Ma i grillini sono di sinistra?

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Successo dei Pirati in Germania

Il Nordrhein-Westfalen è il Land più popoloso della Germania, tra i più dinamici economicamente parlando. Nelle elezioni per il parlamento locale che si sono appena tenute, domenica scorsa, spicca un dato eclatante. Non si tratta dell’affermazione dei socialdemocratici, in testa con il 39 per cento. Qui la Spd ha da sempre una delle roccaforti tradizionali. Il guadagno, in termini di percentuali, è di poco più di quattro punti. E anche per quanto riguarda il calo della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, c’era da aspettarselo, magari non nella misura di quanto accaduto – un crollo di oltre l’otto per cento, dal 34,6 al 26. È un’altra, però, la novità. Mentre Die Linke, il partito della sinistra anticapitalista che alla scorsa tornata aveva il 5,6, retrocede stavolta al 2,5 per cento e resta fuori dal parlamento regionale, avanza una formazione politica del tutto anomala. Parliamo del partito pirata tedesco che ottiene un imprevedibile 7,8 per cento e venti seggi nel Landtag. Stando alle prime analisi sui flussi elettorali i voti provengono da elettori delusi della Spd (novantamila), dei Verdi (ottantamila) e della stessa Cdu (sessantamila). Soprattutto è da notare che altri settantamila sono venuti da persone che alle scorse elezioni non avevano votato e sono tornate alle urne attratte dai pirati.

Serve una scossa a sinistra

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A conclusione delle consultazioni elettorali che hanno coinvolto Francia, Grecia e Italia, possiamo cercare di fare alcune valutazioni.
Sul primo turno delle elezioni francesi ci eravamo già dilungati nel post precedente. In particolare sul successo del Front de Gauche di Melenchon che, con un risultato superiore all’11%, ha portato la sinistra comunista e di alternativa ad un consenso che non si vedeva dagli anni ’80.

Il secondo turno in Francia

Il secondo turno, con la vittoria di Hollande, colloca la Francia su una posizione molto diversa rispetto a quella sostenuta da Sarkozy, in particolare nel rapporto con la Germania della Merkel e con le scelte della Bce.  Rossana Rossanda in un editoriale de Il Manifesto ha espresso apprezzamento per il programma avanzato dal nuovo Presidente francese. Il programma con cui ha raccolto i consensi va sicuramente in una direzione diversa da quella del suo predecessore. Tuttavia penso che la cautela sia d’obbligo. Dopo la disfatta di Zapatero (anche lui si era presentato con un programma di discontinuità, e per diverso tempo venne considerato un riferimento anche da settori importanti della sinistra italiana), è opportuno vedere la politica che concretamente viene praticata e dare giudizi su quella, per evitare di passare da eccessivi entusiasmi a repentine delusioni. Vedremo anche come andranno le elezioni legislative che si svolgeranno tra un mese. Il loro risultato ovviamente influirà sia sulle scelte di Hollande sia del governo francese.

Francia chiama Italia

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Come era prevedibile il primo turno delle presidenziali francesi ha suscitato un ampio dibattito. La rielezione di Sarkozy o la vittoria di Hollande possono confermare o mettere in discussione le scelte economiche di fondo di tutta Europa. Va considerato inoltre che il loro esito può condizionare elezioni altrettanto importanti che si terranno tra meno di un anno in Germania e in Italia.
Occorre quindi aspettare l’esito del ballottaggio per fare una valutazione che prenda in esame questi scenari. Intanto però – sulla base del risultato dei vari candidati al primo turno – si possono fare alcune considerazioni

Hollande, una vittoria risicata

Quasi tutti i commentatori ritengono che, con grande probabilità, il vincitore al secondo turno sarà il candidato socialista. A sostegno di questa tesi essi portano due argomenti: non era mai successo che il presidente uscente nelle elezioni per il secondo mandato venisse superato dallo sfidante e, mentre le forze alla sinistra di Hollande lo voteranno   (hanno dato infatti immediatamente indicazione di voto a suo favore), altrettanto non succederà per Sarkozy, poiché sia  Marine Le Pen sia Bayrou non hanno dato alcuna indicazione di voto. Questa situazione – nonostante che la differenza del risultato tra i due candidati sia risicata – ha fatto sì che molti esponenti politici di sinistra nel nostro Paese abbiano dato una valutazione positiva del primo turno delle presidenziali francesi.

6 – 7 maggio. Alla prova del voto

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Si sta avvicinando una importante scadenza elettorale amministrativa. Il 6 e 7 maggio si voterà in 800 Comuni inferiori ai 15000 abitanti (10000 per la Sicilia) e in 176 Comuni superiori ai 15000 abitanti (10000 per la Sicilia). Di questi ultimi 28 sono capoluogo di Provincia e – tra questi – 3 sono capoluogo di Regione: Genova, Palermo e L’Aquila.
In questo post mi limito ad analizzare i Comuni sopra i 15000 abitanti poiché da essi possiamo ricavare elementi significativi di valutazione politica.

Alcuni dati

Il primo dato da tenere in considerazione è che la maggioranza di questi Comuni è collocata al Sud con il 54%. Solo il 14% al Centro, al Nord il 32%.
La presentazione delle liste della Federazione della Sinistra o di Rifondazione Comunista è stata fatta in 127 casi. Ciò significa che in 49 Comuni sopra i 15000 abitanti non abbiamo presentato la lista. È sicuramente una grave lacuna, anche se va tenuto presente che anche nella precedente tornata amministrativa (parliamo degli stessi Comuni e prima che vi fosse la scissione di Sel), non tutti furono coperti. È interessante suddividere questo dato geograficamente. Sui 57 Comuni del Nord in 48 ci presentiamo e in 9 no, sui 24 del Centro in 21 sì e in 3 no, sui 95 del Sud in 58 sì e in 37 no.

La normalità «tecnica»

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«Tecnici». Tutto questo discorso sulla tecnica al posto della politica ci sta trascinando verso esiti inquietanti. Non è che non se ne sia consapevoli, ma è come se fossimo tutti narcotizzati. La vista si annebbia, i pensieri faticano. E rischiamo di andare a sbattere malamente contro un muro.
Nel sempre più arrogante discorso di questo governo e dei suoi mentori, «tecnica» vuol dire due cose. Da un lato evoca il vero: una strada obbligata, dettata dalle cose stesse. Essere tecnici e non politici significa che non si sceglie nemmeno: ci si limita ad applicare le ricette giuste dettate dalla scienza per guarire il malato. I medici parlerebbero di protocolli terapeutici. E se i più intelligenti ammetterebbero che la medicina non è una scienza esatta, ma un sapere piuttosto simile a un’arte, non per questo accetterebbero interferenze di profani. Così i nostri governanti, a cominciare dal loro capitano. Alle obiezioni, la risposta è sempre la medesima: non ci sono alternative. Ma se per la medicina è chiaro che cosa sia la salute del corpo, per un governo non lo è affatto, perché la società non è un corpo, è un insieme di parti in conflitto tra loro. Il bene degli uni genera il male di altri. Così cade il primo argomento. Questo governo sceglie eccome. Non ci sono ricette obbligate, ma opzioni tra interessi in conflitto e tra modelli alternativi. I lavoratori dipendenti, a cominciare dagli «esodati», ne sanno qualcosa, come pure i rentiers.

La diversità di Landini è la nostra diversità

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In un editoriale dall’inequivocabile titolo “Il freno della Fiom”, apparso su Repubblica giovedì 22 marzo, Piero Ottone ci spiega che Landini è diverso dagli  altri sindacalisti perché non accetta il mondo così come lo conosciamo,  ostinatamente convinto che non si possa ridurre il tutto a strappare qualche  briciola dalla ineluttabile legge della domanda e dell’offerta in un contesto, come dice lo stesso Ottone, “manipolato da personaggi poco raccomandabili”. Ma Landini, secondo l’editoriale, è colpevole di un’altra grave diversità: vorrebbe imporre un mondo diverso, che non parta dalla comprensione della crisi prodotta dalla globalizzazione ma dalla difesa della centralità della Costituzione che indica che l’Italia è fondata sul lavoro. E poi, opponendosi ad una legge di natura, ovvero il capitalismo, il leader della Fiom non potrà impedire che gli altri sindacalisti vincano, semmai ne ritarderà l’azione. Infine,la sentenza: Landini è un idealista, un rivoluzionario che vuole cambiare il mondo.

A proposito della vicenda Goracci

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È ormai passato un mese da quando Orfeo Goracci – ex sindaco di Gubbio di Rifondazione Comunista per due legislature – ed altri componenti della sua amministrazione sono in carcere o agli arresti domiciliari.
Come ho già scritto nei giorni scorsi ritengo questo provvedimento – la condizione di carcerazione – assolutamente sproporzionata rispetto alle accuse che vengono mosse agli imputati.
Ho letto l’ordinanza e, pur non essendo esperto in questioni giudiziarie, ho capito che l’accusa principale che viene mossa a Goracci e agli altri è quella di aver favorito, all’interno del Comune, nelle assunzioni, alcune persone piuttosto che altre. Viene inoltre contestata la scelta di aver dato del terreno ad una persona piuttosto che ad un altra.
Nella lunga ordinanza mai si fa riferimento a tangenti, ad un uso del ruolo di amministratore per ricavarne benefici economici personali.
I comportamenti contestati dagli accusatori di Goracci, peraltro, sono solitamente oggetto delle procedure per “il raffreddamento dei conflitti”, previste nei contratti di categoria esistenti per le Autonomie locali, ovvero delle conferenze dei servizi  disciplinate dalla normativa sulla trasparenza, e come livello massimo riguardano il Giudice del Lavoro e non sono mai appartenuti alla competenza del Giudice penale ordinario, e quindi della Procura della Repubblica in funzione di pubblica accusa.

Che fare?

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Nel post precedente abbiamo parlato del dibattito molto aspro presente nel Pd alla luce delle dichiarazioni di Veltroni sull’art. 18 («non è un tabù») e della reazione che esse hanno provocato in altri esponenti di quel partito, a partire dal responsabile Lavoro Stefano Fassina (secondo il quale è giusto andare alla manifestazione della FIOM). In questa nota vorrei invece parlare delle difficoltà e della vera e propria confusione che regna nel campo delle forze che stanno a sinistra del Pd.

La Federazione della Sinistra, un progetto da ripensare.

Parto da quella che da alcuni anni è la nostra proposta politica: la costruzione della Federazione della Sinistra come primo momento riaggregativo della forze della sinistra di alternativa. Mi pare che siamo di fronte – nella migliore delle ipotesi – ad una impasse. Sicuramente rispetto alla situazione passata, quando il portavoce era designato a rotazione tra i segretari delle forze componenti, la Fds ha fatto pesanti passi indietro. Lo stesso congresso nazionale – pure gravato da limiti evidenti nelle modalità di svolgimento – aveva comunque fatto registrare  piccoli avanzamenti. In quel periodo sui territori – seppure a macchia di leopardo e con situazioni di grave tensione – si erano creati i coordinamenti della Fds e, in alcuni casi, anche i portavoce. I quattro soggetti politici avevano comunemente accettato di promuovere come Federazione tutte le iniziative politiche, lasciando ai partiti singoli solo quelle su cui non si riusciva a raggiungere una intesa.

Fassina o Veltroni: chi è il Pd?

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La situazione politica presenta alcuni elementi che meritano una riflessione. In attesa della conclusione della trattativa in corso tra Governo, Confindustria e Sindacati sul mercato del lavoro e di un nuovo test amministrativo molto importante stanno avvenendo fatti significativi.
Tutte le forze politiche e gli schieramenti sono in fibrillazione. Certo incombe un percorso che dovrebbe determinare una nuova impalcatura istituzionale e – soprattutto – una nuova legge elettorale (una prima nostra valutazione la trovate in questo articolo di Gianluigi Pegolo), ma non è solo questo. Da un lato l’esistenza stessa di questo governo che gode dell’appoggio di Pdl, Pd e Terzo Polo determina fibrillazioni in tutte le forze politiche. Dall’altro il sistema maggioritario – a venti anni dalla sua introduzione nel nostro Paese – che ha imposto la costruzione di coalizioni elettorali innaturali ha dimostrato il suo fallimento.

Ciao Guido

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Domenica mattina, 12 febbraio, ci ha lasciato per sempre il compagno Guido Cappelloni. Aveva 87 anni. È morto nella sua abitazione di Grottammare dove viveva solo, ormai da diversi anni. E da diversi anni aveva un tumore al polmone. Ma non si è spento lentamente, nel senso che la sua morte è stata veloce e, per certi versi, inaspettata. Lo avevo sentito venerdì al telefono: una lunga chiacchierata, come al solito, sulla politica. C’eravamo visti al congresso di Napoli – dove avevamo parlato a lungo – voleva sapere del partito, della sua unità interna, come procedevano gli impegni assunti, appunto, al congresso. Ma in quell’ultima telefonata abbiamo parlato soprattutto della sue condizioni di salute. Non era un problema: Guido ne parlava senza inibizioni. E la sua malattia la chiamava per nome: “il cancro”. Infatti mi ha detto: ” Guarda Claudio, le medicine che per un po’ di tempo me lo hanno bloccato le devo sospendere perché mi provocano danni collaterali. Alla luce degli ultimi esami, il medico mi dice che la progressione è lenta e che vedremo tra sei mesi se è il caso di riprenderle. Mi ha anche detto che per un annetto ce la dovrei fare, quindi al prossimo Cpn sicuramente ci sarò. Non vi libererete tanto facilmente di me!”. Ha poi aggiunto che, nonostante la neve, aveva fatto una passeggiata, comprato il giornale e fatto un po’ di spesa (Guido era ancora autosufficiente e si cucinava da solo). Così, domenica mattina, la notizia della sua morte è arrivata del tutto inaspettata, per me e per tutti noi. Guido era ammalato, lo sapevamo. Ma è morto improvvisamente, in pochi minuti; e per noi tutti è stato un colpo molto duro.