di Claudio Grassi (Segreteria nazionale PRC)
Comitato Politico Nazionale, Roma, 3/4 luglio 2004
Abbiamo già discusso in Direzione del risultato elettorale. Ho avuto l’
occasione, in quella sede, di intervenire e successivamente di esplicitare
la mia valutazione con un articolo su Liberazione. Mi sento di confermare
quelle considerazioni. E’ un risultato importante e positivo conseguito da
tutto il partito: il 6,1%. Sottolineo: conseguito da tutto il partito. Non
solo perché tutti noi ci siamo impegnati con tutte le nostre forze nella
campagna elettorale, ma perché il fatto che ci induce a essere giustamente
così soddisfatti è determinato dall’incremento che abbiamo avuto rispetto
alle elezioni politiche, cioè 1 punto in percentuale. Ricordo che ero in
Direzione nazionale la sera degli exit-poll e delle prime proiezioni e
quando arrivò il primo dato – il 5,3%, che pure era già un po’ superiore al
5% delle elezioni politiche – ognuno di noi manifestò un senso di delusione
e di insoddisfazione; poi il dato migliorò (5,7%), infine col 6,1%
arrivarono la gioia e il sollievo. Faccio questo ragionamento per dire che
lo scarto che ci fa passare da una valutazione insoddisfacente ad una
positiva è inferiore ad un punto di percentuale. Ecco perché è stato
importante e prezioso il contributo di tutti, certamente di chi ha sostenuto
la linea del partito nel suo complesso, di chi ne è convinto solo in parte e
di chi non è convinto su molte questioni, ma ha lavorato ugualmente per il
successo del partito. Detto questo, io credo che sia giusto ragionare
complessivamente su questo voto sia sul versante europeo che sul versante
nazionale, poiché ci offre degli spunti interessantissimi a mio giudizio
anche non sempre facili da decifrare. Mi paiono quindi fuori luogo
atteggiamenti perentori, come ho sentito qui anche in alcuni interventi,
secondo i quali tutto sarebbe chiaro e lineare.
Vorrei ricordare che le valutazioni che vennero fatte sui risultati delle
precedenti europee, in parte anche da noi, sono state smentite dalla realtà.
Allora ebbero un successo le liste apartitiche: Bonino, Forza Italia, l’
Asinello dei Democratici. Si parlò di crisi irreversibile dei partiti, di
americanizzazione della politica e della chiusura di un ciclo. In quel
contesto, a sinistra, vi era chi proponeva l’”Asinello rosso”. Oggi si
riflette sul ritorno dei partiti, a cominciare da Penati che vince a Milano
come espressione classica di partito. E i lucidi saggi di Ilvo Diamanti ci
invitano a riflettere sul dato decisivo del radicamento territoriale, sulla
partecipazione dal basso e sul fatto che la presenza mediatica dei leader in
televisione è sempre meno attrattiva e importante per orientare il voto dei
cittadini. Questo per dire che i fenomeni sono complessi e le
semplificazioni non servono.
Segnalo un primo limite, a mio giudizio, della nostra riflessione. Abbiamo
votato per le elezioni europee, ma non si discute di cosa significhi questo
voto rispetto al progetto di unificazione europea. Invece emergono vari
spunti che vanno evidenziati. ? Innanzitutto la scarsissima partecipazione
al voto, con l’eccezione italiana indotta da un effetto di trascinamento ad
opera di fattori interni e dell’abbinamento con le elezioni amministrative.
Questo ci dice quanto l’Europa, per come è stata costruita, sia distante dai
popoli dei paesi che ne fanno parte. Si tratta di una chiara forma di
protesta contro una Europa che non solo non viene vista come opportunità, ma
viene vista come corpo estraneo. Mi pare un grande problema anche per noi
che abbiamo investito nella dimensione europea e che giustamente riteniamo
irreversibile il processo di unificazione. Da ciò discende che dobbiamo
accentuare la critica contro questa Europa, la sua politica economica e la
sua modalità a-democratica di funzionamento. Così come mi pare importante
riflettere su un voto diffuso che ha colpito tutti i governi sia di destra
che di sinistra, sia pro che contro la guerra, a causa delle loro politiche
liberiste, in larga parte determinate dai vincoli stabiliti dai parametri di
Maastricht. Questo è importante, poiché ci indica quali sono i temi
principali sui quali dobbiamo caratterizzare maggiormente la nostra
iniziativa politica: il lavoro, il salario, la difesa e il rilancio dello
stato sociale, per una società che sappia dare certezze e un futuro. Il
fatto importante è che dopo 20 anni di liberismo sfrenato possiamo
dimostrare, con i fatti, che pensare di fermarlo con il liberismo temperato
è una pia illusione e che tutte le soluzioni proposte e praticate dalle
formazioni socialdemocratiche si sono dimostrate altrettanto fallimentari.
Se questo è vero, ne discende una valutazione politica importante che
riguarda le nostre alleanze di politica nazionale, e cioè che è necessaria
una rottura netta con le politiche attuate negli anni 90 dal
centro-sinistra.
? Anche sul risultato delle forze della sinistra di alternativa in Europa
val la pena soffermarsi un po’ più precisamente; anzi, propongo che
Liberazione prepari un reportage su tutti questi risultati, magari facendo
parlare direttamente i protagonisti. Anche qui non si può leggere il dato
legandolo ai propri schemi. Intanto ci sono due esperienze che escono
drasticamente ridimensionate e che voglio segnalare poiché sono state
utilizzate spesso anche il questo Cpn per sostenere tesi valide anche per
noi: parlo di Izquierda Unida che crolla al 4,1%, il suo minimo storico, e
passa da 4 a 1 parlamentare. Di I.U. si è parlato spesso in passato come un
modello per la sinistra di alternativa in Italia: sarà bene riflettere su
questa evoluzione e capirne le cause. L’altra esperienza che esce fortemente
penalizzata è la Ligue Communiste (LCR)/ Lutte Ouvrière che passa dal 5,2%
del ‘99 al 2,6% perdendo la metà del milione di voti mantenuti sino al 2004
e tutti e 5 i parlamentari eletti nella precedente consultazione europea.
Richiamo questo dato perché anche questa esperienza ci è stata spesso qui
proposta come più attrattiva rispetto al PCF e ciò si è dimostrato sbagliato
poiché il PCF ottiene un risultato nettamente migliore e si attesta al 5,2%,
dopo aver ottenuto un buon risultato nelle elezioni regionali.
? Ma la riflessione più interessante per la nostra discussione riguarda il
dato di tutti gli altri partiti comunisti e di sinistra. E’ un ragionamento
che avevo cercato di fare anche in un altro CPN, quando confrontavamo le
nostre opinioni rispetto al problema della Sinistra europea e su alcuni
passaggi relativi alla innovazione della cultura politica. Siccome qui si
sostiene che la adesione alla S.E. e la scelta della nonviolenza sono
elementi salienti del nostro successo elettorale, faccio notare che il
partito comunista greco e il partito comunista portoghese aumentano i voti e
sfiorano il 10% pur avendo fatto, come è noto, altre scelte rispetto al
Partito della Sinistra europea. Per non parlare dei comunisti ceco-moravi,
che si sono contraddistinti al congresso fondativo della S.E. con
emendamenti non propriamente innovativi, che superano il 20% dei voti. Non
sto dando un giudizio di valore su questi partiti e sulle loro scelte, sto
dicendo che le motivazioni per cui una forza comunista può reggere e
crescere nel paese non sono univoche e di semplice lettura.
Da tutto questo ragionamento ne consegue che ritengo siano principalmente
altri i punti forti di questo nostro risultato elettorale e precisamente:
1) la lotta contro la guerra che, collegandosi alla nostra coerenza su
questo obiettivo anche rispetto alle altre forze che nel ‘99 erano al
governo, ci ha premiati;
2) la presenza nei movimenti, in particolare quello del lavoro e la
riproposizione forte dei temi quali il salario, i diritti, la precarietà, la
democrazia, la casa, la sanità, la scuola;
3) la centralità della lotta contro Berlusconi e il voto a Rifondazione
comunista un voto utile per batterlo.
Questa mi pare, schematicamente, la piattaforma che è arrivata ai nostri
elettori. Soprattutto su quest’ultimo punto, mi pare che ci sia stata una
evoluzione della nostra linea e della nostra pratica politica che ci ha
aiutati. Non mi sarei soffermato su questo punto se non vi fossero stati
alcuni interventi che hanno negato questa evoluzione sostenendo che tutto
era già scritto nelle tesi congressuali. Questo ragionamento mi pare una
evidente forzatura. Io ricordo che per parecchio tempo nel partito ha avuto
successo e fatto molti proseliti la tesi revelliana delle “due destre” e che
al congresso l’obiettivo non era l’accordo programmatico di governo con il
centro-sinistra, ma la rottura della gabbia dell’Ulivo. Oggi proponiamo non
solo un’intesa per cacciare Berlusconi, ma un accordo programmatico di
governo con tutto il centro-sinistra, come si usa dire, da Mastella a
Bertinotti: mi pare sia difficile non riconoscere che vi è stata una
correzione significativa di linea politica.
Infine sulle due costituenti.
In merito all’accordo programmatico di governo ritengo giusto l’obiettivo ed
è vero che c’è una situazione nuova rispetto al ‘98. Ma le difficoltà sono
tutte di fronte a noi, quindi ritengo occorra precisare meglio, poiché la
componente che propone un progetto di liberismo temperato è largamente
maggioritaria nel centro-sinistra. C’è una parte consistente nello
schieramento dei nostri interlocutori che sembra non aver ancora tratto dal
recente passato i dovuti insegnamenti. La profondità della crisi economica e
sociale del paese richiede una radicale inversione di marcia rispetto alle
politiche di attacco frontale al mondo del lavoro adottate dal
centro-destra, ma anche rispetto alla versione ‘morbida’ dell’impianto
liberista, così come è stata a suo tempo proposta dai governi di
centro-sinistra. L’imperativo dell’equilibrio di bilancio e l’accettazione
passiva dei vincoli di Maastricht non possono costituire la stella polare di
un futuro governo di reale e duratura alternativa alle destre. Il voto
europeo dovrebbe in proposito insegnare qualcosa. La gigantesca
redistribuzione della ricchezza a favore di profitti e rendite realizzata in
questi anni, la caduta verticale del potere d’acquisto di salari e pensioni,
il dramma della disoccupazione e la precarizzazione generalizzata, attuata
con la deregolamentazione del mercato del lavoro e lo smantellamento delle
sue tutele, non possono non costituire una precisa linea di discrimine.
Letta, Bersani e Amato non possono quindi pensare di andare semplicemente a
coprire i ‘buchi’ di bilancio lasciati in eredità dal governo Berlusconi
attraverso politiche restrittive e tagli di spesa: occorre una svolta decisa
in direzione degli interessi popolari, dunque un’azione di governo che sia
espressione di un’altrettanto precisa scelta di campo. La partita è
delicatissima e non si risolve dicendo che per noi si tratta di compiere una
scelta tattica. Un programma di governo con nostri ministri implica un
impegno di 5 anni.
Quindi alcuni punti essenziali di programma devono essere esplicitati
nettamente – guerra, politiche economiche redistributive – e se non ci sono
noi non entriamo al governo. Intendo dire che non bisogna escludere scelte
subordinate: ciò sarebbe un errore, perché tutto dipenderà da come evolverà
la situazione. I comunisti indiani hanno sconfitto la destra e hanno dato
vita a un governo progressista ma, non avendo ottenuto punti programmatici
centrali, hanno deciso di dare un appoggio esterno al governo.
Va costruita la sinistra di alternativa, forti del 13,1% ottenuto alle
elezioni dai partiti che ne fanno parte e forti anche dei movimenti presenti
nel paese. Senza eccedere nell’ottimismo, è un dato di fatto che il clima
nel paese è cambiato. Dopo Genova e il Social Forum europeo di Firenze; dopo
le grandi manifestazioni della Fiom e della Cgil, gli scioperi generali e la
battaglia per la difesa e l’estensione dell’art. 18 dello Statuto dei
lavoratori; dopo le straordinarie mobilitazioni del movimento contro la
guerra, non c’è più dubbio sulla grande potenzialità del “popolo della
sinistra” in questo Paese: popolo variegato ma non disperso, anzi unito
dalla condivisione di obiettivi strategici di enorme portata. Intorno a
questi obiettivi va costruita una iniziativa comune e una capacità di
elaborazione all’altezza di un concreto progetto di trasformazione. Ma quale
forma va data a questa iniziativa comune? Di quale soggettività si tratta?
Così come non può essere né un listino, né una federazione, la sinistra di
alternativa non può essere nemmeno un partito politico. Deve essere
piuttosto una aggregazione di forze sociali e politiche che trova il suo
senso nell’unire tutte le soggettività disponibili sulla base di un
programma condiviso. Le forme non possono essere predeterminate, vanno anzi
lasciate alla creatività di un percorso che risentirà inevitabilmente della
situazione in cui si svilupperà la sua esperienza, degli obiettivi via via
perseguiti, dei contenuti delle lotte. Una cosa sola può e dev’esserci ben
chiara sin da oggi. Dentro quel coagulo di forze – che sarà poi chiamato a
incidere nel quadro più generale delle opposizioni politiche e sociali al
governo e nella costruzione di una diversa progettualità di governo del
Paese, se riusciremo a battere le destre e a liberarci di Berlusconi – a noi
spetta perseguire l’obiettivo di far crescere il Partito della Rifondazione
Comunista. Non è semplice “patriottismo di organizzazione”, è un fatto
squisitamente politico.
Noi comunisti siamo portatori di una prospettiva, di un punto di vista
analitico e di un insieme di valori e di finalità che connotano il nostro
lavoro politico. Ci sono di mezzo la nostra storia e la nostra cultura, che
si esprimono nelle nostre valutazioni e nelle nostre scelte. Noi ci battiamo
insieme a quanti condividono parti del nostro programma affinché prenda
corpo un largo ventaglio di forze di alternativa. Ma ci battiamo anche
perché il nostro progetto di società – nel quale si riflette la volontà di
tutelare in primo luogo i diritti del lavoro e la dignità delle classi
popolari – incontri la più vasta attenzione e conquisti i più ampi consensi.
Queste elezioni ci dicono che è giunto il momento in cui questo nostro
lavoro può raccogliere frutti importanti. Non lasciamolo passare invano, non
perdiamo queste preziosa occasione.
Infine sugli eletti.
Ho condiviso la scelta a maggioranza della segreteria a favore del compagno
Nichi Vendola, non tanto per una valutazione sulla qualità del compagno che
pure, per quanto mi riguarda, c’è. Ma perché ritengo inaccettabile il
ricatto posto sulla nostra scelta e il corollario di argomentazione
politica: se rifondazione comunista mi dà un seggio il suo approccio nei
confronti dei movimenti è corretto, se non me lo dà rifondazione è contro i
movimenti. Inaccettabile. Ritengo che prima la rottura con Casarini, che ha
scelto in questa campagna elettorale di sostenere Bettin, quindi i Verdi, e
ora questa vicenda D’Erme segnalino che una qualche riflessione sulla
individuazione nei disobbedienti di interlocutori per noi prioritari vada
fatta. Ma ciò che mi colpisce di più di questo dibattito sugli eletti al
parlamento europeo, e anche per come è stata affrontata in questo Cpn, è che
nessuno si sia rammaricato del fatto che la compagna Provera, nonostante
fosse stata indicata come la 5^ da eleggere, non sia stata eletta. Bastava
metterla, come avevamo chiesto, in testa di lista e sarebbe tranquillamente
passata. Ne prendo atto con rammarico poiché pensavo che una soluzione
diversa e plurale del nostro gruppo fosse sentita come esigenza di tutti e
non solo di una parte.

gennaio 13th, 2010
Claudio
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