“La tradizione culturale comunista non è fatta di pressappochismo”

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Intervista a Raul Mordenti – Resp. Formazione Prc
su Liberazione – 30 novembre 2010

La formazione politica e culturale è una tradizione dei partiti comunisti. Come mai?
L’autonomia della nostra proposta politico-culturale è una condizione irrinunciabile. Le classi dominanti non hanno bisogno di partiti e tantomeno, all’interno di questi, di una formazione. La borghesia si organizza e forma la propria visione del mondo nei consigli d’amministrazione, nelle banche, nei luoghi della proprietà, nelle lobbies. Le classi subalterne, invece, per costruire la propria autonomia, hanno bisogno di tre cose: di un partito, della formazione e di un giornale. Se si affida alla spontaneità del funzionamento della società capitalistica, il proletariato – a differenza della borghesia – invece di organizzarsi in quanto classe, si ritroverebbe distrutto, annichilito, ridotto a merce fra le altre merci.

Ci si potrebbe chiedere se in un partito la formazione si debba fare ancora sui libri o se non sia più efficace la pratica, l’azione, il lavoro politico o, magari, la palestra dei blog in rete. Serve ancora lo studio?
Esiste una specificità della cultura politica che non va sottovalutata, altrimenti si corre il rischi di cadere nel presssapochismo e nella sciatteria, due caratteristiche che non possono far parte dello stile di lavoro dei comunisti e delle comuniste. Un partito di massa è strumento di formazione in ogni suo momento. Lo è quando parla e quando ascolta, quando legge e quando scrive, quando si riunisce nelle sue sedi e quando va in piazza, quando ricorda e quando narra. Ma ciò non toglie la necessità dello studio, individuale e collettivo. Ci sono dei libri che contengono il sedimento del pensiero e della pratica degli altri, e in particolare esiste una nostra specifica tradizione culturale comunista. Una volta si chiamavano i “classici del marxismo”. E’ una brutta espressione, lo so. A ogni modo sono testi di cui non possiamo fare a meno. Dobbiamo tornare a studiarli, senza per questo cadere nel dogmatismo dei pappagalli. I comunisti e le comuniste del XXI secolo debbono impadronirsi di questa tradizione culturale, che è fatta di esperienza politica, di filosofia, di economia, di sociologia, di storia, ma anche di letteratura e arte.

Però tu sostieni che si debba anche allargare la sfera di ciò che chiamiamo cultura, o no?
Una volta chiarito che dei libri e dello studio non possiamo fare a meno, possiamo compiere il passo successivo. La cultura non sono solo i libri, certo, ma anche quella che Benjamin chiamava la tradizione degli oppressi. Intendo il sapere diffuso e non formalizzato dei subalterni. Anche il racconto orale è una forma di trasmissione di sapere. Vale qui quello che annotava Gramsci quando si poneva il problema di scrivere una storia non ancora mai scritta delle classi subalterne: ogni “traccia” di autonomia culturale dei subalterni, per quanto labile e parziale, va considerata di valore inestimabile.

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