Il Vangelo secondo Mandela

mandela_last

di Alain Gresh su Le Monde Diplomatique – Luglio 2010

«UN EROE DEI GIORNI NOSTRI», titola uno speciale del Courrier international (giugno-agosto 2010). «Ha cambiato la storia», rilancia Le Nouvel Observateur (27 maggio 2010). Accompagnate dal ritratto di un Nelson Mandela sorridente, queste due copertine testimoniano un’adorazione condivisa, di cui il film Invictus del regista Clint Eastwood ha rappresentato l’apoteosi (1). Con la Coppa del mondo di calcio, l’intero pianeta solidarizza nel culto del profeta visionario contrario alla violenza, che ha guidato il suo popolo verso una terra promessa in cui vivono in armonia neri, meticci e bianchi. il carcere di Robben Island, dove colui che i compagni chiamavano Madiba è stato rinchiuso per lunghi anni – e luogo di pellegrinaggio obbligato per gli ospiti stranieri – richiama un «prima» un po’ evanescente, quell’epoca della vilipesa apartheid che non poteva non suscitare una condanna universale, in primo luogo da parte delle democrazie occidentali.
Cristo è morto sulla croce, duemila anni fa. Numerosi ricercatori si interrogano sulla corrispondenza tra il Gesù dei Vangeli e il Gesù storico. Cosa sappiamo della vita terrestre del «figlio di Dio»? Di quali documenti disponiamo per descrivere la sua predicazione? le testimonianze riprese nel Nuovo testamento sono affidabili? Si potrebbe pensare che sia più facile individuare il «Mandela storico», tanto più per il fatto che disponiamo di un vangelo scritto di suo pugno (2), ma anche di numerose testimonianze scritte. E ciò nonostante la leggenda Mandela apparirebbe altrettanto lontana, se non di più, dalla realtà, quanto quella del Gesù dei Vangeli, tanto sembra intollerabile ammettere che il nuovo messia è stato un «terrorista», un «alleato dei comunisti» e dell’unione sovietica (quella dei «gulag»), un rivoluzionario determinato.
Il Congresso nazionale africano (Anc), alleato strategico del Partito comunista sudafricano, si è lanciato nella lotta armata nel 1960, dopo il massacro nella township di Sharpville, il 21 marzo, che fece molte decine di morti; i neri manifestavano contro il sistema di pass (passaporto interno). Mandela, fino ad allora sostenitore della lotta legale, a quel punto si persuase: mai la minoranza bianca avrebbe rinunciato pacificamente al suo potere, alle sue prerogative. Dopo aver privilegiato, in un primo tempo, i sabotaggi, l’Anc utilizzò così, certo in maniera limitata, l’arma del «terrorismo », non esitando a piazzare qualche bomba nei caffè.
Arrestato nel 1962 e condannato, Madiba rifiutò, a partire dal 1985, numerose offerte di liberazione in cambio della sua rinuncia alla violenza. «È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta – scriveva nelle sue Memorie. Se l’oppressore utilizza la violenza, l’oppresso non ha altra scelta che rispondere con la violenza». E solo questa, accompagnata da crescenti mobilitazioni popolari e sostenuta da un sistema internazionale di sanzioni con il tempo sempre più rigido, ha potuto dimostrare l’inanità del sistema repressivo e condurre il potere bianco a ravvedersi. Acquisito il principio «un uomo, un voto», Mandela e l’Anc seppero allora dar prova di accortezza nella realizzazione della «società arcobaleno» e nelle garanzie accordate alla minoranza bianca. Rinunciarono persino – ma questa è un’altra storia – a insistere sul loro progetto di trasformazione sociale.
La strategia dell’Anc beneficiò di un sostegno materiale e morale da parte dell’unione sovietica e del «campo socialista». Numerosi quadri furono formati e addestrati a Mosca e Hanoi. Il conflitto si estese a tutta l’Africa australe, dove l’esercito sudafricano tentò di affermare la propria egemonia. L’intervento delle truppe cubane in Angola nel 1975 e le vittorie che riportò, in particolare a Cuito Cuavanale nel gennaio 1988, contribuirono a scuotere la macchina da guerra del potere razzista e a confermare l’impasse nella quale esso si trovava. la battaglia di Cuito Cuavanale costituì, secondo Mandela, «una svolta nella liberazione del nostro continente e del mio popolo » (3). Non doveva dimenticarlo: egli fece del presidente Fidel Castro uno degli ospiti d’onore delle cerimonie della sua ascesa alla presidenza, nel 1994.
In questo scontro tra la maggioranza della popolazione e il potere bianco, gli Stati uniti, Regno unito, israele e Francia (questa fino al 1981) combatterono dal «lato sbagliato», quello dei difensori dell’apartheid, in nome della lotta contro il pericolo comunista. Chester Crocker, l’uomo chiave della politica dell’«impegno costruttivo» del presidente Ronald Reagan in Africa australe negli anni ’80, scriveva: «Per la sua natura e la sua storia, l’Africa del Sud fa parte dell’esperienza occidentale ed è parte integrante dell’economia occidentale » (Foreign Affairs, inverno 1980-1981). Washington, che aveva sostenuto Pretoria in Angola nel 1975, non esitò ad aggirare l’embargo sulle armi e a collaborare strettamente con i servizi d’informazione sudafricani, rifiutando qualsiasi misura coercitiva contro Pretoria. Mentre aspettava un’evoluzione graduale, la maggioranza nera era chiamata alla moderazione.
Il 22 giugno 1988, diciotto mesi prima della liberazione di Mandela e della legalizzazione dell’Anc, il sottosegretario del dipartimento di stato americano, John C. Whitehead, spiegava davanti a una commissione del Senato: «Noi dobbiamo riconoscere che la transizione verso una democrazia non razzista in Africa del Sud richiederà inevitabilmente più tempo di quanto speriamo». Egli pretendeva che le sanzioni non dovessero avere alcun «effetto demoralizzante sulle élite bianche» e che esse penalizzassero in primo luogo la popolazione nera.
Nell’ultimo anno del suo mandato, Ronald Reagan tentò così un’ultima volta, ma senza successo, di impedire al Congresso di punire il regime dell’apartheid. Erano i tempi in cui celebrava i «combattenti della libertà» afghani o nicaraguensi, e denunciava il terrorismo dell’Anc e dell’organizzazione di liberazione della Palestina (olp).
Il Regno unito non fu da meno; il governo di Margaret Thatcher rifiutò qualsiasi incontro con l’Anc fino alla liberazione di Mandela nel febbraio del 1990. Durante il summit del Commonwealth di Vancouver, nell’ottobre del 1987, si oppose all’adozione di sanzioni. Interpellata sulle minacce dell’Anc di colpire gli interessi britannici in Africa del Sud, ella rispose: «Ciò dimostra che tipo di ordinaria organizzazione terroristica sia [l’Anc]». Era l’epoca in cui l’associazione degli studenti conservatori, affiliata al partito, distribuiva dei poster proclamando: «Impiccate Nelson Mandela e tutti i terroristi dell’Anc! Sono dei macellai». Il nuovo primo ministro del Regno unito David Cameron ha finalmente deciso di scusarsi per questo comportamento, nel febbraio del 2010! Ma la stampa ha avuto buon gioco a ricordargli che lui stesso si era recato in Africa del Sud nel 1989 su invito di una lobby anti-sanzioni.
Israele rimase fino alla fine l’alleato indefettibile del regime razzista di Pretoria, fornendogli armi e aiutandolo nel suo programma militare nucleare e missilistico. Nell’aprile del 1975, l’attuale capo di stato Shimon Pérès, allora ministro della difesa, firmò un accordo di sicurezza tra i due paesi. un anno più tardi, il primo ministro sudafricano Balthazar J. Vorster, un vecchio simpatizzante nazista, veniva ricevuto con tutti gli onori in israele. i responsabili dei due servizi d’informazione si riunivano annualmente e coordinavano la lotta contro il «terrorismo» dell’Anc e dell’olp.
E la Francia? Quella del generale de Gaulle e dei suoi successori di destra imbastì delle relazioni senza complessi con Pretoria. in un’intervista pubblicata nel numero del Nouvel Observateur citato all’inizio, Jacques Chirac si vantò del sostegno dato in passato a Mandela. Sull’argomento, come molti dirigenti della destra, egli ha la memoria corta – e il giornalista che lo ha intervistato ha accettato senza protestare la sua amnesia. Primo ministro fra il 1974 il 1976, Chirac formalizzò nel giugno del 1976 il contratto con Framatome per la costruzione della prima centrale nucleare in Africa del Sud. in quell’occasione, l’editoriale di Le Monde notava: «La Francia è in curiosa compagnia nel piccolo gruppo di partner giudicati “sicuri” da Pretoria» (1° giugno 1976). «Viva la Francia. L’Africa del Sud diventa potenza atomica», titolò a tutta pagina il popolare giornale sudafricano Sunday Times. Sebbene nel 1975 avesse deciso, in particolare su pressione dei paesi africani, di non vedere più armi direttamente all’Africa del Sud, la Francia onorerà ancora per molti anni il contratto in corso, mentre i suoi blindati Panhard e gli elicotteri Alouette e Puma saranno costruiti localmente su licenza.
Malgrado il discorso ufficiale di condanna dell’apartheid, Parigi mantenne, almeno fino al 1981, numerose forme di cooperazione con il regime razzista. Alexandre de Marenches, l’uomo che diresse il servizio di documentazione esterne e di controspionaggio (Sdece) fra il 1970 e il 1981, ha riassunto la filosofia della destra francese: «L’apartheid è sicuramente un sistema che si può deplorare, ma bisogna farlo evolvere con dolcezza» (4). Se l’Anc avesse ascoltato i consigli di moderazione (o quelli del presidente Reagan), Mandela sarebbe morto in prigione, l’Africa del Sud sarebbe precipitata nel caos e il mondo non avrebbe potuto fabbricare la leggenda del nuovo messia.

(1) Mona Chollet, «Le dérobades d’“Invictus”», Le Lac des signes, 12 gennaio 2010, http://blog.mondediplo.net (2) Nelson Mandela, Un lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano, 1995. (3) Ronnie Kasrils, «Turning point at Cuito Cuavanale», 23 marzo 2008, www.iol. co.za (4) Alexandre de Marenches e Christine Ockrent, Dans le secret des princes, Stock, Paris, 1986 , p. 228 (trad. it. I segreti dei potenti,Longanesi, Milano 1987).

Puoi SCRIVERE UN COMMENTO, o trackback dal tuo sito.

Un commento to “Il Vangelo secondo Mandela”

Scrivi un commento