Fine del bipolarismo

di Michele Prospero su Il Manifesto – 11 maggio 2010

C’è aria di gran tempesta nel Pd. La oscura linea di frattura, che ne minaccia persino l’esistenza nel breve periodo, non coincide con quella profonda che separa ex popolari ed ex comunisti, quali eredi di due tradizioni troppo ingombranti per farne una agevole sintesi in un novello organismo privo di storia. Non è sul terreno identitario che si alzano gli scudi in vista della cruenta battaglia finale. La cesura, che tanto tormenta il principale partito d’opposizione, è tutta ricompresa in aride questioni tecnico-elettorali. È curioso, ma per molti esponenti del Pd l’identità del partito, la sua ragion d’essere storico-politica, coincide per intero con il mito del bipolarismo, visto come la più nobile e irrinunciabile bandiera mobilitante, e con il rito purificatore delle primarie, considerate come il certificato di garanzia di una bella politica che apre tanti gazebo al cospetto della marcia di un solitario condottiero.
Un partito che ha confuso i fini (identità, progetto), che ha smarrito i soggetti sociali di riferimento (l’impresa, nella narrazione veltroniana, era divenuta l’immagine estrema del disagio odierno, per via dell’inquieto padrone che non dorme la notte per il mutuo da pagare), combatte sino all’ultimo sangue la guerra sui mezzi tecnici (formule elettorali, procedure per la contendibilità della leadership).
Le minoranze attaccano all’unisono ogni cedimento di Bersani a favore della proporzionale alla tedesca e la infilzano come prova di un alto tradimento, consumato ai danni della sola ragione costitutiva del soggetto politico unitario: la democrazia dell’alternanza. In molti a Cortona prediligono (oltre al semipresidenzialismo) il doppio turno alla francese quale avamposto difensivo dell’assetto bipolare scaturito dalla (poco) gloriosa rivoluzione italiana degli anni Novanta. Il fatto che ormai nelle grandi regioni del nord il Pd sia solo il terzo partito (aleggia lo spettro di Chirac che con poco più del 40 per cento dei voti si aggiudicò l’85 per cento dei seggi!), non smonta la impegnativa professione di fede per la democrazia immediata curata in salsa francese e riproposta come l’orizzonte ultimo del riformismo postnovecentesco.
La realtà è che il bipolarismo, che tanto scalda i cuori delle minoranze riunite a Cortona, è ormai un putrido cane morto che però non si ha il coraggio di seppellire. A tenere insieme questo scomodo fantasma di due poli alternativi che si contendono Palazzo Chigi è solo la camicia di forza del premio di maggioranza. L’Italia è l’unico paese d’occidente ad essere sicuro che dal voto scaturirà comunque una maggioranza di governo: chiunque prende anche un solo voto in più degli altri avrà infatti il 55 per cento dei parlamentari. Nemmeno più l’Inghilterra, mitizzata dai «rivoluzionari» degli anni Novanta per il suo bipartitismo perfetto e celebrata come agognata terra promessa della democrazia compiuta, riesce ad eleggere con il voto il premier e il suo esecutivo. Qualche anno fa anche in Germania il voto portò ad un nulla di fatto e si fece ricorso alla grande coalizione. La democrazia immediata è solo una leggenda, una pallida ideologia, intesa nel deteriore senso di falsa coscienza, che suggerisce mosse sballate.
In tutta l’Europa che conta, non costituisce alcuno scandalo che solo dopo il voto possano essere aperte trattative tra i partiti per la composizione dei governi. In Italia questa eventualità appare di per sé come un grave attentato a sua maestà il bipolarismo. Nessun paese al mondo è però bipolare per forza. Solo l’Italia pretende di esserlo in virtù di un codicillo legale. Il fatto che dopo quasi venti anni ci sia ancora bisogno di coercizioni e premi per mantenere in piedi la scarica macchina bipolare testimonia che la cura di cavallo del maggioritario non ha risolto alcun malanno esistenziale della politica. L’abbandono del porcellum sarebbe per questo un preliminare atto di ritrovata sanità democratica. In Italia esistono di fatto 6 grandi culture politiche che meritano rappresentanza, e potrebbero trovarla secondo i canoni del congegno tedesco. Un pluripartitismo moderato è la realtà oggettiva con la quale convivere accantonando fumose vie di fuga nei lidi ingannevoli della stabilità coatta.
Se prima del voto tra i partiti nascono intese forti, per un indirizzo politico di maggioranza condiviso, tanto meglio, ma se ciò non accade, e quindi in aula soltanto saranno possibili degli aggiustamenti per esprimere il governo, pazienza è così ovunque. Le magiche alchimie che distribuiscono ghiotti premi di maggioranza costringono ad alleanze spesso innaturali per mettere su delle armate brancaleone che si sfaldano al primo inciampo. Il bipolarismo coatto, con il suo corollario di coalizioni strumentali e insincere, uccide la rappresentanza, inaridisce i soggetti e banalizza la stessa governabilità. In Europa suonano i terribili tamburi della rivolta e dinanzi alla crisi sociale incombente il fuoco può divampare nelle capitali. In Italia si accaldano invece per la strenua difesa di un cadavere: il bipolarismo all’italiana che sconquassa l’asse destra-sinistra e impone a tutti di rinunciare a identità e radicamento sociale per danzare attorno a un acefalo sistema imperniato sull’inconcludente leaderismo assoluto.

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Un commento to “Fine del bipolarismo”

  1. giuliano scrive:

    Analisi lucidissima.
    La sinistra di alternativa dovrebbe fare una vera e propria campagna per spiegare i disastri che ha provocato l’introduzione del sistema maggioritario nel nostro paese!
    E’ importante farlo oggi, visto che in entrambi gli schieramenti, centro destra e centro sinistra, vi sono forti contraddizioni.
    Inoltre anche nella patria del bipartitismo, la Gran Bretagna, si sta discutendo del ritorno al proporzionale.

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