Reagire al degrado

Ritengo questo scritto di Angelo D’Orsi molto importante. La proposta conclusiva fa riferimento a Torino e al Piemonte, ma tutta la riflessione che contiene e’ di carattere generale. Fa il paio con un altro articolo scritto da Alberto Burgio qualche settimana fa e pubblicato dal Manifesto (lo linko alla fine del post). L’analisi che emerge della situazione attuale e’ drammatica! A tratti tragica. Qualcuno potrebbe ritenerla esagerata. Io non lo penso. In altri momenti storici la sinistra ha trascurato gli allarmi che venivano lanciati dal mondo della intellettualita’ e della cultura. Sappiamo, purtroppo, come e’ finita. Evitiamo che torni ad accadere!

***

L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica – uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del Nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte, una crisi drammatica.
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia – segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 –, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico.
Quali sono i segnali di un degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
In primo luogo, la crisi istituzionale, che ci mostra una democrazia sulla strada dell’eutanasia, soppiantata dal populismo mediatico. Come è possibile che un presidente del Consiglio intervenga telefonicamente in quasi ogni programma televisivo di discussione politica per aggredire, ingiuriare, e minacciare conduttori non graditi, giornalisti scomodi, e persino il pubblico non accomodante? E come è possibile che simili ricorrenti performances passino sotto silenzio, o tutt’al più vengano un po’ bonariamente offerte al sorriso dei lettori, da qualche giornale non proprio ossequiente? Com’è possibile che un programma televisivo – che può essere definito “di regime” – come il famigerato “Porta a porta” abbia un potere decisamente superiore a quello delle due Camere? E come stupirsene, d’altro canto, se si bada alla inefficienza vergognosa della Camera dei Deputati e, ancor più, del Senato della Repubblica? Inefficienza, badiamo bene, non legata semplicemente alla scarsa “voglia di lavorare” dei nostri rappresentanti, bensì alla pesante involuzione del sistema parlamentare, nel degrado della democrazia rappresentativa. Abbiamo assistito impotenti, ancorché, molti tra noi, via via più indignati, alla confusione deliberata di spazi pubblici e spazi privati, all’emergere di criteri di selezione del ceto politico del tutto impropri: avvenenza fisica, look, “visibilità” acquisita in televisione, disponibilità sessuale. E, naturalmente, favori ricevuti che devono essere a un certo punto “ricambiati”.
Il voto di scambio è oggi persino più grave che in passato, a dispetto dell’azione della magistratura. E’ un voto che passa attraverso organizzazioni criminali, che, per quel che è dato di sapere, sono strettamente legate alle fortune finanziarie e all’ascesa politica di alcuni personaggi oggi ai vertici del potere, e in particolare di uno di loro. I poteri locali, segnatamente nel Sud d’Italia, sono spesso intrecciati ai poteri nascosti, ed efficientissimi, delle “cosche” e delle “cupole”: ma la mafia ormai ha raggiunto, oltre che le grandi città del Nord, le istituzioni finanziarie, avvicinandosi al cuore del potere politico.
Di questo passo, lo Stato sarà  appaltato ai capibastone, così come, nel succedersi di maggioranze governative, esso ha ceduto, sovente a prezzi irrisori, proprietà, competenze, controlli a privati. Il demone della privatizzazione e dell’aziendalizzazione, del resto, ha non da oggi equiparato, largamente, “destra” e “sinistra”. Il governo italiano è ormai, in modo non solo palese ma sfrontato, ridotto al ruolo di super-comitato d’affari di comitati d’affari. La politica fiscale, per fare un solo esempio, ne è la prova assoluta.
E sul fronte dell’etica pubblica si assiste a un degrado di cui mai era visto l’eguale. Un giornalista di destra, legato all’area governativa, dopo aver rotto con il suo capo, ha coniato il termine “mignottocrazia”, per definire la situazione in atto nella politica italiana: difficile dire meglio. E superfluo insistere sul tema, utile tuttavia a dare il segno estremo di una decadenza che sta toccando il fondo, tipica delle epoche degli imperi al tramonto. Ma, nello stesso tempo, questa leadership immorale mostra un ossequio grottesco nei confronti della Chiesa cattolica, accettandone i diktat, e sollecitandone l’appoggio in cambio di favori economici e a livello di potere; ma lasciando cadere nel vuoto gli appelli che da essa giungono a una politica dell’accoglienza e del rispetto verso i migranti, ormai ridotti al rango di “non persone”, tanto nella legislazione in atto e nelle scelte politiche, quanto in un diffuso senso comune che, fondato sull’ignoranza e sulla paura del diverso, è ormai semplicemente razzista.
E che dire dell’indifferenza colpevole davanti alle questioni ambientali? La gran parte del ceto politico, anche di opposizione appare del tutto sordo, o quanto meno in ritardo, su quello che appare il tema dei temi del prossimo avvenire, e non solo italiano, ma evidentemente mondiale.
Davanti al degrado, sintomo e insieme causa, ma anche strumento di salvaguardia delle cricche affaristiche che “governano” la cosa pubblica, il controllo dell’informazione appare un punto dirimente. Di qui la politica volta a mettere le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo, a controllare la stampa e l’editoria, i tentativi di esercitare la censura sulla Rete e quant’altro. Com’è possibile che il presidente del Consiglio, a capo del maggiore impero mediatico europeo, sia lasciato libero di decidere i giornalisti, i conduttori, i dirigenti del servizio pubblico, ma anche, addirittura, di larga parte della carta stampata? E sempre nell’indifferenza, o quanto meno nella sottovalutazione della cosiddetta “pubblica opinione”.
L’altro punto essenziale del programma dei berlusconidi, veri e propri cloni del “capo”, di cui eseguono senza alcuna esitazione o dubbio le direttive, tutte fondate sul perseguimento degli interessi di un individuo e delle sue clientele, è la drastica messa sotto controllo della magistratura, come Terzo Potere indipendente dagli altri due. La legge sulle intercettazioni telefoniche rappresenta un punto di incontro tra due distinti attacchi: alla libertà d’informazione e all’indipendenza (e alla stessa efficienza) della magistratura, straordinario regalo alla grande criminalità, da quella in colletti bianchi a quella della lupara. Un evidente do ut des, da cui il primo a trarre benefici è il “capo del governo”, e la banda di affaristi che gli si raduna intorno, dentro e fuori le istituzioni.
Il catalogo, insomma, è lungo. Catalogo di inefficienze e nefandezze, di menzogne e di sprechi, di iniquità sociali e di bassezze morali, che stanno devastando il panorama italiano: dall’ambiente alle istituzioni, dal futuro delle giovani generazioni, completamente azzerato, alla ricerca, vittima di un vero attacco persecutorio, gravissimo nelle sue conseguenze a medio e lungo termine,  dalla scuola all’università, messe sotto accusa in quanto ultimi santuari di un sapere critico, dalla cultura, in tutta evidenza considerata un “comparto superfluo”, ove non si contenti di fornire circenses alla plebe…
Ma oggi non solo non ne possiamo più  di circenses, ma ci manca il panem. Gli operai sui tetti delle fabbriche, dipendenti che si incatenano ai cancelli delle officine, la sequenza di suicidi di lavoratori e persino di imprenditori, il libero vagare sulla scena finanziaria e “imprenditoriale” di fallimentatori di professioni, spregiudicati avventurieri della finanza, che sono responsabili della gran parte del dissesto del sistema produttivo… Oggi esisterebbero le condizioni oggettive per una riscossa di quella parte d’Italia che si riconosce nelle ragioni dei proletari, dei subalterni, dei giovani disoccupati e sottoccupati: di quella parte d’Italia che si è richiamata storicamente alla Sinistra. E invece?  Il paradosso che stiamo vivendo è che al cospetto di una crisi epocale del capitalismo, la Sinistra appare morente: dovrebbe essere la sua stagione, dopo il crollo del biennio “rivoluzionario” 1989/91, e invece essa appare afasica e impacciata, a esser eufemistici, incapace di elaborare strategie, dominata da un personale politico troppo sovente inadeguato, rissoso, e, talora, autoreferenziale.
L’alternativa, a livello nazionale, e locale, sembra impossibile. Eppure essa è necessaria, non per la “rivincita” della Sinistra, ma per la salvezza dell’Italia. Oggi, più che mai il motto “socialismo o barbarie” suona come lo squillo di tromba che deve ridestarci e spingerci all’azione, in modo serio e meditato, ma determinato e capace di superare, innanzi tutto, la tendenza pericolosa della difesa dell’ “identità” di micropartiti e, addirittura, di frazioni di micropartiti. Dall’altro canto, tuttavia, occorre tenere ferma la barra sull’alternativa radicale a un sistema in cui le complicità e le connivenze tra istituzioni, forze politiche di vario orientamento, gruppi di interesse, stanno distruggendo il Paese, il suo tessuto connettivo, la sua forza propulsiva, e la stessa capacità di preservare la propria memoria, l’avvenire della gioventù, la cui esistenza è ridotta a un precariato ormai devastante su tutti i piani, condannata a vivere l’istante come se fosse eterno.
Siamo davanti a un passaggio decisivo: o lasciare andare alla deriva la barca, aspettando il cozzo contro gli scogli, o tentare di indirizzarne la rotta. Siamo pochi? Siamo molti? Intanto, contiamoci. E scendiamo allo scoperto, rompendo gli indugi, vincendo i timori, superando antiche divisioni, pronti ad allearsi con chiunque, pur di raggiungere l’obiettivo: che, detto in una sola parola, enfatica, ma oggi inevitabile, è la salvezza d’Italia, cominciando, magari, da Torino e dal Piemonte. Non ci preoccupiamo se l’espressione suoni retorica e magari richiami echi mazziniani, o garibaldini: non ce ne preoccupiamo, in quanto riteniamo il Risorgimento un grande moto progressivo, la cui importanza rimane fondante per la nostra storia.
Dunque occorre radunare le forze, puntando su tutti coloro, singoli o esponenti di associazioni, circoli, gruppi organizzati, abbiano innanzi tutto la consapevolezza del momento epocale in cui ci troviamo e in secondo luogo in un momento storico in cui la gran parte del ceto intellettuale è troppo intento a badare ai fatti propri, o in attesa di una comparsata in un talk show televisivo, per scendere in campo contro la menzogna e l’indifferenza, occorre che qualcuno faccia sentire una voce di verità, e rischi, di persona, pur di suscitare un moto generale di reazione: che, riteniamo, debba essere innanzi tutto eticamente fondato.
Da questa prima riunione, certamente interlocutoria, vorremmo che uscissero proposte, intendimenti, volontà: di agire, di superare vecchi e nuovi steccati, di unirsi in un ideale Partito della Salvezza contro il Partito in atto, della Devastazione. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi. Correremo il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora, dunque. Non domani.
Affrontiamo, insieme, fin da oggi, il fatidico “Che fare?”. Ma esprimiamo da oggi, la nostra volontà di fare.

Angelo D’Orsi

Articolo di Alberto Burgio: Il gioco si fa duro

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48 commenti to “Reagire al degrado”

  1. ninetta scrive:

    il popolo italiano e in capace di reagire.aspetta sempre l`ultimo momento ma e` troppo tardi, di passato non si puo vivere,ma nemmeno dimenticare bisogna guardare ha un futuro migliore.non restare passivi,inattivi bisogna spogliarsi come i serpenti(della loro pelle si svestono ricominciano d´accapo)MI DISPIACE MA COSI SIAMO TUTTI AL CAPOLINEA SENZA RITORNO:ALLORA MEGLIO SMUOVERSI X SEMPRE,SENZA ASPETTARE + TANTO COSI ABBIAMO SOLO DA RIMETTERCI;
    SONO + DI 50 ANNI CHE ASCOLTIAMO LA STESSA FILASTROCCA IL POPOLO E INCAZZATO NERO NERO CHI SBAGLIA PAGA QUESTA E´LA LEGGE SALVE
    NINETTA

  2. ninetta scrive:

    il popolo italiano e in capace di reagire.aspetta sempre l`ultimo momento ma e` troppo tardi, di passato non si puo vivere,ma nemmeno dimenticare bisogna guardare ha un futuro migliore.non restare passivi,inattivi bisogna spogliarsi come i serpenti(della loro pelle si svestono ricominciano d´accapo)MI DISPIACE MA COSI SIAMO TUTTI AL CAPOLINEA SENZA RITORNO:ALLORA MEGLIO SMUOVERSI X SEMPRE,SENZA ASPETTARE + TANTO COSI ABBIAMO SOLO DA RIMETTERCI;
    SONO + DI 50 CHE ASCOLTIAMO LA STESSA FILASTROCCA IL POPOLO E INCAZZATO NERO NERO CHI SBAGLIA PAGA QUESTA E´LA LEGGE SALVE
    NINETTA

  3. cesare allara torino scrive:

    SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA
    di Cesare Allara
    La descrizione della situazione attuale del nostro paese enunciata da Angelo D’Orsi in “Reagire al degrado” suscita automaticamente una domanda cruciale: come e perché siamo giunti a questo punto? Se non si risponde preliminarmente ed esattamente a tale quesito, se cioè non si individuano precisamente le cause della malattia si rischia di propinare al paziente cure e medicinali inutili, anzi dannosi. Un serio e approfondito dibattito su tale argomento nella fu-sinistra non è mai neanche stato proposto; si è sempre preferito parlare di “unità contro Berlusconi”, di contenitori politici e di grandi ammucchiate allo scopo di salvare qualche strapuntino ai soliti noti in nome dell’unità più o meno antifascista. E pensare che rispondere correttamente alla domanda non richiede molto tempo.
    Una premessa: so bene che occorrerebbe cercare di definire almeno approssimativamente cosa s’intende per democrazia, il sistema generalmente ritenuto più idoneo a garantire la libertà degli individui, ma tralascio questo capitolo, ripromettendomi se ne avrò l’occasione di scriverne più diffusamente. Per il momento, uso la parola democrazia intendendola così come si ricava dalle norme della Costituzione italiana.
    In Italia la crisi della democrazia non è un fatto recente, avvenuto come vuol far credere la propaganda del cosiddetto “popolo della sinistra” con la “discesa in campo” di Berlusconi. Anche il degrado culturale è precedente alla nascita di Mediaset e al salvataggio delle televisioni berlusconiane da parte di Bettino Craxi. Berlusconi non è la causa del degrado e della crisi della democrazia, ma ne è il prodotto.
    L’attacco alla libertà di stampa, l’invadenza mediatica del premier, la mignottocrazia, il proliferare di mafie, cricche e comitati d’affari, moderni lanzichenecchi che saccheggiano i beni pubblici, non sono che le tragicomiche conseguenze dell’avvenuto passaggio dalla democrazia dei nostri padri costituenti alla democrazia imperiale USA dell’epoca della globalizzazione capitalista. La crisi dell’economia, la crisi occupazionale, la crisi finanziaria nei paesi occidentali sono il prodotto di una fase di passaggio, iniziata almeno trent’anni fa, da un modello capitalistico più o meno “keynesiano” al capitalismo globalizzato. Il diktat di Marchionne su Pomigliano d’Arco è l’espressione più aggiornata di questa transizione. All’interno di tutte queste fasi di passaggio, di questa involuzione della democrazia, la sinistra, tutta la sinistra ha avuto una responsabilità preminente.
    Se si vuole fissare una data da cui far iniziare il declino della democrazia in Italia, così come l’avevano intesa i padri costituenti, occorre riandare verso la fine degli anni Settanta quando, sotto la pressione di un PCI smanioso di governare, il sindacato sposa appieno le rivendicazioni del padronato. Si veda a tale proposito la famosa intervista a la Repubblica di Luciano Lama: per dimostrare ai padroni le capacità di governo del sistema capitalistico da parte della sinistra, il segretario della CGIL sconfessa dieci anni di politica rivendicativa sindacale e di conquiste del movimento operaio, ed impone politiche di moderazione salariale. “E ora, e ora miseria a chi lavora” urlavano sarcasticamente nel 1977 gli studenti dell’università La Sapienza di Roma contestando la presenza di Lama nel loro ateneo e la “politica dei sacrifici” imposta ai lavoratori. E infatti oggi, larghe fette di popolo italiano alla miseria ci sono arrivate.
    Dall’ottobre 1980 i lavoratori diventano sempre più una variabile dipendente dalle esigenze del padronato, mentre i dirigenti del più grande partito della sinistra si disfano velocemente dell’aggettivo comunista e si propongono come zelanti gestori degli interessi padronali. Negli ultimi 30 anni le prime picconate all’impianto costituzionale, le politiche più antipopolari, i più micidiali attacchi alle condizioni di vita delle classi subalterne in Italia sono stati portati in prima battuta dalla sinistra più o meno unita (abolizione della contingenza, riforme pensionistiche varie, precarizzazione del lavoro, furto del TFR ecc.). Cosicché oggi, il 35-50% degli operai della FIAT Mirafiori è pesantemente indebitato con agenzie finanziarie per far fronte alle più elementari necessità della vita (dati diffusi dalla FIOM torinese), un sempre maggior numero di pensionati raccoglie gli scarti di verdura e frutta nelle aree mercatali rionali e centinaia di disperati fanno code di ore agli sportelli INPS nei primi mesi di quest’anno per chiedere spiegazioni per diminuzioni delle pensioni di 2 (due!) euro. Per accorgersi della disperazione dilagante basta frequentare i patronati o le code per ottenere sussidi per l’affitto, per il riscaldamento ecc.
    La morte della democrazia sta nel fatto che gli interessi di quelle decine di milioni di italiani di cui sopra non sono né rappresentati né difesi. Prova ne è che oggi è più facile che ai congressi degli industriali sia più applaudito un segretario sindacale che non Berlusconi, così come ad un congresso sindacale è più probabile trovare la Marcegaglia che non un semplice operaio.
    Che fare? E’ evidente che occorre ripartire da dove il movimento operaio era stato mollato nel 1980. Non voglio usare formule desuete del tipo “centralità della classe operaia”, anche perché non saprei dire se la classe operaia esiste ancora. Ma è chiaro che se i lavoratori non mettono in campo al più presto un duro scontro sociale, per intenderci stile 3 luglio 1969, contro i padroni di ogni risma, non solo contro Berlusconi, la Costituzione la possiamo salutare.
    Da quanto scritto sino a qui è altresì evidente che i dirigenti di questa sinistra responsabili di questi disastri non possono essere coloro che ci faranno uscire da questa situazione perché non hanno più alcuna credibilità, come hanno dimostrato ampiamente tutti i risultati elettorali. C’è l’urgente necessità di scavare per costruire una nuova casa, ma i detriti di quella vecchia impediscono i lavori. Siamo ancora purtroppo nella necessità di sgomberare al più presto le macerie.
    Torino, 15 giugno 2010

  4. paolo scrive:

    Penso che vadano fatte molte riflessioni sugli scritti di Burgio e D’Orsi, studiosi non certo accusabili di essere destri o revisionisti, cosi come penso sia molto intelligente l’ introduzione di Claudio nel metterceli a disposizione.

    Ho preso dei virgolettati degli scritti ovviamente copiandoli e incollandoli in modo iper partigiano, ma mi sembrano posizioni estremamente intelligenti che purtroppo non bucano nel dibattito politico nel paese e fanno fatica anche ad essere discusse nella federazione della sinistra.

    Burgio

    “Il gioco si fa duro. Da giorni la «grande» stampa batte sulla vera novità imposta dalla crisi: il tempo dello Stato sociale è scaduto. Fine dell’elemosina. Ha cominciato il Sole con Alberto Orioli: il welfare è un «insostenibile, costoso, inefficiente» retaggio del passato. Come il posto fisso. Ha proseguito il Corriere con Piero Ostellino (lo Stato sociale «divorerà i cittadini» che sinora ha compassionevolmente assistito) e Angelo Panebianco (…..tutto il potere al Libero Mercato)”.

    “….adesso si reagisce all’altezza del pericolo? Qualcuno lancia l’allarme? Non pare. Alla «gente» si trasmette l’illusione che la «democrazia» sia una conquista irreversibile e un valore in sé, nonostante lo svuotamento dei diritti”.

    Grassi

    “L’analisi che emerge della situazione attuale e’ drammatica! A tratti tragica. Qualcuno potrebbe ritenerla esagerata. Io non lo penso. In altri momenti storici la sinistra ha trascurato gli allarmi che venivano lanciati dal mondo della intellettualita’ e della cultura. Sappiamo, purtroppo, come e’ finita. Evitiamo che torni ad accadere”

    D’orsi

    “L’alternativa, a livello nazionale, e locale, sembra impossibile. Eppure essa è necessaria, non per la “rivincita” della Sinistra, ma per la salvezza dell’Italia. Oggi, più che mai il motto “socialismo o barbarie” suona come lo squillo di tromba che deve ridestarci e spingerci all’azione, in modo serio e meditato, ma determinato e capace di superare, innanzi tutto, la tendenza pericolosa della difesa dell’ “identità” di micropartiti e, addirittura, di frazioni di micropartiti”

    “………., vorremmo che uscissero proposte, intendimenti, volontà: di agire, di superare vecchi e nuovi steccati, di unirsi in un ideale Partito della Salvezza contro il Partito in atto, della Devastazione. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi. Correremo il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora, dunque. Non domani”

    Con un po di coraggio queste posizioni potrebbero portare un contributo per ricucire le ferite a sinistra, se non proprio per un auspicabile soggetto unitario e plurale della sinistra, almeno per favorire liste elettorali unitarie.

    Buon lavoro

  5. PAOLO scrive:

    SCUSATE QUALCUNO SA’ DIRMI A QUALE ASSEMBLEA HA PARTECIPATO GRASSI A SALERNO E COME E’ ANDATA?

  6. Matteo Andreani scrive:

    Piu’ del come reagire credo dovremo parlare di quando reagire … ieri Sel ha fatto la sua prima manifestazione,certo non era una piazza piena ma hanno centrato l’obbiettivo.Hanno avuto il loro buon riscontro mediatico …. Andrea ha lanciato l’idea di una manifastazione.Credo sia un azzardo che si possa rischiare!In estate con le feste della FdS si potrebbe lanciare una manifestazione per ottobre che sia contro questo governo e che sia di lancio per la FdS.Se tutti si impegnanassero a dovere,ma tutti proprio tutti … un piu’ che sufficiente risultato sarebbe alla portata e sarebbe una iniezione di fiducia notevole e soprattutto spazzerebbe via tutte le riluttanze verso la FdS.Ma questo sarebbe ottobre e ora?Dobbiamo essere onesti il massimo che possiamo fare e’ la massima partecipazione alle manifestazioni degli altri … Cgil,Usb,sciopero della stampa e altro.Poi credo che le feste della FdS(a proposito e’ in considerazione una festa nazionale della FdS?casomai da svolgere a settembre quando riinizia la stagione politica?Casomai anche in qualche luogo simbolico tipo Mirafiori,Pomigliano o altro?)devono essere sfruttate per intavolare il dialogo(reale)con Sel e dove si votera’ per le comunali co tutte le altre forza di csx …. Altro punto importante,sicuramente in molte provincie e grandi citta’ la FdS e’ una realta’ e funzionera’ bene perche’ non “pubblicizzarlo” molto di piu’?

  7. enzo bardo scrive:

    Copio e incollo dal sito di rifondazione un argomento di stretta attualità che i media hanno presentato in modo tanto distorto da confondere le idee, anche ai più avvertiti.

    L’EUROPA VUOLE L’ETA’ PENSIONABILE A 65 ANNI PER LE DONNE? FALSO
    di Rosa Rinaldi

    Non è assolutamente vero che l’Europa impone che le donne italiane vadano in pensione a 65 anni, come invece viene motivato in modo infondato non solo dal governo, ma dalla più parte dei media. Com’è che invece l’informazione non solleva alcun dubbio?
    I pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l’innalzamento dell’età, ma sono fondati sull’esigenza di non discriminare il lavoro femminile, giacché tutte le ricerche denunciano retribuzioni e pensioni inferiori a quelle maschili. Con la direttiva 79/1978, l’Europa salva infatti la possibilità per gli stati di stabilire età di pensione differenti tra uomini e donne; e comunque l’Unione non può intervenire sull’età stabilita dai paesi membri. Può, invece, chiedere conto di atti discriminanti, come «obbligare» le donne ad andare in pensione prima: perché, in presenza di un regime legato ai contributi, porta a un rendimento ridotto.
    Esiste dunque una questione di parità, ma non riguarda l’età. Nella «Piattaforma di Pechino» i governi si erano piuttosto impegnati a esplicitare l’impatto delle politiche economiche in termini di lavoro pagato e non pagato e di accessi al reddito delle donne. E il Consiglio Europeo di Lisbona, nel marzo 2000, fissava l’obiettivo del pieno impiego attraverso un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e il diritto fondamentale al lavoro di uomini e donne. Nel diritto comunitario, del resto, la tutela antidiscriminatoria è da sempre un architrave, che col Trattato di Amsterdam del 1998 è divenuto un principio fondamentale.

    I dati ufficiali mostrano invece che siamo ben lontane da una parità retributiva, quindi economica, sociale e politica. Questo il quadro: fino a 20.000 euro, 48% donne e 52% uomini; da 20.000 a 40.000, 27% donne e 73% uomini; da 40.000 a 60.000, 20% donne 80% uomini; da 60.000 a 80.000, 15% donne 85% uomini; da 80.000 a 100.000, 12% donne 88% uomini; oltre 100.000, 10% donne 90% uomini.
    Il differenziale retributivo uomo/donna si attesta su una media del 23%. Il gap per le retribuzioni nette annue delle donne va da 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10 mila degli autonomi. Gli uomini hanno in media redditi superiori in tutte le forme contrattuali: 23% nel lavoro dipendente, 40% in quello autonomo, 24% per le collaborazioni.
    Il lavoro delle donne nei 14 paesi più avanzati per un terzo è lavoro pagato e per due terzi è lavoro non pagato. Mentre tre quarti del lavoro degli uomini è pagato ed un quarto no. Quindi, è il peso dell’ineguaglianza di genere nella distribuzione del lavoro non pagato che determina le condizioni materiali delle donne nel lavoro produttivo a tutti i livelli. Ciò mentre rimane un carico di lavoro famigliare non retribuito: all’Italia appartiene infatti il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare. Lisbona auspica il raggiungimento nel 2010 di un tasso di occupazione femminile del 60% in tutti i paesi. I nostri tassi di occupazione femminile risultano inferiori a quelli medi dell’Ue per ogni classe d’età e non solo rispetto all’Europa a 15, ma anche rispetto alle recenti adesioni. L’Italia infatti è, dopo Malta, il paese con i più bassi livelli di occupazione femminile di tutta l’Ue.
    Quanto poi alle anziane e pensionate, due dati sono confermati in tutte le aree del paese e in tutti gli enti previdenziali: il 76% dei trattamenti integrati al minimo (cioè sotto i 500 euro mensili) riguarda le donne (2,6 milioni) e le donne mono-pensionate sono il 64,8% del totale, con un importo medio annuo di circa 7.300 euro. Si aggiunga che solo l’1,2% delle donne arriva ad avere 40 anni di contributi, il 9% arriva a una contribuzione fra i 35 e i 40 anni e ben il 52% è al di sotto dei vent’anni. Il che la dice lunga su ogni ipotesi di elevamento dell’età pensionabile per le donne, che attualmente in Italia avrebbe solo l’effetto di peggiorare le condizioni per quelle poche che riescono ad andare in pensione con una vita lavorativa consistente alle spalle.
    Prima di omologarsi ad una stramba idea di parità, ci piacerebbe che almeno il sistema dell’informazione desse conto di questa condizione in modo documentato. E forse scopriremmo che quella della disparità tra differenti è l’unica uguaglianza e una battaglia politica che val la pena di fare.

  8. andrea valsusa scrive:

    compagni basta discussioni inutili….ci dobbiamo mobilitare…dobbiamo farci vedere…dobbiamo esprimere apertamente il nostro dissenso…per favore ci stiamo rendendo ridicoli….è l’ora di lottare di farci sentire….bisognia organizzarsi e fare sentire in tutte le città la voce della federazione della sinistra….
    quand’è che si decide di fare una bella manifestazione????una manifestazione della federazione della sinistra?????muoviamoci compagni….dirigenza sveglia….quì stiamo precipitando….basta….basta discussioni e settarismi a che cazzo servono?????pensate che in questo modo le cose migliorino????io non penso proprio…..attiviamoci subito….subito manifestazione nazionale della federazione della sinistra contro questo nuovo duce….ma ci stiamo svegliando o no?????!!!!!!???=???

  9. andrea valsusa scrive:

    compagni quì ci sono gravi anzi gravissimi problemi e voi state quì a discutere di identità e menate varie…ma è possibile che non vediate quello che ci sta intorno???
    berlusconi ed il suo governo stanno procedendo a tutta velocità verso l’emanazione di nuove leggi fascistissime…vedi il bavaglio che si sta mettendo alla libertà di pensiero e di stampa…ma ve ne accorgete????
    invece che discutere di cavolate perchè la federazione della sinistra non si mobilita maggiormente contro questo nuovo governo liberal fascista???bisognia essere l’avanguardia della rivolta contro questo modello….e invece cosa state facendo???
    ve lo dico io….vi (ci) stiamo rovinando con le nostre mani….queste discussioni lo volete capire o no che non giovano proprio a nessuno????
    dobbiamo mobilitarci con tutte le nostre forze….ora

  10. Carlo circolo Bianchini genova scrive:

    “LA GENTE STA FUGGENDO DAI SOLITI SLOGAN DELL’ORMAI SECOLO PASSATO, QUESTO è IL PUNTO”
    Questa frase mi pare di averla letta in un post di Roby se ricordo bene, che assieme a REAGIRE AL DEGRADO” danno perfettamente l’idea dellaconfusiane che attraversa la società in generale e il nostro partito in particolare.
    Le accuse tra chi crede che ormai l’abito dei comunisti è liso e impresentabile, e quelli che credono invece che solo una maggiore caratterizzazione (in senso identitario) ci può salvare sono il pane quotidiano,basta girare per qualche blog, o leggere il Manifesto o Liberazione e si vede che ormai sono diventati veri partiti, io vorrei con tutto il pudore possibile assicurando i compagni che quello che vado a dire, non è una mia certezza ma sono solo domande che mi sento fare e che non avendo risposte esaurienti le giro ai compagni, sapendo di urtare la sensibilità di chi crede, che i comunisti certe domande non se li possono fare, senza commettere un delitto di lesa maestà perché essere comunisti comporta dei doveri di solidarietà e disponibilità verso i più deboli che implicitamente rende contradditorio sollevare certi problemi,nonostante tutto e dopo avermi sciacquato scrupolosamente la bocca, trovo il coraggio di porre queste domande, Perché da anni ormai il rapporto tra militanti è diventato una specie di guerra civile tra innovatori ed ortodossi, tra chi si dice fedele alla linea, E chi pensa che il novecento sia veramente finito, i primi sono quelli che leggono questa crisi come la solita crisi di ciclo, ed i secondi sono quelli che sono stati folgorati dal crollo del muro ed hanno sposato l’idea che il liberismo ha vinto definitivamente, e sono quelli di Vendola e quelli del comunismo come residua tendenza culturale, ai secondi non ho bisogno di dire alcun che dal momento che la crisi parla da sola, il liberismo non ha vinto non siamo alla fine della storia ei giochi sono ancora tutti aperti, io credo invece che la crisi dei comunisti va di pari passo con la crisi di civiltà, molti studiosi ci dicono che la civiltà del lavoro è finita, è questo che non siamo capaci di cogliere,premesso che sono meridionale e mi sento ancora immigrato e migrante, tuttavia mi pongo la domanda se queste migrazioni bibliche di gente che fugge da guerre e miserie in buona parte causate da noi, sono comparabili alle migrazioni che avvenivano in tempi in cui la civiltà del lavoro era in pieno svolgimento, o sono invece(domande non ho certezze) comparabili alle migrazioni di altre civiltà prima della rivoluzione industriale, penso alle orde barbare di fine impero Romano o alla calata dei nordici e asiatici che ha imperversato il mondo intero per tutto il medio evo, se di questo si tratta, io credo che essere comunisti è difficile perché non consente soluzioni che facciano riferimento a questa salda componente dell’animo umano che è l’egoismo.
    Io credo che questo ci ha spinto a spostare i nostri obbiettivi invece che in lotte per il cambiamento, (tenuto conte dei saperi di cui l’umanità dispone) in termini dei diritti sociali siamo diventati i paladini dei diritti civili, (non che non sono importanti) come lo scritto di Angelo D’URSO dimostra, ci siamo impegnati nel governo prodi come i difensori dei DICO degli Omosessuali, dei migranti, dei diversi in genere, dimenticandoci(e lasciando alla Lega) dei ceti più minacciati da questi esodi biblici,che è innegabile che una forte offerta di lavoro da parte degli immigrati costituisce un momento di debolezza(esercito industriale di riserva) per la parte di proletariato meno scolarizzato considerando anche la disponibilità dei lavoratori stranieri a lavorare in condizioni di minore tutela sia contrattuale che di sicurezza, questa percezione è meno evidente tra i lavoratori del pubblico impiego e garantiti , e tra i lavoratori ad alta professionalità e scolarizzazione, ma non è cosi in edilizia, cantieristica, assistenza agli anziani, lavoratori delle pulizie , e lavoratori domestici a ore, chi non ha vissuto sulle ali della filosofia sa che le donne spesso arrotondavano il salario del marito con lavori domestici a ore(andavano nelle case a stirare e fare pulizie) o con lavori stagionali in campagna io sono nato(anche se vivo a Genova) dalle parti di ROSARNO e so che le donne per anni anno arrotondato con lavori stagionali raccogliendo arance olive e vendemmiando,come abbiamo visto la Ndrangheta, non può da sola spiegare quello che è successo a rosarno, come non sappiamo e non vogliamo vedere che se la lega a livello nazionale viaggia a circa il 12% di voti vuol dire che nel nord raggiunge punte altissime tanto da avere estromesso da tutte la fabbriche più importante i comunisti, quindi il piagnisteo di Angelo D’Urso sui diritti civili calpestati, appaiono ai ceti direttamente toccati dalla crisi come un seduta di un condominio che si riunisce per deliberare sugli addobbi, sul tappeto, e sulle piante da mettere nell’entrata mentre il palazzo sta crollando.
    Non ho ricette, e come ho detto in premessa sono e mi sento migrante, ma da comunista so guardarmi dentro le proprie piaghe e cerco di capire, chiedo scusa se non ho saputo far capire che di questi problemi ne parlo tutti i giorni con la gente, e di queste voci che mi faccio interprete, però so con esattezza che non perdiamo voti perché siamo troppo comunisti, o perché parliamo con slogan novecentesche, ma perdiamo perché la società evolve velocemente e non sempre, siamo all’altezza della situazione.
    Fraterni saluti chiedendo ancora scusa se non ho saputo trattenermi dal dire cose che non si devono dire,

    • Adriano1 scrive:

      Caro Carlo non prendertela , hai ragione tu bisogna si morire per le proprie idee , ma ….lentamente !
      I processi storici non sono a misura d’uomo , tranne forse per quei fortunati che si trovano a vivere in quei periodi in cui l’accumulo sotterraneo di esigenze di cambiamento è arrivato ai limiti dell’esplosione.
      In quei periodi tutto sembra accadere come per miracolo .

      Come diceva Gramsci : “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo
      interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
      Noi stiamo così.

      ciao

      • carlo circolo Bianchini Genova scrive:

        Caro Adriano 1, ti ringrazio, per avermi consolato, hai sempre parole gentili da distribuire, sappi che la sintonia è reciproca, tuttavia sento il bisogno di confessarti che avevo sperato, che il sasso nello stagno avesse prodotto qualche onda in più, ed invece, tabù assoluto, eppure non era un argomento da poco,non che c’èra da ricavare o concludere qualcosa, perché noi abbiamo nel DNA il bisogno di stare con i più deboli , ma anche anche il bisogno di capire, quando io dico, riportando l’opinioni di molti studiosi, che la civiltà del lavoro cosi come l’abbiamo conosciuta è finita, se fosse vera avrebbe delle implicazioni considerevoli, quindi varrebbe la pena di indagare.
        Questi studiosi, ci dicono, che per civiltà del lavoro non si intende, un sistema dove c’è chi lavora e chi no, perché questo è sempre successo, ma per civiltà del lavoro si indente quella prassi, che trae origine circa mezzo secolo dopo la rivoluzione francese, dopo anni di lotta contro la schiavitù, Si è affermata l’idea che un uomo era qualcosa ed era funzione di un meccanismo complesso dove ognuno dava un proprio contributo al processo produttivo, per creare beni e servizi utili alla comunità,certo c’èra chi stava meglio e chi no tuttavia il lavoro aveva una sua dignità, ogni singolo lavoro veniva considerato una parte del tutto, era una grande conquista se si considera che prima, il lavoro era una vergogna ed era praticato solo dagli schiavi o dai ceti sottomessi, lo stesso Bertolucci in NOVECENTO ci mostra che i contadini la sera venivano chiuse nelle masserie, e Gogol ci racconta che in russia le anime(i contadini o culachi venivano vendute (perché facevano parte) con l’azienda, parliamo di circa centocinquanta duecento anni, prima non era cosi, ma se la storia e quella cosa che consuma e cambia lo stato di cose esistente, allora dobbiamo prendere in considerazione che anche questo tipo di organizzazione sia finito, ed i nuovi eroi, per i giovani sono i Fabrizio Corona, i calciatori le veline, non gli ingegneri i lavoratori, guarda se c’è ancora qualche regista che dice(ancora) che “la classe operaia va in paradiso” due giovani ricercatori, MAURO MEGATTI, E MARIO DE BENEDETTIS,in un recente libro,” I NUOVI CETI POPOLARI” descrive il mondo come una giungla, dove i più furbi ed i nuovi ricchi sono coloro che vedono per prima,il nuovo territorio da esplorare, e dopo averlo depredato lo abbandonano quando arrivano gli altri, ci dicono anche che una volta quando si presentavano due persone ed una declinava il proprio mestiere, l’altro sapeva automaticamente quanto guadagnava , ad esempio Un diceva, io sono ingegnere,avvocato O metalmeccanico, ed automaticamente uno conosceva lo status sociale dell’altro, oggi non è più cosi per misurare la ricchezza non é sufficiente, declinare il lavoro che si fa ma si misura sul tenore di vita, sui beni che possiedi E che metti in mostra,).
        Perché sarebbe interessante parlare di queste cose?, perchè cosi non ci facciamo la guerra tra innovatori e ertodossi, non andiamo sempre alla ricerca del nuovo contenitore o nome che ci dia la vittoria, almeno sappiamo di che morte dobbiamo morire perché come Elsa Morante(nella storia) fa dire ad un anonimo superstite di hiroscima”non ci sono parole in nessun linguaggio umano per consolare la cavia che non sa il perché della propria morte”
        Ciao Carlo

        • Adriano1 scrive:

          Caro Carlo io ormai ho trovato un mio modo di pensare , diciamo una strategia , come si doveva fare nella seconda guerra mondiale ognuno doveva ammazzare il suo tedesco, io l’ho resa meno brutale : ognuno deve spostare anche di poco le idee di qualcun’altro.
          Ma la cosa nuova è un’altra , facendo vita di sezione ho capito che il problema non è tanto fuori il partito , è prima di tutto dentro , bisogna riportare i compagni a discutere e ragionare , ad essere consapevoli delle loro stesse convinzioni , a staccarsi dalla vita come spettacolo .
          Sono loro i compagni che vanno rimotivati all’attività politica , sono loro che devono staccarsi dalle televisioni .

          Lunedì in sezione organiziamo la proiezione della partita.
          Bravo dirai “e tutto quello che hai detto contro la tv ?”.
          Tranquillo , c’è il trucco , all’intervallo gli diamo da leggere un volantino sulla situazione politica .
          Chi non lo legge non vede il secondo tempo !

          ;-)

  11. andrea valsusa scrive:

    compagni ma che ca… state facendo??????????????
    tutti a litigare, tutti a insultarsi l’uno con l’altro…grassi mauro adriano ma che state dicendo?????
    a io non capisco proprio ma non capite che se continuiamo su questa via siamo finiti?????
    per i compagni che dicono partito comunista di quà e partito comunist di la….se continuiamo su questa via ci saranno sempre più partiti comunisti dello 0,5 %
    compagnio grassi e direzione del PRC….ma non capite proprio che non si può unire la sinistra senza unire i comunisti????
    cristo santo….
    mi sa che se continuiamo così per noi è veramente finita per tutti noi intendiamoci bene tutti

  12. Stefano scrive:

    Caro Claudio Grassi, ma è possibile che nel mare di merda in cui ci troviamo – tutti – il responsabile organizzazone nazionale del Prc passi i pomeriggi a commentare i suoi scritti sul suo blog personale? E poi ci chiediamo perchè siamo in via di estinzione…

    Stefano Franchi – Prc di Bologna

    • claudio grassi scrive:

      Caro Stefano stai tranquillo, sto facendo il mio dovere. Sono su un treno e sto arrivando a Salerno dove alle 18 ho una assemblea pubblica. Puoi verificare tu stesso!
      ciao e buon lavoro!

      • Adriano1 scrive:

        Se vai a Salerno , attento alle “svolte” !
        ;-)

      • Stefano scrive:

        Caro Claudio, non svilire il tuo lavoro o il lavoro di un responsabile organizzazione nazionale, intendevo ovviamente che trovo sempre meno accettabile questa personalizzazione della politica, tra l’altro in treno e su internet si possono fare tante altre cose, per il Prc.

        • andrea valsusa scrive:

          queste vostre discussioni mi fanno veramente ridere…ma non vi rendete conto della realta e della situazione in cui si trova il nostro paese????sta andando a puttane….e noi della federazione della sinistra che facciamo????litighiamo tra di noi….be allora poi compagni non ci lamentiamo se i comunisti e la federazione della sinistra scomparirà….perchè se continuate così scompariremo tutti quanti….

          • Carlo circolo Bianchini genova scrive:

            PER ANDREA VALSUSA.
            Andrea sono affascinato dal tuo entusiasmo, questo credere che possiamo contare qualcosa è tipicamente giovanile io ho qualche anno!!! più di te ed ormai ho fatto mio il consiglio di Fabbrizio De Andrè “MORIRE PER DELLE IDEE MA DI MORTE LENTA” SO CHE A CLAUDIO piace De andrè e conoscierà certamente questa consone a te consiglio di ascoltarla e farla tua, perchè vorrei, che fra qualche anno,continui a essere militante comunista, ma se continui con questo ritmo,potresti consumarti più velocemente come i grandi soli che per tenersi in vita devono bruciare più energia ed esaurirsi più velocemente, inve i corpi celesti più piccoli campano di più.
            affettuosi saluti

            • claudio grassi scrive:

              Caro Carlo,
              certo che la conosco “morire per delle idee” di Fabrizio De André. Molto bella. Tuttavia non è una “sua” canzone. Fabrizio l’ha tradotta. Si tratta di un pezzo scritto da uno dei suoi massimi ispiratori, il cantautore francese George Brassens!
              Comunque sul consiglio ad Andrea sono d’accordo con te! Ciao.

              • carlo circolo Bianchini Genova scrive:

                PER CLAUDIO
                Come tutti o quasi quelli della mia generazione, strimpello la chitarra(c’è n’ho 8 a casa tra elettriche acustiche e classiche)e suonicchio il piano, ho tutti gli spartiti di De Andrè ma non sapevo che non era sua
                grazie ciao

                • andrea valsusa scrive:

                  caro grassi e caro carlo state tranquilli non vi preoccupate per me…morire per delle idee di de andre la conosco eccome….sono cresciuto ascoltando canzoni di de andre guccini pietrangeli ecc da mio padre….state tranquilli che non abbandonerò mai l’idea comunista e cazzate varie….sono comunista da quando sono nato il mio dna è comunista vivo in una famiglia che è sempre stata comunista e sempre lo sarà….io mi preoccuperei molto di più dei litigi interni al vostro partito…la mia intenzione non era quella di offendere qualcono assolutamente…il fatto è che mi incazzo un casino quando vedo ste cose….sono ste cose che rovinano noi comunisti….compagni ci vuole più unità….e le diversità di pensiero che vi sono non devono essere un ostacolo ma una opportunità per migliorare il nostro percorso….saluti a tutti….ps sabato sono andato a torino e ho visto molte persone che firmavano per l’acqua pubblica ad un gazebo allestito dalla federazione….di queste cosa si deve essere contenti queste sono le cose da fare sempre….bisognia farsi vedere

    • enzo bardo scrive:

      Stefano, mi hai fottuto! Avevo aperto il sito per dire le stesse identiche cose, magari con qualche argomentazione in più, tipo:
      non mi iscriverò più ad un partito che utilizza le poche risorse finanziarie perchè il reponsabile nazionale dell’organzzazione se ne vada in giro a presenziare a riunioni di correnti, pardon aree.
      Poi qualche compagn* si meraviglia che ci siano commenti stizziti o insultanti. Ma come si fa? L’Europa ci massacra, il governo introduce elementi di fascismo nella vita di tutti i giorni, la costituzione viene attaccata un giorno sì e l’altro pure, il partito si liquefà, e il generale Grassi si trastulla con analisi tardive e datate sulle elezioni in Sardegna o con disquisizioni interessantissime ma incongrue con l’urgenza di iniziative da prendere subito contro il governo e l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. O questa Europa sta bene all’establishment di Rifondazione?

  13. mauro scrive:

    Caro Claudio,

    Francamente non mi aspetto più che tu risponda alle questioni che, a più riprese, ha sollevato il compagno Diliberto, nella sua interlocuzione con i comunisti di Rifondazione. E’ fin troppo evidente chi sono i tuoi interlocutori principali “a sinistra”.
    Ma proprio snobbare le tante questioni strategiche che solleva l’intervento di Aleka Papariga, nella sua intervista esclusiva all’ERNESTO (sito che ovviamente non segnali tra i tuoi link) mi sembra veramente un po’ troppo. Quanto sta accadendo in Grecia, le forme e i contenuti della risposta dei lavoratori, le riflessioni lucide sul ruolo del Partito comunista di Grecia e sui rapporti tra le forze comuniste in Europa e nel mondo, e altre questioni di rilevante importanza non riguardano forse anche noi? Non hanno proprio nulla da insegnarci e nulla con cui interloquire le analisi della compagna Papariga?

    http://www.lernesto.it

    Contro le politiche liberiste dell’Unione Europea la lotta del KKE e del popolo greco

    a cura di Francesco Maringiò

    l’Ernesto Online del 03/06/2010

    Intervista esclusiva a l’Ernesto di Aleka Papariga, segretaria del Partito Comunista di Grecia (KKE)

    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19479

    • claudio grassi scrive:

      Caro Mauro,
      visto che sei un lettore attento non puoi dire che non ho mai parlato del KKE.
      Forse ciò che ho detto non coincide con il tuo pensiero, ma ne ho parlato. Conosco personalmente la segretaria Papariga e altri dirigenti del KKE che ho avuto il piacere di incontrare in congressi e incontri internazionali. Se abitassi in Grecia sarei certamente iscritto a quel partito. Non ho nessun problema a riconoscere che i comunisti greci, più di tutte le altre formazioni della sinistra di quel paese, stanno dando un contributo importantissimo per contrastare le misure del governo greco. Misure che tendono, ma ciò avviene anche in Italia e nel resto d’ Europa,a far pare la crisi alle classi subalterne. La stessa cosa vale per il Portogallo e per i comunisti portoghesi che stanno svolgendo un ottimo lavoro. Ma qui siamo in Italia. E noi, comunisti che operiamo nel nostro paese, non possiamo accontentarci di fare il tifo per un partito comunista piuttosto che un altro. Dobbiamo cercare di operare, nelle condizioni date, per ricostruire una forza comunista. Questa mi pare che sia la convinzione anche di Diliberto, con il quale ho interloquito parecchie volte personalmente e anche in dibattiti pubblici. Oggi, dopo tante scelte sbagliate dei comunisti negli anni passati (la rottura con Rifondazione e l’ingresso nel primo Governo Prodi per il Pdci e la subalternità al secondo governo Prodi con annesso Arcobaleno per il Prc), penso che la strada da percorrere sia quella di costruire la Federazione della Sinistra e all’interno di essa trovare le forme possibili e più avanzate per la ricomposizione della diaspora comunista. Queste sono le mie idee. Se poi qualcuno pensa di ricavare un beneficio,facendole diventare altro, libero di farlo. Non può però, contemporaneamente, chiedere un confronto. E’ un metodo antico che non ha mai portato da nessuna parte, se non screditare chi lo pratica.
      ciao

      • mauro scrive:

        Caro Claudio,

        Scrivi: “penso che la strada da percorrere sia quella di costruire la Federazione della Sinistra e all’interno di essa trovare le forme possibili e più avanzate per la ricomposizione della diaspora comunista.”
        No, caro Grassi, la diaspora comunista la si ricompone in un partito comunista. Con la Federazione della SINISTRA si possono costruire forme di collaborazione, unità avanzata, di uno spettro di forze di sinistra comuniste e non comuniste. Ma i comunisti si organizzano nel partito comunista. Senza che questo impedisca lo sviluppo della più ampia iniziativa unitaria, come l’esperienza della storia dovrebbe averci dimostrato. Per questa ragione, non penso che le questioni che pone Diliberto siano tali da permetterti di affermare che la tua sia anche la “sua convinzione”. Diliberto su questo punto è stato chiarissimo, senza prestarsi ad equivoci. Diliberto ha posto con grande chiarezza all’ordine del giorno la “questione comunista”, la questione della costruzione di un partito comunista, che intanto cominci a mettere insieme le sue due gambe PRC e PdCI, “due piccoli, per essere meno piccoli” (anche se, per la verità, sulle intenzioni del gruppo dirigente di Rifondazione non sembra fare molto affidamento – almeno così sta scritto nei suoi ultimi interventi).
        E allora, caro Grassi, se ti senti così in sintonia con Diliberto, perchè non dai una risposta positiva alle domande di Oliviero? Perchè, anche tu, con l’autorevolezza del tuo ruolo, non ti impegni fin da ora, nel confronto interno al PRC, a dare il tuo contributo ad avviare il percorso della ricomposizione della scissione all’interno di un unico partito comunista, senza magari pretendere che il PdCI venga annesso a Rifondazione, presentandosi alle nostre porte con il cappello in mano? Perchè tu, che attribuisci (caricaturalmente)a chi guarda con simpatia al KKE la pretesa di proporre modelli esterni, negli ultimi tempi non hai fatto altro che insistere sul modello Linke, su cui si insiste nei tuoi post e nel sito “ESSERE COMUNISTI”? Non è forse questa una proposta di modello? Un’insistenza la tua e dei compagni di alcuni altri compagni di “ESSERE COMUNISTI”, quella sulla Linke, che certamente ha contribuito a far si che nel tuo blog si sprecassero le lodi verso il tuo nuovo approccio da parte di vendoliani, interni ed esterni al PRC. Basta scorrere tutti i post per rendersi conto che questa mia affermazione non è certo una forzatura.
        Quanto poi al tuo richiamo a non alterare il pensiero di altri, ti ricordo che, in un precedente tuo post, non hai mancato di fornire una versione caricaturale di altre posizioni presenti nel dibattito tra i comunisti italiani. Te l’ho fatto notare senza peraltro ricevere risposta. Anche in questo caso, caro Claudio, vale il detto: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

        Mauro Gemma
        Segreteria Federazione del Prc di Torino

        • claudio grassi scrive:

          Difficile discutere con chi sa tutto, si sè e degli altri!
          ciao e buon lavoro

          • mauro scrive:

            Caro Claudio,

            Non perdere le staffe e usa un po’ di rispetto nei confronti dei compagni. E, soprattutto, cerca di rispondere con chiarezza alle domande che ti si pongono. Nessuno ha la pretesa di avere la verità in tasca. Il sottoscritto men che meno. Ma il sottoscritto ha le sue convinzioni che vanno trattate con rispetto e contraddette con argomenti anche da “un grande dirigente” come te!
            Ma chi credi di essere?

            Mauro Gemma

            • Vi prego, basta con questo dibattito incomprensibile (se non agli addetti ai lavori). Mi pare un po’ provinciale pensare di assumere un modello politico-organizzativo vincente dall’estero. Lo dico con tutto il rispetto possibile, ritenendomi il compagno meno competente di tutti coloro che frequentano questo blog. Non ho mai fatto parte di nessun organismo nazionale né regionale, non sono un intellettuale… ma il buonsenso mi dice che sia la Linke che il KKE sono il frutto delle condizioni dei rispettivi paesi e che entrambi sono vincenti perché entrambi fanno politica invece di farsi seghe mentali (come invece facciamo noi). Pensare di assumere uno dei due modelli e di aver risolto i nostri problemi (che sono altri) non mi pare realistico. Per carità, studiamo i compagni tedeschi e i compagni greci. Ma dopo averli studiati rendiamoci conto che non siamo né in Germania né in Grecia, e che dobbiamo trovare una nostra via. Ma credo che la troveremo con la politica, non con le discussioni infinite (e ripeto: INCOMPRENSIBILI ai più, a partire dagli operai sui tetti… provate a chiederglielo se ne conoscete uno che non sia anche un quadro del partito) sui modelli organizzativi, sul fatto che sia prioritario unire la sinistra o unire i comunisti eccetera eccetera eccetera. Come ho detto in un altro commento: stamo a discutere del colore delle tende del salotto mentre la casa va in fiamme. Prima ce ne rendiamo conto meglio è

            • Walter Montella scrive:

              Pur non condividendo il passaggio su Diliberto (il quale deve ancora chiarire la sua frequentazione con il pericoloso ed intrigante massone Elia Valori e la condiscendenza bibliofila con Dell’Utri) penso che Gemma abbia colto nel segno sul futuro del nostro paese senza un progetto di reale giustizia sociale. Non ci si può più permettere di giocare con il termine sinistra, includendovi i comunisti, senza capire che questi ultimi differenziano in tutto o in buona parte con ad esempio: laburisti, fabiani, socialdemocratici ecc., benché abbiano molte volte condiviso, solo tatticamente, percorsi comuni senza, peraltro, autoisolarsi… anzi! Dimostrazione ne fu l’ex PCI che dimostrò al mondo intero che strade percorribili ed alternative si possono fare senza cadere nell’isolamento politico e culturale cosa ben diversa da quello che vogliono gli attuali quadri dirigenti di PRC, PdCI, SeL e men che meno PD, che hanno fatto la scelta del non lanciare parole d’ordine facili e comprensibili che valgano veramente il riscatto sociale degli oppressi e sfruttati, partendo dal dare più dignità e voce alle istanze di base!

  14. mario scrive:

    ma se costruiamo “MURI” anche noi, vedi la cancellata contro i ROM al Comune di Sesto S.Giovanni e che il nostro vicesindaco giustificava, come vogliamo distinguersi dagli altri? ci irridano i leghisti persino.
    altro che comunismo spesso nella pratica siamo molto simili agli altri

  15. Adriano1 scrive:

    Ma se non si riesce nemmeno a convocare una riunione di circolo….

    Ormai i compagni si sono abituati all’idea che la politica sia solo il momento elettorale, non c’è più l’abitudine al dibattito e alla riflessione.
    Discutere di politica con chi la pensa diversamente è diventata una cosa fastidiosissima , appena cominci hai l’impressione di avere davanti un muro , non si discute per arrivare ad una verità , si discute solo per affermare la propria verità.
    Diceva il poeta “nessun uomo è un’isola” , ma ora vale “ciascuno è un’isola” , magari “dei famosi”.

    Noi , non avendo televisioni , possiamo contrastare la deriva populista solamente tramite il “contatto fisico” , con le persone ci dobbiamo parlare direttamente , ma la cosa triste è che da parte dei dirigenti non si avverte la centralità del problema , non c’è una spinta verso un’inversione di tendenza , nessuno dice ua parola per ripopolare le sezioni ( fanculo ai circoli ).
    Ripeto , la gran parte degli sforzi intellettuali è rivolta ad individuare le migliori strategie elettorali, pochissimi sono quelli rivolti “in basso a sinistra”.
    In questa ottica di virtualità diffusa perché non vendersi le sezioni e fare tutto tramite facebook ?

    Sia chiaro , non ne faccio una questione di cattiva volontà , per me è solo una delle conseguenze di questa terrificante deriva culturale , l’individualismo televisivo non è che l’aspetto sovrastrutturale dell’ultraliberismo imperante , è normale che anche noi se ne sia influenzati.
    Quello che non è normale è che non si sposti su questo argomento il fuoco delle nostre riflessioni.

    ciao ciao

  16. davide gherri scrive:

    L’analisi che fa il compagno D’Orsi della situazione italiana è condivisibile, manca il passaggio sull’analisi dei comportamenti della “sinistra” e del P.R.C. nell’affrontare questa realtà.
    Penso che la “sinistra” moderata, nonostante le parole ed un antiberlusconismo di facciata,non solo non abbia fatto nulla per cambiare questa situazione, ma ne sia stata artefice e complice. In primo luogo ha lanciato da tempo una campagna forsennata per la “governabilità”, le riforme istituzionali e la “necessità di sacrifici per risanare il paese” come la panacea per risolvere i problemi italiani.
    In secondo luogo ha cercato di cancellare politicamente il P.R.C. dalle istituzioni ed emarginarlo dalla vita politica.
    Il P.R.C. invecie di opporre una discriminante programmatica per difendere la costituzione ed i diritti dei lavoratori ha continuato sostanzialmente e continua tutt’ora a perseguire la politica delle alleanze con questa “sinistra” che di sinistra non ha più niente, neanche il nome.
    Non è un caso che nel momento di maggiore presenza istituzionale di una sinistra che doveva essere antagonista sia corrisposto il maggior crollo di voti della storia della Repubblica.
    L’immagine che ne è uscita della sinistra “antagonista” è quella di una forza massimalista, che dopo proclami di cambiamento,di denuncia “che i lavoratori non arrivano alla fine del mese”,di difesa della costituzione, si allea con coloro che perseguono obiettivi opposti. Questo, unitamente ad una campegna mediatica anticomunista che cerca di riscrivere la storia sta la chiave per comprendere la nostra situazione.
    Che fare?
    Occorre avere maggiore credibilità, gli obiettivi politici devono essere legati a programmi chiari, di pochi punti e comprensibili (non le 300 pagine del governo prodi).
    In che cosa consiste l’autonomia di una forza politica se non nell’essere ancorata a specifiche rivendicazioni programmatiche e politiche?
    Faccio un esempio: stiamo raccogliendo le firme per la difesa dell’acqua come bene pubblico, come si giustifica la nostra partecipazione ad amministrazioni che hanno dato la gestione dell’acqua a società private?
    Come è possibile parlare di sistema elettorale “proporzionale” e poi presentarsi in coalizioni che l’avversano? Che mirano a stravolgere l’impianto costituzionale ? Voglio ricordare che se il brlusconismo è dilagante e governa con cento parlamentari in più dell’opposizione anche se raccoglie, insieme ai suoi alleati poco più del 40% dei voti è proprio grazie alla battaglia per la governabilità perseguita con tanta tenacia dal P.D..
    Sento parlare tanto della necessità di unire tutte le forze della sinistra antagonista (credo fermamente anche io in questa necessità)ma su quali idee forti, su quali obiettivi non è dato a sapere. Quante volte in politica alla somma di gruppi politici non è corrisposta la somma dei voti!
    A me è paciuto molto un post del compagno Tincani quando diceva che le forze padronali hanno seminato da molto tempo nella società e adesso raccolgono i frutti. Anche noi dobbiamo seminare bene se vogliamo raccogliere domani i frutti. Con fiducia : davide g.

    • enzo bardo scrive:

      Condivido in toto. Anch’io sono impegnato nella raccolta firme per l’acqua pubblica e talora mi dico: “Meno male che la gente non sa che i comunisti l’hanno privatizzato nelle amministarzioni in cui sono presenti”. Ovviamente nessun “dirigente” risponderà per spiegare o giustificare le incoerenze che sussistono tra il nostro dire e il nostro fare. Infatti gli stessi interrogativi avevo avanzato in questo stesso blog, ma non è venuta alcuna risposta.
      La “politica del pendolo”, stramaledetta nelle piazze dal fu segretario Bertinotti, continua ad essere applicata come se la gente non ci avesse già dato lezioni rompi ossa

  17. aldo scrive:

    Previsioni che si autoavverano.
    Prima si fa di tutto per “superare” la storia e l’esperienza comunista, talvolta in modo frontale e talaltra in maniera soft; poi si sostiene: vedete, la gente non ci segue, quindi bisogna “rinnovarci”

  18. Marianna scrive:

    …. che fare?datevi una smossa! Ma questo caspita di congresso della Fed quando si fara’? E soprattutto quali le differenze positive della Fed? Gli ultimi 3 sondaggi disponibili danno la Fed crollata tra 1,7/1,9 e Sel tra il 3,3/3,8 ….. Sel giovedi fara’ una sua prima manifestazione a Roma,certo non sara’ una cosa oceanica ma avranno il loro spazio mediatico per dire la loro.E la Fed? ….. che regole avra’? il portavoce anche dopo il congresso sara’ a rotazione?Sarebbe una sciochezza!!! il simbolo sara’ sempre quella specie di puzzle?

  19. mauro scrive:

    Che fare?

    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19494

    “Dio acceca chi vuol perdere”

    di Fosco Giannini

    su Liberazione del 09/06/2010

    Chi oggi pone la questione dell’unità della sinistra rimuovendo la “questione comunista” non solo contribuisce ad aggravare le condizioni del movimento comunista italiano, ma indebolisce anche lo stesso progetto dell’unità a sinistra. Mentre ciò che occorre, anche di fronte alle dure politiche liberiste dell’Ue e del governo Berlusconi, è una vasta sinistra di classe che abbia come cuore e motore un più forte ed unito partito comunista.

    Chi oggi pone la questione dell’unità della sinistra rimuovendo la “questione comunista” non solo contribuisce ad aggravare le condizioni del movimento comunista italiano, ma indebolisce anche lo stesso progetto dell’unità a sinistra. Mentre ciò che occorre, anche di fronte alle dure politiche liberiste dell’Ue e del governo Berlusconi, è una vasta sinistra di classe che abbia come cuore e motore un più forte ed unito partito comunista.

    La crisi segnerà negativamente e per una lunga fase la vita materiale dei popoli e dei lavoratori dell’intera Unione europea, compresa l’Italia. Il tasso di disoccupazione dei paesi dell’euro è del 9,7%, il tasso più elevato dal 1999, mentre il tasso dell’Ue-27 è del 9,2%, il più elevato dal 2000. I disoccupati in carne ed ossa sono 22 milioni e 123 mila, di cui 15 milioni e 324 mila nella zona dell’euro (rapporto Eurostat). Dominique Strauss-Kahn, direttore del FMI, ha previsto per il 2011 un tasso di disoccupazione, per la Ue, dell’11%, col pericolo, “in prospettiva e se non si delinea un’exit-strategy, che l’Europa giunga a 50 milioni di senza lavoro”.

    La gravissima crisi greca e quelle che incombono su altri paesi dell’area dell’euro si aggiungono alla già spietata radiografia del FMI, confermando il carattere strutturale, sistemico, dell’involuzione iperliberista dell’Europa di Maastricht, di Amsterdam e della Bolkestein e l’esigenza di una controffensiva internazionalista, anticapitalista e di classe agli attacchi antioperai e antipopolari insiti nel codice genetico di questa Ue. Le politiche delle sinistre moderate europee rispetto alla “linea di Amsterdam” sono state funzionali al liberismo della Ue. Per coloro che insistono nel ricercare le vie del riformismo debole vale il detto secondo il quale “dio acceca chi vuol perdere ”.

    Colpisce, da questo punto di vista, la rilettura del passaggio del documento Vendola all’ultimo Congresso del Prc, in cui si tessevano lodi sperticate di Zapatero, individuato come il nuovo faro dell’intera sinistra europea. Colpisce perché oggi è lo stesso Zapatero a genuflettersi, tra i primi, ai diktat della Ue, annunciando politiche di lacrime e sangue. E ci colpisce il fatto che oggi all’interno del Prc, alcuni dirigenti di “Essere Comunisti” individuino in Vendola – che, con la sua pesante scissione, segnata dalla volontà di cancellazione storica del partito comunista, ha attaccato al cuore Rifondazione – il cardine della costruzione di una sorta di Linke italiana (incongruamente evocata dal compagno Grassi, vista la differenza storica e politica tra la formazione tedesca e la sinistra moderata vendoliana), Linke al cui interno siano anche i comunisti, ridotti – in quest’ottica -. ad essere solo una componente di una forza, di un partito, di sinistra. Mentre è del tutto evidente che per il rilancio di un partito comunista nel nostro Paese, assolutamente prioritaria è l’esigenza dell’autonomia politica, culturale ed organizzativa dei comunisti, autonomia che in nulla contrasta con una spinta unitaria a sinistra.

    Di fronte alla crisi strutturale del capitale, con l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse, e al pericolo concreto di pesanti involuzioni antidemocratiche e autoritarie, nonché di guerra, dobbiamo porci la questione – fa parte della profonda cultura comunista – della costruzione di un blocco sociale, di un “fronte popolare” a difesa del lavoro e della democrazia, unendo le forze politiche che rappresentano gli interessi del proletariato e delle classi e gruppi sociali colpiti dalla crisi. La costruzione della Federazione della Sinistra può essere una prima parziale risposta a questa esigenza.

    Ma se assieme a tale questione non si pone più la questione comunista, anzi la si rimuove e non si lavora più, esplicitamente, per costruire un partito comunista più saldo, più forte e socialmente e politicamente più incisivo dei due piccoli partiti comunisti oggi presenti nel nostro Paese – Prc e Pdci – la stessa questione dell’unità a sinistra si svilisce, perde contenuti e carattere strategico, slitta in un’operazione politicamente debole e poco mobilitante per le migliaia di militanti comunisti che ne sono l’ossatura.

    Solo un partito comunista – che, in quanto tale, lotta per “un’alternativa socialista di sistema” ed è quindi conseguentemente anticapitalista – può essere il cardine di una più vasta coalizione di sinistra in grado di tener testa al neo imperialismo europeo e alle involuzioni antidemocratiche. Altrimenti la sinistra italiana sarà destinata alla definitiva sconfitta, correndo dietro all’idea vendoliana di fungere da sinistra del centro sinistra e scivolando nella subalternità al PD e alla liberaldemocrazia. Come alla scomparsa sarebbe destinata l’esperienza comunista italiana se non ponessimo più, come questione centrale nel nostro Paese, la ricostruzione di un partito comunista che possa, nella fase data, riconsegnare alla classe un punto di riferimento credibile e riaprire, nel tempo, un orizzonte di radicale trasformazione sociale. Quale forza, peraltro,se non comunista, può cogliere l’essenza strategica della promessa di massacro sociale che oggi viene dal governo Berlusconi ed organizzare, allargando a sinistra, la risposta di classe ?

    Per un lungo tempo, nel PCI che andava “occhettizzandosi” e poi anche nel Prc, vi è stato (e rimane) un ostracismo ideologico nei confronti del Partito comunista di Grecia (KKE). Ora che il messaggio di lotta lanciato dal KKE ai popoli europei dall’Acropoli di Atene conquista i giovani e i movimenti di lotta di tutta Europa, dovremmo, con più determinazione e libertà intellettuale, porci il problema prioritario della ricostruzione, nel nostro Paese, di un partito comunista in grado di sollecitare, organizzare il conflitto e unire le forze della sinistra di classe, per un’alternativa.

    Le involuzioni moderate, fossero pure in grado di ottenere a breve qualche successo elettorale, porterebbero invece ad una sconfitta strategica.

  20. Roby scrive:

    Che fare?
    Fare la sinistra…e che sia una e non piena di rancore gli uni verso gli altri e questa sinistra deve essere capace di contenere tutte le forze politiche e non, che possano riconoscersi in una unica unità progressista e di sinistra capace di fare e non di dividere, diversamente, inutile chiederci che fare…la gente sta fuggendo dai soliti slogan dell’ormai secolo passato, questo è il punto.

    • Ferdinando scrive:

      “la gente sta fuggendo dai soliti slogan dell’ormai secolo passato, questo è il punto”

      Sul blog di Claudio Grassi, il capo di Essere Comunisti, si notano sempre più spesso le stesse parole, le stesse retoriche nuoviste e oltriste e gli stessi atteggiamenti ai quali ci aveva abituato il compagno Fausto Bertinotti.

      Sarà un caso?

      • claudio grassi scrive:

        Caro Ferdinando,
        la frase che hai riportato è tratta dal pezzo che ha scritto Angelo D’Orsi. Ritengo che sarebbe interessante, eventualmente, commentare l’articolo nel suo insieme. E se non lo condividi potresti cercare di svolgere un altro ragionamento, avanzando tue proposte.Non mi pare abbia molto senso prendere una frase, estrapolandola dal suo contesto. In ogni caso fai come credi. Questo blog è uno spazio libero e ognuno lo usa come vuole. Comunque non è una frase che ho scritto io, quindi è scorretto che la accosti al mio pensiero.
        Per quanto riguarda poi il fatto che sosterrei le tesi di Bertinotti non sò da che cosa tu lo deduca. Ho contrastato le sue scelte politiche alla luce del sole in tempi non sospetti, fin dal congresso di Rimini del 2002, passando per il congresso di Venezia (quando ci venne indicata la porta), per arrivare all’ultimo congresso di Chianciano. Se chiedi a Bertinotti chi è che ha maggiormente contestato le sue scelte dal 2001 in poi, ti farà sicuramente il mio nome. Detto questo ho mantenuto un rapporto di amicizia con Bertinotti nonostante non abbia condiviso e non condivida le sue posizioni politiche. Considero sbagliato il modo sprezzante – che purtroppo è molto diffuso tra le nostre formazioni politiche e che traspare anche in alcuni commenti di questo blog – con cui ci si rivolge a chi ha fatto scelte diverse e con il quale, magari, si è stati per tanto tempo nello stesso partito. Anche questo è segno di immaturità e di scarsa credibilità della sinistra, che ci riporta al titolo di questo post: “reagire al degrado”
        ciao

        • davide gherri scrive:

          Caro Grassi,sono d’accordo con te che non si debba considerare in modo sprezzante le tesi di chi come Bertionotti la pensa diversamente da me.
          Una cosa mi permetto di obiettare e che a me ha dato molto fastidio: il progetto di Fausto di costruire un partito che avesse come referente la socialdemocrazia anche se non condivisibile da me era ed è cosa legittima, ma doveva essere enunciata in modo charo ed esplicito prima, nelle tesi congressuali almeno. Niente di tutto questo è stato fatto, si è preferito andare nel vago, dicendo che si trattava solo di un’opzione politica per allargare le alleanze, non di uno scioglimento del partito. Sarebbe stato più corretto ci fosse stato un confronto chiaro con tutti i compagni. Nasce probabilmente da impegni presi preventivamente, al di fuori dal partito, con altri soggetti politici il fatto che durante e dopo il congresso non sia stato possibile trovare accordi con le altre mozioni per mantenere la gestione del partito.
          Quanto alla confusione che qualche compagno fa tra le tue posizioni e quelle di Fausto, vi è certmente della disinformazione ma viene alimentata dal fatto che se dopo il congresso si è salvato il partito (cosa non di poco conto ) non si è visto decollare nessuna linea politica veramente alternativa, ci si è soamente barcamenati, a vista, alla meno peggio. Con stima davide g.

        • mauro scrive:

          “la gente sta fuggendo dai soliti slogan dell’ormai secolo passato, questo è il punto”, è la frase contenuta nell’intervento di Roby cui risponde Francesco. Tu la attribuisci a D’Orsi. Forse la frase mi è sfuggita nel contributo del professore torinese. Forse dovrò comprarmi occhiali nuovi.

    • mauro scrive:

      “la gente sta fuggendo dai soliti slogan dell’ormai secolo passato, questo è il punto”

      http://www.youtube.com/watch?v=zSjwwf91rEg&feature=player_embedded#!

      http://www.youtube.com/watch?v=oaxhi4DqV5I&feature=player_embedded

    • aldo scrive:

      Previsioni che si autoavverano.
      Prima si fa di tutto per “superare” la storia e l’esperienza comunista, talvolta in modo frontale e talaltra in maniera soft; poi si sostiene: vedete, la gente non ci segue, quindi bisogna “rinnovarci”

    • davide gherri scrive:

      Caro Roby sono pienamente d’accordo con te che si debbano raccogliere tutte le forze di sinistra senza pregiudiziali, bosogna che esistano convergenze politiche e punti programmatici comuni. A che servirebbe mettere insieme tante forze se poi non si ruscisse a portare avanti battaglie comuni? Quale credibilità credi che si risquoterebbe tra gli elettori? L’esperienza dell’arcobaleno in cui tutto era confuso e non si capiva dove si volesse andare a parare dovrebbe insegnare qualche cosa. Quale progetto di governo o di opposizione si intendeva costruire?
      Il risultato elettorale è stato disastroso, le forze della Fed e quelle di SeL che componevano quel cartello hanno raccattato un misero 3,2% contro il 3,6% della sola Fed nelle elezioni europee.
      L’unità si ma con idee e programmi chiari e comportamenti coerenti.
      A PROPOSITO COME MAI LEGGO SU “LIBERAZIONE” CHE SOLO 4 COMPONENTI DEL COMITATO POLITICO NAZIONALE SONO ABBONATI AL GIORNALE? E’ UNA VERGOGNA!
      CON SPERANZA davide g.

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