Probabilmente un marxista serio non si appresterebbe a scrivere quello che leggerete. Una certa rigidità teorica esige il distacco dalle passioni e dai sentimenti. Eppure Marx ha unito sempre la passione per i proletari, con la sua analisi scientifica del capitalismo.Vorrei poter dire che ciò che accade in Iran in queste ore, nelle strade della capitale Teheran, è uno dei processi di evoluzione delle contraddizioni del capitalismo. Un fenomeno che riguarda la coscienza in sé di un proletariato mediorientale che intende rovesciare un regime teocratico che manda a morte i ragazzi di 15 anni perchè si scoprono omosessuali, che tiene le donne in uno stato di patriarcalismo religioso che nulla ha da invidiare a quelli tanto vituperati dei talebani afghani.
Invece non è una rivolta sociale per chiedere la fine dell’economia di mercato anche in Iran, ma è, più semplicemente, una delle tante rivoluzioni “colorate” che scoppiano contro un potere assoluto che diventa sempre più insopportabile. Per questo, si rischia anche la morte per le vie della capitale iraniana: basta mettere fine a questo incubo.
La rivoluzione khomeinista non fu, di per sé, nell’immediatezza un passaggio completamente negativo: abolì il medioevo dello Scià e passò ad una riforma della società. Però, col tempo, ha assunto sempre più i connotati di una teocrazia invadente, intollerante, decisionista in ogni campo e di chiaro stampo reazionario. Ammesso, e non concesso, che possano esistere delle teocrazia illuminate o di anche semplice stampo liberale.
I giovani che nuovamente oggi scendono nelle vie di Teheran non sanno probabilmente di dare una mano agli Stati Uniti nel cercare di far fuori il governo di Mahmud Ahjmadinejad, ma questo è un fatto che viene in evidenza se si considera lo scacchiere internazionale nel suo complesso.
Occorre certamente tenere conto del fatto che si è creato un asse di resistenza al dominio statunitense tra Iran e paesi come il Venezuela; così come occorre tenere conto che senza gli aiuti iraniani la lotta palestinese sarebbe probabilmente stata sopraffatta da tempo. Tutto questo, e altro ancora, fa dell’Iran un nemico degli Usa e, pertanto, per molti antimperialisti e anticapitalisti un alleato prezioso, visto che, oltretutto, sembra essere in grado di sviluppare tecnologie atomiche.
E’ di pochi giorni fa, infatti, un ennesimo anatema americano contro Teheran e una minaccia di inasprimento delle sanzioni Onu qualora, entro la fine del presente anno, il governo iraniano non disponga i controlli nei siti di produzione della fissione nucleare. Tutto ciò ci pone davanti ad un quesito : è opportuno o no sostenere la lotta degli studenti e di tutta quella popolazione iraniana che affronta la polizia, che si fa massacrare al grido di: “A morte il dittatore!”?
Sostenere questa lotta è un indiretto, o diretto, sostegno all’imperialismo statunitense? Non è una domanda a cui è semplice dare una risposta, soprattutto se esige un ferreo pronunciamento. Un “sì” o un “no”.
Io provo a rispondere così, perché è questo quello che ritengo occorra fare. Al tempo della rivoluzione “arancione” in Ucraina c’era dietro un evidente appoggio americano, per espandere la Nato, per aprire un varco anche lì, nell’ex Unione sovietica, all’imperialismo dell’ultima superpotenza mondiale.
La rivoluzione “verde” iraniana, invece, potrà anche avere – e certamente ha – dei supporter statunitensi al suo interno. Lo stesso Mousavi è un personaggio ambiguo che fa parte organicamente dell’oligarchia religiosa del regime.
Ma ciò che conta è il motivo della sollevazione: una presa di coscienza diretta, senza filtri. Una presa di coscienza in merito alla fine di un regime dittatoriale che si fonda su principi non solo legislativi ma etici, morali, religiosi inaccettabili. Questo regime applica la pena di morte sulla base di discriminazioni religiose, sessuali e per reati considerati “abominio” solo sulla base di una interpretazione estrema del Corano.
Ecco, io credo che i comunisti e i resistenti di ogni paese dovrebbero appoggiare non tanto Mousavi, quanto la spontaneità popolare che nei giorni scorsi ha messo in fuga le guardie in molte strade. I comunisti non possono non vedere che milioni di persone, in larga parte giovani, scendone nelle strade perché vogliono libertà e non ne possono più di un regime dittatoriale e teocratico. I comunisti devono essere dalla loro parte!

dicembre 30th, 2009
Claudio
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Salve a tutti, prima di tutto mi vorrei scusare se scrivo la mia replica così in ritardo rispetto alla pubblicazione dell’articolo, ma inizialmente avevo preferito non rispondere, essendo legato all’Iran e alla sua situazione interna per motivi personali.
Poi però, dato il triste evolversi di tale situazione (e mi riferisco alle recenti condanne a morte eseguite a danno di presunti “terroristi”, così definiti dalla stampa iraniana, in realtà semplici attivisti curdi), ho deciso di rispondere, anche se non me ne intendo di politica.
E’ chiaro come il sole che l’insorgere del popolo iraniano (ormai quasi tutto, a prescindere dalle classi sociali) contro l’Ayatollah Khamenei faccia comodo ai governi di USA e Israele.
Per questo è comprensibile che le persone che hanno dedicato la loro vita alla lotta all’imperialismo (io non sono tra queste, pur condividendone gli ideali di base) non abbiano nessuna intenzione di supportare un “movimento” che può tornare utile ai governi imperialisti per destabilizzare il nemico e quindi assicurarsi maggiore potenza e controllo su determinate aree del pianeta.
Ma io vi chiedo, a nome anche dei miei migliori amici, di fare uno sforzo e di capire il dramma di un popolo oppresso dal suo stesso governo: è un dramma che forse non potete capire, soprattutto se non siete mai stati in Iran.
Tutta la libertà che noi abbiamo qui non è arrivata gratis dal cielo, ma è stata conquistata con il sangue.
Lo stesso sta cercando di fare il popolo iraniano, non tutto, è vero: anche lì ci sono i devoti al regime, ma non è questione di classe sociale, è semplicemente una questione di “lavaggio del cervello” che in Iran può colpire anche i più ricchi e benestanti, anche tramite un’arma che qui in Italia non siamo abituati a subire e che si chiama “religione”.
Secondo me non è un buon motivo per non sostenerla, soprattutto finchè nel frattempo stiamo vivendo in un Paese libero (o meglio, liberato!).
Prima vengono i diritti umani e le libertà fondamentali, poi si passa alla politica e all’opposizione contro i governi imperialisti.
Io almeno la vedo così, mi sembra una visione più umana e meno politicizzata.
E’ particolarmente significativo che il signor Federico sollevi la questione dell’Iran, in nome dei diritti umani, proprio lo stesso giorno in cui lo stato terrorista di Israele massacra decine di pacifisti inermi colpevoli di portare aiuti umanitari a Gaza stremata dall’assedio dei criminali sionisti.
Non è che il signor Federico scopre ora questo post, a parecchi mesi mesi di distanza dalla sua comparsa nel blog, per invitarci a parlare d’altro? Non è che lo fa per coprire a modo suo i crimini dello stato che da lungo tempo sta preparando l’attacco nucleare, guarda un po’, proprio all’Iran?
E infine, perchè non ti firmi anche tu, signor Federico?
Mauro Gemma
L’articolo l’ho scoperto 3 mesi fa, ho già spiegato sopra il motivo per cui ho scritto solo oggi: io non mi interesso di politica, nè sono interessato a farlo, ma in certe vicende capita di trovarsi in mezzo per forza.
Giusto per chiarire la mia posizione, io ho sempre difeso e sempre difenderò la resistenza palestinese, e non mi sorprende quanto avvenuto oggi, si tratta solo dell’ennesimo massacro compiuto da un altro regime terrorista.
Il fatto è che la situazione in Iran la sento più da vicino, tutto qui, e come tale ho avuto modo di conoscerla meglio, compresa l’escalation di violenza che è avvenuta nel corso delle ultime settimane ai danni di cittadini curdi accusati di terrorismo e dunque impiccati.
Ho scritto la mia replica non certo per “coprire” nessuno nè soprattutto per “parlare d’altro”, ci mancherebbe.
Federico Ciscato
Ringrazio per l’ospitalità ricevuta dai miei interventi critici. La ragione del numero certo eccessivo dei miei interventi (alcuni dei quali possono apparire ripetitivi) è dovuta al fatto che per alcuni giorni, sicuramente per alcuni inconvenienti tecnici e non per una calcolata censura, i miei commenti venivano respinti dal sistema. Il che ha generato qualche equivoco. Ora completamente chiarito.
Saluti fraterni
Mauro Gemma
Carissimi,
c’è una cosa che non capisco nel ragionamento di chi ha criticato il mio articolo:
perché non si può contemporaneamente denunciare il tentativo di aggressione e di destabilizzazione del regime iraniano da parte degli Usa di Israele e della Gran Bretagna e, insieme, lottare contro le cose infami che il regime di teocratico iraniano compie?
Perché, siccome gli Usa vogliono rovesciare quel governo, noi dobbiamo tacere sul fatto che una società dove le donne sono schiave è repellente? Dove i gay vengono ammazzati è da aborrire? Tutto qua! Certamente in quella rivolta c’è chi mesta nel torbido, ma ci sono anche tanti, soprattutto giovani, che vorrebbero vivere in un paese un pò più libero. Io penso che noi dobbiamo essere contro l’imperialismo Usa, ma anche contro tutti i regimi, come quello iraniano, che soffocano le più elementari libertà delle persone:
Gentile Claudio Grassi,
questa contemporaneità non è oggi plausibile.
Perchè non si mette sotto accusa, per esempio,
l’Arabia Saudita?
Ma perchè Iran è sotto asseddio, oggi mediatico, domani militare.
E’ chiaro che i diritti umani sono un grimaldello per porsi contro
coloro che resistono all’imperialismo americano.
E’ evidente che l’opzione “nè-nè” non funzioni, non sia giusta.
Ma se anche dovessimo chiudere un occhio,
siamo così sicuri che l’eventuale vittoria della rivolta verde porti
al raggiungimento dei diritti civili?
E cosa vuol dire sostenere, vuol dire fare ingerenza nella sovranità di
uno stato indipendente?
E ancora quale impatto avrebbe l’aggressione dell’Iran sulle resistenze
mediorientali (Hezbollah, Hamas, resistenza irachena e afghana)?
Sarebbe un vero disastro diciamolo pure.
Possibile poi che gli argomenti usati provengano, papale, papale dagli strilloni
dell’Occidente? Ma davvero è così?
Molti analisti autorevoli riferiscono altro…, uno su tutti il nostro Domenico Losurdo.
In verità si dovrebbe essere in difesa dell’Iran come afferma
Chavez, sebbene appaia lontano dalla tradizione comunista.
Ma non erano proprio i comunisti italiani che risposero all’aggressione
coloniale e fascista andando a combattere per il Negus?
Il Negus, che esprimeva un organizzazione feudale che certo non era un
campione nei diritti umani…
Grazie per l’interlocuzione
Luca Gorlani
Segnalo, da Megachip, due contributi (di cui uno, insospettabile, di un “antipatizzante” del regime iraniano) al dibattito sull’Iran.
http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/1899-iran-perche-ahmadinejad-ha-sconfitto-i-riformisti-.html
http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/1897-cosa-deve-fare-ahmadinejad-per-ricevere-il-premio-nobel.html
Tra Liberazione che supera gli Stati Uniti nella richiesta di inasprimento delle sanzioni all’Iran, in attesa di chiamare ipocritamente (e per lo spazio di un mattino, come è già accaduto in passato) alla mobilitazione il giorno che gli Stati Uniti scateneranno la guerra e i paesi rivoluzionari dell’America Latina e quelli del mov. dei non allineati (ancor più di Cina e Russia, compagno Masella, perchè sanno bene cosa si nasconde dietro le ingerenze imperialiste) che le sanzioni contro l’Iran rifiutano categoricamente, scelgo questi ultimi.
A mio avviso è fin troppo chiaro che quanto sta accadendo ha a che fare più con la lotta antimperialista che con la geopolitica. Nella consapevolezza che, anche in questo frangente, è dovere imprescindibile dei comunisti saper individuare e isolare il nemico principale, l’imperialismo USA, La Nato e i suoi alleati. E non accodarsi – addirittura esasperandone le argomentazioni – alle sue campagne propagandistiche, come mi sembra stia facendo il nostro partito, il PRC.
Intanto ringrazio Claudio e il suo blog che ci fornisce un importantissimo spazio di dibattito politico e spero che questo si svolga sempre con il necessario rispetto delle posizioni degli altri, anzi persino con lo spirito di apprendere anche da tesi opposte alle proprie.
Io concordo con le posizioni equilibrate (equilibrate, non pilatesche, l’equilibrio non sempre è pilatesco, è bene stare al merito piuttosto che appiccicare etichette) di Grassi e Graziosi.
Anche perchè se siamo comunisti dobbiamo tentare di coniugare entrambe le esigenze: 1) l’esigenza di una lotta antimperialista, contro il pericolo principale per il mondo, ancora rappresentato (nonostante Obama) dall’unipolarismo americano e quindi l’esigenza della più vasta alleanza internazionale per isolare le parti più pericolose dell’imperialismo; 2) l’esigenza della lotta dei popoli e dei lavoratori di ogni singolo paese per liberarsi da sistemi oppressivi e reazionari. Cioè, noi comunisti (ed è questa una differenza con altre forze antimperialiste), dovremmo tenere assieme lotta antimparialista e lotta di classe in ogni singolo paese, e comunque fare il nostro mestiere di rappresentare una parte della nostra società. Questo è il miglior contributo che possiamo dare alla lotta antimperialista. Altrimenti spacchiamo il capello in quattro sul mondo senza più rappresentare nulla in Italia.
In particolare, certamente non si può fare politica non alzando lo sguardo a ciò che succede in campo internazionale, non guardando mai una cartina geografica, giungendo a non accorgersi, per esempio, nel tentare di capire ciò che succede in Iran, che questo è un paese che confina con il Pakistan e l’Afghanistan ad Est e con l’Iraq ad Ovest, cioè nel bel mezzo di tre paesi occupati dagli Usa, di cui due in guerra e il secondo (il Pakistan) quasi in guerra civile, in un’area del mondo (fra l’Asia centrale e il Medio Oriente, a due passi dalla Russia e dalla Georgia) fra le più critiche e strategiche per la politica estera degli Usa (e di Israele), per mantenere il predominio militare e delle fonti di energia sul mondo che stanno perdendo sul piano economico.
D’altra parte, però, bisogna stare attenti a non esagerare con la geopolitica, senza vedere anche la lotta di classe (che alla fine è il vero motore della storia) sia in ogni singolo paese che su scala internazionale, perché si corre il rischio, con la sola geopolitica astratta di giungere a considerare (come fanno non solo alcuni “antimperialisti” di estrema destra, ma anche alcuni studiosi persino di provenienza marxista e di sinistra, come per esempio Gianfraco La Grassa) non solo il governo islamico iraniano un governo da sostenere senza se e senza ma, ma persino l’attuale governo italiano (si, proprio il governo di Berlusconi e di Bossi !) un governo non da combattere perchè svolge una funzione positiva in quanto indisciplinato rispetto agli Usa (oggi con Obama ancora di più di ieri) e amico di Putin e della Cina, che aiuta quindi la costruzione di un mondo multipolare.
Per i comunisti e per la sinistra, sarebbe più saggio, dunque, evitare i due estremi opposti, la sola geopolitica internazionale senza lotta di classe (come se il mondo fosse un grande risiko, senza i fenomeni sociali, a volte anche imprevedibili), oppure la sola lotta di classe in ogni singolo paese senza vedere ciò che c’è e succede intorno, nello scontro durissimo in corso fra il vecchio mondo fondato sull’unipolarismo americano e il mondo nuovo fondato sul multipolarismo e sulla liberazione di popoli e paesi tenuti per secoli sotto il dominio dell’imperialimo.
Leonardo Masella.
E’ dal punto di vista della lotta di classe che bisognerebbe stare attenti a non prendere certi abbagli, caro compagno Masella, come confermano testimonianze insospettabili certo non accusabili di simpatie per il regime iraniano. E ancora dal punto di vista della lotta di classe, appare fin troppo evidente, anche ai bambini, da che parte si schierano i dirigenti della “rivoluzione verde” (in nome della quale Liberazione supera persino gli Stati Uniti nella richiesta di sanzioni all’Iran). Salvo poi, in caso di guerra, avere ancora il coraggio di chiamare alla mobilitazione (che peraltro, come hanno dimostrato casi precedenti, durerebbe lo spazio di un mattino).
http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/1899-iran-perche-ahmadinejad-ha-sconfitto-i-riformisti-.html
Che poi, anche nel caso dell’Iran, non ci troviamo solo di fronte a una questione che ha a che fare con la geopolitica, quanto piuttosto con la lotta antimperialista, lo chiarisce in modo efficace questa intervista concessa al comunista Michel Collon da uno dei massimi esperti di questioni mediorientali (nonchè coerente militante comunista e antimperialista), Mohamed Hassan.
http://www.resistenze.org/sito/te/po/in/poin9l07-005640.htm
da: http://www.michelcollon.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2288:que-doit-faire-ahmadinejad-pour-recevoir-le-prix-nobel&catid=1:articles&Itemid=2
Traduzione dal francese per http://www.resistenze.org a cura di C.T. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Cosa deve fare Ahmadinejad per ricevere il premio Nobel ?
Dossier «Comprendere il mondo mussulmano» : L’IRAN
Intervista di Michel Collon e Gregorie Lalieu a Mohamed Hassan
La minaccia iraniana incombe sull’Occidente? Le elezioni erano truccate? Quale era la vera posta in gioco? Perché gli Stati Uniti hanno sostenuto il movimento di opposizione? Per il nostro dossier “Comprendere il mondo mussulmano”, Mohamed Hassan risponde a queste domande. L’esperto chiarisce le diverse forze che si affrontano in Iran, perché Ahmadinejad si trova così spesso sulle prime pagine dei giornali e come la repubblica islamica graverà sull’avvenire dell’impero statunitense, indebolito.
I media ci dicono che l’Iran rappresenta una grande minaccia. Come prova le dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele e il suo programma nucleare. L’Iran è davvero un paese pericoloso?
Prima di tutto, dovete sapere che questo famoso programma nucleare è stato avviato durante il regime precedente, quello dello Scià. Con l’appoggio degli Stati Uniti! Inoltre, gli oppositori di Ahmadinejad all’interno e all’esterno del paese hanno portato avanti una campagna, sostenendo la volontà dell’Iran di entrare in guerra con Israele. È falso. L’Iran non vuole entrare in conflitto con nessuno. Vuole soltanto affermare la sua sovranità nazionale. La questione del nucleare deve essere considerata da questo punto di vista. Per il popolo iraniano rappresenta un diritto all’autodeterminazione.
Ma Israele si dichiara minacciato. E vero che Ahmadinejad nega l’Olocausto?
No. Ha riconosciuto che l’Olocausto è stato un avvenimento terribile, ma ha sottolineato il fatto che i responsabili di questo genocidio non ne hanno pagato il prezzo mentre i Palestinesi sì. Durante la Prima Guerra Mondiale, la Germania ha attaccato i suoi vicini e ne ha pagato le conseguenze. Per esempio, il Belgio è stato risarcito dalla Germania.
Qual è la vera posizione di Ahmadinejad ? Egli sostiene che per stabilire quali siano i responsabili dell’Olocausto e farli pagare, si deve studiare questo tragico avvenimento e farne dibattito pubblico. Questo elemento essenziale è tenuto nascosto dalla campagna anti-Ahmadinejad: alcune persone gli fanno delle domande e poi rendono note le sue risposte estraendole dal contesto in cui sono state dette. Inoltre, il problema della responsabilità nell’Olocausto è diventata un tabù. Tutta questa propaganda contro Ahmadinejad mira a destabilizzare l’Iran.
Perchè ?
Noam Chomsky ha spiegato nel suo libro The Fateful Triangle che Israele, al tempo dello Scià, voleva costruire un’alleanza con l’Iran, la Turchia e l’Etiopia per stroncare il nazionalismo arabo nella regione. Oggi, Israele vorrebbe che in Iran ci fosse un governo condiscendente. L’obiettivo immediato della campagna contro Ahmadinejad è di interrompere le relazioni tra l’Iran da un lato e Hezbollah e Hamas dall’altro. Questo consoliderebbe la posizione di Israele su due fronti. Innanzitutto i paesi filo occidentali della regione in buoni rapporti con Israele (come l’Egitto e la Giordania) sarebbero rafforzati. Poi, in Palestina, la posizione di Abu Mazen uscirebbe rinforzata e le forze che vogliono resistere a Israele indebolite. Ecco le ragioni della campagna israeliana contro Ahmadinejad.
La questione palestinese e il programma nucleare non sono serviti ad Ahmadinejad come pretesti elettorali per riunire la popolazione intorno a sentimenti nazionalisti ?
Questo è quello che hanno sostenuto alcuni oppositori di Ahmadinejad durante la campagna. Sicuramente il popolo iraniano, che ha conosciuto le privazioni con lo Scià, è solidale con i palestinesi. Ma questo non ha potuto rappresentare un elemento cruciale nel determinare i risultati delle elezioni: non è la Palestina che da lavoro e cibo agli iraniani. In realtà, la visione politica di Ahmadinejad si rivolge allo Stato che, per lui, deve controllare tutto. È per questo che è stato eletto dai lavoratori e dai contadini, dagli operai nelle città: queste persone beneficiano dell’intervento statale e della sua politica economica. Al contrario, riformisti come Moussavi (che era sostenuto dall’Occidente) non sono d’accordo con questa visione.
Qual è la loro posizione?
Questi riformisti provengono dalla cosiddetta «borghesia del Bazar», una borghesia che esiste da molto tempo nei paesi islamici. È composta dai produttori artigiani associati ai contadini. Al tempo dello Scià, la borghesia del Bazar non era così importante, poiché il paese era dominato dalla borghesia compradora, che utilizzava l’apparato statale e le finanze del governo per commerciare con i paesi imperialisti attraverso l’import-export. I compradores non producevano nulla, non facevano altro che vendere dei prodotti. È per questo che l’economia irania è molto dipendente dall’estero.
A quell’epoca, la borghesia del Bazar non era sostenuta dai compradores, in modo che non disponesse di capitali e tecnologie. È per questo che essa ha sostenuto Khomeini durante la rivoluzione islamica del 1979. Il sistema economico iraniano è stato così trasformato e con lo sviluppo della borghesia del Bazar, a scapito di quella dei compradores, il paese è passato da uno statuto neocoloniale a un modello indipendente.
Le persone provenienti dalla borghesia del Bazar videro nella rivoluzione un’opportunità di utilizzare il capitale di Stato per fare un sacco di soldi. E oggi qualcuno di loro è miliardario! I riformisti come Moussavi, Rafsandjani o Khatami provengono da questo gruppo. Li si chiama «riformisti» non perché hanno idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico attuale, riducendo l’intervento dello stato e lasciando più spazio alle privatizzazioni. Questo permetterà a qualcuno di loro di diventare ancora più ricco poiché l’Iran rappresenta un enorme mercato. Questa era la posta in gioco principale delle ultime elezioni e come si è già detto la maggior parte degli iraniani che beneficiano dell’intervento dello stato hanno scelto Ahmadinejad invece del «riformista» Moussavi.
Secondo voi, queste elezioni non sono state manipolate?
Certo che no. L’idea che sono state truccate arriva dalla propaganda gestita per isolare Ahmadinejad e stabilire in Iran un governo filo occidentale. È sufficiente analizzare qualche elemento per capire che quest’idea di frode non è seria. Innanzitutto, la Fondazione Rockefeller ha finanziato una ONG per realizzare un sondaggio d’opinione due settimane prima delle elezioni: Ahmadinejad era dato vincitore tre contro uno. In secondo luogo, i nostri media non hanno mai mostrato i dibattiti che sono stati organizzati durante la campagna elettorale in Iran: chiunque avrebbe potuto vedere che si trattava di dibattiti molto aperti e avrebbe potuto capire meglio perché Ahmadinejad è stato eletto dai lavoratori. In terzo luogo, ci si potrebbe domandare: chi sono coloro che sostengono che c’è stato un broglio elettorale in Iran? Perché gli Stati Uniti non si interessano alla democrazia negli Emirati? Perché non c’è una campagna contro l’Afghanistan dove le elezioni sono state chiaramente truccate? Etc…
Per rispondere a queste domande, si deve comprendere che a seconda degli interessi imperialisti, le elezioni sono definite buone o cattive. Infine, il popolo iraniano ha visto cosa le forze imperialiste hanno fatto in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan. È anche una delle ragioni per cui gli iraniani hanno scelto Ahmadinejad, che costruisce un’alleanza antimperialista con paesi come la Cina o la Russia. Al contrario, i riformisti, definiti più «pragmatici», sono in realtà pronti a stabilire buoni rapporti con i paesi imperialisti per commerciare con loro.
Hillary Clinton ha recentemente ammesso che gli Stati Uniti hanno incoraggiato il movimento di opposizione iraniano dopo le elezioni. Ma non era la prima volta che Washington interveniva nella politica dell’Iran, non è così?
Nel 1953, in effetti, la CIA ha rovesciato il Primo Ministro Mossadegh. Lui era stato eletto per le sue idee nazionaliste e progressiste. Nel 1951, ha nazionalizzato l’industria petrolifera, provocando l’ira degli interessi anglosassoni nella regione. Un’operazione orchestrata dalla CIA ha sostituito Mossadegh con Mohammad Reza Pahlavi, lo Scià, che ha difeso gli interessi imperialisti nella regione per molto tempo.
Per gli Stati Uniti era molto importante avere un alleato in Iran, dal momento che il Golfo era stato a lungo dominato dall’impero britannico. Ma, quest’ultimo, dopo gli anni sessanta, si è indebolito e gli inglesi non avevano più i mezzi per finanziare le loro posizioni strategiche in questa regione. Quando hanno lasciato il Golfo, gli Stati Uniti temevano che l’influenza dei sovietici e il nazionalismo arabo avrebbero colto l’occasione per rinforzarsi. È per questo che Washington ha utilizzato lo Scià per interpretare il ruolo del gendarme nella regione e difendere i suoi interessi. Lo Scià ha beneficiato del denaro del petrolio per costruire un’enorme potenza militare e un servizio di informazione solido e spietato: il Savak. In quel momento, due forze si fronteggiavano nella regione: i rivoluzionari, che acquisivano sempre più legittimità tra le masse, come il governo di Nasser o la rivoluzione repubblicana in Yemen; dall’altro lato i filo imperialisti come il regime wahabita saudita, il governo del Kuwait o della Giordania. La dittatura militare creata dallo Scià con l’aiuto degli Stati Uniti ha contribuito fortemente alla vittoria delle forze filo imperialiste.
Quale era la situazione in Iran sotto la dittatura dello Scià?
Il popolo iraniano ha sofferto molto sotto questo regime. Come ho già detto, il paese era comandato dalla borghesia compradora, gestita da monarchi feudali e da un regime militarista, in uno Stato semi-coloniale senza la minima volontà di costruire un’industria nazionale. La borghesia nazionale era molto debole e la maggioranza della popolazione era composta da contadini, piccola borghesia e piccolo proletariato. Le differenze sociali erano enormi. Alcuni erano più ricchi di tutto quello che si può vedere a Beverly Hills; al contrario, molti iraniani non avevano mai visto il colore di una scarpa. È per questo che la maggioranza del popolo iraniano ha sostenuto la rivoluzione islamica del 1979 che ha rovesciato lo Scià. La diversità tra le classi sociali, ecco in realtà l’unico modo di capire l’Iran prima e dopo la rivoluzione.
Come si è sviluppata la rivoluzione? Come l’Iran ne è stato trasformato ?
Sicuramente, a causa delle enormi differenze tra le classi sociali, alcuni partiti e associazioni volevano cambiare il sistema. Il più importante di questi partiti è stato a lungo il partito comunista «Toudeh». Lo Scià li ha contrastati con forza, ma il suo più grande errore è stato probabilmente quello di lasciare sviluppare l’organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (OMPI). Questi, si ispiravano alla teologia della liberazione (America Latina), combinando un’analisi marxista delle classi con il pensiero islamico. Lo Scià riteneva che l’introduzione di una nuova teoria, che combinava Marx e Islam, avrebbe ridotto l’influenza del suo principale nemico, il comunismo. Ma l’OMPI era in realtà più di un partito, dal momento che i suoi aderenti avevano una visione realista, come i sandinisti in Nicaragua. Sono diventati popolari e molto influenti. Tuttavia, per rovesciare lo Scià, mancava loro un leader. È per questo motivo che vollero servirsi di Khomeini (che allora era esiliato in Francia), poiché era un leader carismatico e antimperialista. Ma Khomeini aveva un proprio progetto. Così quando fu rovesciato lo Scià, egli affermò subito la sua ideologia e prese il potere. Tale avvenimento ha creato delle tensioni con i Mojahedin del popolo. Le due parti si affrontarono e infine Khomeini s’impose, godendo anche dell’appoggio della borghesia del Bazar.
Qual era la visione di Khomeini?
Per Khomeini il potere deve ritornare ai popoli del terzo mondo, oppressi dall’imperialismo. Voleva creare un fronte unito dei popoli e sostenne, ad esempio, i sandinisti in Nicaragua. In questo modo, l’Iran è passato da Stato neocoloniale a Stato indipendente. La prima misura del governo è stata di nazionalizzare il petrolio proprio come aveva fatto Mossadegh. Ha sostenuto la necessità di un parlamento e di un controllo su di esso in base alla religione e all’indipendenza nazionale: la Guida Suprema.
Dal momento che la candidatura alle elezioni deve essere approvata dalla Guida Suprema, il sistema politico iraniano è davvero democratico?
La definizione di democrazia è essa stessa una grande domanda. In Iran c’è una democrazia di tipo occidentale, una democrazia di Stato borghese? Certo che no. La Guida Suprema controlla il sistema politico iraniano ma sarebbe ingenuo credere che le elezioni dei paesi occidentali sono esempio di una democrazia migliore. Le elezioni qui da noi si fanno in base a forze che si trovano dietro ai partiti e che non si vedono direttamente. L’Iran è una repubblica islamica e tutti i partiti devono quindi basarsi sulla religione. I partiti laici sono visti come un’invenzione occidentale che potrebbe dividere il popolo e minacciare la sovranità nazionale del paese.
È proprio questa indipendenza iraniana che infastidisce i paesi imperialisti. Essi non hanno in realtà alcun problema con il fatto che l’Iran sia uno Stato islamico. L’Arabia Saudita è uno Stato islamico dove non ci sono elezioni e i paesi imperialisti non se ne preoccupano affatto poiché l’Arabia Saudita è un paese amico. Il vero problema è che l’Iran ha una visione indipendente
della sovranità nazionale. Immaginiamo che Ahmadinejad abbandoni la sua idea di indipendenza nazionale e adotti un sistema dove gli interessi imperialisti vengano difesi come in Arabia Saudita: riceverebbe sicuramente il Premio Nobel!
Pochi giorni fa, Zbigniew Brzezinski, il consigliere di Obama, ha dichiarato che se Israele attaccherà l’Iran, gli Stati Uniti dovrebbero intercettare i suoi bombardieri. Non è sorprendente?
Brzezinski osserva che gli Stati Uniti sono stati gravemente indeboliti sul piano economico e militare per due motivi. Innanzitutto, i neoconservatori, quando sono saliti al potere, hanno utilizzato l’11 settembre come pretesto per fare la guerra e hanno trasformato in nemico l’intero mondo musulmano. È stato totalmente folle e contro-produttivo per gli Stati Uniti. Inoltre, l’invasione dell’Iraq è stato un grosso errore: non ha rinforzato gli Usa, ma ha procurato loro seri problemi.
In questo contesto, Brzezinski tenta di trovare delle soluzioni pur tenendo presente che l’obiettivo più importante per gli Usa è contenere lo sviluppo del suo principale rivale: la Cina. Una parte della soluzione consiste nel rinforzare la Nato, poiché questa istituzione può rappresentare una risposta ai problemi dell’occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare. È per questo motivo che Brezinski ha avvallato la proposta della Gran Bretagna, della Germania e della Francia di tenere una nuova conferenza internazionale sull’Afghanistan: è essenziale che la Nato non esca sconfitta in Afghanistan come è successo ai sovietici perché essa è la sola che permetterà agli Usa di svolgere un nuovo importante ruolo nel mondo.
Un’altra parte della soluzione consiste in nuovi partenariati per costruire un’alleanza più forte contro la Cina. In quest’ottica, Brzezinski considera che la politica in particolare verso l’Iran, ma anche verso gli altri paesi islamici e la Russia, non dovrebbe essere aggressiva. Dovrebbe al contrario essere basata sul dialogo e non rimanere intrappolata dalla propaganda sionista di Israele.
Ecco spiegato il discorso di Obama a Il Cairo. Gli Stati Uniti devono convincere i musulmani, gli indù e la borghesia russa che è più interessante allearsi con le forze occidentali piuttosto che con la Cina. È per questo che Brzezinski ha detto che la collera dei paesi che sono stati considerati come nemici dall’amministrazione Bush deve essere presa in considerazione. Questi paesi dovrebbero ora avere il diritto di utilizzare le proprie risorse. Le ragioni di questo cambiamento politico sono chiare: gli Stati Uniti devono impedire a questi paesi di costruire un altro sistema mondiale per tenerli in un sistema dominato da Washington.
È segno che le relazioni tra Stati Uniti e Israele non sono più così buone?
Innanzitutto, non è Israele che detta la politica agli Stati Uniti. È la borghesia americana che decide. Ma c’è un dato di fatto: esiste una profonda divisione in seno all’imperialismo statunitense. C’è una prima corrente, arretrata, che crede ancora che gli Usa possano continuare per la via militare. Ma non è realistico: il paese si trova davanti a un problema demografico e un confronto militare con la Cina è perso in partenza. L’altra corrente, di cui fanno parte Brzezinski e Obama, capisce che è necessario dare prova di tattica e mostrarsi realisti per mantenere l’egemonia USA. Essi sostengono: «Dobbiamo conoscere i nostri punti di forza e i nostri limiti e lavorare su questo. Al fine che la nostra forza non venga percepita in modo negativo ma positivo. La nostra forza deve essere una garanzia per i nostri partner».
Gli Usa hanno certamente dei legami forti con Israele, ma la questione euro-asiatica (il controllo dell’Eurasia) è la più importante: è là che si deciderà il futuro dell’umanità. Brzezinski vuole quindi controllare la pentola. Sa che la temperatura della pentola deve essere decisa da cuochi molto furbi, non da pazzi. In realtà, se la pentola straborda, brucerà tutto il mondo e gli americani saranno cacciati dalla regione. Ecco spiegata la dichiarazione di Brzezinski sui bombardieri israeliani e il fatto che per la prima volta gli Usa fanno delle concessioni e autorizzano altre forze occidentali a venire nel Golfo. È il caso ad esempio della Francia che ha una base militare negli Emirati Arabi Uniti. Questo testimonia anche la debolezza attuale degli Stati Uniti.
Note:
Testi sull’Iran consigliati da Mohamed Hassan :
- The Persian Puzzle, di K. Pollack (ancien conseiller de Clinton et analyste de la CIA), Brookings Institution, 2004
- Ervand Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, Princeton Studies, 1982
- Ervand Abrahamian, The Iranian Mojahedin, Yale University Press, 1989
- Trita Parsi , Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States, Yale University Press, 2007
- Noam Chomsky, Fateful Triangle: The United States, Israel, and the Palestinians, South End Press, 1983.
- Zbigniew Brzezinski, An agenda for Nato, Foreign Affairs, septembre –octobre 2009
- Michel Collon, Quelle sera, demain la politique internationale des USA ?
http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Gennaio10/02-01-10HondurasIranRepressione.htm
Ciò che in Honduras non era repressione, lo diventa in Iran
grazie alla stampa internazionale
di Pedro Antonio Honrubia Hurtado
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=97987
Traduzione di Mauro Gemma
Oltre ogni limite della manipolazione mediatica
La catena France 2 ha trasmesso immagini di una protesta contro la dittatura honduregna come se fossero immagini di una recente manifestazione a Teheran. In pratica, hanno trasmesso alcune immagini della repressione violenta della polizia e dei militari golpisti in Honduras contro la resistenza popolare seguita al colpo di Stato, facendole passare come se fossero fatti avvenuti nelle rivolte svoltesi in Iran lo scorso fine settimana, e presunta dimostrazione della violenza poliziesca e della repressione attuata dalla polizia iraniana contro i manifestanti dell’opposizione.
La manipolazione è stata scoperta e denunciata dal web Arrêt sur images, dedicato all’analisi delle immagini che appaiono nei media. Secondo quanto si afferma in questo web, la fotografia si trovava in una galleria fotografica del 9 luglio nel sito di Le Figaro.
Inoltre, la catena francese non si è limitata ad una sola trasmissione di immagini manipolate. Tali immagini sono state trasmesse molte volte nel corso della giornata nei diversi spazi informativi dell’emittente televisiva, così come si afferma in Aporrea.org. Fino ad ora l’emittente non ha trasmesso nessun tipo di correzione né di chiarimento sull’accaduto. E’ poco probabile che pensi di farlo, salvo far passare la manipolazione come un errore innocente, come hanno già fatto in loro difesa i mezzi di comunicazione internazionale che hanno pubblicato la notizia, tra cui il giornale spagnolo Público.
Ma questa volta, la cosa più penosa non è tanto la manipolazione delle immagini di per sé stessa, cosa che, disgraziatamente, non è affatto sorprendente e capita quotidianamente in questa e in altre catene televisive occidentali, così come nella radio e nella carta stampata. Questa volta sono andati ben oltre: questa volta hanno varcato ogni limite della manipolazione mediatica attraverso un’interpretazione delle immagini che varia completamente dalla prima interpretazione che i media avevano dato alle immagini nel loro contesto originale, inserendole nel contesto attuale, in cui esse sono state falsamente inserite.
Ha un che di surreale il fatto che la catena in questione abbia il coraggio di trasmettere alcune immagini della repressione poliziesca in Honduras come presunte immagini di repressione poliziesca in Iran, sapendo che i golpisti honduregni sono stati benedetti dai media occidentali e che tali immagini sono state nascoste sistematicamente alla popolazione occidentale, o trattate in forma tale da far passare i manifestanti repressi come colpevoli della situazione e poco meno che meritevoli di quanto potesse accadere loro, mentre ora si usano le stesse immagini per produrre giudizi giustamente contrari, nel momento in cui si giudica mediaticamente il rapporto tra manifestanti e poliziotti, repressori e vittime.
Quelle immagini, quelle stesse immagini che ora trasmettono come se fossero dell’Iran, quando erano trasmesse nel loro vero contesto, vale a dire, quando erano trasmesse come parte delle informazioni che si davano sugli avvenimenti che avevano seguito il colpo di Stato in Honduras, erano trattate in modo tale che in alcun caso si potesse parlare di repressione poliziesca o di attacco ai diritti umani da parte delle forze militari golpiste, ma tutto il suo contrario: si trattava di cariche di polizia legittime contro turbe di vandali inferociti che volevano perturbare la democrazia honduregna e seminare il caos nel paese.
Ora, in cambio, i paradossi della vita che ben dimostrano il grado di manipolazione e bassezza morale a cui possono giungere questi media, le medesime immagini sono utilizzate per attaccare il governo dell’Iran, per denunciare la repressione dei manifestanti dell’opposizione, e per parlare di attentati contro i diritti umani in Iran. In Honduras erano una cosa, ora in Iran sono giustamente il contrario, a seconda di come soffia il vento mediatico.
Ciò significa che, nel loro contesto precedente, il contesto da cui provengono veramente le immagini, tali avvenimenti non erano assolutamente dimostrazione di violenza poliziesca o di attacchi ai Diritti Umani contro membri della resistenza honduregna che si oppongono al colpo di Stato, e che, in cambio, alcuni mesi dopo, inserite falsamente in un altro contesto, le stesse immagini automaticamente diventano quello che non erano prima, ad opera e grazie all’interpretazione che di esse danno determinati media occidentali. E dire che le immagini sono dell’Honduras e non dell’Iran. Che barbarie!
Infine, che altro si può dire. Così si comportano questi media e questo è il modo con cui creano opinioni, in ogni momento in cui lo credono opportuno, e secondo gli interessi presenti in ogni contesto. E’ chiarissimo: la stessa immagine, nel suo contesto reale, è venduta come una cosa che non è, e nel contesto inventato è venduta come quello che è realmente. In cambio, risulta che dove esiste repressione e attacco ai Diritti Umani per i media che trasmettono le immagini è dove tali immagini non sono reali, e dove non esiste nulla di ciò è precisamente da dove in realtà provengono tali immagini. Il mondo alla rovescia. Di matti. E ci si trovano così bene.
Ogni giorno hanno sempre meno vergogna…
Come mai i media Occidentali pongono una così grande attenzione all’Iran e non lo fanno verso l’Arabia Saudita, verso l’Egitto, passibili entrambi di violare i diritti umani?
Qui il primo problema…,l’agenda delle priorità è stabilita dagli eventi reali o da forze imponenti che le manovrano?
Perchè non si dice niente dei bombardamenti indiscriminati che compiono gli alleati fra Afghanistan e Pakistan? Penso per lo stesso motivo.
Ma i comunisti non dovrebbero invece dire parole di verità, imponendo una propria agenda politica anche dei fatti internazionali?
Questa subalternità non è già emblematica?
Quali sono le fonti dell’informazione di ciò che sta avvenendo in Iran? Sono realmente attendibili?
Interessante come queste rivoluzioni colorate, si riproducano allo stesso modo: innalzando la bandiera dei diritti umani, ma poi drammaticamente ammainando il principio stesso su cui gli stessi diritti umani si dovrebbero basare: la sovranità di uno stato nazionale.
Prima si inizia a dire che il voto non è regolare, si mette un colore a caso alla rivolta(verde, arancio), poi si hitlerizza il governo di turno e quindi lo si abbatte o con le sanzioni o con i bombardamenti all’uranio…Yugoslavia, Ucraina, ecc., ecc… docet!
Quando i comunisti riusciranno a recuperare un autonomia, un posizionamento anti-imperialista serio, che è fattore centrale dell’essenza di una formazione anticapitalista, (attualmente ancor più del conflitto capitale-lavoro)?
Oggi non lo vedo nelle dichiarazioni di un suo importante esponente come Claudio Grassi.
Luca Gorlani
Sulle fonti di informazione rispetto alle presunte rivolte (e repressioni) segnalo il seguente articolo apparso nel sito rebelion.org, in cui si denuncia la gigantesca operazione di manipolazione mediatica in corso su quanto sta avvenendo a Teheran.
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=97987
La catena France 2 è arrivata al punto di spacciare immagini della repressione in Honduras per immagini di una manifestazione di questi giorni in Iran.
Ce n’è abbastanza per riflettere.
Le bugie di France 2 sono state smascherate in
http://www.arretsurimages.net/
La traduzione in italiano di http://www.rebelion.org/noticia.php?id=97987
in
http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Gennaio10/02-01-10HondurasIranRepressione.htm
Ciò che in Honduras non era repressione, lo diventa in Iran grazie alla stampa internazionale
di Pedro Antonio Honrubia Hurtado *
Oltre ogni limite della manipolazione mediatica
La catena France 2 ha trasmesso immagini di una protesta contro la dittatura honduregna come se fossero immagini di una recente manifestazione a Teheran. In pratica, hanno trasmesso alcune immagini della repressione violenta della polizia e dei militari golpisti in Honduras contro la resistenza popolare seguita al colpo di Stato, facendole passare come se fossero fatti avvenuti nelle rivolte svoltesi in Iran lo scorso fine settimana, e presunta dimostrazione della violenza poliziesca e della repressione attuata dalla polizia iraniana contro i manifestanti dell’opposizione.
La manipolazione è stata scoperta e denunciata dal web Arrêt sur images, dedicato all’analisi delle immagini che appaiono nei media. Secondo quanto si afferma in questo web, la fotografia si trovava in una galleria fotografica del 9 luglio nel sito di Le Figaro.
Inoltre, la catena francese non si è limitata ad una sola trasmissione di immagini manipolate. Tali immagini sono state trasmesse molte volte nel corso della giornata nei diversi spazi informativi dell’emittente televisiva, così come si afferma in Aporrea.org. Fino ad ora l’emittente non ha trasmesso nessun tipo di correzione né di chiarimento sull’accaduto. E’ poco probabile che pensi di farlo, salvo far passare la manipolazione come un errore innocente, come hanno già fatto in loro difesa i mezzi di comunicazione internazionale che hanno pubblicato la notizia, tra cui il giornale spagnolo Público.
Ma questa volta, la cosa più penosa non è tanto la manipolazione delle immagini di per sé stessa, cosa che, disgraziatamente, non è affatto sorprendente e capita quotidianamente in questa e in altre catene televisive occidentali, così come nella radio e nella carta stampata. Questa volta sono andati ben oltre: questa volta hanno varcato ogni limite della manipolazione mediatica attraverso un’interpretazione delle immagini che varia completamente dalla prima interpretazione che i media avevano dato alle immagini nel loro contesto originale, inserendole nel contesto attuale, in cui esse sono state falsamente inserite.
Ha un che di surreale il fatto che la catena in questione abbia il coraggio di trasmettere alcune immagini della repressione poliziesca in Honduras come presunte immagini di repressione poliziesca in Iran, sapendo che i golpisti honduregni sono stati benedetti dai media occidentali e che tali immagini sono state nascoste sistematicamente alla popolazione occidentale, o trattate in forma tale da far passare i manifestanti repressi come colpevoli della situazione e poco meno che meritevoli di quanto potesse accadere loro, mentre ora si usano le stesse immagini per produrre giudizi giustamente contrari, nel momento in cui si giudica mediaticamente il rapporto tra manifestanti e poliziotti, repressori e vittime.
Quelle immagini, quelle stesse immagini che ora trasmettono come se fossero dell’Iran, quando erano trasmesse nel loro vero contesto, vale a dire, quando erano trasmesse come parte delle informazioni che si davano sugli avvenimenti che avevano seguito il colpo di Stato in Honduras, erano trattate in modo tale che in alcun caso si potesse parlare di repressione poliziesca o di attacco ai diritti umani da parte delle forze militari golpiste, ma tutto il suo contrario: si trattava di cariche di polizia legittime contro turbe di vandali inferociti che volevano perturbare la democrazia honduregna e seminare il caos nel paese.
Ora, in cambio, i paradossi della vita che ben dimostrano il grado di manipolazione e bassezza morale a cui possono giungere questi media, le medesime immagini sono utilizzate per attaccare il governo dell’Iran, per denunciare la repressione dei manifestanti dell’opposizione, e per parlare di attentati contro i diritti umani in Iran. In Honduras erano una cosa, ora in Iran sono giustamente il contrario, a seconda di come soffia il vento mediatico.
Ciò significa che, nel loro contesto precedente, il contesto da cui provengono veramente le immagini, tali avvenimenti non erano assolutamente dimostrazione di violenza poliziesca o di attacchi ai Diritti Umani contro membri della resistenza honduregna che si oppongono al colpo di Stato, e che, in cambio, alcuni mesi dopo, inserite falsamente in un altro contesto, le stesse immagini automaticamente diventano quello che non erano prima, ad opera e grazie all’interpretazione che di esse danno determinati media occidentali. E dire che le immagini sono dell’Honduras e non dell’Iran. Che barbarie!
Infine, che altro si può dire. Così si comportano questi media e questo è il modo con cui creano opinioni, in ogni momento in cui lo credono opportuno, e secondo gli interessi presenti in ogni contesto. E’ chiarissimo: la stessa immagine, nel suo contesto reale, è venduta come una cosa che non è, e nel contesto inventato è venduta come quello che è realmente. In cambio, risulta che dove esiste repressione e attacco ai Diritti Umani per i media che trasmettono le immagini è dove tali immagini non sono reali, e dove non esiste nulla di ciò è precisamente da dove in realtà provengono tali immagini. Il mondo alla rovescia. Di matti. E ci si trovano così bene.
Ogni giorno hanno sempre meno vergogna…
da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=97987
Traduzione di Mauro Gemma
Ciao Luca,
per prima cosa auguri di buon anno, estesi anche a chi ha la pazienza di leggerci. Condivido quanto tu scrivi riguardo il ruolo “imperialista” dell’informazione occidentale, sul quale hanno scritto saggi interessanti, tra gli altri, Claudio Fracassi e Giulietto Chiesa.
Due cose, però, vorrei sottolineare: 1) nel caso specifico dell’Iran, pur evidenziando le tante distorsioni del sistema, non possiamo non fare i conti con il dato di fatto di una repressione brutale e non giustificata nelle sue dimensioni (su questo ho già espresso la mia posizione); 2) i comunisti non sono stati in grado di “imporre”, ma nemmeno di modificare parzialmente l’agenda politica internazionale nemmeno quando hanno partecipato al governo del paese. Su questo, il gruppo dirigente del PRC si è espresso più volte autocriticamente, mentre da altre parti si continua a “fare orecchie da mercante”.
Quest’ultimo aspetto ci porta a ragionare dell’autonomia dei comunisti: su quali basi e per fare cosa? Perché non valorizzare invece un percorso (Federazione) che unisce la sinistra e i comunisti, senza annullare differenze ed identità, sulla base di un manifesto che comprende l’antimperialismo, l’anticapitalismo e l’autonomia dal PD?
La scommessa, per quanto mi riguarda, è quella di costruire un blocco sociale a sostegno dell’alternativa al capitalismo, in grado di determinare un’uscita (per nulla scontata) a sinistra dalla crisi, sostituendo la guerra tra poveri funzionale al capitale con una nuova idea e pratica del conflitto di classe, da costruire in un sistema economico e sociale – a partire dai processi produttivi e dal lavoro – profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto. Da soli non ce la possiamo fare né in Italia, né, tanto meno, in Europa: chi sostiene il contrario, credo parta da un’idea astratta della realtà. Da qui la necessità di tenere insieme, nei modi e nelle forme che ciascuna realtà consente, i comunisti e le forze di sinistra di alternativa.
Perché, invece di scommettere tutti insieme su una prospettiva per nulla scontata ma che potrebbe rimetterci in gioco nella società e nella politica, a volte ho l’impressione che preferiamo perderci in polemiche di retroguardia, che nulla portano alla prospettiva? Possiamo fallire, ma alemno non avremo lasciato nulla di intentato! Per anni non ho condiviso la linea del PRC, ma credo che da Chainciano abbiamo intrapreso la strada giusta. Difficile, certo, ma giusta.
Non ho la pretesa di convincere nessuno, ma io la penso così.
Grazie per l’attenzione.
Marcello
Contraccambio gli auguri e ringrazio per l’interlocuzione.
Permettimi però di dissentire su quanto affermi.
Sull’entità e sull’estensione della rivolta molti esprimono ragionevoli dubbi. Autorevoli commentatori e analisti affermano che le proteste coinvolgono uno strato di popolazione specifica che non è certo popolare.
Non si tratta di negare che sia portatrice di elementi significativi, ma non è la massa critica popolare che si descrive o che si vorrebbe.
Anche qui si guarda all’Iran con occhi Occidentali…
In Iran le masse popolari sono scese in campo certamente, ma con Amadinejad e per ragioni semplici che dovrebbero far riflettere una forza come PRC.
Contro il regime teocratico (di Rafsajani, grande regista occulto) sta proprio la posizione anti-imperialista e sociale di chi ha rivinto le elezioni.
E se ci pensiamo è il contrario dell’esperienza compiuta da PRC e che a parole si vuole mutare ma che invece nei fatti è lungi dall’avverarsi.
Come mai PRC sta ancora in tantissime giunte regionali con il PD?
Come mai si appresta a stringere alleanze ancora oggi con il PD per le prossime elezioni regionali?
Una lezione la si potrebbe trarre dall’Iran di Amadinejad, chiarezza nell’impostazione anti-imperialista e politiche sociali, ciò è questione di volontà, non di quantità…
Riesce PRC o la federazione della sinistra a dire semplicemente questo?
Ho molti dubbi.
Sottoscrivo parola per parola e mi spiace che anche qui si è molto divisi fra noi comunisti (e dico comunisti, non sinistra in genere). Compito dei comunisti iraniani penso sia quello di appoggiare l’insurrezione verde per cercare di farla diventare rossa. In fondo non fu quasi lo stesso nel 1917 in Russia? Prima si caccia lo Zar e poi si caccia Kerensky.
Credo che Claudio abbia fatto bene a scrivere la nota sull’Iran, sapendo benissimo che essa avrebbe suscitato una discussione inevitabile.
Mai come in questo caso occorre partire dalla grande complessità del quadro, nazionale come regionale: difficile non intrecciare la crisi iraniana con le minacce di ritorsione da parte di Obama contro lo Yemen, il totale isolamento di Gaza e la politica ipocrita di Egitto ed Arabia Saudita, l’espansione delle colonie israeliane e le difficoltà dell’ANP, il precipitare della guerra in Afghanistan e la contemporanea destabilizzazione del Pakistan, escludendo, ma solo per un attimo, il Libano.
Dell’intervento iniziale di Claudio credo vada apprezzato il tentativo di “sintesi”, nel contesto di un’analisi che condivido: un conto è valutare il ruolo internazionale dell’Iran e del suo governo, per quanto mi riguarda importante sul terreno della costruzione di un largo fronte antimperialista (asse con i paesi emergenti, in particolare con le esperienze bolivariane in America Latina e con Cina e Russia, meno con l’India; contrappeso alle politiche di USA, UE ed Israele in tutto il Medio Oriente; contrappeso alle potenze regionali filo-USA e sunnite di Arabia Saudita, Egitto e Libano); un altro conto è ragionare del modello economico, politico e sociale del paese, governato da una teocrazia di fatto conservatrice che fa capo alla “guida religiosa suprema” Khamenei.
E’ chiaro che una vittoria dell’opposizione segnerebbe un pericolosissimo punto a vantaggio dell’imperialismo USA e delle politiche di potenza israeliane, ma è altrettanto ecìvidente che non si possono ignorare alcune giuste rivendicazioni del movimento di protesta, come liquidare quelle che sono le posizioni della sinistra iraniana (Tudeh e Mujaheddin).
Più ci penso, più esistono alcune similitudini con l’89 e la sconfitta del “socialismo reale”. Non nel merito, ovviamente, ma in alcune dinamiche generali: da una parte, una rivoluzione che fatica a trasmettere i propri valori alle giovani generazioni, che fatica a rinnovarsi (storia che purtroppo conosciamo anche noi…); dall’altra la richiesta di libertà e diritti da parte di tanti giovani, che si intreccia con i tentativi di destabilizzazione anche sostenuti dall’esterno. Esattamente come è accaduto nel 1989 (da un versante completamente diverso, ovviamente): o la teocrazia iraniana si rafforzerà allargando le libertà democratiche ed i diritti, riconoscendo così le ragioni di una parte dei contestatori, adeguando il sistema produttivo alle esigenze crescenti di una società sempre più complessa, oppure essa è destinata al fallimento: se non oggi, sarà domani o dopodomani.
Alla testa dell’opposizione ci sono i ceti medi urbani che temono l’isolamento internazionale e tanta parte degli intellettuali e del clero (Mussavi ambiguo e Khatami già “rfierimento” del FMI), colpiti dalla rigidità e dall’ostilità del regime, che gode però indiscutibilmente del consenso delle parti più povere della popolazione e delle campagne. Una situazione, questa, che non consente generalizzazioni o atteggiamenti da “tifosi”, in un senso come nell’altro. Anche perché si profilano i rischi di una lunga guerra civile o di uno stato di polizia.
Ahmadinejad non è un dittatore ma un presidente eletto: non si accettano critiche interessate da chi ha legittimato la farsa delle ultime elezioni afghane. Questo però non giustifica nulla di quanto sta accadendo in queste ore: la repressione è sempre un segnale di debolezza e non può protrarsi all’infinito.
Il sostegno alla parte “sana” del movimento di opposizione, senza però dimenticare l’importante funzione dell’attuale governo in funzione antimperialista, è una posizione corretta, che segnala la necessità di riformare alla radice la teocrazia sciita iraniana senza cadere nei luoghi comuni interessati diffusi dall’ipocrita stampa occidentale. Sarebbe sbagliato, invece, sostenere la destabilizzazione dell’Iran ma anche accodarsi acriticamente alla repressione, all’assenza di libertà e diritti, all’identificazione tra la legge coranica e la legge statale, a quella che è stata l’involuzione conservatrice di una rivoluzione inizialmente sostenuta anche dalla sinistra iraniana e dal movimento operaio (una “rivoluzione contro il capitale”, come scrisse Boffa su “Rinascita” del febbraio 1979, cito a memoria).
Un passaggio stretto e difficile, che rimette al centro della nostra riflessione le relazioni storiche ed attuali tra marxismo ed Islam, argomento senza dubbio da approfondire in maniera collettiva. Uno dei grandi nodi strategici che ci stanno davanti sul piano dell’analisi del quadro internazionale.
Marcello Graziosi
Pur apprezzando il modo problematico con cui approcci la questione, caro Marcello, ci sono alcune questioni che ci impediscono di tenere comportamenti che rischiano di diventare “pilateschi”. Il ruolo nefasto della politica del “nè…nè” lo abbiamo già sperimentato ai tempi della campagna contro Milosevic. E abbiamo visto dove ha portato. Io e te, caro Marcello, non abbiamo mai tentennato di fronte alle ipocrisie di certa sinistra che, in nome del “politicamente corretto” ha oggettivamente favorito tutte le trame dell’imperialismo, peggiorando e non certo migliorando le condizioni di diversi paesi, investiti da processi simili a quelli in corso in Iran.
Occorre allora, caro Marcello, tornare al momento delle elezioniin Iran, per capire gli sviluppi seguenti.
Le potenze occidentali, impegnate da tempo con Teheran nel braccio di ferro sulla questione del nucleare (invito a leggere il tuo prezioso contributo del 2006 http://www.resistenze.org/sito/te/po/in/poin6b03.htm )e sempre oscillanti tra il negoziato e l’uso della forza militare, davano per scontato che (come ha scritto l’autorevole studioso americano James Petras) “il loro candidato riformista non poteva perdere… Per mesi hanno pubblicato quotidianamente interviste, editoriali e rapporti dal campo “documentando” i fallimenti dell’amministrazione Ahmadinejad: testimonianze di religiosi, ex funzionari, commercianti e soprattutto donne e giovani delle città con un inglese fluente, destinavano Mousavi a una schiacciante vittoria. La vittoria di Mousavi era descritta come il trionfo delle “voci moderate”, almeno secondo il vacuo cliché della Casa Bianca”.
I leader delle potenze imperialiste notoriamente non sono certo interessati agli sviluppi della vita democratica in questo paese asiatico. Ad essi interessa soprattutto il ruolo che un paese svolge nel contesto della politica internazionale. E conoscono bene il ruolo dell’Iran, l’unica potenza regionale che (dopo il venir meno, in seguito all’occupazione USA, del sostegno iracheno alla lotta del popolo palestinese), insieme alla meno potente Siria, è oggi in grado di costituire un efficace contrappeso all’egemonia israeliana (anche attraverso l’appoggio dato ai gruppi palestinesi e libanesi in grado di reggere il confronto militare con Tel Aviv) e che, per questo, è continuamente sottoposta alle minacce di attacco, anche nucleare, da parte di Israele.
I leader occidentali conoscono anche bene il ruolo che l’Iran ha assunto all’interno del movimento dei non allineati, che sviluppa relazioni intense con tutti i paesi (a cominciare da Cuba e dal Venezuela) che si oppongono ai progetti egemonici degli USA e si sono tradotte anche in un efficace sostegno materiale ai processi rivoluzionari e di trasformazione latinoamericani ( ed è da questo punto di vista che occorre capire le posizioni di Chavez e di Lula , ben differenti da quelle assunte dalla cancellerie filo americane e filo britanniche e contrarie – anche in questa difficile fase iraniana – ai tentativi di destabilizzazione di Ahmadinejad ). Inoltre non possono rimanere certo insensibili al fatto che l’Iran intrattiene rapporti economici di straordinaria rilevanza con potenze direttamente in competizione con gli Stati Uniti e i loro alleati (come la Cina ).
Quanto poi alle politiche sociali, quello che pretendono i leader occidentali è un futuro dell’Iran, simile a quello del confinante Iraq, ridotto a semplice fornitore di materie prime, il cui controllo è affidato direttamente alle multinazionali occidentali. Ai leader dell’Occidente interessa sicuramente poco che la gran parte degli elettori iraniani ritengano che “gli interessi di sicurezza nazionale, l’integrità del paese e il sistema di sicurezza sociale, con tutti i suoi difetti e gli eccessi, possano essere difesi e migliorati con Ahmadinejad anziché dai tecnocrati del ceto alto appoggiati dai giovani privilegiati che guardano all’Occidente e che premiano gli stili di vita individuali più che i valori di comunità e di solidarietà” (2). Non può certo piacere ai dirigenti dell’Occidente il fatto che, contravvenendo ai moniti che venivano dalle istituzioni finanziarie in mano ai “grandi del mondo”, in Iran si siano, in questi ultimi anni, attuate politiche di redistribuzione degli introiti di gas e petrolio (circa 300 miliardi di utili in tre anni), e che, ad esempio – e sono dati certificati dalle stesse istituzioni internazionali – attraverso la realizzazione di un programma sociale che non ha precedenti nella storia iraniana, i lavoratori agricoli abbiano avuto un aumento del reddito del 37 per cento, gli operai del 22 per cento, gli insegnanti che, sotto il riformista Khatami non avevano avuto nessun adeguamento salariale, abbiano visto i loro stipendi aumentare del 30 per cento e le loro pensioni del 50 per cento.
Non sono argomenti sufficienti per farla finita una volta per tutte con le posizioni da Ponzio Pilato tipiche di certa eurocentrica “Sinistra Europea”?
Con affetto
Mauro Gemma
Ciao Mauro,
solo per chiarire la questione del “né né”, legato alla campagna contro Milosevic come oggi. Non ho mai condiviso, come sai, quella posizione, a maggior ragione durante la guerra scatenata dalla NATO nel 1999, sostenuta dall’allora governo di centro-sinistra italiano, con la SOLA esclusione del PRC, che pure aveva una posizione ambigua. Anche se eravamo gli unici sui ponti con i cartelli “Target”. Nessuna autocritica è arrivata, fino ad oggi, dai protagonisti di allora, nessuno escluso.
Così come oggi, di fronte ad un’aggressione israeliana o statunitense del tutto possibile, non avrei nessuna titubanza a sostenere il legittimo governo iraniano, così come ho sostenuto il diritto iraniano al nucleare per uso civile e, per quanto mi riguarda, persino militare fino a quando non verrà chiarita la questione dell’arsenale semiclandestino israeliano.
Condivido molto di quello che tu hai scritto, che non contrasta con quatno detto dal sottoscritto come da Claudio sul ruolo dell’Iran nello scacchiere internazionale come regionale in funzione antimperialista.
Rimane però il nodo dell’attuale repressione, che non è accettabile da nessun punto di vista, nonostante quanto ho già scritto sulle elezioni, dal mio punto di vista regolari o comunque non meno regolari di tante altre pure sostenute dall’Occidente. Si tratta, semplicemente, di non fare di tutta l’erba un fascio: comprendere le ragioni, giuste, di una parte del movimento (passaggio che potrebbe servire anche alla Repubblica islamica, senza alcuna pretesa di insegnare niente a nessuno…), senza legittimare alcun tentativo di destabilizzazione.
Questo ci aiuta anche a sviluppare l’analisi dei rapporti tra marxismo e islam, a partire dal terreno comune del riscatto nazionale e di società fondate su democrazia, diritti e libertà. Con elementi di forte sintonia riguardo la critica del capitalismo. Con l’obiettivo di limitare e non fomentare o legittimare l’estremismo religioso, esattamente come accaduto nell’epoca dei movimenti di liberazione nazionale e delle sperimentazioni “panarabe”. Bisognerebbe davvero ripartire da qui, sapendo però che il mondo islamico è quanto mai diviso ed il percorso quanto mai accidentato.
Tutto qui.
Un saluto affettuoso e buon anno
Marcello
A chi ha dubbi, vorrei solo ricordare che il regime degli ayatollah è quello che ha sterminato il partito comunista iraniano…
E che oggi non trova di meglio da fare che essere “antimperialista” mandando a morte giovani omosessuali appena 16enni perché, appunto, gay…
O donne, o uomini che sono sorpresi in flagrante adulterio.
La teocrazia iraniana, per me, non è antimperialista solo perché è antiamericana. E’ un regime tirannico e va abbattuto.
Quindi i comunisti devono stare dalla parte dell’opposizione popolare contro questo regime, senza per questo essere spalleggiatori di Mousavi che, per quel che penso, è abbastanza simile ai teocrati come Khamenei, anche se ha una differente impostazione culturale.
Seguendo il tuo schema di ragionamento si arriva anche a condividere approcci come quello del Partito Comunista Iracheno (almeno della sua dirigenza prevalentemente curda che ha sistematicamente eliminato con le purghe le proprie minoranze interne) che dalla lotta senza quartiere a Saddam Hussein (che certo non li ha risparmiati,visto che non era certo un “angioletto”), ha fatto derivare la sua sostanziale subalternità all’aggressione statunitense.Insomma tra Saddam Hussein e Bush non hanno certo mantenuto l’equidistanza, quando si è arrivati alla resa dei conti. Non hanno avuto dubbi i “comunisti” irakeni. Si sono schierati con l’imperialismo.
Quanto poi, a generalizzare sulle posizioni dei comunisti rispetto alla situazione iraniana, ci andrei cauto. Non tutti i comunisti del medio oriente la pensano come il Tudeh. E, a livello mondiale, il dibattito è aperto. Non si coltivano certo le tue stesse incrollabili certezze. Sapendo bene che l’imperialismo sta solo aspettando (e lo sta accuratamente preparando) il momento giusto per risolvere la questione dell’Iran nello stesso modo in cui ha risolto quella dell’Iraq. Quel giorno, che mi auguro non giunga mai perchè è l’unico scenario di cambiamento ipotizzabile nella situazione iraniana, non ci ritroveremo mica con un governo a partecipazione Tudeh, ma dominato dalle oligarchie compradore iraniane, la vera guida della “rivoluzione verde”? I cui “preti” di riferimento non sono certo molto più aperti sul piano dell’etica e del rispetto dei diritti umani, non scherziamo, per cortesia. E’ improbabile che il Tudeh assuma un ruolo di rilievo, vista l’assoluta ininfluenza della sinistra iraniana nella “rivoluzione verde”. Ma non si sa mai.
Ripeto, il PC iracheno rappresenta un precedente. Certamente poco edificante.
Sono d’accordo con Mauro.
Parlare di gente, popolo, giovani, libertà, ecc., è troppo generico. Mauro pone all’attenzione di tutti un elemento indispensabile di analisi e di lettura delle vicende iraniane: l’analisi di classe.
In Iran c’è una lotta di classe in corso.
In questo scontro si innesta una lotta di potere che coinvolge vari gruppi di potere (principalmente il potentissimo gruppo economico-religioso di Katami) e l’ingerenza internazionale dell’imperialismo occidentale.
I ceti medi e le elites economiche rivendicano diritti civili (giusti e necessari) e stili di vita (e consumi) occidentali, ma contemporaneamente vogliono privatizzazioni, liberismo e fine di ogni sia pur minimo vincolo di solidarietà e redistributivo nei confronti delle classi subalterne.
Le classi subalterne,il proletariato iraniano, nelle condizioni in cui questa lotta di classe si può esprimere (scelta tra Ahmadinejad e Mousavi, entrambi islamici e nessuno rappresentante diretto del proletariato), hanno scelto nettamente l’attuale presidente.
Mi fermo qui e non vado oltre.
Continuo, però, a constatare che un partito che ancora si definisce comunista non ha un suo orientamento su queste importantissime questioni e subisce l’informazione propagandistica capitalistica, come la partecipazione dell’estate scorsa alla manifestazione sotto l’ambasciata iraniana dimostra.
Troppi blog personali di dirigenti e poca elaborazione collettiva (poco partito).
sì! claudio è bravo a dare sinteticamente e problematicamente le motivazioni per una posizione corretta sulle vicende iraniane di questi mesi. io per parte mia, se volete in modo un po’ romantico e istintivo, ero già convinto che non può sbagliare del tutto una gran massa di persone che lotta e rischia la pelle per la libertà. anche una libertà “solo liberale” e se vogliamo un po’ all’occidentale. ma non sottovalutiamo che l’iran non è mai stato un paese tipo arabia saudita, neanche ai vituperati tempi dello scià e neanche prima. la sua storia e cultura originali hanno dato così tanto al mondo che non possono tornare indietro ad un buio che forse non hanno mai conosciuto.
un modesto suggerimento: non varrebbe la pena di sentire il parere di quelli che una volta si chiamavani i mijaeddin del popolo iraniano? quelli che pure hanno partecipato, e quanto, alla lotta di liberazione dal regime dello scià e che poi komeini e suoi hanno fatto fuori? mi ricordo alcuni di loro ospitati in anni ormai lontani in una sede storica del manifesto a roma. non potrebbero loro, o i loro eredi politici, dirci una parola di saggezza sulla questione?
SALUTE&FRATERNITA’
e un grand’augurio di un anno nuovo pieno di buon lavoro per dare/ci un volto meno insopportabile alla palla di fango su cui tutti poggiamo i piedi.
Ma da che parte stanno le classi subalterne in Iran? Siamo così sicuri che tutto quello che ci raccontano i media imperialisti corrisponda a verità?
Per una lettura delle caratteristiche della “rivoluzione verde”, meno semplicistica e meno subalterna ai clichet proposti dall’orchestra mediatica, consiglio la lettura di due contributi di prestigiosi studiosi
La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran
di Eva Golinger
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=18334
La bufala delle “elezioni rubate”
di James Petras
http://www.resistenze.org/sito/te/po/in/poin9f24-005289.htm
Quanto alle posizioni espresse da chi le rivoluzioni le fa e non si limita a parlarne, ecco la presa di posizione del Venezuela (oggi, 30 dicembre 2009)
Comunicato ufficiale del Governo Bolivariano del Venezuela
“Il Venezuela respinge i tentativi di destabilizzazione degli Stati Uniti contro l’Iran”
Venezuela rechaza intentos de desestabilización de EEUU contra Irán
Aporrea.org – http://www.aporrea.org
30/12/09 – http://www.aporrea.org/internacionales/n147938.html
30 de diciembre de 2009.-En un comunicado oficial el Gobierno Bolivariano rechazó las maniobras desestabilizadoras de parte del Gobierno norteamericano contra la República Islámica de Irán.
Dice textualmente el comunicado:
“El Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela expresa su más enérgico rechazo ante los intentos de desestabilización promovidos por el gobierno de Estados Unidos contra el Gobierno y el Pueblo de Irán.
Sorprende al Gobierno Bolivariano que un conjunto de Gobiernos, liderados por el Imperio norteamericano, se hagan eco de una campaña para dividir y llenar de violencia al pueblo de Irán, contraviniendo de esta manera las normas elementales de convivencia pacífica, no injerencia y respeto de la soberanía de los Estados.
El Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela condena estas prácticas deplorables que representan una amenaza a la paz, la estabilidad internacional, y a las leyes e instituciones de la República Islámica de Irán, como garantía de convivencia y paz del pueblo Iraní.
Finalmente, el Pueblo y el Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela manifiestan su reconocimiento y solidaridad al Pueblo y al Gobierno de Irán por su incansable lucha por la consolidación de la Revolución Islámica”.
Infatti,anche solo d’istinto,non si può non essere dalla parte di quei giovani che giustamente scendono coraggiosamente in piazza contro il regime al rischio della vita.Anche se ,probabilmente,se dovesse cadere Ahmadinejad,assisteremo alla messa in carica di un altro “Karzai”filo USA.Caro Claudio vorrei,se tu ne avessi il tempo,che tu rispondessi ai dubbi che ho espresso nei miei post precedenti,grazie
Non credo ad un Karzai iraniano…se i giovani ed il popolo iraniano ha davvero tanta forza da rovesciare Ahmenijad e Khameini allora sarà capace di difendere la sua indipendenza con i denti….il problema è un altro.
Condivido Claudio,i comunisti devono stare con i manifestanti iraniani.
Ma hanno la forza di disarmare la milizia Basij e l’esercito?Veramente ci sono condizioni perchè l’esercito si schieri con i dimostranti? Il regime quanto consenso realmente ha?
Perchè senza uno sgretolamento interno(che al momento però non si vede) il tutto rischia di finire in un bagno di sangue tremendo….Peggiore di quello attuale.