Cedere al ricatto della Fiat significherebbe cancellare in un solo colpo i diritti conquistati in due secoli di lotte

di Nichi Vendola su Gli Altri online – 16 giugno 2010

Di fronte allo sguardo corrivo e connivente di questo governo, si sta consumando un misfatto sociale le cui conseguenze potrebbero essere e quasi certamente saranno, senza esagerazione e senza iperbole, una cesura storica, un punto di non ritorno.  E’ una partita truccata quella che sta giocando la Fiat, una partita di quelle in cui sin dall’inizio si sa chi incasserà la posta e chi invece è condannato comunque a pagare.

Se la Fiom avesse accettato le condizioni capestro poste dall’azienda automobilistica per non chiudere Pomigliano d’Arco, allora la contrattazione collettiva, il ruolo stesso del sindacato, i diritti del lavoro sarebbero diventati paccottiglia buona solo per le discariche. Se la Fiom non si rassegnerà a cancellare ogni diritto conquistato dai lavoratori negli ultimi due secoli, si dovrà accollare la responsabilità della chiusura di Pomigliano, di una catastrofe sociale che colpirà, ancora una volta, un Sud già flagellato.

Probabilmente è proprio questa l’intenzione della Fiat. Come spiegarsi altrimenti la richiesta di resa incondizionata intimata alla Fiom, il rifiuto dell’accordo separato, la volontà di umiliazione che trapela negli atti e nelle parole dei suoi dirigenti? Il resto, la cancellazione dei diritti, l’imposizione del ricatto più brutale e più sfrontato, verrà comunque subito dopo. E’ la dura realtà della globalizzazione, ci spiegano con gelido cinismo gli editorialisti dei quotidiani vicini a Confindustria: una realtà che ha separato la crescita dall’occupazione, che obbliga a tornare indietro di cento, duecento anni, a un mondo che credevamo superato, dove i lavoratori sono niente e il profitto tutto, a una giungla che era alle nostre spalle ma che adesso, ci spiegano quegli stessi editorialisti, è invece destinata a tornare semplicemente perché il potere consegnato alle aziende dalla globalizzazione lo consente, e la parola d’ordine è allora una sola, la più rozza e arrogante: guai ai vinti, guai ai lavoratori, guai ai poveri.

L’azienda che oggi impone questo grossolano ricatto, l’azienda che oggi stringe d’assedio non solo i diritti ma il diritto, sostituendolo con la brutale legge del più forte, ha ricevuto nel corso del tempo da questo paese aiuti e sostegni pressoché illimitati, in forme di ogni tipo: rottamazione, ecoincentivi, fondi per la ricerca, facilitazioni fiscali solo per limitarsi all’ultimo decennio. Potremmo dire che la Fiat è certamente una delle più grandi aziende “pubbliche” italiane, ma questa dimensione storico-politica della questione è abolita dai negoziati e dalla discussione politica. Un governo, un governo vero, non un governo di sinistra ma semplicemente un governo che si curasse e preoccupasse dei propri cittadini, farebbe valere ora l’immenso credito maturato. Un governo che non vedesse i propri governati come sudditi, interverrebbe con la necessaria drasticità, senza porre altro tempo in mezzo. Non parlerebbe con la lingua affabilmente para-fascista di quei ministri che vagheggiano un mercato del lavoro bonificato dal conflitto sociale e sgomberato non solo dal diritto al reddito e alla sicurezza ma soprattutto dal diritto a valere più di un bullone o di un tasto del computer. Quando i lavoratori saranno trasformati in robot avremo la società armonica di Tremonti e di Sacconi. Un governo che lavora per la patria (mi si lasci parlare così) non consentirebbe a Marchionne di giocare con beni e valori di rango costituzionale, come se ci fosse una clausola di dissolvenza padronale dinanzi alle regole che fondano la nostra civile convivenza.

Ma questo governo non lo ha fatto e non lo farà. Non è neutrale, è complice. Anzi è l’ispiratore della fuoriuscita dallo Stato di diritto sociale. La destra non ha tra le proprie incombenze ideali e programmatiche quella di difendere i cittadini, progetta anzi di dare a sua volta la spallata decisiva modificando l’art. 41 della Costituzione. Non per garantire la libertà d’impresa, non per sciogliere i lacci che frenano le energie produttive di questo paese, bensì per eliminare ogni vincolo che ancora temperi il primato assoluto e incontrastato del profitto.

A modo suo, questo è un momento di funesta solennità. Si arriva infine al lungamente preparato divorzio tra due termini che erano sin qui stati inscindibili, il cui nesso aveva segnato il tumulto e le passioni di un intero secolo: libertà e lavoro. D’ora in poi il primo significherà solo libertà di sfruttare, di far valere la legge del più forte e il peso del ricatto. Tutto il resto, i diritti e la stessa dignità umana dei lavoratori saranno pezzi da museo. E’ questa la vera prima linea dell’arrembaggio contro la Costituzione repubblicana, il piede di porco che può scardinarla privandola della sua stessa fondamentale pietra angolare, della sua cifra più intima ed essenziale dalla quale discendeva tutto il resto: appunto, la connessione tra libertà e lavoro.

Non sarà questo governo a inceppare la micidiale tagliola che sta per segare l’osso non solo agli operai di Pomigliano d’Arco. Ma a tutti e a ciascuno di noi. Non sarà, temo, neppure un’opposizione balbettante e incerta, spesso incantata dalle sirene neoliberiste, affannata nella ricerca di un’identità smarrita e che non può essere ritrovata né guardando al passato né abdicando alla propria stessa ragion d’essere. Così tagliano la vita, la memoria, il futuro. In quel taglio si gioca tutto il senso persino antropologico, oltre che sociale ed economico, della destra. Reagire, disarmarli, non lasciare soli gli operai: questo è il senso minimo (il sentimento minimo, la decenza minima) di ciò che chiamiamo sinistra.

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Un Commento a “Cedere al ricatto della Fiat significherebbe cancellare in un solo colpo i diritti conquistati in due secoli di lotte”

  1. [...] Asia, in India, a produrre con costi cinesi e ricavi europei! Anche questo è diritto d’impresa. Di che dignità parli lavoratore? La fabbrica è la tua famiglia, il datore di lavoro vuole il tuo bene. L’utilità sociale è [...]


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