha le idee molto chiare: «Primo, battere Berlusconi, con la massima unità possibile. Su questo il segretario del Pd, a differenza di Veltroni, ha un approccio vincente, di apertura dell’alleanza tra diversi soggetti, che noi apprezziamo. Ma non possiamo che prendere atto dell’assenza di condizioni minime per un nostro ingresso al governo. Non possiamo dimenticare la ferita del 2008, col governo Prodi. Quell’errore noi lo stiamo pagando ancora oggi».

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