di Pietro Masina su il manifesto – 2 luglio 2010
Si era detto che gli operai erano scomparsi e che l’Italia fosse ormai un paese post-industriale: ma gli operai sono ricomparsi sui tetti, sulle gru, o provocatoriamente sull’isola dei cassaintegrati. Si era detto che fosse finita la centralità della fabbrica: ma per giorni la vicenda di Pomigliano ha occupato le prime pagine dei giornali e attirato grande attenzione nel paese nonostante i mondiali di calcio. Addirittura, si era ipotizzato che fosse ormai superato il conflitto di classe: eccolo squadernato davanti a noi nelle sue forme più classiche, ancora una volta agito dalla Fiat contro i suoi lavoratori e contro le rappresentanze sindacali. E con il referendum di Pomigliano si scopre che – pur di fronte ad un doloroso ricatto – una parte significativa dei lavoratori non si piega, rilancia la lotta, apre uno spiraglio di speranza per sé e per il resto del mondo del lavoro.
La vicenda di Pomigliano è insieme antica e moderna. Moderna, perché il ricatto di Marchionne si basa su una sempre maggiore mobilità del capitale, assume forme inedite nell’attacco ai diritti del lavoro, punta ad imporre un modello di relazioni industriali estraneo alla cultura italiana ed europea. Antica, perché al fondo c’è la lotta sul controllo dei tempi della produzione, sull’intensità del lavoro, insomma sull’estrazione del plusvalore dal lavoro operaio. Antica, perché nonostante le innovazioni tecnologiche e la robotica il lavoro di fabbrica resta un lavoro di muscoli e di sudore, ossessivamente ripetitivo ed alienante, che usura i corpi e piega le menti.
Il referendum di Pomigliano segna uno spartiacque non solo nella storia delle relazioni industriali in Italia, ma addirittura nella storia politica di questo paese. L’esito della partita in gioco non è chiaro né scontato. Fiat, Confindustria e il governo puntano a fare di Pomigliano un nuovo paradigma – superamento del contratto nazionale del lavoro, aggiramento dello statuto dei lavoratori, fine del sindacato come soggetto autonomo di rappresentanza dei diritti dei lavoratori. La forte opposizione dei lavoratori nel referendum ha messo un paletto di traverso ed ha impedito che la partita si chiudesse con una vittoria schiacciante della Fiat. Ma la Fiom e i lavoratori di Pomigliano alla lunga saranno sconfitti se saranno lasciati soli come è avvenuto in queste settimane – il risultato del referendum può portare ad un ripensamento da parte della dirigenza della Cgil e del Pd, ma deve riuscire a parlare anche ad un paese che crede sempre meno alle favole di Berlusconi senza però avere di fronte alternative credibili. La scelta dei governi europei di rispondere alla speculazione finanziaria attraverso piani di aggiustamento strutturale (comprimendo i redditi e i consumi dei ceti medio-bassi, quindi inevitabilmente portando ad un’ulteriore contrazione della crescita) è destinata ad esacerbare la tensione sociale. Questa tensione può (e molto probabilmente lo sarà) essere intercettata dalla destra ed esprimersi in forme ulteriori di degrado (contro gli immigrati, i diversi, degli uni contro gli altri); o può saldarsi alle lotte dei lavoratori che prima sui tetti e ora nel cuore di una grande fabbrica tornano a far sentire la propria voce. Altro che fine della centralità della fabbrica: il futuro politico dell’Italia si riapre proprio a partire da una nuova ed antichissima lotta operaia.
* Professore di economia politica internazionale all’orientale di Napoli

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