di Francesco Nappo su Liberazione – 1 luglio 2010
I lavoratori diretti, quelli che dipendono direttamente, per numero e condizione, dai volumi produttivi e dall’organizzazione del lavoro finalizzata all’estrazione massima di plus-lavoro, hanno deciso il risultato politico del referendum alla Fiat di Pomigliano. La possibilità di imporre ai poteri capitalistici (compresi gli illuminati mentori del Pd, come Scalfari), coalizzati ad hoc contro i lavoratori di Pomigliano, una trattativa vera ed una credibile prospettiva di innovazione produttiva e sociale dipende esclusivamente da questo fatto. Questo risultato sarebbe stato possibile anche a termini rovesciati, cioè con il concorso decisivo, nel referendum, degli impiegati e non degli operai? Tutto questo non ha niente a che fare con la collocazione delle diverse componenti del lavoro produttivo nel processo materiale di valorizzazione del capitale? La vicenda di Pomigliano impone alla Sinistra anche questo: un ripensamento critico della odierna composizione politica di classe, della sua stratificazione materiale, del carattere produttivamente differenziato e condizionato dell’emergere di coscienza e lotta. A cominciare dalla figura socializzata del ciclo industriale, quella che decide, per tutti i Paesi, della competizione globale e delle sue valenze politiche internazionali ed interne. La battaglia della Fiom ha aperto un varco, ha impresso all’urto tra classe e potere una direzione possibile, praticabile e realistica. Essa richiede, tuttavia, una crescita politica che passa innanzitutto per il coinvolgimento dell’intera Cgil. Importante potrebbe essere, in un tale scenario, il riaccendersi nel Pd di una discussione democratica che incrini la sciagurata equidistanza tra capitale e lavoro enfatizzata da Veltroni e mai veramente revocata nelle scelte fondamentali dell’attuale direzione politica, come dimostra la sua ignavia di ftonte all’offensiva di Marchionne a Pomigliano. Per la Sinistra imparare dalla classe operaia di Pomigliano significa, d’altra parte, mettere alla prova le proprie capacità di analisi e di proposta, la forza e la pregnanza della sua iniziativa politica ad ogni livello la lotta della classe a Pomigliano, infatti, potrà vincere soltanto nella misura in cui saranno rovesciate le compatibilità dell’oppressione sociale nelle priorità di un governo pubblico e democratico della produzione e della riproduzione. La compressione massima dell’indennità di malattia perseguita dalla Fiat illumina il contenuto più profondo dell’attacco al contratto nazionale e alla Costituzione, come accade alle metafore più rozze del potere. E’ in gioco la strutturazione autoritaria dello Stato di eccezione, cioè la sua penetrazione integrale e sistemica nella sfera delle relazioni produttive e di classe. L’individualizzazione del contratto resta l’ideale regolativo dei capitalisti. Esso passa principalmente, nell’Italia di Marchionne e Berlusconi, per la disintegrazione aziendalistica del contratto nazionale mediante accordi derogatori. La distruzione sostanziale del sindacato è l’altra faccia del taylorismo selvaggio che la crisi odierna induce nei sistemi di impresa meno competitivi, come quello italiano. Insieme danno l’immagine capovolta e stravolta di quella socializzazione del lavoro, che è anche cooperazione ed autovalorizzazione extralavorative, di cui il processo tecnico della produzione materiale si può avvalere finché non collide con la gerarchia sociale e, soprattutto, con l’esigenza di dominare il tempo di lavoro sotto i colpi delle crisi, che esasperano la competizione basata sui costi. E’ necessaria una proposta riformatrice coraggiosa, in grado di configurare compromessi sociali dinamici, quel che non sa fare la borghesia dominante in paesi come l’Italia, né può fare un’Europa deflazionista dominata dal grande capitale di esportazione tedesco. Bisogna misurarsi con alcune grandi trazioni trasformative dalle quali in primo luogo dipende l’unione politica del lavoro sociale ed il dispiegarsi di una democrazia emancipativa. Nella più estrema e generale sintesi tale base programmatica si potrebbe così indicare: 1) una dinamica nuova di specializzazione produttiva, guidata dal lavoro produttivo e dal general intellect sulla base della variabilità indipendente del salario; 2) una pratica contrattuale e politico-economica in cui mobilità sociale ed innovazione produttiva siano funzione l’una dell’altra; 3) una programmazione pubblica dello sviluppo che privilegi i suoi aspetti qualitativi, civili ed ambientali contro il feticcio della crescita; 4) l’affermazione di un blocco storico di transizione non riducibile alla dimensione del potere nella stessa misura nella quale non sia riducibile a società del lavoro e governo dell’accumulazione; 5) una figura della socialità produttiva, materialmente già disponibile, in cui risultino indistinguibili, nella dialettica reale dei processi, produzione e riproduzione, in cui lavoro, accesso al reddito, formazione, servizi pubblici universali siano allo stesso titolo ricchezza materiale e volto politico dell’individuo sociale.
*segretario Prc Campania e portavoce Federazione della Sinistra Campania

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