di Serge Halimi su Le monde diplomatique – luglio 2010
NÉ GLI INVESTITORI CINESI, né i pensionati britannici potevano immaginare, il 20 aprile scorso, con quale rapidità sarebbero stati investiti dalla marea nera dilagante al largo della Louisiana. Sul luogo del disastro avevano perso la vita undici operai della piattaforma petrolifera; ai pescatori della baia di Saint Louis è venuta a mancare la base di sussistenza, e la popolazione del golfo del Messico ha subìto gravissimi danni ambientali, e ha dovuto assistere all’ecatombe dei pellicani bruni. Ma anche molto lontano dalla zona sinistrata, le autorità di Pechino e i pensionati britannici sono andati incontro a dispiaceri, anche se di tipo diverso. Nel giro di due mesi gli investimenti finanziari in azioni della Bp hanno subìto un tracollo del 48%. I fondi sovrani cinesi – come del resto quelli del Kuwait o di Singapore – hanno avuto di che pentirsi della loro passione per le compagnie petrolifere occidentali (1).
Il caso dei pensionati britannici presenta un interesse particolare, nel momento in cui gli stati europei, condizionati dai mercati finanziari, «riformano» i loro sistemi di previdenza sociale. I continui tagli apportati alle pensioni e ai rimborsi delle spese sanitarie hanno gettato molti lavoratori dipendenti – e non certo per caso, anzi volutamente – tra le braccia delle assicurazioni private e dei fondi pensione. E in un paese come il Regno unito, questi fondi non potevano che essere adescati dagli 89,4 miliardi annui dei dividendi Bp. Di fatto, la compagnia petrolifera, che troneggiava ai vertici del London Stock Exchange, era arrivata a coprire da sola un sesto delle loro entrate.
I pensionati britannici potevano fruire di una rendita tanto più confortevole, quanto più la Bp risparmiava sui costi – e in particolare su quelli delle misure di sicurezza. Ma qui non abbiamo a che fare con uno stato ai margini della legalità, né con una piccola repubblica presidenziale succube delle multinazionali: gli Usa non hanno esitato a difendersi dalla distruzione delle loro coste e del loro patrimonio naturale. Ogni barile di petrolio (159 litri) riversato in mare comporta per l’inquinatore un’ammenda di 4.300 dollari. In altri termini, una marea di petrolio la cui entità potrebbe essere 17 volte maggiore di quella provocata in Alaska da Exxon-Valdez sta facendo rimpiangere agli azionisti della Bp i risparmi sui costi decisi dalla compagnia per massimizzare i propri profitti.
Condizionati dal sistema pensionistico per capitalizzazione, i lavoratori di Londra e di Manchester hanno accettato di legare la prosperità della propria vecchiaia alle sorti dei fondi pensione. E oggi non vedono di buon occhio le misure di ritorsione americane, che incidono sul valore delle azioni BP e abbassano sensibilmente la stima della compagnia da parte delle agenzie di rating. Perciò, quando il presidente Barack Obama ha annunciato che l’azienda petrolifera avrebbe pagato le conseguenze della propria negligenza, l’ex ministro laburista Tom Watson ha espresso il timore di «una grave crisi per milioni di pensionati britannici».
Ecco come avviene che «milioni» di lavoratori desiderosi di sicurezza dopo un’intera vita di fatiche, anziché solidarizzare con i pescatori della Louisiana, sono indotti a sintonizzare le proprie speranze con quelle dei dirigenti Bp. Appare così in piena luce la vera natura di un sistema che crisi dopo crisi, rivela le solidarietà distorte grazie alle quali riesce ancora a mantenersi in piedi.
(1) Secondo l’agenzia Bloomberg, la Norvegia, il Kuwait, la Cina e Singapore avrebbero perso, dall’inizio della marea nera in Louisiana, ben 4,1 miliardi di dollari.

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